Il Tabor ed il Golgota
(ossia la luminosità
sfolgorante di Dio e il volto dolorate del Crocifisso)
C'è un filo rosso che unisce il monte Tabor della trasfigurazione al Golgota
della crocifissione, un legame sottile che collega la gloria alla sofferenza, la
luminosa trasfigurazione divina all'umana e oscura trasfigurazione
del dolore, la morte e la gloria di Cristo. Quelli che oggi ci sembrano gli
episodi più palesi di rivelazione del divino in realtà
sono stati frammenti di vita vissuti in solitudine e isolamento. Per
manifestare la gloria della trasfigurazione, Cristo non sceglie i luoghi dei
suoi incontri con le folle, ma "un monte alto, in un luogo
appartato", dove si ritira con un gruppo di amici
appena sufficiente per portare al mondo i segni e la testimonianza di
quell'esperienza. La solitudine sarà ancora più feroce e tagliente sul Golgota, dove i discepoli saranno dispersi e non hanno
nessuna voglia di piantare delle tende ai piedi della
croce come invece vorrebbero fare nella gloria del monte Tabor.
Il primo, grande
messaggio che ci viene affidato dall'esperienza della trasfigurazione è che la
vera potenza dello Spirito si manifesta nell'intimità del rapporto con Dio, e
non nell'ostentazione della religiosità, nello sfarzo dei templi, nelle
esternazioni pubbliche e nell'esercizio del potere politico, mediatico e culturale che costituisce una tentazione alla
quale non resistono neppure le religioni più illuminate.
Ancora una volta la logica del divino ci appare lontanissima da quella
dell'umano: l'uomo vorrebbe celebrazioni gloriose e squilli di tromba, Dio
appare con la leggerezza di una nube nel silenzio di una montagna; l'uomo
vorrebbe convertire folle oceaniche, ma Cristo si
raccoglie con tre soli compagni; l'uomo combatte le sue crociate morali, politiche,
sociali, ma il Signore ci chiede solamente di fermarci ad ascoltare, e ce lo
chiede con un punto esclamativo.
Il silenzio del monte Tabor
e del Golgota ci ricordano l'invito che Matteo ci
consegna nel suo Vangelo tra il discorso della montagna e il Padre Nostro: "Guardatevi
dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro
ammirati, [...] quando dunque
fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti
nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini, [...] quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano
pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere
visti dagli uomini".
Se la forma della trasfigurazione ci invita
chiaramente al silenzio e al rifiuto dell'ostentazione, la sostanza di questo
contatto è più difficile da cogliere con pienezza. Marco ci racconta che Gesù "si trasfigurò davanti a loro", ma, prima ancora di riuscire a
immaginare l'effetto di questo fenomeno, la nostra mente si perde nella luce
dell'immagine immediatamente successiva: "le sue vesti divennero
splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così
bianche".
Trasfigurare, nel suo significato etimologico più stretto, significa
"andare al di là della figura", e da questo
punto di vista si può immaginare che Cristo, nel suo incontro con il Padre sul
monte Tabor, abbia scelto di andare al di là della
sua figura terrena per trasformare il suo volto nel volto di tutti gli uomini e
le donne del mondo, un volto che non ha più colore, un volto che ci ricorda
l'unità della grande famiglia umana, che troppo spesso si smarrisce nel fare
distinzioni di razza, sesso, religione o tratti somatici. Cristo trasfigura
il suo volto per diventare tutti i volti della storia,
per fondere il suo essere uomo nell'intera umanità, per ricordarci che anche il
volto dei più piccoli e umili è una luminosa immagine del divino.
(Da Adista)