Oppressioni a confronto
in difesa dei diritti della persona
Ci pare molto interessante la via di
liberazione indicata nel resoconto di un convegno di lesbiche, per la serietà
esemplare della metodologia e dell’analisi
Il soggetto lesbica
a cura di Monica Storini CLR (Coordinamento
Lesbiche Romane)
Sabato
14 e domenica 15 maggio si è svolto presso il Centro Femminista Separatista un
Convegno dal titolo Il soggetto lesbica. Sovvertire il pensiero egemone per una ri-scrittura
del simbolico, organizzato dal Coordinamento Lesbiche Romane e dal Centro
Femminista Separatista, insieme all’Associazione Separatista Desiderandae di Bari e al Fuoricampo Lesbian
Group di Bologna. L’idea è stata quella di partire
dal soggetto e dall’identità che si nomina lesbica, che si colloca all’interno
di una pratica di relazioni con donne e fra donne, per
decostruire la dualità maschile/femminile e per cogliere l’(auto)inganno del
pensarsi al di fuori di quei due generi - quando in realtà si continua a
subirne l’influenza attraverso la fiducia nel neutro -, cercando assieme alle
altre di tracciare una risposta possibile ad alcune domande centrali: come
l’essere lesbica e dichiararsi tale sovverte l’ordine dato, il pensiero unico, l’assoluto della
concezione etero-patriarcale e il simbolico che ne
deriva? Da quali visioni
muove la necessità di ri-scrivere il simbolico? Con quale strategia sapiente
(perché inscritta nel corpo) si possono smascherare le trappole del linguaggio?
A partire da quali genealogie, forme della memoria, modalità di trasmissione si
possono identificare gli strumenti per ri-scrivere il mondo? Lo riscrivono i
movimenti che rivendicano l’omologazione alla coppia eterosessuale/eterosociale e alla famiglia come luoghi di privilegi?
A
parlarne sono intervenute: Michéle Causse, Jacqueline Julien, Katy Barasc,
Danielle Charest, Rosanna
Fiocchetto e Simonetta Spinelli, introdotte, di volta in volta, da
rappresentanti dei gruppi organizzatori: si è così dibattuto, con più di cento
donne, di linguaggio, di visibilità, di genealogia della parola lesbica, di
fenomenologia e pratica della rabbia, di diritti, di integrazione
e/o auto-rappresentazione, di omologazione, di “guerrigliere” e “civilizzate”. In
particolare, per il Clr, il discorso sul linguaggio e
sull’importanza della sua decostruzione per una ri-scrittura del simbolico, si è coagulato attorno alla
figura centrale e imprescindibile di Valerie Solanas.
Come
ha ben sottolineato Michelle
Causse nella sua analisi, Valerie
ha infranto un tabù “estremo”: l’odio verso il dominante che impone il divieto
di ri-conoscenza di sé. Se soltanto un soggetto che legittima la propria
esistenza può odiare e desiderare, può contrapporre al vuoto di sé la pienezza
dell’utopia, allora possiamo riconoscere alla Solanas il merito della visionarietà: è dalla visione,
infatti, che nasce l’utopia, quell’ispirazione ideale
che ci costituisce soggetti di desiderio. Di Solanas
abbiamo voluto fare nostra l’intuizione che ha dato vita a SCUM e che
comprende, ad esempio, il concetto di sabotaggio. Esso si coniuga con quello di
sovversione e decostruzione (del sistema), e quindi
con lo stare all’interno dei meccanismi di trasmissione del
potere per de-normalizzarli, sottraendosi alla logica della ri-produzione del
modello dato, in qualsiasi forma esso si ri-presenti (pacs,
famiglia, carriera, taglia 42 ecc.). Siamo infatti
consapevoli che il ricorso sconsiderato al relativismo radicale rappresenta un
pericolo all’interno dell’omologazione. Esso tende a ri-produrre ineguaglianze
sociali, attribuendo loro valore di differenze, mentre in realtà non sono altro
che discriminazioni legalizzate (come suggeriscono Charest
e Spinelli).
Riconoscere
le nostre molteplici specificità, le nostre complessità, le diverse esistenze
(esperienze, vissuti, estrinsecazioni di vite), può
avvenire solo attraverso la forza dell’auto-rappresentazione, contro
l’egemonismo e il fondamentalismo delle attuali
declinazioni universaliste (cfr. la
recente denuncia di Ratzinger contro il relativismo
nel corpo della chiesa cristiana). Noi crediamo che questo processo (quello di
ri-conoscere le nostre soggettività multiple) passi attraverso la relazione tra
donne. Del potere dirompente di tale pratica ha parlato A. Rich,
riconoscendole attributi fondamentali, quali la resistenza, la solidarietà,
l’interiorizzazione di individualità femminili: in
altre parole, il cosiddetto continuum lesbico,
intendendo per esso tutte quelle esperienze vissute collettivamente e
individualmente, che indicano che le donne scelgono tra di loro rapporti privilegiati (cfr. A. Rich Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica”, in
«NuovaDwf», 1985).
Anche
noi sperimentiamo questa pratica quotidianamente partendo dal confronto fra
pari: mettiamo cioè in campo sapienze soggettive, ma all’interno di una identità comune, per delineare un quadro condiviso - ma
mobile – dei nostri vissuti. È un’esperienza che viene
agita all’interno di gruppi o comunità che spesso condividono le modalità di
azione (o una comunanza di intenti-desideri), che però può essere esportata verso
altri ambiti.
È il
caso del lavoro che il CLR ha condiviso con un gruppo di donne appartenenti ad
una cultura “altra”, le africane di NO.DI. Ci ha
detto in quell’occasione una delle compagne di NO.DI.: «Vengo dall’Etiopia e vivo
in Italia da molti anni. Ringrazio le donne del CLR perché per noi questo incontro è stato molto intenso. È strano perché io
sono sempre stata molto diffidente… Siamo spesso chiamate a testimoniare per
studi e ricerche se siamo state infibulate oppure no
e così via, ma poi nessuno ci chiede mai: “Come vi sentite?” Dunque quando ho
incontrato le donne del CLR ho pensato: “Ma queste cosa
vogliono?” E invece è stato proprio bello. Faccio parte
dell’associazione immigrazione da tanti anni e con la mia comunità, con altre
straniere, con italiane, ho avuto tantissimi incontri a Roma, in Italia e
all’estero: anche in queste occasioni ci hanno detto: “Siete infibulate? Oh, poverine!” Ma è strano che nemmeno
con le straniere ho avvertito questa sensibilità,
questa delicatezza. Loro (il CLR) non ci hanno chiesto niente… Ci siamo
confrontate cercando e trovando punti di incontro come
donne, perché è come donne che abbiamo parlato. Noi (si riferisce alle altre
due compagne di NO.DI.)
siamo amiche da tanti anni, ma tra di noi non siamo mai riuscite a parlare
apertamente, perché ci vergogniamo. Con loro, invece, no.
E per questo le ringrazio, perché ci hanno dato la possibilità di “sentirci”. È
strano perché noi veniamo da una cultura che ha una visione diversa delle
lesbiche, di cui non si parla perché è tabù. Abbiamo invitato altre straniere
che come vedete non sono venute… Ma la chiusura
secondo me non serve, se ci si confronta, ci si può conoscere e capire».
Si è
scelto, infatti, come titolo dell’iniziativa Oppressioni a confronto (Casa internazionale delle donne, aprile 2004), non perché
riteniamo che tra donne ci si debba misurare al ribasso, ma perché abbiamo
riconosciuto, e riconosciamo tuttora, nella sorellanza il comune denominatore
attraverso il quale costruire un discorso condiviso e condivisibile. Partendo dal confronto dei reciproci
vissuti (il partire da sé), siamo giunte ad un’analisi delle nostre esperienze
di vita. La linea sottile che divide il dis-agio dall’agio
ci è apparsa così metafora eloquente del rovesciamento che come donne – tutte -
sappiamo agire, traendo forza proprio da ogni feroce tentativo di azzeramento
della soggettività femminile. Lo stesso ribaltamento che,
come ci ha suggerito Barasc, dovremmo operare nei
confronti del linguaggio maschile, riappropriandoci del termine lesbica.
Anche se esso, nominandoci, ci toglie significanza,
ci nega e ci ingiuria, possiamo infatti insieme - e
all’interno della nostra genealogia - reinvestirne il contenuto.
Conseguentemente potremo allora costruire un nuovo genere di visibilità dove
sarà possibile rintracciare il corpo lesbico sul
palcoscenico sociale e sul piano simbolico (J.Julien).
Il lavoro di decostruzione del linguaggio – che è, per esempio, fondamentale per estirpare la cultura maschile dello stupro, come ci è apparso nell’esperienza con la filmaker Aishah Saddah Simmmons (No, rendere visibile l’invisibile, Casa internazionale delle donne, ottobre 2004) -, nonché la possibilità di partire dalla condivisione delle soggettività e la delineazione di relazioni significanti ci sembrano operazioni centrali per modificare quel pensiero egemone che non ci vede e non ci pre-vede. Alla parola, in felice connubio con l’immagine, è stata dedicata, infine, anche la mostra Immagine Parola, curata da Grazia Ursini e Emilia Mazzocchi che, venerdì 13 maggio ha anticipato l’apertura del Convegno e che ha ospitato i lavori di Loredana Baldin, Emilia Vitale, Grazia Ursini, Luki Massa, Maria Onetti, Mimma Pisani, Emilia Mazzocchi, Pina Nuzzo, Paola Pieretto, Petra Bialas.