La relazione con gli altri
Profeti credibili della tenerezza di Dio
di FELICE SCALIA
Andando a fondo nella riflessione sulla relazione, scopriamo che gli altri non sono "cose" da possedere o da escludere se non ci servono. Non è facile passare da un amore di "desiderio" a un amore oblativo. Solo mettendo in gioco la sua libertà, il prete può diventare un uomo per gli altri ed essere profezia per un mondo che annulla ogni fraternità
Abbiamo già accennato al tipo di relazione che oggi
è comune nella nostra cultura: siamo nella civiltà dell’homo oeconomicus che guarda gli altri come mezzi da
utilizzare secondo i suoi bisogni. Gli altri sono "cose" da
desiderare e divorare all’occorrenza. Così l’uomo ben integrato nel sistema è
quell’individuo che agisce razionalmente, senza
influssi sentimentali, per ottenere un suo scopo economico (soddisfazione dei
bisogni di qualsiasi tipo o massimizzazione dei
profitti), utilizzando i mezzi che ha e cercando di sfruttarli al massimo.
Gli assoluti di
sostituzione
Già il considerare gli altri
"cosa", "mezzi" per i miei bisogni è negazione della
relazione. Senza che ce ne accorgiamo molti fra noi
diventano preti "economici", anche se rifuggono dall’accumulazione
di denaro, e vivono sempre tra cose sante.
Se il rapporto del prete con l’Altro, con
Dio, non è di vera e profonda relazione di amore,
anche lui, ministro ordinato, si costruirà un "assoluto di
sostituzione": fare carriera, attirare l’attenzione dei superiori,
essere stimato nell’ambiente-bene della sua diocesi, essere considerato
"santo"... Senza dubbio vorrà bene alla gente, amministrerà sacramenti,
ma il tarlo agisce in silenzio. Alla prima occasione, quando quell’assoluto non si realizza, è il crollo. Livore,
astio, recriminazione, prendono il posto di quella bonaria affettuosità che
prima lo caratterizzava come "padre di tutti".
La relazione inizia
quando si avverte quel fondamento che fra due umani resta anche quando
tutto è diverso, quando perfino le unghie di uno affondano nella guancia
dell’altro, quando le idee sono opposte e gli interessi contrastanti. Resta –
dice Bellet – qualcosa di semplice e fragile,
eppure di un’incredibile forza e di difficilissima acquisizione; resta il
fondamento e il culmine di ogni umanità: un
"fra noi" che riconosce nei diversi qualcosa che lega
indissolubilmente.
Qualunque cosa succeda,
resta che apparteniamo l’uno all’altro, che siamo uomini, che mai potrò dire
"io sono", e che la mia più profonda verità è "io siamo".
La diversità mi arricchisce perché ciascuno è una parola detta per comporre
il grande libro della vita. La mia individualità, il
mio volto, è una delle tante voci che compongono la sinfonia di questa umanità. Da sola non avrebbe senso. È quanto
dicevamo prima: la relazione precede l’individuo perché lo costituisce tale.

Martin Luther King: «Ai nostri più feroci avversari diciamo:
continueremo ad amarvi» (foto Barontini).
Un "sì"
incondizionato
Ma perché si viva di relazione, perché un prete sia
uomo in relazione, deve intervenire un elemento decisivo: la sua libertà. Nessuno vive da umano se non lo vuole liberamente. Nessuno
diviene ciò che è se non vuole diventarlo. Il "no" a questa
profonda lealtà al proprio essere è la più radicale delle immoralità. Intanto
non è facile questo "sì" all’altro, quest’accoglienza,
questo dono di sé, questo percepire che solo in una
relazione dove l’altro è fine, non mezzo, la vita ha senso. Non è
assolutamente facile passare da un amore captativo,
di "desiderio" (alla lettera "concupiscente"), a uno oblativo. Da un volere gli
altri per sé a essere "uomo-per-gli-altri".
Bisogna che il cuore sia guarito da tutti i narcisismi, che domini le sue paure, superi i meccanismi di difesa che lo
spengono.
Lo abbiamo ricordato: in fondo Gesù voleva operare questa guarigione, per ricondurre
l’uomo là dove si può vivere l’amore e la libertà di amare. In ogni caso non
c’è vita umana degna di questo nome se non si dice questo "sì"
libero, aperto, all’altro. Un "sì" incondizionato, unilaterale,
gratuito. Tutte le scelte che ci rendono umani hanno queste caratteristiche,
perché attengono all’amore, e l’amore fonda la
persona. Non è un optional. Chi ama soltanto se gli altri corrispondono, in
fondo non ama. Vuole divorare la bellezza, non custodirla nell’altro. Chi
ama, gioisce certo della reciprocità, ma non può mai accettare che questa sia
una risposta obbligata. Chi mi ama, o viene nel canto gioioso di un suo dono
unilaterale o è meglio che non venga.
Nessuno infatti
può amare per obbligo, per dovere, per legge. È ben povera la fedeltà
all’amato che si nutre della fedeltà dell’amato, la bontà che ha radici nella
bontà dell’amato e cessa se questi offre il lato
peggiore del suo cuore, i fiori maligni di un’angoscia mortale. In questo
caso sarebbe venuto il momento di amare di più e invece si chiude
il flusso della benefica linfa di vita.
Un presbitero (tale nei fatti se non nei
titoli ufficiali), Luther King,
scriveva: «Ai nostri più feroci avversari diciamo:
alla vostra capacità di infliggere sofferenza opporremo la nostra capacità di
sopportare la sofferenza. Alla vostra forza fisica risponderemo con la forza dei cuori. Fate quello che volete: noi continueremo
ad amarvi. Ucciderete i nostri figli, ma noi continueremo ad amarvi». Grazie
a Dio, la vita quotidiana di un prete non è nei fatti così
tragica, ma non dimentichiamo mai che l’amore verso i nemici è
l’espressione più chiara dell’amore incondizionato. Cioè
dell’amore tout court.
Lo sapeva bene quell’idealista
incallito di Gesù di Nazareth che legava sempre
l’amore al perdono (da dare e da ricevere) e al fratello/nemico. Lévinas rileggeva Levitico
19,18 «Ama il prossimo tuo come te stesso» con «Ama il prossimo tuo, e te
stesso». Perché l’altro è risorsa sempre, complementarità, visione altra
delle cose, perfino quando si presenta come ostacolo
e fonte di dolore.
Oltre la logica solo
umana
Probabilmente tutto questo ci è noto. Chi sa quante volte lo abbiamo
detto ai fedeli. Chi sa quante volte lo ha detto a
noi il confessore, o il vescovo. Purtroppo sappiamo tutti che prediche ed
esortazioni in questo campo non servono a molto. Giorno dopo giorno ci troviamo allo stesso punto, chiusi in una logica
egocentrica che noi ci rifiutiamo di giudicare "infantile" e
nevrotica. La riteniamo anzi l’unica possibile. Quindi
insuperabile.
Non c’è che da metterci in cammino confrontandoci
con altre logiche, per esempio con quella di Cristo, così lontana dalle
nostre presenti saggezze. Non c’è che da iniziare un cammino di svuotamento
(«Se mi vuoi seguire, smetti di pensare a te stesso», dice il Signore) delle
nostre idee, delle immagini che ci siamo fatte di noi e della vita, e
lasciare lentamente che Dio diventi il Dio della
nostra vita e del nostro cuore.
Malinconicamente bisogna ammettere che se
l’uomo è "relazione-con-gli altri", lo è
in un mondo segnato dal peccato, dove appunto, per dirla con Sartre, questi "altri" possono costituire il
suo "inferno", cioè il suo annullamento.
Impossibile non tenere conto di questo fatto. Con gli altri i conflitti
sorgono. Dagli "altri" ci piovono mille divieti a
esprimerci, mille inviti a scomparire. Quale bambino, quale
creatura umana, quale donna non ha mai sentito il perentorio «Chiudi
quella bocca!» o «Finiscila di parlare», ricavandone la certezza che il suo
parere non conta? Neppure le sue urla. Così si giunge addirittura a concludere di essere persone sbagliate in un mondo
sbagliato. Ed è la fine di ogni sguardo positivo
sulla vita, la fine di una "fiducia fondamentale" che, secondo E. Erickson, ci è indispensabile per poter avere il coraggio
di vivere.
Anche nella Chiesa si possono generare tali meccanismi.
Non mancano preti che allargano a dismisura, contro ogni persona fastidiosa,
quel comando paolino, pesante quanto un macigno: «Taceant mulieres in ecclesiis» (1Cor 14,34). Nei
casi più gravi, il dover stare zitti di fronte all’ingiustizia, subire da
"muti" le violenze più gratuite, può sconquassare tanto il cuore di
una creatura umana da indurla a rinnegare, a odiare il proprio
"padre", a sentirsi estranea a una vita
che censura e punisce chi parla, cioè chi osa essere uomo. Diciamo subito che
intessere sane relazioni con gli altri, accettare di essere
"relazione", significa partire dalla coscienza di avere qualcosa da
dire, di avere il diritto a sentimenti propri e a proclamare quello che
magari tanti non vorrebbero mai sentirsi dire. Lo sapevano bene i profeti,
guastafeste di professione, martiri del loro coraggio, ma anche costruttori di autentiche relazioni umane.

Il parroco non ha paura di voler
bene alla sua gente (foto Censi).
Nati per amare
Siamo coscienti che se abbiamo toccato la
radice della possibilità stessa di vivere come "relazione con gli
altri", tuttavia non abbiamo affrontato uno dei punti caldi della vita
intima del prete: la sua affettività. Per dirla in
termini semplici ci si domanda se il prete è un ruolo o una persona. Il ruolo
è nell’ordine dell’utilità, la persona in quello della relazione. Il ruolo
presta servizi, permette a un individuo di fare
qualcosa per gli altri. La persona si coinvolge nella vita dell’altro, è
relazione di amore che condiziona e compromette,
plasma l’esistenza stessa. Il "prete-ruolo" amministra un
battesimo; il "prete-relazione" gioisce con la famiglia, accoglie
quel bambino, ne segue la salute e il cammino.
Allora cos’è un prete? Il voto/promessa
del celibato, un’educazione seminaristica
incentrata sul culto e un larvato, ma profondo,
individualismo, possono far propendere per l’ipotesi del ruolo. Così il prete
non potrebbe veramente amare la sua gente. Meglio, molto
più rassicurante, tenere a freno i propri sentimenti, mettere il bavaglio
alle emozioni, allenarsi alla solitudine, diventare "muto".
Una vita affettiva farebbe scivolare ben presto verso un’enfatizzazione della
vita personale, fino a far dimenticare che si era scelto
il regno di Dio come ambito e fine esclusivo della propria vita. Da ciò
probabili innamoramenti e abbandoni o, peggio, l’accettazione passiva di una
mentalità più sensibile alle qualità estetiche e gratificanti di quanti ci avvicinano che ai bisogni della loro anima.
Pur comprendendo questo pericolo (comunque non l’unico per la fedeltà sacerdotale: dove
mettiamo le controtestimonianze ecclesiali, le
durezze della gerarchia, le difficoltà di fede?), non ci possiamo rassegnare
a questo annullamento della persona. Siamo relazione.
Cioè siamo figli, fratelli, ci chiamiamo
"padri". Siamo mente e cuore. Siamo
"relazioni sessuate" e il genere non è affatto un accidens. Siamo progressiva
uscita dal narcisismo verso la meraviglia per la bellezza dell’altro:
dall’essere amati, andiamo verso l’amore; dall’essere oggetto di cura verso
l’aver cura per ogni creatura incontrata. Possiamo rinunziare a generare
figli, ma mai a essere padri che si prendono cura
della giovane vita e vogliono che questa "sia". Possiamo rinunziare
a progettare una vita, anche cristianamente piena,
assieme a una donna, ma non possiamo essere
misogini, non possiamo trascurare quegli aspetti "altri" della vita
che miracolosamente ci giungono dal "genio femminile". Dio non ci vuole dimezzati o infelici, neppure aridi di cuore,
rinsecchiti nel nostro ruolo, scontrosi e distanti. Come potremmo
testimoniare la tenerezza di Dio?
Essere relazione
pienamente umana con gli altri
è dunque un aspetto di quel sì alla vita tipico dell’età adulta. Esprime
l’accettazione dell’umano nella sua integralità. Nessuno può rinunziarci
senza trovarsi, alla lunga, di fronte alla pazzia o al "suicidio",
in forme più o meno vistose. Certamente
il prete amerà teneramente, ma da prete. Si coinvolgerà nella vita
della gente, sarà partecipe delle loro "gioie e speranze" (proprio
come vuole
Il celibato, amore
creativo
Ciò che allora vorremmo
"affidare" al prete-relazione può sembrare estraneo ai discorsi
fatti fino ad ora. Il celibato – di questo si tratta – che ha da spartire con
il Vangelo e con il Vaticano II? Forse che essenziale all’annuncio è la
rinunzia a un amore umano? E,
per assumere la pastoralità del Vaticano II, è
proprio necessario vivere senza affetti? Sappiano bene che il celibato, agli
occhi di tanti, serve alla Chiesa-istituzione
per avere forza pastorale a basso prezzo, ma noi non lo abbiamo mai visto
così. Celibato senza dono totalizzante a Cristo e al Regno è pura presunzione
manichea, violenza alla coscienza. Ciò che è
primario è quel rapporto di intimità personale con
Dio che fa il prete "uno" col suo Signore, in ogni aspetto della
vita, in ogni piega della sua esistenza. Solo così è testimonianza
evangelica. Sappiamo bene che questa chiamata esige una risposta quotidiana e
una capacità di cammino controcorrente. E sappiamo
anche bene quali difficoltà ci siano da superare, dato il clima di frivolo
erotismo che respiriamo.
Se ci è difficile
scegliere una volta per tutte di essere preti, ci è ancora più arduo tenere
fede a questo voto-promessa fino a oggi indissolubilmente legato al
sacerdozio ministeriale di rito romano. E tuttavia l’emergenza pedofilia,
tipica del nostro tempo, esige in noi tutti atteggiamenti molto
più profondi di quelli evocati da una mera osservanza dell’impegno
assunto. Se oggi non vogliamo cedere alla mentalità
che tutto è regolato dall’economia e che la stessa vita sessuale vi soggiace
(sarebbe un bisogno che ha un prezzo più o meno ragionevole), dobbiamo tutti
riscoprire, anche nella relazione con gli altri, il comando arcaico "non
desiderare", "non cogliere", "non divorare". E tutto ciò per vivere tra persone umane di relazione. Noi
non siamo oggetti da possedere, ma soggetti di dono.

La lavanda dei piedi, segno del
servizio ai fratelli (foto
Giraldo).
Mai comandamento è stato più disatteso.
Forse tutto l’Occidente chiama civiltà la voglia di desiderare, di possedere.
Per il drogato – espressione estremizzata dell’uomo dei consumi – la vita non è che un irrefrenabile compulsivo
desiderio. Eppure il "non prendere" è l’essenza stessa di quell’amore autentico che vorremmo offrire a ogni essere umano. Al suo opposto, nel
"prendere" si annida stupro, pedofilia, possesso di un corpo
inerme, anche di bambino. Si annida la stessa propensione alla guerra.
Un giorno religiosi e preti fedeli erano "segno delle cose
ultime". Oggi sono chiamati a divenire testimoni tangibili che solo il
"non prendere" allontana da tutto ciò che infetta l’amore, anche da
quella voglia nevrotica che vuole procurare il bene all’altro (a un figlio, perché «io so qual è il tuo bene!») a tutti i
costi, fino a distruggerlo. Dal "non divorare" può nascere una
tranquilla attenzione all’altro che è capacità di ascolto,
compassione e comprensione. Chi non ha "bisogno" degli altri, chi
ha posto il suo "tu" in un Amore assoluto, non ha neppure bisogno
di "divorare", ed è in grado di riconoscere che gli altri, come
dono meraviglioso della vita, "ci sono".
Come essere preti se, con spontaneità e ovvietà, non si
è giunti alla convinzione che il popolo di Dio, ogni singola creatura umana,
c’è prima della convenienza e dell’utilità? "C’è", per una
tenerezza radicale, perfino prima di una docilità alle nostre cure pastorali.
Per una esultanza primordiale senza la quale si è
soldati, o commercianti, o venditori di carne umana, ma non schiettamente
umani, tanto meno preti. Questo "riconoscere" qualcuno come un
assoluto uguale in dignità e diritti, in un "fra noi" amoroso e
indistruttibile, può sembrare un piccolo, fragile
gesto umano. In realtà è di una potenza infinita, proprio come l’amore. È un
gesto così coraggioso da sembrare "l’inaudito" da osare nella fede.
Perché "l’udito", l’homo editus – direbbe Bloch –,
il banale comune atteggiamento congruo a questo mondo, corre su altre piste:
ti conosco perché mi servi, perché ti fai "cosa" da divorare.
Approdare a questo occhio
limpido è forse il senso della vita, anche di una creatura adulta che in una
vita affettiva scommette tutta sé stessa, ma è un approdo raro per tutti.
Tanti adulti di oggi, nonostante l’apparente disinibizione emotiva/sessuale, sono poco più che ragazzotti con uno sviluppo insoddisfacente. I preti
giovani perché dovrebbero fare eccezione? Da questa pasta vengono. È allora
un’offesa ricordare a tutti i confratelli che siamo anche noi fragili,
sensibili ad affettuose simpatie che ci lusingano e onorano soprattutto nei
momenti in cui la vocazione ci sembra "troppo", e con tutto noi
stessi desidereremmo una vita "normale"? Anche su questa strada si
può andare molto lontano, fino all’abbandono del ministero o, peggio, fino
all’ipocrisia di una vita malamente ammantata di
onorabilità e fedeltà.
Non ci stiamo caricando il celibato
sacerdotale come legge, neppure come fedeltà etica ai nostri impegni. Noi ci
contentiamo di... molto di più. Vorremmo giungere a quella capacità di
relazione vis-à-vis
con Dio che ci doni il gusto della relazione paritaria con ogni creatura
umana amata per sé stessa, solo perché c’è, senza smanie di divoramenti e
possessi. Vorremmo fare nostra l’ardua impresa di testimoniare che l’Amore
c’è, è creativo, fecondo, custode della vita in qualsiasi situazione
esistenziale l’uomo si trovi. Il celibato allora non
sarà solo al sicuro, ma diventerà in qualche modo testimonianza della
dimensione di ogni amore tra umani: mai divorante,
ma gioioso discorrere fra gioia del libero donare e gioia del libero accogliere.
Ci accorgeremo che la nostra vita non è radicata a
un "no", ma a un "sì". Flebile forse,
disarmato, tenue come una folata di vento leggero, ma sempre un
"sì".
Il prete in relazione è
profezia
In questo clima
Avremo certo evidenziato le differenze
(c’è chi ha occhi per una realtà, chi per un’altra), ma
con ciò avremo pure evidenziato le ricchezze. Perché
nessuno è o deve essere fotocopia di un altro. La relazione vive di
diversità, le cerca e le accoglie. Avremo forse
messo in luce che la tranquillità di prima era una pace putrefatta, fondata
sull’accettazione di prepotenze ingiuste o nella pigra avvilente voglia del
vivere e lasciar vivere in pace. Così un passo avanti, verso una pace vera,
permette un nostro più pieno ingresso nell’autenticità dello stare insieme.
Né è meno importante il fatto che un conflitto
superato, proprio perché ci siamo resi coscienti di colpe come bisognosi di
perdono, ricrea il mondo comune, riporta vita in un ambiente. Come se,
spazzate via un po’ di nubi, il sole ritornasse a scaldarci.
Un prete "uomo di relazione con gli
altri" finisce così per essere vera profezia verso un mondo che
annullando ogni fraternità, basandosi sull’implacabile legge della selezione
naturale, elabora in forme sempre più raffinate un potere di
esclusione dei molti a favore di pochi. Un mondo che designa come
"esuberi" più di un miliardo di persone, che giudica
"canaglie" da sopprimere qualche altro miliardo di creature umane,
non rassegnate all’esclusione. Così sottile e
implacabile questo potere, così ineluttabile, che quanto oggi resta sul
pianeta del vecchio movimento operaio (della "sinistra" per
intenderci) è preoccupato non dai 7 milioni di italiani
in povertà, non dai due terzi dell’umanità ridotti a condizioni subumane, ma
dalle angosce dei moderati ricchi.
Il prete, col suo stesso esistere, dice
che una vita "altra" è possibile, che una relazione includente non
è un miraggio. Se una "relazione
particolare" l’ha questo ministro ordinato, essa è per gli esclusi,
proprio perché beniamini di Dio.
Un prete così, profezia lo è pure per il
potere ecclesiastico che rischia di essere
escludente e antievangelico, almeno nella misura in cui questo non è servizio
umile al fratello, fino a "lavargli i piedi", ma solo imposizione
di una disciplina e di decisioni indiscutibili su questioni per sé opinabili.
Felice Scalia