nella riflessione
di un prete sposato
Sono uno dei 10.000
preti sposati italiani, costretti a vivere ai margini della comunità
ecclesiale, come fossimo dei lebbrosi, dal momento che, per la “gerarchia
ecclesiastica italiana”, “non contiamo più nulla” perché sposati.
Ebbene, leggendo i
giornali o seguendo i dibattiti sempre più numerosi sui temi di attualità,
credo che nessuna persona intelligente possa fingere di ignorare i profondi
cambiamenti che stanno avvenendo all’interno della nostra società italiana e della Chiesa stessa, che, a sua
volta, è una società organizzata, o una “persona morale”, in forza dello stesso
ordinamento divino, come la definisce il CIC, al can. 113, §1.
Basta pensare ai PACS,
ai DICO, ai problemi delle persone separate, delle persone divorziate, delle
persone che convivono, delle persone omosessuali, delle persone e famiglie
senza tetto, delle persone senza un lavoro, delle persone sfruttate dai
mercanti del sesso, dei “barboni” che gravitano attorno alle stazioni delle
grandi città o dei baraccati posteggiati nelle periferie delle stesse…dei preti
sposati che hanno perso ogni diritto – anche quello di avere l’assegno di
pensione per gli anni impiegati nel ministero al servizio della comunità (cfr come esempio
Mons. Emmanuel Milingo), svuotati di ogni dignità
perché non facenti più parte del “clero” ecc.. : un grande numero di persone
che, per un motivo o per un altro, sono diventate degli “stranieri” in terra
propria, gente senza diritti, ma tenuti ad adempiere, ugualmente, ai numerosi
doveri…. Ne consegue che per tutti, con i tempi che corrono, diventa molto
difficile riuscire a stabilire un rapporto costruttivo tra la propria vita, la
fede e la cultura e la società in cui si vive, compresa
Infatti, nel momento
stesso in cui le conoscenze tecniche allargano, da una parte, l’orizzonte del
pensiero e dell’azione degli uomini, sembrano invece diminuire, dall’altra,
l’autonomia dell’uomo/donna come individuo, la sua capacità di difendersi
dall’apparato sempre più potente e complesso della propaganda di massa, la
forza della sua immaginazione, la sua indipendenza di giudizio. Al progresso
delle risorse tecniche che potrebbero servire ad “illuminare” la mente dell’uomo/donna,
si accompagna, molto spesso, un processo di disumanizzazione,
tanto da minacciare la distruzione dell’uomo/donna stesso, invece di
realizzarlo.
Che questa situazione
creatasi all’interno delle società e della Chiesa stessa, come società organizzata
con un suo codice di leggi e di comportamento, sia una fase necessaria del
generale progresso sociale oppure una fase che conduce, invece, ad un
riaffermarsi della “barbarie” non ancora sconfitta, credo che dipenda, almeno
in parte, dalla capacità di tutti di interpretare i profondi cambiamenti che
stanno avvenendo nell’animo dell’uomo/donna e nella natura umana [2] .
La vita, la cultura e
la fede sono sempre state per me, come prete prima ed ora come prete sposato,
uomo in mezzo agli altri uomini, campo di riflessione, di ricerca e di studio,
perché curioso di scoprire quale collegamento ci potesse essere tra loro, ma
soprattutto perché convinto che da un loro equilibrato rapporto dipenda la
salute psichica o mentale dell’uomo/donna e della società.
Credo, infatti, che
la dimensione culturale, a prescindere dai gradi d’istruzione e dalle
competenze scientifiche, abbia una grande importanza non solo per la vita
dell’uomo/donna, ma anche per la vita dei popoli e dei sistemi sociali.
Nel linguaggio comune,
il termine cultura è tra i più ricorrenti e viene usato con significati molto
diversi e spesso anche ambigui.
Già nel mondo
classico, la cultura era vista come una ‘coltivazione’ dell’umanità
dell’uomo/donna attraverso la cura della sua interiorità e delle molteplici e
diverse espressioni esteriori che la manifestavano creativamente. Si potrebbe
dire che “…ogniqualvolta si tratta della vita umana, natura e cultura sono
quanto mai strettamente connesse” ( GS,53) anche se l’attività, attraverso cui
l’uomo/donna cerca di raggiungere un livello di vita pienamente umano, si
presenta articolata ed ampia. Infatti, è cultura quello che l’uomo/donna compie
a livello personale per lo sviluppo delle sue capacità fisiche e spirituali.
Sono espressioni di cultura l’intero cammino della scienza e della tecnica,
nonché il lavoro manuale, attraverso i quali l’uomo/donna si fa collaboratore e
continuatore dell’opera divina della creazione. Anche quel complesso di realtà
di cui l’uomo/donna dispone per realizzare condizioni di vita umane, sia a
livello personale che sociale, è cultura. La stessa memoria storica dei popoli,
viva in molteplici opere ed istituzioni, che manifesta la continuità dello
sforzo dell’uomo/donna di migliorare se stesso, contribuendo al progresso di
tutti, ha una profonda dignità culturale e merita il massimo rispetto.
Allora, per comprendere
la cultura ed il suo nesso con la fede, è necessario muoversi all’interno di
questa pluralità di significati, rispettandola; cercare di cogliere quei nessi
che, anche se non immediatamente, pongono, tuttavia, in relazione i diversi
aspetti e momenti della vita dell’uomo/donna
Infatti, una
riflessione sulla cultura non può non avere come centro di gravità prioritario
che l’uomo/donna: un essere personale dotato di intelligenza, di volontà e
quindi di libertà; affermato nell’integralità del suo essere, in tutta la
profondità e la ricchezza delle sue esigenze e delle evidenze che lo
costituiscono. Anche se l’uomo/donna è inserito in una trama di relazioni
sociali che, spesso, lo condizionano pesantemente.
S. Tommaso d’Aquino
definisce l’uomo/donna come “ desiderium naturale
vivendi Deum”, significando con questo che l’esigenza
dell’infinito, quindi di Dio, interessa ‘dall’interno’ la natura
dell’uomo/donna, i loro dinamismi affettivi e conoscitivi. La struttura intima
d’ogni uomo/donna esprimono questa tensione indomita a voler conoscere ed amare
il senso della realtà, dal momento che l’uomo/donna non può accontentarsi di
ciò che già è o di quanto è riuscito a possedere. La naturale esigenza di gioia
e di verità che pulsa nel cuore dell’uomo/donna, non si spiega, come affermava
Paolo VI, se non come un “presentimento del mistero divino” .
Dove si realizza, in
maniera misteriosa e sublime, il connubio tra cultura e fede è proprio nel
mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, momento importante per la storia
della salvezza dell’uomo/donna! Ma, non si potrebbe parlare di credibilità
dell’avvenimento cristiano (Incarnazione di Dio, passione, morte e risurrezione
di Cristo, il Figlio di Dio) se questo non fosse capace di raggiungere ogni
uomo/donna concreto nel suo contesto storico e culturale.
Il Nuovo Testamento
racconta l’esperienza di comunità cristiane concrete, viventi in un mondo non
cristiano e spesso ostile, ma dentro il quale queste comunità hanno sempre
cercato uno spazio per comunicare con coloro che non erano cristiani. E’ in
questo spazio comunicativo che si trovano le tracce del rapporto tra la fede e
le varie culture dell’uomo/donna, perché la rivelazione ebraico-cristiana,
nel suo farsi e nel suo divenire si è profondamente contestualizzata.
“Contestualizzare
la rivelazione”, però, non significa solo dare una risposta ai problemi
concreti dell’uomo/donna e ricercare un’espressività della stessa che
l’uomo/donna possa comprendere, ma è molto di più, anche se la rivelazione, nel
suo nucleo centrale, non è riducibile al contesto storico ambientale.
E’ vero che la parola
dei profeti si è contestualizzata, ma non è un
prodotto del contesto storico culturale, né la sua funzione era quella di
stabilizzare questo contesto, quanto piuttosto quello di porre tale contesto in
movimento.
Lo stesso mistero di
Cristo, nei Vangeli, si è svelato e comunicato attraverso la particolarizzazione delle chiese e delle comunità cristiane
che si trovavano in situazioni culturali (ambiente, tempo, problemi) differenti.
Pur avendo prodotto una formulazione differente e particolare del messaggio
evangelico, questo non ha impedito l’approfondimento dell’evento Cristo, ma lo
ha favorito. Non ha tradito la novità del Crocifisso risorto, ma l’ha rivelata.
Gli evangelisti
(Matteo, Marco, Luca, Giovanni) usando un linguaggio comprensibile alla
mentalità delle persone alle quali si rivolgevano, misero in evidenza, ciascuno
a modo suo, il contenuto di questa “buona notizia”. Per questo noi abbiamo
quattro Vangeli che annunciano tutti lo stesso messaggio, ma ogni evangelista
lo formula in maniera diversa perché la realtà di Gesù non poteva essere
ristretta ad una sola esperienza.
Il Vangelo è sempre
stato considerato un testo vivente, soprattutto per i primi quattro secoli,
perché in esso la comunità cristiana, sotto la guida dello Spirito Santo,
riusciva a trovare le risposte di cui aveva bisogno per vivere le nuove
situazioni, che non erano state previste da Gesù, né immaginate nel suo
insegnamento, ma alle quali bisognava, ugualmente, rispondere con amore in modo
che ogni persona si sentisse libera di accogliere in sé questo messaggio nuovo,
lasciandolo fermentare nel proprio spirito. Soprattutto nei primi quattro
secoli, si cercò di evitare che l’insegnamento di Gesù fosse ridotto ad un
insieme di regole da osservare.
Le leggi, infatti,
dal momento che non sono altro che una codificazione di prescrizioni nate in
epoche sociali diverse, in condizioni e tempi diversi, lontane dalle esperienze
di vita che la comunità vive in quel momento storico, ignorano le necessità e
le sensibilità delle persone e diventano per questo, fonte e causa di numerose
sofferenze per il popolo di Dio perché se il rapporto dell’uomo/donna con Dio è
fondato su una serie di Leggi da osservare affinchè
l’uomo/donna possa essere gradito a Dio e meritarsi il suo amore, tali Leggi
vanno osservate, comunque.
Come nell’Antico
Testamento, codificando
Nel 1970, Paolo VI
parlando ai partecipanti della XXI settimana biblica, sottolineava come “Cristo
si fosse fatto contemporaneo ad alcuni uomini (al popolo ebreo) ed avesse
parlato il loro linguaggio e concludeva dicendo che “la fedeltà a Lui
richiedeva che questa contemporaneità continuasse”.
Attraverso il mistero
dell’incarnazione (Dio che si fa uomo) il quotidiano diventò spazio vitale in
cui cogliere, interpretare ed incontrare l’Emmanuele, il Dio solidale con
l’uomo/donna al punto di farsi, in Cristo, uomo egli stesso.
Che cosa è, allora,
la fede? Non è certamente una teoria, nè un insieme
di norme liturgiche o di comportamenti da accettare e da osservare, in spirito
di obbedienza alla parola di qualcuno, ma la fede è vita, perché domanda
all’uomo/donna di vivere la sua esistenza come abbraccio dialogico con il
divino, nelle coordinate spazio-temporali della storia e della quotidianità.
Infatti, la dimensione ordinaria della nostra esistenza è il luogo
dell’incontro con l’amore gratuito di Dio e, attraverso di esso, della piena
realizzazione di sé. La morte in croce e la risurrezione di Cristo, la sua
presenza dentro ed accanto a noi, rendono la storia quotidiana di ognuno, il
luogo in cui si manifesta la straordinaria presenza di Dio, il luogo in cui è
possibile riconoscere, sperimentare e gustare la straordinarietà di una
compagnia che trasforma la realtà dell’uomo/donna, senza che nulla della sua
umanità venga meno.
Pensare al rapporto
tra fede, cultura e vita, per me, prete sposato, uomo in mezzo agli altri
uomini, significa “vivere, con la mia famiglia, una fede” che sappia fare da
fulcro centrale ad un nuovo umanesimo; una fede che “ama la terra” e si sforza
di trasformarla in un luogo dove Dio si rivela. Questo vale, anche, per la
nostra quotidianità familiare, sociale e lavorativa: la fede ci aiuta a
trasformarla in un “luogo dove Dio si rivela”.
Infatti, dal rapporto
tra fede, cultura e vita possono scaturire tutte quelle proposte di senso e di mete per la nostra
società fatta di uomini la cui vita,
spesso, col passare del tempo, si sta dimostrando sempre più priva di senso e
senza mete.
Si tratta, infatti,
di una fede che sappia dare “carne a Dio” nella storia del nostro tempo; di una
fede che essendo insieme teologale, quotidiana e storicamente situata, in modo
da coinvolgere tutti i momenti e le dimensioni dell’esistenza umana, si faccia
“sapienza di vita”.
Per me cristiano,
prete sposato, proporre, il vangelo ai miei figli, come ai giovani con i quali
vengo a contatto e nei quali scopro il desiderio profondo di essere coinvolti
responsabilmente nella vita della società, non significa proporre un contenitore
di risposte che vanno bene per tutte le domande dell’uomo/donna, ma significa,
invece, sovvertire ogni domanda, dal momento che “la proposta del Vangelo” è lo
scandalo e la novità di un Dio crocifisso e risorto: è Gesù Cristo, l’unica
verità profonda che dà significato alla vita dell’uomo/donna.
In questa
prospettiva, la fede appare come una realtà che non si può vivere nel torpore,
né accettare passivamente perché la fede elimina la stessa “religiosità”
semplicemente subita, perché stanchi di ripetere atti e gesti di cui non si è
mai compreso il significato. La fede, appunto perché è vita che tende alla
pienezza, apre il cuore dell’uomo/donna ad accogliere in sé l’amore del Padre,
lasciandosi poi guidare dallo Spirito di Dio per diventare a sua volta dono
gratuito di amore agli altri, ed essere in tal modo il “lievito” che fermenta
ogni gesto della nostra quotidiana esistenza familiare e sociale.
Per questo è
necessario che la comunità dei discepoli del Signore che hanno accettato il suo
messaggio si faccia “parola” e diventi
così lei stessa “messaggio” per l’uomo/donna d’oggi; “dialogo” con il mondo in
cui si trova a vivere”, dal momento che non si può salvare il mondo, dal di
fuori.
Molti cristiani,
pur avendo accolto il messaggio di Gesù,
continuano però a vivere nel mondo della religione che è un mondo fatto di
segni; un mondo dove per credere, bisogna prima vedere e toccare. Gesù, invece,
dice ai cristiani di oggi: “Credete, cioè accogliete il mio messaggio e
vivetelo, testimoniatelo nella quotidianità della vita, così diventerete voi
stessi un segno che gli altri possano vedere per credere”.
Come il Verbo di Dio
si è fatto uomo, così anche il cristiano si deve immedesimare, in certa misura,
nella forme di vita di coloro ai quali si vuole portare il messaggio di Cristo,
condividendone la cultura, senza porre distanze di privilegi o diaframmi di
linguaggi incomprensibili, se si vuole essere ascoltati e compresi. Per questo,
prima ancora di parlare, bisogna imparare ad ascoltare la voce, anzi il cuore
dell’uomo/donna, di ogni uomo/donna; comprenderlo e per quanto è possibile,
rispettarlo e assecondarlo. Per questo è
necessario farsi “fratello dell’uomo/donna”, non a chiacchiere, ma nei fatti.
p. Nadir Giuseppe, Dottore in teologia dogmatica e morale e specializzato in scienze psico-pedagogiche., (nadirgiuseppe@alice.it)
Le reazioni della Chiesa all'indomani dei 'Dico'
Di Giancarla Codrignani
Tra
gli interessati, coppie di conviventi etero, gay e
lesbiche, i malcontenti sulla proposta del Governo si sono subito scatenati; ma
è già tanto che si sia pervenuti ad un disegno comune delle diverse anime della
coalizione. Che, se traballa, non è - se ministri e parlamentari sono
consapevoli di aver giurato fedeltà alla Costituzione - per il merito delle
questioni o di questa legge.
Come
donne, comprese le nostre differenze, che dire? Ancora una volta siamo state
colpite dalla mancanza di laicità del nostro paese, presidente della Repubblica
compreso, che a suo tempo auspicò "una sintesi" fra opposte posizioni per rispetto del Vaticano.
Benedetto XVI finge di ignorare che i giovani, cattolici o no, convivono ormai
per una consolidata trasformazione del costume, accettata anche da genitori
tradizionalisti e ha aggredito il
governo, come non fece nei confronti degli altri paesi, quando deliberavano
sulla stessa materia, privilegiando una
destra che strumentalmente si dichiara cattolica.
Stando
al diritto, il rapporto tra due stati - tale è, ai sensi del Concordato,
Non
condivisa, ma il presidente della Conferenza episcopale suggerì a tutti i cittadini italiani di non andare a
votare, usando la sua autorità contro il
diritto/dovere elettorale. Il governo si piegò e la donne che vorrebbero un figlio continuano ad avere in
materia la legge peggiore d'Europa.
Ancora
una volta il Vaticano ha sostenuto il diritto di imporre i principi cattolici a tutti, perché i Pacs - e poi i Dico - vanno contro "la legge naturale". Noi donne, ritenute
esperte "per natura", ricordiamo che,
ai tempi in cui gli umani ignoravano il legame tra coito e riproduzione,
facevamo i bambini senza porci problemi
di paternità. E' l'uomo che, divenuto consapevole della sua pur indimostrabile
partecipazione, ha stabilito "questa è la mia donna, questi sono i miei figli",
inventando "per cultura" la famiglia, con tutte le conseguenze patriarcali che ne sono
derivate. L'appartenenza cristiana, che
dovrebbe dare valore alto al sacramento che si inserisce in questa "cultura" della famiglia, è
rimasta troppo a lungo legata alla finalità
procreativa e al remedium concupiscentiae
(che diciamo in latino perché dà vergogna
tradurlo) e solo con il Concilio è arrivata a capire l'amore.
E' l'amore che, proprio
a termini evangelici, non può essere negato a nessuno.
In realtà, mentre i cattolici perdono affezione alla
pratica religiosa, Benedetto XVI tenta
di recuperare potere in Italia, non più
attraverso un partito affiliato (ma
(15 marzo 2007) - http://www.noidonne.org/
Egregio
Direttore,
Le
chiedo un po’ di spazio per chiarire il senso delle mie parole «Amo pensare
alla Chiesa che si occupa delle cose di
Dio», raccolte dalle agenzie
a Nuova Delhi e riprese in modo un po’ stringato nel titolo di prima pagina
della Stampa.
Davvero il mio non era un imperativo a chicchessia, tanto meno alla mia Chiesa.
E non era neppure un consiglio, che non potrei e non voglio dare. Piuttosto, ai
cronisti che mi incalzavano con domande sul ruolo politico della Conferenza
episcopale italiana, ho replicato con un «figuriamoci!» rafforzato da quella
frase che per me suonava come una difesa dalle interpretazioni tutte politiche
dell’azione della Chiesa. Un’interpretazione che oggi appare prevalente sulla
scena pubblica italiana per responsabilità - opposte e speculari - di una
minoranza in armi, divisa tra anticlericali e neoclericali. Ma questa lettura
immiserisce e riduce a poca cosa la missione della Chiesa, ed era a questo che
pensavo nella notte di Nuova Delhi.
C’è una «differenza cristiana» dello stare nel mondo che ciascun credente
sperimenta nel proprio vivere quotidiano e di cui
Quella differenza - non indifferenza - che ci fa partecipare alle cose degli
uomini dalla parte di Dio. Mi sarei forse spiegata meglio dicendo «amo
Giovanni Paolo II ha sconvolto il mondo da mistico, non certo facendosi
imprigionare da una parte o dall’altra degli schieramenti geopolitici del suo
tempo. Questa Chiesa è viva e presente nella comunione spirituale di milioni di
italiani, e non ha alcun bisogno di essere coinvolta in trattative parlamentari
sull’iter della legge. Diceva Vittorio Bachelet:
«Quando l’aratro scava a fondo è tempo di gettare seme buono».
Quel seme è la parola del Signore, che ogni cristiano porta nel cuore. E
Rosy Bindi,
MINISTRO DELLA FAMIGLIA, (http://www.lastampa.it)
[Di fronte
all'imperversare delle gerarchie ecclesiastiche a proposito di DI.CO, difesa
della famiglia e pressioni indebite sui parlamentari cattolici italiani,
Il martellante
interventismo della Conferenza episcopale italiana (Cei),
guidata dal card. Camillo Ruini, contro il progetto
di legge sui DI.CO (i diritti per i conviventi) spinge anche noi ad
intervenire, per affermare, non solo come cittadini, ma anche come cattolici,
la nostra ponderata opposizione alla linea indicata dalla gerarchia cattolica.
Siamo convinti che
non spetti a nessuna Chiesa e religione indicare ai cittadini, e al Parlamento,
la giusta interpretazione della «legge naturale». In tale interpretazione, del
resto,
Dopo il Vaticano II
molti cattolici, uomini e donne (e, nel suo piccolo, il movimento delle
Comunità cristiane di base di cui facciamo parte), hanno preso coscienza di
essere parte viva e adulta di una Chiesa che il Concilio ha definito “popolo di
Dio”: in esso, dunque, pur nella varietà dei ministeri, non vi sono né padroni
né servi, e tutti hanno il diritto-dovere di esprimersi pubblicamente su
problemi che incidono nella comunità ecclesiale.
Per questo, mentre
condividiamo le critiche dei “laici” contro la plateale ingerenza dei vescovi
negli affari dello Stato, che è laico, noi, proprio in quanto cattolici, e per
ragioni teologiche,
- affermiamo il
nostro aperto dissenso dalle prese di posizione della Cei
che ci sembrano ben lontane dal Vangelo che pone l'Amore al disopra di tutte le
leggi;
- incoraggiamo tutti
i parlamentari a votare secondo coscienza, alla luce del mandato popolare
ricevuto e nel rispetto della Costituzione, senza piegarsi ai ricatti del card.
Ruini appoggiato dal Vaticano;
- rispettiamo tutti
coloro che plaudono all’iniziativa della gerarchia ecclesiastica ma, nel
contempo, invitiamo i cattolici in disaccordo con essa ad esprimere
pubblicamente il loro punto di vista.
Non pensiamo che la
legge sui DI.CO sia perfetta; ma la riteniamo onesta, opportuna e, comunque,
non confliggente con l’Evangelo.
Anche se la caduta
del governo Prodi ha, intanto, congelato i Dico, è bene, a futura memoria,
ricordare che l’opposizione frontale di Ruini –
appoggiato dal Vaticano – al disegno di legge ha spinto anche autorevoli
personalità cattoliche a schierarsi contro i diktat episcopali. I nodi
teologici di fondo evidenziati da questa vicenda.
Emergenza teologica
nella Chiesa cattolica italiana, anche se, all’apparenza, essa si è dissolta
improvvisamente, come neve al sole, con la crisi di governo. È ovvio, infatti:
una tra le molte e complesse conseguenze, in politica estera e interna,
innescate dallo sfarinamento dell’Unione e dalla
caduta del governo Prodi (21 febbraio) è che le questioni connesse ai Dico, e
cioè al disegno di legge su «Diritti e doveri delle persone stabilmente
conviventi» varato l’8 febbraio dal Consiglio dei ministri, sembrano ora «fuori
tema», perché cadendo il governo anche la prospettata, ma non approvata dal
parlamento, normativa, di per sé decade. Dunque sembrerebbe ozioso parlare di
un problema che, ora, nessuno può sapere se, come, e quando sarà ripreso dal
«nuovo» governo.
Tuttavia, a
prescindere dai problemi giuridici, sociali e politici della vicenda, noi
riteniamo che gli aspetti teologici ed ecclesiali ad essa connessi rimangano
intatti anche se la legge è congelata: rimangono, e riesploderanno
alla prima occasione. Conviene perciò, a futura memoria, ricordare l’aspro Non possumus – «non possiamo» ammettere i Dico – dei vertici
della Conferenza episcopale italiana (Cei), guidata
dal cardinale Camillo Ruini, in questo sostenuto da
Benedetto XVI; e l’inattesa e vasta opposizione di una parte importante della
cattolicità italiana, che ha disvelato una Chiesa
lacerata e divisa dalle tesi di Ruini, così
riassumibili: compito fondamentale della Chiesa è dirimere le questioni etiche;
solo
Mentre Ruini lanciava le sue parole d’ordine, rarissime sono state
le personalità cattoliche che pubblicamente prendessero le distanze dalla
«crociata» (va però ricordato che l’11 febbraio monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, scriveva a
Parole che venivano
lette come un trasparente attacco al disegno di legge sui Dico. Quale che fosse
l’intenzione del pontefice, il riferimento alla «legge naturale» è comunque
problematico per il magistero papale che nella storia ha compiuto «variazioni»
perfino su un altro principio-chiave ricordato da Ratzinger,
e cioè l’assoluto rispetto per la vita umana «fino al suo termine naturale»;
per secoli, infatti, i papi hanno sostenuto, in linea di principio, la liceità
di far giustiziare gli «eretici». E allora?
D’altronde,
l’antropologia dimostra come, nella storia, e nelle diverse culture, la
famiglia, il rapporto uomo-donna, la sessualità, l’omosessualità siano stati
considerati, e vissuti, in modo assai diverso. Se tutti i popoli sostengono il
«Fa il bene, ed evita il male», la modulazione concreta di tale principio è «relativa».
In diversi paesi
europei, a parte i Pacs che sono legali, il numero
delle coppie eterosessuali che convivono sta crescendo più dei matrimoni: si
potrà dire, apoditticamente, che quanti fanno tale scelta violano la «legge
naturale»?
A poche ore di
distanza dal discorso del papa, il cardinale Ruini
annunciava una Nota «impegnativa», cioè moralmente vincolante i parlamentari
cattolici a impedire il disegno di legge sui Dico. Annuncio che suscitava gli
applausi del centrodestra e più o meno esplicite o imbarazzate critiche da
parte dei partiti di governo (Udeur esclusa): ma di
tali reazioni, che in sostanza vertevano sul problema dei rapporti Stato-Chiesa
cattolica, e sul concetto di «laicità», qui sorvoliamo. Vediamo, invece, le
reazioni in «casa cattolica».
Un’iniziativa di
«inaudita gravità»
«Forse sarò troppo
drastico. Ma preferisco parlar chiaro oggi, piuttosto che pentirmi domani di
aver taciuto»: queste le prime parole del professor Leopoldo Elia al Corriere
della Sera del 13 febbraio. Il giurista, che è stato anche presidente della
Corte costituzionale e senatore della Democrazia cristiana prima, del Partito
popolare italiano poi, attaccava globalmente l’atteggiamento della gerarchia
cattolica sui Dico e contro il governo Prodi che la legge ha presentato: «È dal
Risorgimento che
E, sulla Nota
annunciata da Ruini: «I parlamentari cattolici devono
farsi carico dell’intero paese. Non possono, per obbedienza alla dottrina
cattolica del diritto naturale, rifiutare di offrire ai cittadini italiani di
ogni fede e credenza quel che si offre in gran parte d’Europa… Il papa e i
vescovi hanno il diritto di esigere dai fedeli una condotta conforme ai loro
insegnamenti. Ma non hanno il diritto di ricorrere a leggi – o di imporre di
non fare una legge – per vincolare i non credenti. Per loro sarebbe
un’inaccettabile discriminazione. E poi
Da parte sua il
professor Giuseppe Alberigo, il più famoso storico della Chiesa in Italia, e
direttore dell’Istituto per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna, lo
stesso 13 febbraio, in risposta all’annuncio di Ruini
ha lanciato questa supplica: «
«Denunciamo con
dolore, ma con fermezza, questo rischio e supplichiamo i Pastori di prenderne
coscienza e di evitare tanta sciagura, che porterebbe la nostra Chiesa e il
nostro paese fuori dalla storia. Si può pensare che il progetto di legge in
discussione non sia ottimale, ma è anche indispensabile distinguere tra ciò che
per i credenti è obbligo, non solo di coscienza ma anche canonico, e quanto
deve essere regolato dallo Stato laico per tutti i cittadini». «Invitiamo
Firmavano il
documento migliaia di persone; qualche nome più noto: Alberto Melloni, storico; Ettore Masina, giornalista; Raniero
Il documento veniva
inviato alle agenzie mercoledì 14, e di esso davano conto molti tg e poi, in prima pagina, tutti i quotidiani nazionali di
giovedì 15. L’iniziativa provocava un contrappello, anch’esso diffuso dalle
agenzie la sera del 14. Questo testo – firmato non solo da cattolici dichiarati
(come il giurista Francesco D’Agostino, la giornalista Lucetta Scaraffia e lo storico Giovanni Maria Vian),
ma anche da «laici» proclamati, come Giuliano Ferrara che poi il 15 lo
pubblicava sul giornale da lui diretto, Il Foglio – chiede ai vescovi di
«mantenere chiara e libera la loro impostazione di dottrina e di cultura morale
in tema di legislazione familiare. Riteniamo ingiusta ogni forma di
intimidazione intellettuale contro l’autonomia del pensiero religioso…
Giudichiamo improprio, e sintomo di un uso politico della sfera religiosa,
l’appello dei cattolici democratici affinché
Sempre il 15 febbraio
Oscar Luigi Scalfaro su
«Vede – continuava
l’ex presidente della Repubblica, cattolico proclamato e insieme geloso cultore
della laicità dello Stato – io sono nella vita politica da 61 anni, dalla
Costituente. È vero, abbiamo attraversato come parlamentari cattolici momenti
faticosi, difficili, prese di posizione delicate. Ma già dall’Assemblea
costituente fu preminente in tutti la ricerca di un denominatore comune sui
temi dei diritti e della dignità delle persone. Ne nacque un documento
d’eccezione,
E se l’intervento di Ruini dovesse trasformarsi in un vero e proprio precetto?
«Posizioni da parte della Chiesa che portassero a conseguenze tanto pesanti,
così come non si sono verificate neanche quando furono compromessi
l’indissolubilità del matrimonio e il diritto alla vita, richiederebbero a mio
avviso un ampio esame nell’Assemblea dei vescovi italiani». Scalfaro
giudicava poi la legge preparata, «in un dialogo tra impostazioni diverse», da
Barbara Pollastrini e Rosy Bindi,
«un testo che come tutti i testi è indubbiamente migliorabile ma che certamente
non prevede – per essere chiari – il matrimonio fra gli omosessuali o una
formula mascherata ma simile». E concludeva: «La preoccupazione della Chiesa è
più che condivisibile. Ma il problema vero è rafforzare nei cattolici la fede,
in modo che sappiano scegliere secondo i princìpi nei quali credono».
Accanto a queste
personalità cattoliche più in vista, anche altri gruppi, preti di periferia,
movimenti (nella scheda riportiamo
I nodi teologici ed
ecclesiali di fondo
Né – molti hanno
rilevato – è possibile sostenere orgogliosamente che solo
Ancora, dovrebbe pur
significare qualcosa se esponenti autorevoli di Chiese non cattoliche hanno
dato un giudizio positivo sulla proposta di legge. Tradiscono l’Evangelo,
queste persone? Vi sono naturalmente protestanti italiani che si oppongono a
tale legge; ma né gli uni né gli altri accusano gli avversari di essere
«cristiani incoerenti». Il confronto è laico.
Nel 2003 il cardinale
Ruini giudicò «bene» la missione militare italiana
nell’Iraq occupato dagli anglo-americani con una guerra ritenuta «illegale»
dall’Onu. Eppure
Bisogna – inoltre –
ricordare (l’hanno ampiamente argomentato giuristi come Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky) che
in Italia vige un Concordato con cui
È apparso evidente
che i vertici dell’episcopato faticano a rendersi conto che, in un paese
secolarizzato e insieme multiculturale e multireligioso, insostenibile è la pretesa di un’egemonia
culturale sui temi etici, o quella di uniformare norme e diritti, doveri e
valori ad una specifica etica confessionale. In Italia, quella cattolica; come
lo sarebbe in Svezia la luterana, in Russia l’ortodossa o in Turchia
l’islamica… Invece la questione dei Dico andrebbe affrontata, in Parlamento,
tenendo presenti molteplici princìpi: la distinzione tra Dio e Cesare, la
laicità dello Stato, il bene comune, il rispetto delle minoranze, la libertà di
coscienza, la consapevolezza che i costumi mutano, la salvaguardia della
famiglia tradizionale, la tutela di altre forme di amore.
Purtroppo nella Chiesa italiana – anche in questo
ignorando l’input del Vaticano II – non v’è luogo deputato ad un reale
dibattito. Il IV Convegno ecclesiale celebrato in ottobre a Verona (vedi
Confronti 12/2006) avrebbe potuto esserlo; ma
In tale contesto, la caduta di Prodi è stata una sorpresa «provvidenziale» per i vertici vaticani e della Cei, esimendoli – per ora, almeno – dal redigere la famosa Nota sulla cui opportunità molti vescovi erano contrari, e sul cui contenuto sarebbe stato arduo trovare una vasta concordia. Insomma, mancando i Dico è differito uno scontro, pubblico e crescente, all’interno della Chiesa italiana. E, tuttavia, quanto accaduto nelle prime tre settimane di febbraio ha di fatto riaperto un’inevitabile riflessione teologica sul concetto di «popolo di Dio» affermato dal Vaticano II, evidenziando una pluralità prima forse sommersa. Questa Chiesa plurale è nelle cose, anche se cercheranno di occultarla; perciò è importante che, in un’ora così grave coinvolgente alla radice il «Chi è» della Ekklesia, autorevoli esponenti cattolici, ed anche gruppi di base, gente delle parrocchie e sacerdoti, abbiano sussurrato – o gridato – a Ruini: Non possumus.
David
Gabrielli,
da www.confronti.net
marzo 2007
Il papa ed i vertici
della Conferenza episcopale (Cei) hanno fatto appello
all'immutabilità e alla normatività della «legge naturale» per opporsi
frontalmente al disegno di legge sui «diritti dei conviventi» (i Pacs/Dico) presentato l'8 febbraio dal Consiglio dei
ministri. Ma la storia della Chiesa dimostra che, su problemi capitali,
l'affermata linearità non è stata affatto mantenuta.
Ha detto Benedetto
XVI: «La legge naturale. è scritta nel cuore dell'uomo.. Tale è il principio
del rispetto per la vita umana dal suo concepimento fino al suo termine
naturale, non essendo questo bene della vita proprietà dell'uomo ma dono
gratuito di Dio». In questo valore (come in altri: il dovere di cercare la
verità, di custodire la giustizia.) si esprimono, aggiungeva il pontefice,
«norme inderogabili e cogenti che non dipendono dalla volontà del legislatore e
neppure dal consenso che gli Stati possono ad esse prestare. Sono infatti norme
che precedono qualsiasi legge umana: come tali, non ammettono interventi in
deroga da parte di nessuno».
Non importa ora
stabilire se i «catari» avessero ragione o torto, se fossero violenti o meno. Certo è che
Innocenzo III ritenne giusto sterminarli (e, nella crociata, furono uccisi a
migliaia). Naturalmente, oggi non possiamo giudicare il passato con il senno di
poi, e con i nostri parametri culturali e giuridici. In quel tempo, e con la
mentalità di allora, il pontefice ritenne che l'eliminazione fisica dei
«catari» fosse il male minore per salvare valori maggiori. E, tuttavia il
problema rimane: come mai un papa e un Concilio proclamarono di dover porre
fine alla vita fisica dei «catari», così violando quella «legge naturale» che,
ha detto Benedetto XVI, sempre è stata e sempre sarà? Nel 2000 Giovanni Paolo
II chiese perdono per le «violenze» compiute nei secoli andati dai «figli e
figlie» della Chiesa cattolica. Atto importante; che, tuttavia, non approfondì
le «violenze» sancite dal sommo magistero, così sorvolando su una flagrante
contraddizione.
Ma su un altro, e ben
più vasto tema il magistero cattolico ha aperto un varco contro l'affermata
inviolabilità della «legge naturale»: quello della guerra. Per secoli
Perciò lungo la
storia papi e vescovi hanno imboccato l'ardua
via della «mediazione» tra grandi princìpi astratti e le tortuosità
dell'esistenza. Anche perché, spesso, opposti princìpi si scontrano: la mia
vita, dono di Dio che debbo custodire anche dinanzi all'aggressore, e il
solenne «Tu non uccidere». Così lo stesso Concilio Vaticano II non ebbe il
coraggio - come pure chiedevano alcuni «padri» - di pronunciare una condanna
assoluta della guerra in linea di principio, ma lasciò aperto uno spiraglio per
giustificare la «guerra giusta». Eppure Giovanni XXIII, nell'enciclica "Pacem in terris" (1963),
aveva affermato che oggi la guerra «è fuori dalla ragione».
Ma torniamo
all'attualità. Affermando che Dio stesso ha voluto l'indissolubilità e la
sacralità del matrimonio, Benedetto XVI lunedì ha detto: «Nessuna legge fatta
dagli uomini può perciò sovvertire la norma scritta dal Creatore, senza che la
società venga drammaticamente ferita in ciò che costituisce il suo stesso
fondamento basilare». Che fare, dunque, di fronte ad un matrimonio infranto? In
molti Paesi lo Stato ha affrontato tale realtà sociale, legalizzando il
divorzio. E le Chiese? Quelle ortodosse considerano peccato il divorzio; però,
in nome della misericordia, ammettono le seconde nozze in chiesa dei
divorziati. Perché in questione non è il principio dell'indissolubilità del
matrimonio, ma la risposta concreta ad una situazione concreta. Negando la
possibilità di ricominciare da capo si verrebbe infatti a dire che
Anche i nodi sottesi
alla legge sui Pacs/Dico vanno articolati, proprio
dai cattolici, con il principio della «mediazione» che
Luigi Sandri
Ormai è proibito meravigliarsi di bizzarie un poco in
tutti i campi: anche in quello religioso; anche in quello che vuole essere
cattolico.
E’
notizia di questi giorni che un parroco di una parrocchia brianzola è andato
ben oltre il divorzio e le coppie di fatto: i pacs o,
vale a dire i patti di convivenza sociale o, come oggi si preferisce i DiCo, diritti e doveri delle persone stabilmente
conviventi. Si noti: nella cattolica Brianza un
prete con qualche grillo per la testa ha aperto ancor più l’istituto che fa
degli sposi un cosa sola. Non solo ha concesso il matrimonio civile dopo quello
religioso. Non solo il divorzio dopo il matrimonio civile; non solo il divorzio
dopo il secondo o terzo o ennesimo – finché morte non separi – matrimonio
civile; non solo l’approvazione dopo la convivenza di fatto e le coppie
extracomunitarie sposate con i riti più disparati. Due – un maschio e una
femmina – si incontrano, si salutano, si mettono insieme e rimangono uniti
finché gli garba. Dopo un tempo nemmeno stabilito si dividono e ciascuno va per
conto proprio. Anni. Mesi. Giorni. Purché ci sia un registro dove siano
annotati nomi e le generalità dei soggetti. Né vale la cittadinanza italiana o
lo stato sociale di extracomunitari. Niente religione. Niente razza. Ancor
meno spiritualità. Né vale la differenza sessuale due maschi possono
mettersi insieme in una sorta di convivenza, così due femmine.
La
stranezza forse più eccentrica sta nel fatto che, accatastando nozze religiose
e profane, frammischiando sposalizi di tutte le fedi e di tutti gli ateismi,
includendo anche le ideologie illuministiche, deistiche, risorgimentali ecc,
non basta il prete a imbastire la cerimonia: il ministro di Dio si mette
accanto al rappresentante dello Stato. Con tanti saluti alla distinzione tra
Cesare e Dio.
Che
cosa, poi, viene insegnato in questi corsi di preparazione alle nozze, è tutto
da inventare. Occorrerà la presenza del ginecologo e dell’andrologo,
del pediatra, del musicista, dell’addobbatore e così via. Né occorrerà sposarsi
in Chiesa. Basta ritrovarsi sotto un lampione e la frittata è fatta.
Qui
nasce il desiderio di conoscere la bellezza del matrimonio cristiano.
http://www.alessandromaggiolini.it
"Noi credenti, peccatori per amore"
Viaggio tra i cattolici che non obbediscono a Ruini: "Dio ci capisce"
Lilli, 63 anni, crede
in Dio. Prega, va a Messa, e da vent’anni, quando gli altri si mettono in fila
per la comunione, resta seduta al suo banco, spesso con gli occhi pieni di
lacrime: ha sposato un divorziato, non può accedere ai sacramenti. Marina, 34
anni, il giorno dopo aver partorito Giulia pensava, guardandola con tenerezza
mentre succhiava al seno, se il parroco l’avrebbe battezzata, perché con
Roberto non s’è mai sposata. Fausto è invece un ex sacerdote: ha 37 anni, e ha
lasciato l’abito dopo un solo anno dall’ordinazione. E’ sposato con una
fervente cattolica. Ma solo in Municipio: davanti a Dio non può, perché aspetta
da anni una dispensa papale che non arriva mai. Vive con sofferenza l’impegno
che profonde con la moglie in parrocchia, quella dei Santi Pietro e Paolo, a
Torino. Anche loro sono peccatori e non possono accedere ai sacramenti. Neppure
alla confessione: per
Coppie
di fatto e sfasciate
Coppie di fatto e coppie sfasciate, uomini e donne al secondo matrimonio o
che convivono senza essere arrivate all’altare: sono milioni, gli italiani
così, e milioni tra loro sono i cattolici. Se un ateo la risolve con un’alzata
di spalle, loro vivono amori che da un lato riempiono il cuore e dall’altro
creano disagio, quando non sofferenza. C’è l’Italia di papa Ratzinger
e di Ruini, e c’è un’Italia, che pure si professa
cattolica, che arranca fra matrimoni distrutti, amori omosessuali e coppie di
fatto. C’è chi ha trovato una via di conciliazione autentica, chi arrangia il
proprio credo per mettere a tacere la coscienza e chi si macera nei sensi di
colpa, vivendo fra essere e dover essere un perenne iato.
A centinaia, anzi a migliaia, si rivolgono ogni anno da tutta Italia all’Eremo
di Caresto, nelle Marche, un centro di spiritualità
cattolica dedicato alle coppie. Daniela Maffei,
responsabile della comunità: «Ci interessiamo prima di tutto delle famiglie per
così dire normali, che magari attraversano una fase di difficoltà. Ci
dedichiamo anche a separati, seconde nozze, conviventi: non abbiamo progetti
alternativi alla Chiesa, ma offriamo assistenza e accoglienza a chi sente il
bisogno di essere in ogni caso vicino al Signore». Nel 2006 hanno contattato
l’Eremo 10 mila persone. Anche uomini e donne come Ilaria Salvi, di Peglio, vicino a Pesaro: «Ho 38 anni, due bellissimi
bambini, un marito uscito da un divorzio. Sono molto religiosa, ma non posso
accostarmi all’Eucarestia, né confessarmi: nemmeno leggere le letture in
chiesa. Lo vivo come un’esclusione, un rovello». Sposata in Comune, «ho voluto
lo stesso giorno una Messa per noi due, anche se il prete non ha potuto pregare
per gli sposi. Quando la mia bimba, Letizia, mi chiede perché non faccio la
comunione, patisco. Potrei andare dove non mi conoscono; ma sarebbe mentire, e
davanti a Dio non ha senso. Amo mio marito, non posso credere che spiaccia a
Dio. Lo rispetto, cresco i miei figli nella fede, leggo i Vangeli, e poi sarà
il Signore a giudicarmi». Quanti ne conosce, don Piero Gallo, parroco torinese
a San Pietro e Paolo, di casi così. «A volte vogliono confessarsi, e io li
scongiuro di non chiedermelo, di non mettermi in imbarazzo. Perché a loro
voglio bene, ma non posso assolverli. Dico: pregate, Dio è misericordioso». In
media, «un terzo dei fidanzati che vengono per sposarsi, già convive. Alcuni
perché hanno lavori precari: fanno coincidere il matrimonio con il momento
della casa “vera” oltre che con una festa costosa. Nella maggior parte dei casi
però le ragioni non sono economiche, ma psicologiche. Hanno molte incertezze
sulla stabilità della coppia, e molta paura di compiere scelte definitive».
La
vedova e la pensione
Tra le coppie di fatto ci sono quelli come Andrea e Luisa, che «rimandiamo
sempre, anche per pigrizia, e a forza di rimandare nostro figlio ha 7 anni», e
quelli come Lara e Marcello, 70 e 72 anni, conviventi da 5: «Tutti credono che
siamo sposati, ma non è vero. Sono vedova, non voglio perdere la reversibilità.
A messa vado lo stesso, con Marcello ho smesso di sentirmi sola».
Roberto C. è divorziato da 15 anni, e racconta le contraddizioni fra gli stessi
sacerdoti: «Certi mi dicono di rinunciare all’Eucarestia, altri di accostarmi
solo dove non mi conoscono. Anni fa, un prete non voleva battezzare mio figlio.
M’ha detto “Torna da tua moglie, e lascia questa donna e questo bambino al loro
destino”». Marco B., 40 anni: «Mi sono innamorato di Sara profondamente, e
quando vedo la nostra bella famiglia, i nostri bambini, mi chiedo se davvero
sarebbe stato giusto rinunciare a lei solo perché era separata. In parrocchia
ero un animatore, e quando ripenso a ciò che dicevo ai ragazzi sono in
contraddizione con me stesso. Ma dalla Chiesa mi sento condannato, senza via di
redenzione. Spesso vado a Messa, e faccio la comunione: mi domando che male
c’è». Una possibilità che Lilli Di Giorgio, 63 anni, torinese, si nega da
vent’anni: «Piango, soffro, ma la regola è questa, devo rispettarla. Sono una
peccatrice, non sono all’altezza dei sacramenti.
Il cambio al vertice della Cei non è più questione di
giorni. Forse arriverà in coincidenza con l’Assemblea dei vescovi, fissata per
maggio a Roma, ma c’è chi ipotizza che il cardinale Camillo Ruini
possa prolungare la sua permanenza al vertice della Conferenza Episcopale fino
all’inizio dell’autunno. Forse a Loreto dove è previsto dal 29 agosto al 2
settembre, un pellegrinaggio dei giovani cattolici a cui presenzierà anche
Benedetto XVI. Intanto i candidati alla successione sono, oltre ai cardinali
Scola e Antonelli, i vescovi Papa, Bagnasco e Monari.
Giovanna Favro, http://www.lastampa.it/
In
verità vi Dico:
sperimentiamo altre strade
“Chi cosa Il re Alessandro con
chi con cosa con la spada/ taglia chi
cosa il nodo gordiano./ Non era venuto in mente a chi a cosa a nessuno“. Cito dalla poesia Lezione (in “Sale“,
libri Scheiwiller) della Szymborska.
Per favore, anche noi evitiamo di tagliare il nodo gordiano. E a Campo dei
Fiori dove, il 10 marzo, l’Arcigay invita a manifestare “per dare la sveglia al
governo“, scoraggiamo, se è possibile, gli attacchi anticlericali.
Però non so se sarà possibile. Dato lo sfinimento che produce questa vicenda
della regolamentazione delle unioni di fatto.
Pare che Romano Prodi abbia tentato, nel discorso al Senato per la fiducia, di
depoliticizzare i Dico. Dubito che ci sia riuscito. Secondo alcuni, i Dico non
sono una priorità ma un errore da parte di chi ha voluto mettere troppa carne
al fuoco. Secondo altri, il disegno di legge rappresenta una mediazione troppo
debole. Addirittura offensiva. Benedetto XVI ripete quasi ogni giorno che gli
“attentati“ alla famiglia vanno fermati. Molti parlamentari, a destra e nel centrosinistra,
esibiscono la loro vicinanza alle posizioni del Vaticano sui temi eticamente
sensibili. Contro i Dico. D’altronde,
Perciò io mi sono convinta che, invece di sfinirsi chiedendo allo Stato, alla
Previdenza, ai partiti del centrosinistra (tenuto conto delle differenze al
loro interno), ai liberal come l’ex ministro Martino
oppure a Biondi, di spingere per l’approvazione dei Dico (il 6 di marzo
riprende in Commissione Giustizia al Senato l’esame del ddl
di Palazzo Chigi e degli altri otto), che non si sa
se mai vedranno la luce, sarebbe più interessante, anche seguendo il parere di
amiche giuriste, sperimentare altre strade.
I difensori dei diritti e del loro ottenimento tramite leggi, mi obiettano: se
una norma mi vieta di visitare il mio compagno malato di Aids in ospedale che
faccio? Gli rispondo che, per mia, personale esperienza, di fronte al dolore e
ai bisogni di chi è ricoverato, generalmente la legge si allenta. In ospedale
capita che si indeboliscano le pregiudiziali legate a vincoli matrimoniali; la
tipologia delle relazioni diventa meno prescrittiva.
Semmai i problemi nascono quando i familiari dei ricoverati escludono che il
compagno o la compagna “non legalizzati”, esercitino il proprio diritto
all’affetto.
Fortunatamente, tante persone sono laiche e usano il buon senso molto più di
quanto si immagini. Il paradosso è che il riconoscimento dei diritti delle
“coppie di fatto”, è praticato (anche per via dell’insufficienza di personale)
negli ospedali, mentre nei piani “alti” della politica e della gerarchia
ecclesiale, il tempo si è fermato a prima della scoperta dell’Aids.
Se poi i familiari dei ricoverati pongono un discrimine,
ovvio che i medici si attengano al rispetto della legge. Forse una circolare da
parte del ministro della Salute potrebbe indicare una risposta più flessibile.
Quanto all’eredità, la legittima spetta alla famiglia in linea verticale e al
coniuge. Tuttavia una quota, con il testamento, può essere destinata a chi si
vuole. Il guaio è che a noi italiani, per allontanare il discorso sulla morte,
non piace il testamento. Non lo fa quasi nessuno.
Per il contratto di locazione già adesso alcuni enti prevedono che venga
trasferito nella convivenza more uxorio. Le cooperative chiedono due anni di
convivenza; nei Dico gli anni sarebbero nove.
Sono troppo sbrigativa? Il mio timore è che non si esca da una situazione
melmosa insistendo su una legge, sulla benevolenza del governo, sulla
protezione dello Stato. Anche perché le coppie di fatto eterosessuali non hanno
mai organizzato un comitato, un’associazione, un gruppo di pressione. La
battaglia per i diritti è stata delegata ai gay. E i gay, nonostante tutti gli
sproloqui sul loro essere una lobby, subiscono ancora troppe discriminazioni
perché ad ascoltarli sia il nostro ceto politico. Eppure, le coppie di fatto
(eterosessuali) aumentano in maniera costante. L’uomo e la donna che hanno
deciso di non sposarsi, hanno preso questa decisione in nome della libertà.
Tuttavia, dopo un tempo assai lungo di complicazioni burocratiche e la
sensazione che i diritti non arriveranno mai, spesso quella stessa coppia
finisce davanti al sindaco per celebrare un matrimonio civile. C’è di mezzo la
reversibilità della pensione?
Sul serio ci si sposa per questo o c’è dietro un motivo più profondo?
D’altronde, quando si pronuncia la parola Matrimonio, il riferimento è sempre
al modo in cui lo concepisce
Anche se basta leggere le cifre dell’Istat per capire
che sul matrimonio plana una nuvola nera. Nel 2005 se ne sono celebrati
250.000. Nel ’72, furono 419.000. Ottantamila sono oggi le separazioni; 45.000
i divorzi. L’ottanta per cento delle separazioni viene chiesto dalle donne;
sono gli uomini, all’ottanta per cento a chiedere il divorzio. In Usa le
single, vedove o divorziate che vivono da sole hanno superati i maschi. Azzardo
un’ipotesi: lei, dopo aver convolato a giuste nozze una prima volta, non ne
vuole più sapere. Lui, al contrario, non può stare da solo. Ma la mia
spiegazione, lo ammetto, può essere rovesciata: lei non trova un nuovo
pretendente; lui ha a disposizione una serie di fanciulle in fiore.
Comunque, il matrimonio che andrebbe svuotato di importanza, resta al centro di
un contenzioso complicato nel quale gli omosessuali cercano una legittimazione
mentre la coppia di giovani ha paura di andare a vivere insieme. Al primo
ostacolo il legame si rompe e via, ognuno per sè.
Di fronte a un paesaggio tanto contradditorio, io non
pretenderei la quadratura del cerchio ma proverei a costruire (appoggiandomi
alle associazioni omosessuali) patti, accordi, convenzioni, compromessi fuori
dalle aule del Parlamento. Così si eviterebbero le guerre ideologiche e, contemporaneamente,
gli accordi al ribasso. D’altronde, se non si iscrive sul piano simbolico e
dunque nella legge, la presenza di coppie dello stesso sesso, il lavoro (quel
lavoro di cui scrive Franca Fossati nella sua rubrica), anche senza “l’aiuto“
del nostro ceto politico, sarà stato quasi inutile. Come ha dimostrato molti
anni fa
Letizia Paolozzi
Il dibattito sulle
“unioni di fatto” (o, più correttamente, “unioni civili”) ha assunto, in questi
ultimi mesi nel nostro Paese, toni sempre più accesi. La recente approvazione
da parte del Governo dei DICO (l’unico dissenziente è stato il Ministro della
Giustizia Mastella che non ha partecipato alla seduta
del Consiglio dei Ministri) ha provocato l’insorgere di dure reazioni
nell’ambito della gerarchia cattolica.
La ragione principale
del dissenso, espresso in forme drastiche (talora con accenti persino
apocalittici), è la paura che venga minato alle radici l’istituto della
famiglia fondata sul matrimonio. Pur non misconoscendo l’opportunità di fornire
tutela giuridica ad alcuni diritti individuali, i vescovi hanno più volte
ribadito la convinzione che ciò dovesse avvenire mediante il ricorso al diritto
privato, applicando le norme già vigenti o elaborandone, se necessario, delle
nuove, ma evitando in ogni caso qualsiasi forma di riconoscimento pubblico
delle unioni extramatrimoniali, poiché questo avrebbe implicato
l’introduzione nell’ordinamento dello Stato di un matrimonio di serie B o,
secondo altri, di un quasi-matrimonio, che finirebbe
per indebolire gravemente l’istituto matrimoniale. Se infatti – si dice – viene
offerta alle coppie conviventi l’opportunità di acquisire i diritti finora
riservati alle coppie regolarmente sposate, molti saranno tentati di scegliere
la strada meno impegnativa, quella della convivenza, infliggendo in tal modo un
vulnus mortale ad un istituto già duramente provato e che riveste un ruolo di
grande rilievo per lo sviluppo ordinato della società civile.
Un intervento duro e massiccio
Questi motivi
spiegherebbero perché, nonostante lo sforzo dei Ministri Bindi
e Pollastrini (e dei loro esperti, i
costituzionalisti Ceccanti e Balduzzi,
ambedue di estrazione cattolica) di dare vita a un
modello di regolamentazione che privilegia i diritti individuali ponendo in
secondo piano il fatto dell’unione (il progetto governativo non prevede la
registrazione all’anagrafe in forma congiunta ma puramente contestuale),
la tensione non si è attenuata. Gli interventi della gerarchia si sono, al
contrario, moltiplicati, assumendo connotati sempre più aspri, fino ad
affermare l’inutilità del provvedimento varato, considerato del tutto
“superfluo”, o a preannunciare la promulgazione di “indicazioni vincolanti” in
materia per i cattolici.
La questione ha
anzitutto importanti risvolti di ordine politico, che meritano qualche
considerazione. Non vi è dubbio che la posizione assunta dai vescovi costituisca
una esplicita intromissione della gerarchia nel dibattito che si aprirà tra
qualche mese in Parlamento e che essa abbia già avuto ampie risonanze
nell’ambito dell’opinione pubblica e nel quadro della vita politica: la ricompattazione, del tutto strumentale, dei partiti di
opposizione (con spudorati voltafaccia di alcuni leader politici che si erano
precedentemente dichiarati possibilisti nei confronti del provvedimento) non è
che la prima tangibile conseguenza di questa intromissione.
A sorprendere, d’altronde,
è soprattutto l’accanimento con cui i vescovi si sono mossi e si muovono. Pur
riconoscendo alla questione delle coppie di fatto un significativo risvolto
sociale, si deve ammettere che la reazione appare sproporzionata, soprattutto
se si considera che su altre questioni, ben più socialmente rilevanti, perché
legate a temi fondamentali come quelli della giustizia e della legalità, dove
cioè in gioco sono i cardini stessi dell’ordinamento civile, non risulta
esservi stato alcun intervento ufficiale dell’episcopato italiano. Si pensi al totale
silenzio di fronte a eventi gravemente destabilizzanti, quali la
promulgazione delle cosiddette leggi ad personam o le
affermazioni dell’ex Presidente del Consiglio Berlusconi circa la legittimità
dell’evasione fiscale o l’invito rivolto dallo stesso ex Presidente agli
italiani, in campagna elettorale, a votare secondo i propri interessi anziché
secondo quelli del Paese. Non si conferma qui l’impressione che l’attenzione
della chiesa nei confronti dei temi della politica tenda a concentrarsi
prevalentemente (e quasi esclusivamente) su questioni che hanno a che fare con
l’“etica privata” – e in particolare con l’area della sessualità (si pensi alle
cosiddette questioni “eticamente sensibili”) – anziché prendere in seria
considerazione questioni cruciali come quelle attinenti la sfera dell’“etica
pubblica”?
L’accanimento
segnalato rischia poi di risultare ancor più incomprensibile se si tiene
conto del fatto che in causa è il matrimonio civile – non quello religioso
o sacramentale, dove le ragioni che spingono alla scelta non possono certo
essere scalfite da considerazioni utilitariste o di comodo – e che tale
matrimonio è stato, almeno fino agli anni del Concilio, concepito dalla
chiesa, per quanto concerne i battezzati (che sono tuttora in Italia la
stragrande maggioranza dei cittadini), come una realtà “inesistente”, al
punto di giudicare chi lo sceglieva come “concubino“ e dunque come pubblico
peccatore – è nota la querelle sollevata, negli anni 50, dall’allora vescovo
di Prato Mons. Pietro Fiordelli – e che anche i
documenti elaborati nel periodo postconciliare faticano a conferirgli uno
statuto preciso e autonomo, riconoscendo al più che si tratta di un atto “non
irrilevante” anche per i cristiani.
Quale difesa della famiglia?
Al di là delle considerazioni di ordine politico, particolare attenzio