Giugno 2007
Intervista a Ornella Favero
Ho avuto modo di conoscere Ornella Favero fin dai primi anni del mio ministero sacerdotale
come Cappellano del Carcere di Poggioreale, siamo nel 2000. E questo perché fin dall’inizio ho capito
che per svolgere questo ministero era necessaria l’umiltà di apprendere da
quelli che prima di me avevano avuto a che fare con il cosiddetto “Pianeta
Carcere”è stato così che ho cominciato a partecipare ai Convegni che il Seac propone con scadenza annuale
in tutt’Italia. Era sempre presente e con
i suoi interventi riusciva sempre ad "accendere" l'entusiasmo dei
volontari e sacerdoti presenti. Quello che mi ha sempre colpito in Ornella è la sua profonda preparazione e la sua passione per
la difesa dei diritti delle persone più deboli.
P. Bruno: Ornella, parlaci un po’ di te
Ornella: Io sono veneta, nata a Padova,
laureata in lingue e letterature straniere moderne, prima lingua russo (scelto perché ero appassionata per la letteratura),
ho perfezionato la conoscenza del russo a Mosca e poi ho insegnato russo in un
liceo sperimentale a Padova, prima di scegliere il lavoro di responsabile di un
Centro di documentazione interscolastico sempre a Padova. Sono anche
giornalista, collaboro a diversi giornali (Vita, Mattino di Padova, Communitas, ho appena vinto un premio giornalistico della
Regione Veneto, il premio Vesce, e ci tengo a dirlo
perché è stato proprio merito di un articolo sul carcere per la rivista Communitas), faccio volontariato in carcere da dieci anni.
P. Bruno : Come ti
sei avvicinata al mondo del volontariato nelle carceri
Ornella: Ero dentro Lotta Continua e
sono amica di Adriano Sofri,
e le sue vicende giudiziarie in qualche modo hanno pesato sulla mia scelta.
Però ci sono state altre ragioni, fra le quali che mia sorella era insegnante
nelle scuole medie del carcere, e mi aveva invitato a fare delle lezioni e poi a incontrare dei detenuti per vedere di far funzionare
meglio la biblioteca (sono una esperta di biblioteche, il Centro di cui sono
stata responsabile per anni disponeva di una biblioteca ricca di iniziative e
attività di lettura e di scrittura).
P. Bruno: Cosa pensi
adesso di quel tempo trascorso in LC e di quell'utopia
di creare una società più giusta ecc.
Ornella: Cosa ne
penso del mio passato in Lotta Continua? Penso che è stato
un periodo importante della mia vita, in cui ho imparato un sacco di cose che i
ragazzi oggi difficilmente riescono a imparare: ho imparato a parlare,
difendere le mie idee, scrivere (la passione per la scrittura mi viene da lì),
ho imparato che occuparsi delle persone più deboli non può essere solo una
scelta individuale, deve andare al di là, è importante capire che i temi
sociali sono anche politici, ed è giusto cercare un'idea alta della politica, e
non sparare a zero indiscriminatamente su chi fa politica (a me non interessa
la politica, ma mi interessa che ci sia qualcuno che la fa in modo serio,
magari un po' gli piace il potere, ma chi se ne frega se poi è attento ai
bisogni delle fasce più deboli della popolazione?). Ho fatto molti errori, ma
io appartenevo a quella parte di Lotta Continua che si è battuta con le unghie
e con i denti contro il terrorismo, e che ha saputo sciogliersi
quando ha visto che la follia dilagava, e quindi non mi sento più di
tanto responsabile di scelte violente, anzi credo che abbiamo fatto da argine
alla violenza che attraversava la società. E poi mi è rimasta un'idea di fondo, che non si riesce a essere un po' felici se si
parte sempre da "io, io, io... e gli altri": guarda, alle persone
detenute, che difficilmente concepiscono l'idea che si possa fare qualcosa di
"gratuito" l'unico pensiero che cerco di trasmettere è che, quando si
entra nella logica di fare qualcosa anche per gli altri, si vive meglio, ci si
appassiona, ci si diverte anche, si è meno schiavi delle proprie piccole
insoddisfazioni. Ecco, per me Lotta Continua è stata una fucina di passioni,
anche sbagliate, per carità, ma comunque io credo che
senza passione non si trasmette nulla agli altri. E, nonostante tutto, anche il
senso critico mi arriva da lì, da certe feroci battaglie culturali delle donne
per dire basta alla violenza, da qualsiasi parte venisse.
P. Bruno: Fai
volontariato da dieci anni: Cosa è cambiato nelle
carceri dopo l’indulto o che cosa dovrebbe cambiare?
Ornella: Occorrerebbe
ripensare la pena: Stare in carcere e non capire il senso della pena, e
ritenere di stare subendo un’ingiustizia è quanto di meno rieducativo
ci sia nella vita di una persona detenuta. Eppure, nelle carceri pre-indulto
era la norma, ora si sarebbero create però le condizioni per voltare pagina.
“Si sarebbero”, diciamo, perché chi vive in galera non ha ancora percepito
grandi (e spesso neppure piccoli) cambiamenti… allora torniamo a dire: “se non ora quando”? Se non si riparla ora, con i numeri
tornati nella normalità e gli spazi che pemettono di respirare, di
rieducazione, o meglio di reinserimento, e di tempo del carcere dedicato a
progettare una opportunità per ogni persona rinchiusa,
se non lo si fa adesso non ci saranno più alibi…
Non sarebbe forse il caso di
affrontare senza paraocchi alcuni nodi del problema del senso della pena? L’uso del tempo per esempio: una pena
scontata dove si può fare buon uso del tempo è
radicalmente diversa da una pena fatta di tempo morto. L’uso
delle risorse, provando davvero a fare un monitoraggio delle spese e un
ragionamento sugli sprechi, alla luce del sole e degli sguardi e dei
controlli attenti dei cittadini liberi. E ancora, il
passaggio dal “dentro” al “fuori”, l’anello più debole di una pena che per
tendere al reinserimento non può certo restare tutta “dentro”. E allora non sarebbe ora di avviare una riflessione comune
con
Don Bruno Oliviero
http://www.solidarity-mission.it/nl_giugno_2007.htm