Se una
donna è in grado di dire “NO”
All’inizio
del febbraio scorso ho partecipato alla Conferenza dei movimenti di base che
lottano per porre fine alle mutilazioni genitali femminili
(MGF) in Kenya. Con me c’era Cecile Litworth, direttrice esecutiva della Campagna mondiale per
il Giorno-V. [“I monologhi della vagina” fu messo in
scena dall’autrice Eve Ensler
per la prima volta a New York, oltre 10 anni fa, e da allora è stato riproposto
in tutto il mondo da attrici vincitrici di Oscar, studentesse nei campus e
organizzazioni di attiviste. Il Giorno-V, come l’evento è stato chiamato, è
parte di Mondo-V, un movimento globale che ha lo scopo
di fermare la violenza contro donne e ragazze. Nel 1997, Eve
Ensler si incontrò con un
gruppo di femministe e da quell’incontro prese forma
l’idea di tenere dei Giorni-V. La messa in scena dei
Monologhi aiuta a raccogliere fondi per i gruppi locali che lavorano per
fermare ogni tipo di violenza verso le donne e a destare consapevolezza sui
diritti delle donne. Ndt.].
Era
la seconda volta, per me. Nel 2005, mentre lavoravo come reporter per la
rivista “Mothering”, partecipai
alla Conferenza africana dei movimenti di base che lottano contro le MGF
assieme a Candace Walsh
della rivista suddetta. Kumusha, una band africana marimba
di dieci membri, con cui ho suonato a Santa Fè per
cinque anni, era allora il mio unico legame con la cultura africana. Cominciai
a fare ricerche sulla pratica delle mutilazioni e scoprii che essa risale a
circa 5.000 anni or sono ed è legata alla convinzione animistica che le donne possano autofecondarsi perché,
alla nascita, i loro genitali sono percepiti come se nascondessero all’interno
un piccolo pene e dei testicoli.
Grazie
a questo antico filtro patriarcale, l’intera vagina,
la vulva, la clitoride e le labbra sono rimosse, tagliate sino all’osso pubico
e ricucite in modo da lasciare un forellino delle dimensioni di un filo di
paglia da cui far uscire l’urina e il flusso mestruale. Per avere rapporti
sessuali le donne vengono riaperte con un coltello o
con un corno di animale, in modo da permettere al pene di entrare. Le donne,
ovviamente, non provano alcun piacere durante l’atto sessuale. Se non lo avete
ancora visto, andate a vedere il film Molaadè, che
racconta l’intera storia dell’attivismo nato attorno a questa
istanza di diritto umano.
Agnes Pareyio,
venticinque anni fa, si mise in moto per far sì che nessun’altra
bimba venisse mutilata. Lei lo è stata, e in maniera
molto brutta e profonda, e ha partorito quattro figli all’interno di un matrimonio
forzato. Il parto, in queste condizioni, diventa un problema orribile. Il
tessuto cicatriziale che si forma nell’area genitale è duro e spesso e accade
che durante il travaglio il nascituro sia forzato ad
uscire di lato, distruggendo la vescica nel processo. Molte donne vivono nei
villaggi delle “abbandonate”, dopo questa esperienza,
perché non sono più in grado di controllare gli intestini e l’urina. Incontrare
le ragazze alla Casa-rifugio (Tasaru
Rescue House) di Agnes mi ha
coinvolta in modo molto intenso e decisi che avrei lottato al loro fianco
quando una di esse mi raccontò come si sentisse tradita da suo padre, che
l’aveva letteralmente buttata fuori dal villaggio a causa della sua scelta di
mantenere i propri genitali intatti e di voler avere un’istruzione.
“L’istruzione prima di tutto” è il motto delle attiviste, da queste parti. Agnes allora mi disse: “Quando scopri che la tua cultura ti
tradisce a causa del tuo genere capisci molte altre cose e ciò lascia un’apertura al perdono e alla riconciliazione. E
quando sei un’attivista di base ti sembra che il tempo
scorra molto lentamente. Devi essere amichevole, paziente e dura come una
roccia con i poteri con cui ti confronti. Devi sensibilizzare gli uomini dei
villaggi e mostrare loro quanto dolore si accompagna ad una vecchia e inutile
pratica tradizionale.” Quando
quest’anno, alla Conferenza, ho incontrato di nuovo
la giovinetta che mi aveva commosso con il suo coraggio, l’ho trovata felice e
sicura di sé. Ha terminato gli studi alla Casa-rifugio
ed ora frequenta il liceo a Narok, in Kenya, protetta
da una nuova legge sui diritti umani che è stata votata dal governo grazie alle
pressioni delle attiviste. Ora una ragazza può scegliere di studiare, invece di
piegarsi ad un matrimonio imposto.
Alla
Conferenza, Cecile Lipworth
ha illustrato il concetto di Giorno-V e la rete internazionale che vi ruota
attorno. Ha invitato le rappresentanti dei movimenti ad organizzare un Giorno-V
di beneficenza nei loro paesi (19 complessivamente) e ha concluso
con l’invito a dire VAGINE, VAGINE, VAGINE in tutti i dialetti e le lingue
presenti nella stanza. A momenti crollava la casa! La maggioranza del pubblico
era di fede musulmana e alcuni dei pochi uomini in sala hanno detto che a loro è proibito usare quella parola. Un guerriero Masai, sposato ad una docente inglese di Cambridge, si è
spinto a dire: “Se dio avesse voluto che noi dicessimo quella parola, egli [egli, ovviamente, ndt.] l’avrebbe posta (la vagina)
nella testa delle donne e non l’avrebbe nascosta in mezzo alle loro gambe” Ma
nessuno alla Conferenza gli ha dato ascolto. Le donne, musulmane o no, erano
tutte in piedi e urlavano VAGINE, VAGINE, VAGINE con
quanto fiato avevano. Le attiviste di Gambia ed Egitto si sono poi impegnate a
tenere il Giorno-V nei loro paesi.
Durante
il viaggio di ritorno, ero in un furgone aperto zeppo di donne orgogliose che
cantavano sull’aria della grande canzone di pace di
John Lennon: “Tutto quel che stiamo dicendo è: date
alle vagine una possibilità”. Gli uomini che ci guardavano passare erano
totalmente basiti. E’ stato grandioso.
Le
donne africane sono state chiare con noi: hanno bisogno di risorse. Hanno
salvato decine di migliaia di bambine e ragazze, facendo approvare leggi e
restando ferme nel loro convincimento che è possibile cambiare questo cruento
rito di passaggio e sostituirvene altri, che includano
l’istruzione delle fanciulle. Sono state le donne africane ad aprirmi gli occhi
su quanto è tossica la cultura occidentale: le tecniche predatorie
del mercato per adescare le ragazze quali consumatrici; la castrazione delle
loro menti anziché dei loro genitali, che ha avuto ed avrà
un effetto a lungo termine sulle nostre lotte. Le donne africane erano
oltraggiate all’idea che si insegni alle ragazze che
la menopausa è una malattia da trattare ad estrogeni e impianti di silicone e
le fa urlare l’idea che le donne si rifacciano il viso o i genitali per essere
più “appetibili” sessualmente per gli uomini. E’ la stessa
idea di qui, mi hanno detto, la definizione patriarcale di ciò che una
donna dev’essere: bellezza e sesso per il piacere
degli uomini.
Queste
donne africane sono un meraviglioso esempio per noi.
Mi hanno mostrato con quanto vero coraggio si può dire “No”. Se
una donna è in grado di dire “No” ad un uomo o ad una cultura che la sta
forzando a far qualcosa che lei non vuole, questo è il primo passo. La violenza
contro donne e bambine/i è tenuta nascosta in tutte le culture. Negli Usa gli
incesti sono in aumento e di recente ho scoperto che i chirurghi plastici offrono
“passerine perfette” e “design vaginale” come
soluzione per avere relazioni di lunga durata con gli uomini i quali,
sostengono i chirurghi, hanno “più bisogno di sesso di quanto ne abbiano le donne”...
Come
dicevo, le donne africane ci hanno chiesto aiuto. Al
Fondo per porre fine alle MGF servono dieci milioni di dollari per costruire Case-rifugio in diciannove paesi africani. Potete dare il
vostro contributo tramite l’ong “Equality
Now” (www.equalitynow.org). Avere fiducia nei nostri
valori di donne in questo mondo e dare ad ogni preziosa bambina la possibilità
di andare a scuola e di crescere in modo naturale, sono cose che miglioreranno
la vita di tutti.
di Sally Blakemore (trad.
di M.G. Di Rienzo) - web.tiscali.it/uominincammino