Dossier  sui  ‘DICO’

 

Rapporto tra vita, fede e cultura

nella riflessione di un prete sposato

 

Sono uno dei 10.000 preti sposati italiani, costretti a vivere ai margini della comunità ecclesiale, come fossimo dei lebbrosi, dal momento che, per la “gerarchia ecclesiastica italiana”, “non contiamo più nulla” perché sposati.

 

Ebbene, leggendo i giornali o seguendo i dibattiti sempre più numerosi sui temi di attualità, credo che nessuna persona intelligente possa fingere di ignorare i profondi cambiamenti che stanno avvenendo all’interno della nostra società  italiana e della Chiesa stessa, che, a sua volta, è una società organizzata, o una “persona morale”, in forza dello stesso ordinamento divino, come la definisce il CIC, al can. 113, §1.

 

Basta pensare ai PACS, ai DICO, ai problemi delle persone separate, delle persone divorziate, delle persone che convivono, delle persone omosessuali, delle persone e famiglie senza tetto, delle persone senza un lavoro, delle persone sfruttate dai mercanti del sesso, dei “barboni” che gravitano attorno alle stazioni delle grandi città o dei baraccati posteggiati nelle periferie delle stesse…dei preti sposati che hanno perso ogni diritto – anche quello di avere l’assegno di pensione per gli anni impiegati nel ministero al servizio della comunità (cfr  come esempio Mons. Emmanuel Milingo), svuotati di ogni dignità perché non facenti più parte del “clero” ecc.. : un grande numero di persone che, per un motivo o per un altro, sono diventate degli “stranieri” in terra propria, gente senza diritti, ma tenuti ad adempiere, ugualmente, ai numerosi doveri…. Ne consegue che per tutti, con i tempi che corrono, diventa molto difficile riuscire a stabilire un rapporto costruttivo tra la propria vita, la fede e la cultura e la società in cui si vive, compresa la Chiesa.

 

Infatti, nel momento stesso in cui le conoscenze tecniche allargano, da una parte, l’orizzonte del pensiero e dell’azione degli uomini, sembrano invece diminuire, dall’altra, l’autonomia dell’uomo/donna come individuo, la sua capacità di difendersi dall’apparato sempre più potente e complesso della propaganda di massa, la forza della sua immaginazione, la sua indipendenza di giudizio. Al progresso delle risorse tecniche che potrebbero servire ad “illuminare” la mente dell’uomo/donna, si accompagna, molto spesso, un processo di disumanizzazione, tanto da minacciare la distruzione dell’uomo/donna stesso, invece di realizzarlo. 

 

Che questa situazione creatasi all’interno delle società e della Chiesa stessa, come società organizzata con un suo codice di leggi e di comportamento, sia una fase necessaria del generale progresso sociale oppure una fase che conduce, invece, ad un riaffermarsi della “barbarie” non ancora sconfitta, credo che dipenda, almeno in parte, dalla capacità di tutti di interpretare i profondi cambiamenti che stanno avvenendo nell’animo dell’uomo/donna e nella natura umana [2] .

 

La vita, la cultura e la fede sono sempre state per me, come prete prima ed ora come prete sposato, uomo in mezzo agli altri uomini, campo di riflessione, di ricerca e di studio, perché curioso di scoprire quale collegamento ci potesse essere tra loro, ma soprattutto perché convinto che da un loro equilibrato rapporto dipenda la salute psichica o mentale dell’uomo/donna e della società.

 

Credo, infatti, che la dimensione culturale, a prescindere dai gradi d’istruzione e dalle competenze scientifiche, abbia una grande importanza non solo per la vita dell’uomo/donna, ma anche per la vita dei popoli e dei sistemi sociali.

 

Nel linguaggio comune, il termine cultura è tra i più ricorrenti e viene usato con significati molto diversi e spesso anche ambigui. La CostituzioneGaudium et Spes” (n.53) del Concilio Vaticano II, afferma che “ con il termine generico di cultura si vogliono indicare tutti quei mezzi con i quali l’uomo/donna affina e sviluppa le molteplici capacità della sua anima e del suo corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza ed il lavoro; rende più umana la vita sociale, sia nella famiglia che in tutta la società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l’andare del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze ed aspirazioni intellettuali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano” . La cultura è vista come quel complesso d’attività attraverso le quali l’uomo/donna “realizza se stesso”, acquistando consapevolezza della propria vita e natura originaria che gli è stata affidata in custodia, imparando ad apprezzarla ed a promuoverla.

 

Già nel mondo classico, la cultura era vista come una ‘coltivazione’ dell’umanità dell’uomo/donna attraverso la cura della sua interiorità e delle molteplici e diverse espressioni esteriori che la manifestavano creativamente. Si potrebbe dire che “…ogniqualvolta si tratta della vita umana, natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse” ( GS,53) anche se l’attività, attraverso cui l’uomo/donna cerca di raggiungere un livello di vita pienamente umano, si presenta articolata ed ampia. Infatti, è cultura quello che l’uomo/donna compie a livello personale per lo sviluppo delle sue capacità fisiche e spirituali. Sono espressioni di cultura l’intero cammino della scienza e della tecnica, nonché il lavoro manuale, attraverso i quali l’uomo/donna si fa collaboratore e continuatore dell’opera divina della creazione. Anche quel complesso di realtà di cui l’uomo/donna dispone per realizzare condizioni di vita umane, sia a livello personale che sociale, è cultura. La stessa memoria storica dei popoli, viva in molteplici opere ed istituzioni, che manifesta la continuità dello sforzo dell’uomo/donna di migliorare se stesso, contribuendo al progresso di tutti, ha una profonda dignità culturale e merita il massimo rispetto.

 

Allora, per comprendere la cultura ed il suo nesso con la fede, è necessario muoversi all’interno di questa pluralità di significati, rispettandola; cercare di cogliere quei nessi che, anche se non immediatamente, pongono, tuttavia, in relazione i diversi aspetti e momenti della vita dell’uomo/donna

 

Infatti, una riflessione sulla cultura non può non avere come centro di gravità prioritario che l’uomo/donna: un essere personale dotato di intelligenza, di volontà e quindi di libertà; affermato nell’integralità del suo essere, in tutta la profondità e la ricchezza delle sue esigenze e delle evidenze che lo costituiscono. Anche se l’uomo/donna è inserito in una trama di relazioni sociali che, spesso, lo condizionano pesantemente.

 

S. Tommaso d’Aquino definisce l’uomo/donna come “ desiderium naturale vivendi Deum”, significando con questo che l’esigenza dell’infinito, quindi di Dio, interessa ‘dall’interno’ la natura dell’uomo/donna, i loro dinamismi affettivi e conoscitivi. La struttura intima d’ogni uomo/donna esprimono questa tensione indomita a voler conoscere ed amare il senso della realtà, dal momento che l’uomo/donna non può accontentarsi di ciò che già è o di quanto è riuscito a possedere. La naturale esigenza di gioia e di verità che pulsa nel cuore dell’uomo/donna, non si spiega, come affermava Paolo VI, se non come un “presentimento del mistero divino” .

 

Dove si realizza, in maniera misteriosa e sublime, il connubio tra cultura e fede è proprio nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, momento importante per la storia della salvezza dell’uomo/donna! Ma, non si potrebbe parlare di credibilità dell’avvenimento cristiano (Incarnazione di Dio, passione, morte e risurrezione di Cristo, il Figlio di Dio) se questo non fosse capace di raggiungere ogni uomo/donna concreto nel suo contesto storico e culturale.

 

Il Nuovo Testamento racconta l’esperienza di comunità cristiane concrete, viventi in un mondo non cristiano e spesso ostile, ma dentro il quale queste comunità hanno sempre cercato uno spazio per comunicare con coloro che non erano cristiani. E’ in questo spazio comunicativo che si trovano le tracce del rapporto tra la fede e le varie culture dell’uomo/donna, perché la rivelazione ebraico-cristiana, nel suo farsi e nel suo divenire si è profondamente contestualizzata.

 

Contestualizzare la rivelazione”, però, non significa solo dare una risposta ai problemi concreti dell’uomo/donna e ricercare un’espressività della stessa che l’uomo/donna possa comprendere, ma è molto di più, anche se la rivelazione, nel suo nucleo centrale, non è riducibile al contesto storico ambientale.

 

E’ vero che la parola dei profeti si è contestualizzata, ma non è un prodotto del contesto storico culturale, né la sua funzione era quella di stabilizzare questo contesto, quanto piuttosto quello di porre tale contesto in movimento.

 

Lo stesso mistero di Cristo, nei Vangeli, si è svelato e comunicato attraverso la particolarizzazione delle chiese e delle comunità cristiane che si trovavano in situazioni culturali (ambiente, tempo, problemi) differenti. Pur avendo prodotto una formulazione differente e particolare del messaggio evangelico, questo non ha impedito l’approfondimento dell’evento Cristo, ma lo ha favorito. Non ha tradito la novità del Crocifisso risorto, ma l’ha rivelata.

 

Gli evangelisti (Matteo, Marco, Luca, Giovanni) usando un linguaggio comprensibile alla mentalità delle persone alle quali si rivolgevano, misero in evidenza, ciascuno a modo suo, il contenuto di questa “buona notizia”. Per questo noi abbiamo quattro Vangeli che annunciano tutti lo stesso messaggio, ma ogni evangelista lo formula in maniera diversa perché la realtà di Gesù non poteva essere ristretta ad una sola esperienza.

 

Il Vangelo è sempre stato considerato un testo vivente, soprattutto per i primi quattro secoli, perché in esso la comunità cristiana, sotto la guida dello Spirito Santo, riusciva a trovare le risposte di cui aveva bisogno per vivere le nuove situazioni, che non erano state previste da Gesù, né immaginate nel suo insegnamento, ma alle quali bisognava, ugualmente, rispondere con amore in modo che ogni persona si sentisse libera di accogliere in sé questo messaggio nuovo, lasciandolo fermentare nel proprio spirito. Soprattutto nei primi quattro secoli, si cercò di evitare che l’insegnamento di Gesù fosse ridotto ad un insieme di regole da osservare.

 

Le leggi, infatti, dal momento che non sono altro che una codificazione di prescrizioni nate in epoche sociali diverse, in condizioni e tempi diversi, lontane dalle esperienze di vita che la comunità vive in quel momento storico, ignorano le necessità e le sensibilità delle persone e diventano per questo, fonte e causa di numerose sofferenze per il popolo di Dio perché se il rapporto dell’uomo/donna con Dio è fondato su una serie di Leggi da osservare affinchè l’uomo/donna possa essere gradito a Dio e meritarsi il suo amore, tali Leggi vanno osservate, comunque.

 

Come nell’Antico Testamento, codificando la Legge di Mosè in regole e precetti da osservare, gli scribi ed i farisei non fecero altro che distruggere la stessa Legge, così dal IV secolo in poi, il messaggio di Gesù da “fede perseguitata” divenne “religione imposta ed il cristianesimo diventò una ideologia religiosa  che finì per relegare il Vangelo in una sorta di limbo. La Bibbia, divenne il libro per eccellenza più letto e studiato da parte dei Protestanti mentre fu il libro più ignorato da parte dei cattolici, per non dire vietato.

 

Nel 1970, Paolo VI parlando ai partecipanti della XXI settimana biblica, sottolineava come “Cristo si fosse fatto contemporaneo ad alcuni uomini (al popolo ebreo) ed avesse parlato il loro linguaggio e concludeva dicendo che “la fedeltà a Lui richiedeva che questa contemporaneità continuasse”.

 

Attraverso il mistero dell’incarnazione (Dio che si fa uomo) il quotidiano diventò spazio vitale in cui cogliere, interpretare ed incontrare l’Emmanuele, il Dio solidale con l’uomo/donna al punto di farsi, in Cristo, uomo egli stesso.

 

Che cosa è, allora, la fede? Non è certamente una teoria, un insieme di norme liturgiche o di comportamenti da accettare e da osservare, in spirito di obbedienza alla parola di qualcuno, ma la fede è vita, perché domanda all’uomo/donna di vivere la sua esistenza come abbraccio dialogico con il divino, nelle coordinate spazio-temporali della storia e della quotidianità. Infatti, la dimensione ordinaria della nostra esistenza è il luogo dell’incontro con l’amore gratuito di Dio e, attraverso di esso, della piena realizzazione di sé. La morte in croce e la risurrezione di Cristo, la sua presenza dentro ed accanto a noi, rendono la storia quotidiana di ognuno, il luogo in cui si manifesta la straordinaria presenza di Dio, il luogo in cui è possibile riconoscere, sperimentare e gustare la straordinarietà di una compagnia che trasforma la realtà dell’uomo/donna, senza che nulla della sua umanità venga meno.

 

Pensare al rapporto tra fede, cultura e vita, per me, prete sposato, uomo in mezzo agli altri uomini, significa “vivere, con la mia famiglia, una fede” che sappia fare da fulcro centrale ad un nuovo umanesimo; una fede che “ama la terra” e si sforza di trasformarla in un luogo dove Dio si rivela. Questo vale, anche, per la nostra quotidianità familiare, sociale e lavorativa: la fede ci aiuta a trasformarla in un “luogo dove Dio si rivela”.

 

Infatti, dal rapporto tra fede, cultura e vita possono scaturire tutte quelle  proposte di senso e di mete per la nostra società  fatta di uomini la cui vita, spesso, col passare del tempo, si sta dimostrando sempre più priva di senso e senza mete.

 

Si tratta, infatti, di una fede che sappia dare “carne a Dio” nella storia del nostro tempo; di una fede che essendo insieme teologale, quotidiana e storicamente situata, in modo da coinvolgere tutti i momenti e le dimensioni dell’esistenza umana, si faccia “sapienza di vita”.

 

Per me cristiano, prete sposato, proporre, il vangelo ai miei figli, come ai giovani con i quali vengo a contatto e nei quali scopro il desiderio profondo di essere coinvolti responsabilmente nella vita della società, non significa proporre un contenitore di risposte che vanno bene per tutte le domande dell’uomo/donna, ma significa, invece, sovvertire ogni domanda, dal momento che “la proposta del Vangelo” è lo scandalo e la novità di un Dio crocifisso e risorto: è Gesù Cristo, l’unica verità profonda che dà significato alla vita dell’uomo/donna.

 

In questa prospettiva, la fede appare come una realtà che non si può vivere nel torpore, né accettare passivamente perché la fede elimina la stessa “religiosità” semplicemente subita, perché stanchi di ripetere atti e gesti di cui non si è mai compreso il significato. La fede, appunto perché è vita che tende alla pienezza, apre il cuore dell’uomo/donna ad accogliere in sé l’amore del Padre, lasciandosi poi guidare dallo Spirito di Dio per diventare a sua volta dono gratuito di amore agli altri, ed essere in tal modo il “lievito” che fermenta ogni gesto della nostra quotidiana esistenza familiare e sociale.

 

Per questo è necessario che la comunità dei discepoli del Signore che hanno accettato il suo messaggio si faccia  “parola” e diventi così lei stessa “messaggio” per l’uomo/donna d’oggi; “dialogo” con il mondo in cui si trova a vivere”, dal momento che non si può salvare il mondo, dal di fuori.

 

Molti cristiani, pur  avendo accolto il messaggio di Gesù, continuano però a vivere nel mondo della religione che è un mondo fatto di segni; un mondo dove per credere, bisogna prima vedere e toccare. Gesù, invece, dice ai cristiani di oggi: “Credete, cioè accogliete il mio messaggio e vivetelo, testimoniatelo nella quotidianità della vita, così diventerete voi stessi un segno che gli altri possano vedere per credere”.

 

Come il Verbo di Dio si è fatto uomo, così anche il cristiano si deve immedesimare, in certa misura, nella forme di vita di coloro ai quali si vuole portare il messaggio di Cristo, condividendone la cultura, senza porre distanze di privilegi o diaframmi di linguaggi incomprensibili, se si vuole essere ascoltati e compresi. Per questo, prima ancora di parlare, bisogna imparare ad ascoltare la voce, anzi il cuore dell’uomo/donna, di ogni uomo/donna; comprenderlo e per quanto è possibile, rispettarlo e  assecondarlo. Per questo è necessario farsi “fratello dell’uomo/donna”, non a chiacchiere, ma nei fatti.

 

 p. Nadir Giuseppe, Dottore in teologia dogmatica e morale e specializzato in scienze psico-pedagogiche., (nadirgiuseppe@alice.it)

 

Noi, esperte per 'natura'

Le reazioni della Chiesa all'indomani dei 'Dico'

Di Giancarla Codrignani

 

Tra gli interessati, coppie di conviventi etero, gay e lesbiche, i malcontenti sulla proposta del Governo si sono subito scatenati; ma è già tanto che si sia pervenuti ad un disegno comune delle diverse anime della coalizione. Che, se traballa, non è - se ministri e parlamentari sono consapevoli di aver giurato fedeltà alla Costituzione - per il merito delle questioni o di questa legge.

Come donne, comprese le nostre differenze, che dire? Ancora una volta siamo state colpite dalla mancanza di laicità del nostro paese, presidente della Repubblica compreso, che a suo tempo auspicò "una sintesi" fra  opposte posizioni per rispetto del Vaticano. Benedetto XVI finge di ignorare che i giovani, cattolici o no, convivono ormai per una consolidata trasformazione del costume, accettata anche da genitori tradizionalisti e ha aggredito il  governo, come non fece nei confronti degli altri paesi, quando deliberavano sulla  stessa materia, privilegiando una destra che strumentalmente si dichiara cattolica.

Stando al diritto, il rapporto tra due stati - tale è, ai sensi del  Concordato, la Santa Sede - non sarebbe stato lecito il non possumus rivolto ai ministri  della Repubblica. Non era la prima volta. Dopo gli attacchi al divorzio e  all'aborto, come donne ricordiamo la ferita della fecondazione assistita:  nessuno pensava di impedire alla Chiesa di esprimere un parere negativo su una prassi

Non condivisa, ma il presidente della Conferenza episcopale suggerì a  tutti i cittadini italiani di non andare a votare, usando la sua autorità  contro il diritto/dovere elettorale. Il governo si piegò e la donne che  vorrebbero un figlio continuano ad avere in materia la legge peggiore d'Europa.

Ancora una volta il Vaticano ha sostenuto il diritto di imporre i  principi cattolici a tutti, perché i Pacs - e poi i Dico - vanno contro "la  legge naturale". Noi donne, ritenute esperte "per natura", ricordiamo che,  ai tempi in cui gli umani ignoravano il legame tra coito e riproduzione, facevamo i bambini  senza porci problemi di paternità. E' l'uomo che, divenuto consapevole della sua pur indimostrabile partecipazione, ha stabilito "questa è la mia  donna, questi sono i miei figli", inventando "per cultura" la famiglia, con tutte  le conseguenze patriarcali che ne sono derivate. L'appartenenza  cristiana, che dovrebbe dare valore alto al sacramento che si inserisce in  questa "cultura" della famiglia, è rimasta troppo a lungo legata alla finalità  procreativa e al remedium concupiscentiae (che diciamo in latino perché dà vergogna  tradurlo) e solo con il Concilio è arrivata a capire l'amore.

E' l'amore che, proprio a termini evangelici, non può essere negato a nessuno.

La Chiesa pensa che sia peccato? Lo dica liberamente ai cristiani, che non sono obbligati né a divorziare, né a convivere secondo diversi  orientamenti.

In realtà, mentre i cattolici perdono affezione alla pratica  religiosa, Benedetto XVI tenta di recuperare potere in Italia, non più  attraverso un partito affiliato (ma la Democrazia cristiana ha avuto uomini, da De  Gasperi a Scalfaro che sapevano distinguere, anche pagando di persona, il senso dello stato dalla coerenza di fede), bensì direttamente. Inaccettabile. La laicità, per le donne e gli uomini, è costitutiva della democrazia. Le donne,soprattutto, anche cattoliche, nella laicità identificano la libertà  femminile.

 

(15 marzo 2007) - http://www.noidonne.org/

 

"Né consigli né imperativi  alla Chiesa"

 

      Egregio Direttore,

Le chiedo un po’ di spazio per chiarire il senso delle mie parole «Amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di

Dio», raccolte dalle agenzie a Nuova Delhi e riprese in modo un po’ stringato nel titolo di prima pagina della Stampa.
Davvero il mio non era un imperativo a chicchessia, tanto meno alla mia Chiesa. E non era neppure un consiglio, che non potrei e non voglio dare. Piuttosto, ai cronisti che mi incalzavano con domande sul ruolo politico della Conferenza episcopale italiana, ho replicato con un «figuriamoci!» rafforzato da quella frase che per me suonava come una difesa dalle interpretazioni tutte politiche dell’azione della Chiesa. Un’interpretazione che oggi appare prevalente sulla scena pubblica italiana per responsabilità - opposte e speculari - di una minoranza in armi, divisa tra anticlericali e neoclericali. Ma questa lettura immiserisce e riduce a poca cosa la missione della Chiesa, ed era a questo che pensavo nella notte di Nuova Delhi.
C’è una «differenza cristiana» dello stare nel mondo che ciascun credente sperimenta nel proprio vivere quotidiano e di cui la Chiesa è insieme testimonianza e profezia.
Quella differenza - non indifferenza - che ci fa partecipare alle cose degli uomini dalla parte di Dio. Mi sarei forse spiegata meglio dicendo «amo la Chiesa che pensa agli uomini con il pensiero di Dio», una Chiesa che si fa coinvolgere e si china su tutte le ansie dell’umanità e lo fa con l’amore e la tenerezza di Dio. Ma per me sarebbe stata la stessa cosa.
Giovanni Paolo II ha sconvolto il mondo da mistico, non certo facendosi imprigionare da una parte o dall’altra degli schieramenti geopolitici del suo tempo. Questa Chiesa è viva e presente nella comunione spirituale di milioni di italiani, e non ha alcun bisogno di essere coinvolta in trattative parlamentari sull’iter della legge. Diceva Vittorio Bachelet: «Quando l’aratro scava a fondo è tempo di gettare seme buono».
Quel seme è la parola del Signore, che ogni cristiano porta nel cuore. E la Chiesa, madre e maestra, annuncia la verità di Dio sulla persona umana con il Vangelo, fonte di pace e di speranza.

 

Rosy Bindi, MINISTRO DELLA FAMIGLIA, (http://www.lastampa.it)

 

 

“POSSUMUS!”

Lettera aperta alla Chiesa cattolica italiana

 

 [Di fronte all'imperversare delle gerarchie ecclesiastiche a proposito di DI.CO, difesa della famiglia e pressioni indebite sui parlamentari cattolici italiani, la Comunità cristiana di base di san Paolo "ha preso carta e penna" ed ha scritto questa lettera aperta a tutta la Chiesa cattolica italiana, cioè popolo di Dio e ministri, l'ha inviata a moltissimi giornali ed agenzie (citata da La Repubblica e da l'Unità, pubblicata su Adista). Verrà anche pubblicata come inserto a pagamento su La Repubblica]

 

Il martellante interventismo della Conferenza episcopale italiana (Cei), guidata dal card. Camillo Ruini, contro il progetto di legge sui DI.CO (i diritti per i conviventi) spinge anche noi ad intervenire, per affermare, non solo come cittadini, ma anche come cattolici, la nostra ponderata opposizione alla linea indicata dalla gerarchia cattolica.

 

Siamo convinti che non spetti a nessuna Chiesa e religione indicare ai cittadini, e al Parlamento, la giusta interpretazione della «legge naturale». In tale interpretazione, del resto, la Chiesa romana si è contraddetta più volte nel corso della storia, e potrebbe continuare a sbagliare anche oggi. Sua missione, invece, insieme alle Chiese sorelle, è quella di annunciare l’Evangelo di Gesù. Sembra invece che la gerarchia ecclesiastica voglia darsi un ruolo surrettizio avocando in Italia l’egemonia culturale per dirimere tutte le questioni riguardanti la vita, la bioetica e la sessualità.

 

Dopo il Vaticano II molti cattolici, uomini e donne (e, nel suo piccolo, il movimento delle Comunità cristiane di base di cui facciamo parte), hanno preso coscienza di essere parte viva e adulta di una Chiesa che il Concilio ha definito “popolo di Dio”: in esso, dunque, pur nella varietà dei ministeri, non vi sono né padroni né servi, e tutti hanno il diritto-dovere di esprimersi pubblicamente su problemi che incidono nella comunità ecclesiale.

 

Per questo, mentre condividiamo le critiche dei “laici” contro la plateale ingerenza dei vescovi negli affari dello Stato, che è laico, noi, proprio in quanto cattolici, e per ragioni teologiche,

- affermiamo il nostro aperto dissenso dalle prese di posizione della Cei che ci sembrano ben lontane dal Vangelo che pone l'Amore al disopra di tutte le leggi;

- incoraggiamo tutti i parlamentari a votare secondo coscienza, alla luce del mandato popolare ricevuto e nel rispetto della Costituzione, senza piegarsi ai ricatti del card. Ruini appoggiato dal Vaticano;

- rispettiamo tutti coloro che plaudono all’iniziativa della gerarchia ecclesiastica ma, nel contempo, invitiamo i cattolici in disaccordo con essa ad esprimere pubblicamente il loro punto di vista.

 

Non pensiamo che la legge sui DI.CO sia perfetta; ma la riteniamo onesta, opportuna e, comunque, non confliggente con l’Evangelo.

 

La Comunità cristiana di base di san Paolo

 

 

Congelati i Dico, restano i problemi teologici

 

 

Anche se la caduta del governo Prodi ha, intanto, congelato i Dico, è bene, a futura memoria, ricordare che l’opposizione frontale di Ruini – appoggiato dal Vaticano – al disegno di legge ha spinto anche autorevoli personalità cattoliche a schierarsi contro i diktat episcopali. I nodi teologici di fondo evidenziati da questa vicenda.

 

Emergenza teologica nella Chiesa cattolica italiana, anche se, all’apparenza, essa si è dissolta improvvisamente, come neve al sole, con la crisi di governo. È ovvio, infatti: una tra le molte e complesse conseguenze, in politica estera e interna, innescate dallo sfarinamento dell’Unione e dalla caduta del governo Prodi (21 febbraio) è che le questioni connesse ai Dico, e cioè al disegno di legge su «Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi» varato l’8 febbraio dal Consiglio dei ministri, sembrano ora «fuori tema», perché cadendo il governo anche la prospettata, ma non approvata dal parlamento, normativa, di per sé decade. Dunque sembrerebbe ozioso parlare di un problema che, ora, nessuno può sapere se, come, e quando sarà ripreso dal «nuovo» governo.

 

Tuttavia, a prescindere dai problemi giuridici, sociali e politici della vicenda, noi riteniamo che gli aspetti teologici ed ecclesiali ad essa connessi rimangano intatti anche se la legge è congelata: rimangono, e riesploderanno alla prima occasione. Conviene perciò, a futura memoria, ricordare l’aspro Non possumus – «non possiamo» ammettere i Dico – dei vertici della Conferenza episcopale italiana (Cei), guidata dal cardinale Camillo Ruini, in questo sostenuto da Benedetto XVI; e l’inattesa e vasta opposizione di una parte importante della cattolicità italiana, che ha disvelato una Chiesa lacerata e divisa dalle tesi di Ruini, così riassumibili: compito fondamentale della Chiesa è dirimere le questioni etiche; solo la Chiesa romana e, in essa, l’episcopato e il papato, hanno l’esclusiva interpretazione della «legge naturale»; la Chiesa romana ha il diritto-dovere di dire allo Stato quando, a suo parere, una legge della società civile sia giusta, tollerabile o inammissibile.

 

La Nota «impegnativa» del cardinal Ruini

 

Mentre Ruini lanciava le sue parole d’ordine, rarissime sono state le personalità cattoliche che pubblicamente prendessero le distanze dalla «crociata» (va però ricordato che l’11 febbraio monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, scriveva a la Repubblica una lettera per opporsi alla linea del capo della Cei, e per ricordare che la vera battaglia che tutti i cattolici dovrebbero fare sarebbe quella contro «Mammona», il culto del dio-denaro). Ma lunedì 12 febbraio vi è stata una svolta. Benedetto XVI, infatti, quel giorno affermava che la «legge naturale» contiene «norme inderogabili e cogenti che non dipendono dalla volontà del legislatore e neppure dal consenso che gli Stati possono ad esse prestare. Sono infatti norme che precedono qualsiasi legge umana: come tali, non ammettono interventi in deroga da parte di nessuno». E poi, ribadito che Dio stesso ha voluto l’indissolubilità e la sacralità del matrimonio, il papa aggiungeva: «Nessuna legge fatta dagli uomini può perciò sovvertire la norma scritta dal Creatore, senza che la società venga drammaticamente ferita in ciò che costituisce il suo stesso fondamento basilare».

 

Parole che venivano lette come un trasparente attacco al disegno di legge sui Dico. Quale che fosse l’intenzione del pontefice, il riferimento alla «legge naturale» è comunque problematico per il magistero papale che nella storia ha compiuto «variazioni» perfino su un altro principio-chiave ricordato da Ratzinger, e cioè l’assoluto rispetto per la vita umana «fino al suo termine naturale»; per secoli, infatti, i papi hanno sostenuto, in linea di principio, la liceità di far giustiziare gli «eretici». E allora?

 

D’altronde, l’antropologia dimostra come, nella storia, e nelle diverse culture, la famiglia, il rapporto uomo-donna, la sessualità, l’omosessualità siano stati considerati, e vissuti, in modo assai diverso. Se tutti i popoli sostengono il «Fa il bene, ed evita il male», la modulazione concreta di tale principio è «relativa».

 

In diversi paesi europei, a parte i Pacs che sono legali, il numero delle coppie eterosessuali che convivono sta crescendo più dei matrimoni: si potrà dire, apoditticamente, che quanti fanno tale scelta violano la «legge naturale»?

 

A poche ore di distanza dal discorso del papa, il cardinale Ruini annunciava una Nota «impegnativa», cioè moralmente vincolante i parlamentari cattolici a impedire il disegno di legge sui Dico. Annuncio che suscitava gli applausi del centrodestra e più o meno esplicite o imbarazzate critiche da parte dei partiti di governo (Udeur esclusa): ma di tali reazioni, che in sostanza vertevano sul problema dei rapporti Stato-Chiesa cattolica, e sul concetto di «laicità», qui sorvoliamo. Vediamo, invece, le reazioni in «casa cattolica».

 

Un’iniziativa di «inaudita gravità»

 

«Forse sarò troppo drastico. Ma preferisco parlar chiaro oggi, piuttosto che pentirmi domani di aver taciuto»: queste le prime parole del professor Leopoldo Elia al Corriere della Sera del 13 febbraio. Il giurista, che è stato anche presidente della Corte costituzionale e senatore della Democrazia cristiana prima, del Partito popolare italiano poi, attaccava globalmente l’atteggiamento della gerarchia cattolica sui Dico e contro il governo Prodi che la legge ha presentato: «È dal Risorgimento che la Chiesa non teneva un atteggiamento tanto intransigente nei confronti di un governo italiano. Persino sull’aborto, un tema ben più delicato e drammatico delle coppie di fatto, si trovò una linea di compromesso, individuando una fase preliminare di riflessione per la donna. Oggi la Chiesa italiana, avvezza ai privilegi concordatari, è abituata a esercitare non l’“auctoritas” di cui parla il professor [Cesare] Mirabelli su L’Osservatore romano [del 2 febbraio], ma una potestas indiretta del tutto anacronistica… Pare che la Chiesa voglia fare del nostro paese l’eccezione d’Europa: l’Italia cattolica dove non valgono le leggi in vigore in tutti gli altri paesi cattolici».

 

E, sulla Nota annunciata da Ruini: «I parlamentari cattolici devono farsi carico dell’intero paese. Non possono, per obbedienza alla dottrina cattolica del diritto naturale, rifiutare di offrire ai cittadini italiani di ogni fede e credenza quel che si offre in gran parte d’Europa… Il papa e i vescovi hanno il diritto di esigere dai fedeli una condotta conforme ai loro insegnamenti. Ma non hanno il diritto di ricorrere a leggi – o di imporre di non fare una legge – per vincolare i non credenti. Per loro sarebbe un’inaccettabile discriminazione. E poi la Chiesa italiana deve sfuggire alla tentazione di approfittare della debolezza degli uomini politici e della loro mancanza di senso dello Stato, allorché corrono a genuflettersi per ottenere il consenso della minoranza cattolica».

 

Da parte sua il professor Giuseppe Alberigo, il più famoso storico della Chiesa in Italia, e direttore dell’Istituto per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna, lo stesso 13 febbraio, in risposta all’annuncio di Ruini ha lanciato questa supplica: «La Chiesa italiana, malgrado sia ricca di tante energie e fermenti, sta subendo un’immeritata involuzione. L’annunciato intervento della Presidenza della Conferenza episcopale, che imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare il progetto di legge sui “diritti delle convivenze”, è di inaudita gravità. Con un atto di questa natura l’Italia ricadrebbe nella deprecata condizione di conflitto tra la condizione di credente e quella di cittadino. Condizione insorta dopo l’unificazione del paese e il Non expedit della Santa Sede [che, dopo il 1870, proibì ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana] e superata definitivamente solo con gli accordi concordatari».

 

«Denunciamo con dolore, ma con fermezza, questo rischio e supplichiamo i Pastori di prenderne coscienza e di evitare tanta sciagura, che porterebbe la nostra Chiesa e il nostro paese fuori dalla storia. Si può pensare che il progetto di legge in discussione non sia ottimale, ma è anche indispensabile distinguere tra ciò che per i credenti è obbligo, non solo di coscienza ma anche canonico, e quanto deve essere regolato dallo Stato laico per tutti i cittadini». «Invitiamo la Conferenza episcopale a equilibrare le sue prese di posizione e i parlamentari cattolici a restare fedeli al loro obbligo costituzionale di legislatori per tutti».

 

Firmavano il documento migliaia di persone; qualche nome più noto: Alberto Melloni, storico; Ettore Masina, giornalista; Raniero La Valle, ex senatore; Pietro Scoppola, storico; don Giuseppe Ruggieri, teologo; don Albino Bizzotto, parroco e animatore dei Beati i costruttori di pace; Giuseppe Barbaglio, biblista; Pasquale Colella, giurista; Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale del movimento Noi siamo Chiesa.

 

Il documento veniva inviato alle agenzie mercoledì 14, e di esso davano conto molti tg e poi, in prima pagina, tutti i quotidiani nazionali di giovedì 15. L’iniziativa provocava un contrappello, anch’esso diffuso dalle agenzie la sera del 14. Questo testo – firmato non solo da cattolici dichiarati (come il giurista Francesco D’Agostino, la giornalista Lucetta Scaraffia e lo storico Giovanni Maria Vian), ma anche da «laici» proclamati, come Giuliano Ferrara che poi il 15 lo pubblicava sul giornale da lui diretto, Il Foglio – chiede ai vescovi di «mantenere chiara e libera la loro impostazione di dottrina e di cultura morale in tema di legislazione familiare. Riteniamo ingiusta ogni forma di intimidazione intellettuale contro l’autonomia del pensiero religioso… Giudichiamo improprio, e sintomo di un uso politico della sfera religiosa, l’appello dei cattolici democratici affinché la Chiesa italiana rinunci a un suo atto di magistero, che la libera coscienza di laici e cattolici, compresi i parlamentari della Repubblica, potrà valutare serenamente e in piena libertà». Un testo che sostiene un curioso concetto: esaltare l’attuale linea della gerarchia cattolica è corretto; ma criticarla è di per sé sbagliato, o «intimidatorio».

 

Sempre il 15 febbraio Oscar Luigi Scalfaro su la Repubblica così commentava l’iniziativa del cardinal Ruini: «La Chiesa, pur nella fermezza dei suoi princìpi, non ha mai compiuto in sessant’anni interventi che ponessero a un bivio obbligato i parlamentari cattolici. Io confido che interventi del genere non ci saranno. Se dovessero invece avvenire, distruggerebbero la possibilità stessa di una presenza dei cattolici in Parlamento in condizioni di dignità e libertà, quella libertà che consente l’assunzione individuale delle responsabilità. Ma a chi serve, oggi e domani, un gruppo di parlamentari che si limitano a eseguire gli ordini? Certo non alla Chiesa. Sarebbero una inutile pattuglia, e l’effetto sarebbe una crescita di laicismo esasperato».

 

«Vede – continuava l’ex presidente della Repubblica, cattolico proclamato e insieme geloso cultore della laicità dello Stato – io sono nella vita politica da 61 anni, dalla Costituente. È vero, abbiamo attraversato come parlamentari cattolici momenti faticosi, difficili, prese di posizione delicate. Ma già dall’Assemblea costituente fu preminente in tutti la ricerca di un denominatore comune sui temi dei diritti e della dignità delle persone. Ne nacque un documento d’eccezione, la Carta, del quale dobbiamo ringraziare i grandi nomi che resero un tale servizio al popolo italiano: penso, nel mondo cattolico, a De Gasperi, a La Pira, a Dossetti, più tardi ad Aldo Moro e a tantissimi altri rappresentanti del popolo. Il grande tema per noi cattolici era fare sintesi fra diritti e doveri del cittadino e diritti e doveri del cristiano, portare nella politica il pensiero filosofico che anima i principi cristiani sempre con grande rispetto per le impostazioni altrui… Dopo la sconfitta [del 1974, nel referendum] sul divorzio qualcuno in assoluta buona fede sostenne che non potevamo collaborare a formulare gli articoli della legge perché così facendo avremmo aiutato un istituto che contestavamo. Ma giustamente vinse la tesi che quando cade l’affermazione di un principio rimane sempre il dovere di lottare per il male minore».

 

E se l’intervento di Ruini dovesse trasformarsi in un vero e proprio precetto? «Posizioni da parte della Chiesa che portassero a conseguenze tanto pesanti, così come non si sono verificate neanche quando furono compromessi l’indissolubilità del matrimonio e il diritto alla vita, richiederebbero a mio avviso un ampio esame nell’Assemblea dei vescovi italiani». Scalfaro giudicava poi la legge preparata, «in un dialogo tra impostazioni diverse», da Barbara Pollastrini e Rosy Bindi, «un testo che come tutti i testi è indubbiamente migliorabile ma che certamente non prevede – per essere chiari – il matrimonio fra gli omosessuali o una formula mascherata ma simile». E concludeva: «La preoccupazione della Chiesa è più che condivisibile. Ma il problema vero è rafforzare nei cattolici la fede, in modo che sappiano scegliere secondo i princìpi nei quali credono».

 

Accanto a queste personalità cattoliche più in vista, anche altri gruppi, preti di periferia, movimenti (nella scheda riportiamo la Lettera aperta della Comunità di base di san Paolo in Roma) hanno criticato la linea di Ruini. Il quale non ha varcato impunemente la linea del Rubicone, perché egli, volente o nolente, ha aperto nella Chiesa cattolica italiana un contrasto teologico e pastorale che avrà un’ondata lunga; e che peserà anche sui nuovi «vertici» della Cei che il papa dovrà scegliere sapendo che, pur sotto una coltre di apparente unanimità, anche l’episcopato è diviso.

 

I nodi teologici ed ecclesiali di fondo

 

La Chiesa cattolica romana (come ogni altra) ha sempre proclamato essere suo compito primario l’annuncio della morte e della risurrezione di Cristo. È parte costitutiva di una vita di fede «coerente» con tale annuncio opporsi frontalmente ai Pacs/Dico? In Francia, ad esempio, quando nel 1999 fu approvata la legge sui Pacs i vescovi espressero il loro disappunto, ma non eressero barricate, e si impegnarono in una più incisiva formazione dei loro fedeli. Anche in Italia, in discussione non era ciò che lo Stato pensa della famiglia «cristiana», ma come il Parlamento di uno Stato laico dovesse affrontare un problema umano e sociale. Come che può ovviamente avere variegate, e discutibili, attuazioni. Tuttavia una Chiesa snatura il suo «essere» se ricerca la propria comunione di fede in un’intransigente opposizione alla proposta di legge o (ipotesi) fa balenare l’appoggio alla raccolta di firme per un referendum abrogativo. Sarebbe la pretesa di riformare lo Stato laico mentre non si sa riformare la propria Chiesa. Dunque, il ritenere bravi cattolici solo i fieri avversari – in Parlamento e fuori – dei Pacs/Dico sarebbe un vulnus profondo al senso della Chiesa, della laicità dello Stato e della libertà di coscienza così come proclamati dal Concilio Vaticano II.

 

Né – molti hanno rilevato – è possibile sostenere orgogliosamente che solo la Chiesa romana sappia che cosa sia «bene» per l’uomo e per la donna. Tale Chiesa, come ogni altra, nella storia talora ha operato il «bene» della persona umana e talaltra, invece, l’ha tradito benedicendo violenze.

 

Ancora, dovrebbe pur significare qualcosa se esponenti autorevoli di Chiese non cattoliche hanno dato un giudizio positivo sulla proposta di legge. Tradiscono l’Evangelo, queste persone? Vi sono naturalmente protestanti italiani che si oppongono a tale legge; ma né gli uni né gli altri accusano gli avversari di essere «cristiani incoerenti». Il confronto è laico.

 

Nel 2003 il cardinale Ruini giudicò «bene» la missione militare italiana nell’Iraq occupato dagli anglo-americani con una guerra ritenuta «illegale» dall’Onu. Eppure la Chiesa cattolica italiana – nel suo insieme – era radicalmente divisa sul giudizio etico da dare su quella guerra, e su quella presenza italiana. Ma la Cei per difendere i «valori cristiani» non chiamò a raccolta i cattolici per opporsi ad un governo pullulante di «cristiani» favorevoli ad una guerra «illegale». Come mai i vescovi sanno tutto sui danni dei Pacs e così poco su quelli della guerra? Perché, allora, l’episcopato non gettò tutto il suo peso per «obbligare» i parlamentari cattolici del centrodestra ad opporsi al loro stesso governo schierato invece a favore della tragica avventura di Bush?

 

Bisogna – inoltre – ricordare (l’hanno ampiamente argomentato giuristi come Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky) che in Italia vige un Concordato con cui la Chiesa cattolica s’impegna a rispettare l’indipendenza e la sovranità dello Stato. Per avere le mani pienamente libere, ed agire legittimamente come qualsiasi altro soggetto politico, culturale e religioso, la Chiesa romana dovrebbe, prima, rinunciare ai privilegi ottenuti da quel Patto. Questo sul piano del diritto.

 

È apparso evidente che i vertici dell’episcopato faticano a rendersi conto che, in un paese secolarizzato e insieme multiculturale e multireligioso, insostenibile è la pretesa di un’egemonia culturale sui temi etici, o quella di uniformare norme e diritti, doveri e valori ad una specifica etica confessionale. In Italia, quella cattolica; come lo sarebbe in Svezia la luterana, in Russia l’ortodossa o in Turchia l’islamica… Invece la questione dei Dico andrebbe affrontata, in Parlamento, tenendo presenti molteplici princìpi: la distinzione tra Dio e Cesare, la laicità dello Stato, il bene comune, il rispetto delle minoranze, la libertà di coscienza, la consapevolezza che i costumi mutano, la salvaguardia della famiglia tradizionale, la tutela di altre forme di amore.

 

Purtroppo nella Chiesa italiana – anche in questo ignorando l’input del Vaticano II – non v’è luogo deputato ad un reale dibattito. Il IV Convegno ecclesiale celebrato in ottobre a Verona (vedi Confronti 12/2006) avrebbe potuto esserlo; ma la Cei impedì un vero e aperto confronto, ed escluse dai relatori voci critiche. Il Concilio, nella costituzione pastorale Gaudium et spes (n. 62) affermò: «Sia riconosciuta ai fedeli sia ecclesiastici che laici la libertà di ricercare, di pensare, di manifestare con umiltà e coraggio la propria opinione nel campo in cui sono competenti». Invito raccolto pari pari nel Codice di diritto canonico (c. 212). Perciò, che malinconia constatare che L’Osservatore romano del 16 febbraio giudicava «inopportuno» l’appello lanciato da Alberigo!

 

In tale contesto, la caduta di Prodi è stata una sorpresa «provvidenziale» per i vertici vaticani e della Cei, esimendoli – per ora, almeno – dal redigere la famosa Nota sulla cui opportunità molti vescovi erano contrari, e sul cui contenuto sarebbe stato arduo trovare una vasta concordia. Insomma, mancando i Dico è differito uno scontro, pubblico e crescente, all’interno della Chiesa italiana. E, tuttavia, quanto accaduto nelle prime tre settimane di febbraio ha di fatto riaperto un’inevitabile riflessione teologica sul concetto di «popolo di Dio» affermato dal Vaticano II, evidenziando una pluralità prima forse sommersa. Questa Chiesa plurale è nelle cose, anche se cercheranno di occultarla; perciò è importante che, in un’ora così grave coinvolgente alla radice il «Chi è» della Ekklesia, autorevoli esponenti cattolici, ed anche gruppi di base, gente delle parrocchie e sacerdoti, abbiano sussurrato – o gridato – a Ruini: Non possumus.

 

 David Gabrielli,  da www.confronti.net  marzo 2007

 

 

Legge naturale, strada scivolosa

 

Il papa ed i vertici della Conferenza episcopale (Cei) hanno fatto appello all'immutabilità e alla normatività della «legge naturale» per opporsi frontalmente al disegno di legge sui «diritti dei conviventi» (i Pacs/Dico) presentato l'8 febbraio dal Consiglio dei ministri. Ma la storia della Chiesa dimostra che, su problemi capitali, l'affermata linearità non è stata affatto mantenuta.

 

Ha detto Benedetto XVI: «La legge naturale. è scritta nel cuore dell'uomo.. Tale è il principio del rispetto per la vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale, non essendo questo bene della vita proprietà dell'uomo ma dono gratuito di Dio». In questo valore (come in altri: il dovere di cercare la verità, di custodire la giustizia.) si esprimono, aggiungeva il pontefice, «norme inderogabili e cogenti che non dipendono dalla volontà del legislatore e neppure dal consenso che gli Stati possono ad esse prestare. Sono infatti norme che precedono qualsiasi legge umana: come tali, non ammettono interventi in deroga da parte di nessuno».

 

La Chiesa (ogni Chiesa, ma qui riflettiamo un momento sulla cattolica romana) mostra non solo comportamenti, ma anche princìpi teoretici del tutto contrapposti a quanto affermato da Joseph Ratzinger. All'alba del XIII secolo il papato era assai preoccupato per la diffusione dei «catari» (detti anche «albigesi» perché il loro centro era ad Albi, Francia del sud). Per stroncare tale movimento, giudicato seguace di una «eresia» che sovvertiva la dottrina cristiana, nel 1215 il Concilio Lateranense IV, guidato da papa Innocenzo III, stabilì: «I cattolici che, presa la croce [cioè: fattisi crociati], si armeranno per sterminare gli eretici, godano delle indulgenze e dei santi privilegi che sono concessi a quanti vanno in aiuto della Terra santa».

 

Non importa ora stabilire se i «catari» avessero ragione o torto,  se fossero violenti o meno. Certo è che Innocenzo III ritenne giusto sterminarli (e, nella crociata, furono uccisi a migliaia). Naturalmente, oggi non possiamo giudicare il passato con il senno di poi, e con i nostri parametri culturali e giuridici. In quel tempo, e con la mentalità di allora, il pontefice ritenne che l'eliminazione fisica dei «catari» fosse il male minore per salvare valori maggiori. E, tuttavia il problema rimane: come mai un papa e un Concilio proclamarono di dover porre fine alla vita fisica dei «catari», così violando quella «legge naturale» che, ha detto Benedetto XVI, sempre è stata e sempre sarà? Nel 2000 Giovanni Paolo II chiese perdono per le «violenze» compiute nei secoli andati dai «figli e figlie» della Chiesa cattolica. Atto importante; che, tuttavia, non approfondì le «violenze» sancite dal sommo magistero, così sorvolando su una flagrante contraddizione.

 

Ma su un altro, e ben più vasto tema il magistero cattolico ha aperto un varco contro l'affermata inviolabilità della «legge naturale»: quello della guerra. Per secoli la Chiesa romana ha  ammesso la «guerra giusta». Interi trattati precisavano quando una guerra potesse essere «giusta»: per difendersi da un aggressore, per evitare mali maggiori, per proteggere gli innocenti. Eppure il comandamento di Dio afferma «Tu non uccidere»: non fa eccezioni. Per questo vi sono stati dei cristiani che, piuttosto di uccidere, si sono lasciati uccidere. Ma il magistero ecclesiastico ha via via modulato l'assolutezza del comandamento per affrontare la complessità della vita. E' forse giusto lasciare che Caino uccida Abele? E' cristiano solo il nonviolento assoluto, o anche chi all'aggressore armato risponde con le armi? Bastino questi interrogativi per capire come le risposte siano difficili.

 

Perciò lungo la storia papi e vescovi hanno imboccato l'ardua  via della «mediazione» tra grandi princìpi astratti e le tortuosità dell'esistenza. Anche perché, spesso, opposti princìpi si scontrano: la mia vita, dono di Dio che debbo custodire anche dinanzi all'aggressore, e il solenne «Tu non uccidere». Così lo stesso Concilio Vaticano II non ebbe il coraggio - come pure chiedevano alcuni «padri» - di pronunciare una condanna assoluta della guerra in linea di principio, ma lasciò aperto uno spiraglio per giustificare la «guerra giusta». Eppure Giovanni XXIII, nell'enciclica "Pacem in terris" (1963), aveva affermato che oggi la guerra «è fuori dalla ragione».

 

Ma torniamo all'attualità. Affermando che Dio stesso ha voluto l'indissolubilità e la sacralità del matrimonio, Benedetto XVI lunedì ha detto: «Nessuna legge fatta dagli uomini può perciò sovvertire la norma scritta dal Creatore, senza che la società venga drammaticamente ferita in ciò che costituisce il suo stesso fondamento basilare». Che fare, dunque, di fronte ad un matrimonio infranto? In molti Paesi lo Stato ha affrontato tale realtà sociale, legalizzando il divorzio. E le Chiese? Quelle ortodosse considerano peccato il divorzio; però, in nome della misericordia, ammettono le seconde nozze in chiesa dei divorziati. Perché in questione non è il principio dell'indissolubilità del matrimonio, ma la risposta concreta ad una situazione concreta. Negando la possibilità di ricominciare da capo si verrebbe infatti a dire che la Chiesa può perdonare, in nome di Dio, i pluriomicidi, ma non può perdonare chi, infranto un matrimonio, vuole vivere una nuova e responsabile unione d'amore. Sono forse infedeli a Gesù, le Chiese ortodosse, con la loro prassi di misericordia?

 

Anche i nodi sottesi alla legge sui Pacs/Dico vanno articolati, proprio dai cattolici, con il principio della «mediazione» che la Chiesa romana in altri campi ha sempre invocato: la distinzione tra Dio e Cesare, la laicità dello Stato, il bene comune, la salvaguardia della famiglia tradizionale, la tutela di altre forme di amore. Si possono avere, in materia, idee diversificate; ma la storia della Chiesa dovrebbe invitare alla prudenza coloro i quali ritengono che «cattolica» sia solo la loro proposta, ed «eretica» quella di altri. D'altronde, se si presumesse che lo Stato (laico!) nelle leggi che toccano la «etica» deve fare suo, come normativo, il giudizio del magistero ecclesiastico, saremmo di fronte ad un Khomeinismo foriero di guerre di religione.

 

 Luigi Sandri

 

 

Dopo i DICO con la benedizione del parroco

            Ormai è proibito meravigliarsi di bizzarie un poco in tutti i campi: anche in quello religioso; anche in quello che vuole essere cattolico.

E’ notizia di questi giorni che un parroco di una parrocchia brianzola è andato ben oltre il divorzio e le coppie di fatto: i pacs o, vale a dire i patti di convivenza sociale o, come oggi si preferisce i DiCo, diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi. Si noti: nella cattolica Brianza un prete con qualche grillo per la testa ha aperto ancor più l’istituto che fa degli sposi un cosa sola. Non solo ha concesso il matrimonio civile dopo quello religioso. Non solo il divorzio dopo il matrimonio civile; non solo il divorzio dopo il secondo o terzo o ennesimo – finché morte non separi – matrimonio civile; non solo l’approvazione dopo la convivenza di fatto e le coppie extracomunitarie sposate con i riti più disparati. Due – un maschio e una femmina – si incontrano, si salutano, si mettono insieme e rimangono uniti finché gli garba. Dopo un tempo nemmeno stabilito si dividono e ciascuno va per conto proprio. Anni. Mesi. Giorni. Purché ci sia un registro dove  siano annotati nomi e le generalità dei soggetti. Né vale la cittadinanza italiana o lo stato sociale di extracomunitari. Niente religione. Niente razza. Ancor meno  spiritualità. Né vale la differenza sessuale due maschi possono mettersi insieme in una sorta di convivenza, così due femmine.

La stranezza forse più eccentrica sta nel fatto che, accatastando nozze religiose e profane, frammischiando sposalizi di tutte le fedi e di tutti gli ateismi, includendo anche le ideologie illuministiche, deistiche, risorgimentali ecc, non basta il prete a imbastire la cerimonia: il ministro di Dio si mette accanto al rappresentante dello Stato. Con tanti saluti alla distinzione tra Cesare e Dio.

Che cosa, poi, viene insegnato in questi corsi di preparazione alle nozze, è tutto da inventare. Occorrerà la presenza del ginecologo e dell’andrologo, del pediatra, del musicista, dell’addobbatore e così via. Né occorrerà sposarsi in Chiesa. Basta ritrovarsi sotto un lampione e la frittata è fatta.

Qui nasce il desiderio di conoscere la bellezza del matrimonio cristiano.

http://www.alessandromaggiolini.it

 

 

"Noi credenti, peccatori per amore"

 

Viaggio tra i cattolici che non obbediscono a Ruini: "Dio ci capisce"

 

Lilli, 63 anni, crede in Dio. Prega, va a Messa, e da vent’anni, quando gli altri si mettono in fila per la comunione, resta seduta al suo banco, spesso con gli occhi pieni di lacrime: ha sposato un divorziato, non può accedere ai sacramenti. Marina, 34 anni, il giorno dopo aver partorito Giulia pensava, guardandola con tenerezza mentre succhiava al seno, se il parroco l’avrebbe battezzata, perché con Roberto non s’è mai sposata. Fausto è invece un ex sacerdote: ha 37 anni, e ha lasciato l’abito dopo un solo anno dall’ordinazione. E’ sposato con una fervente cattolica. Ma solo in Municipio: davanti a Dio non può, perché aspetta da anni una dispensa papale che non arriva mai. Vive con sofferenza l’impegno che profonde con la moglie in parrocchia, quella dei Santi Pietro e Paolo, a Torino. Anche loro sono peccatori e non possono accedere ai sacramenti. Neppure alla confessione: per la Chiesa, chi si sposa davanti al sindaco è un concubino.

Coppie di fatto e sfasciate
Coppie di fatto e coppie sfasciate, uomini e donne al secondo matrimonio o che convivono senza essere arrivate all’altare: sono milioni, gli italiani così, e milioni tra loro sono i cattolici. Se un ateo la risolve con un’alzata di spalle, loro vivono amori che da un lato riempiono il cuore e dall’altro creano disagio, quando non sofferenza. C’è l’Italia di papa Ratzinger e di Ruini, e c’è un’Italia, che pure si professa cattolica, che arranca fra matrimoni distrutti, amori omosessuali e coppie di fatto. C’è chi ha trovato una via di conciliazione autentica, chi arrangia il proprio credo per mettere a tacere la coscienza e chi si macera nei sensi di colpa, vivendo fra essere e dover essere un perenne iato.

A centinaia, anzi a migliaia, si rivolgono ogni anno da tutta Italia all’Eremo di Caresto, nelle Marche, un centro di spiritualità cattolica dedicato alle coppie. Daniela Maffei, responsabile della comunità: «Ci interessiamo prima di tutto delle famiglie per così dire normali, che magari attraversano una fase di difficoltà. Ci dedichiamo anche a separati, seconde nozze, conviventi: non abbiamo progetti alternativi alla Chiesa, ma offriamo assistenza e accoglienza a chi sente il bisogno di essere in ogni caso vicino al Signore». Nel 2006 hanno contattato l’Eremo 10 mila persone. Anche uomini e donne come Ilaria Salvi, di Peglio, vicino a Pesaro: «Ho 38 anni, due bellissimi bambini, un marito uscito da un divorzio. Sono molto religiosa, ma non posso accostarmi all’Eucarestia, né confessarmi: nemmeno leggere le letture in chiesa. Lo vivo come un’esclusione, un rovello». Sposata in Comune, «ho voluto lo stesso giorno una Messa per noi due, anche se il prete non ha potuto pregare per gli sposi. Quando la mia bimba, Letizia, mi chiede perché non faccio la comunione, patisco. Potrei andare dove non mi conoscono; ma sarebbe mentire, e davanti a Dio non ha senso. Amo mio marito, non posso credere che spiaccia a Dio. Lo rispetto, cresco i miei figli nella fede, leggo i Vangeli, e poi sarà il Signore a giudicarmi». Quanti ne conosce, don Piero Gallo, parroco torinese a San Pietro e Paolo, di casi così. «A volte vogliono confessarsi, e io li scongiuro di non chiedermelo, di non mettermi in imbarazzo. Perché a loro voglio bene, ma non posso assolverli. Dico: pregate, Dio è misericordioso». In media, «un terzo dei fidanzati che vengono per sposarsi, già convive. Alcuni perché hanno lavori precari: fanno coincidere il matrimonio con il momento della casa “vera” oltre che con una festa costosa. Nella maggior parte dei casi però le ragioni non sono economiche, ma psicologiche. Hanno molte incertezze sulla stabilità della coppia, e molta paura di compiere scelte definitive».

La vedova e la pensione
Tra le coppie di fatto ci sono quelli come Andrea e Luisa, che «rimandiamo sempre, anche per pigrizia, e a forza di rimandare nostro figlio ha 7 anni», e quelli come Lara e Marcello, 70 e 72 anni, conviventi da 5: «Tutti credono che siamo sposati, ma non è vero. Sono vedova, non voglio perdere la reversibilità. A messa vado lo stesso, con Marcello ho smesso di sentirmi sola».

Roberto C. è divorziato da 15 anni, e racconta le contraddizioni fra gli stessi sacerdoti: «Certi mi dicono di rinunciare all’Eucarestia, altri di accostarmi solo dove non mi conoscono. Anni fa, un prete non voleva battezzare mio figlio. M’ha detto “Torna da tua moglie, e lascia questa donna e questo bambino al loro destino”». Marco B., 40 anni: «Mi sono innamorato di Sara profondamente, e quando vedo la nostra bella famiglia, i nostri bambini, mi chiedo se davvero sarebbe stato giusto rinunciare a lei solo perché era separata. In parrocchia ero un animatore, e quando ripenso a ciò che dicevo ai ragazzi sono in contraddizione con me stesso. Ma dalla Chiesa mi sento condannato, senza via di redenzione. Spesso vado a Messa, e faccio la comunione: mi domando che male c’è». Una possibilità che Lilli Di Giorgio, 63 anni, torinese, si nega da vent’anni: «Piango, soffro, ma la regola è questa, devo rispettarla. Sono una peccatrice, non sono all’altezza dei sacramenti. La Chiesa c’è da duemila anni, e non è lei a dover cambiare, ma gli uomini. Ho sbagliato, ma so che Dio mi ama lo stesso». Ne è convinta Marghertita Blandino, 61 anni, separata da 32 e risposata da 24. E’ fra i coordinatori di un gruppo di preghiera con separati e divorziati promosso dalla Diocesi di Torino. «Sono in pace con me stessa. Si tratta di non limitare la relazione con Dio ai sacramenti. Si possono trovare altre forme di comunione con il Signore nella preghiera, nel servizio agli altri e nell’amore».

Il cambio al vertice della Cei non è più questione di giorni. Forse arriverà in coincidenza con l’Assemblea dei vescovi, fissata per maggio a Roma, ma c’è chi ipotizza che il cardinale Camillo Ruini possa prolungare la sua permanenza al vertice della Conferenza Episcopale fino all’inizio dell’autunno. Forse a Loreto dove è previsto dal 29 agosto al 2 settembre, un pellegrinaggio dei giovani cattolici a cui presenzierà anche Benedetto XVI. Intanto i candidati alla successione sono, oltre ai cardinali Scola e Antonelli, i vescovi Papa, Bagnasco e Monari.

 

Giovanna Favro, http://www.lastampa.it/

 

   

In verità vi Dico:
sperimentiamo altre strade


Chi cosa Il re Alessandro con chi con cosa con la spada/ taglia chi cosa il nodo gordiano./ Non era venuto in mente a chi a cosa a nessuno“. Cito dalla poesia Lezione (in “Sale“, libri Scheiwiller) della Szymborska.
Per favore, anche noi evitiamo di tagliare il nodo gordiano. E a Campo dei Fiori dove, il 10 marzo, l’Arcigay invita a manifestare “per dare la sveglia al governo“, scoraggiamo, se è possibile, gli attacchi anticlericali.
Però non so se sarà possibile. Dato lo sfinimento che produce questa vicenda della regolamentazione delle unioni di fatto.
Pare che Romano Prodi abbia tentato, nel discorso al Senato per la fiducia, di depoliticizzare i Dico. Dubito che ci sia riuscito. Secondo alcuni, i Dico non sono una priorità ma un errore da parte di chi ha voluto mettere troppa carne al fuoco. Secondo altri, il disegno di legge rappresenta una mediazione troppo debole. Addirittura offensiva. Benedetto XVI ripete quasi ogni giorno che gli “attentati“ alla famiglia vanno fermati. Molti parlamentari, a destra e nel centrosinistra, esibiscono la loro vicinanza alle posizioni del Vaticano sui temi eticamente sensibili. Contro i Dico. D’altronde, la Chiesa si muove come se considerasse l’Italia “terra di missione“. I commentatori, i giornalisti sembrano medusizzati dalla “sinistra radicale“ e dai suoi temi di lotta (e di governo): Previdenza, Afghanistan, Vicenza, ma poco si preoccupano dei tambureggianti messaggi che arrivano da Oltretevere.
Perciò io mi sono convinta che, invece di sfinirsi chiedendo allo Stato, alla Previdenza, ai partiti del centrosinistra (tenuto conto delle differenze al loro interno), ai liberal come l’ex ministro Martino oppure a Biondi, di spingere per l’approvazione dei Dico (il 6 di marzo riprende in Commissione Giustizia al Senato l’esame del ddl di Palazzo Chigi e degli altri otto), che non si sa se mai vedranno la luce, sarebbe più interessante, anche seguendo il parere di amiche giuriste, sperimentare altre strade.
I difensori dei diritti e del loro ottenimento tramite leggi, mi obiettano: se una norma mi vieta di visitare il mio compagno malato di Aids in ospedale che faccio? Gli rispondo che, per mia, personale esperienza, di fronte al dolore e ai bisogni di chi è ricoverato, generalmente la legge si allenta. In ospedale capita che si indeboliscano le pregiudiziali legate a vincoli matrimoniali; la tipologia delle relazioni diventa meno prescrittiva.
Semmai i problemi nascono quando i familiari dei ricoverati escludono che il compagno o la compagna “non legalizzati”, esercitino il proprio diritto all’affetto.
Fortunatamente, tante persone sono laiche e usano il buon senso molto più di quanto si immagini. Il paradosso è che il riconoscimento dei diritti delle “coppie di fatto”, è praticato (anche per via dell’insufficienza di personale) negli ospedali, mentre nei piani “alti” della politica e della gerarchia ecclesiale, il tempo si è fermato a prima della scoperta dell’Aids.
Se poi i familiari dei ricoverati pongono un discrimine, ovvio che i medici si attengano al rispetto della legge. Forse una circolare da parte del ministro della Salute potrebbe indicare una risposta più flessibile.
Quanto all’eredità, la legittima spetta alla famiglia in linea verticale e al coniuge. Tuttavia una quota, con il testamento, può essere destinata a chi si vuole. Il guaio è che a noi italiani, per allontanare il discorso sulla morte, non piace il testamento. Non lo fa quasi nessuno.
Per il contratto di locazione già adesso alcuni enti prevedono che venga trasferito nella convivenza more uxorio. Le cooperative chiedono due anni di convivenza; nei Dico gli anni sarebbero nove.
Sono troppo sbrigativa? Il mio timore è che non si esca da una situazione melmosa insistendo su una legge, sulla benevolenza del governo, sulla protezione dello Stato. Anche perché le coppie di fatto eterosessuali non hanno mai organizzato un comitato, un’associazione, un gruppo di pressione. La battaglia per i diritti è stata delegata ai gay. E i gay, nonostante tutti gli sproloqui sul loro essere una lobby, subiscono ancora troppe discriminazioni perché ad ascoltarli sia il nostro ceto politico. Eppure, le coppie di fatto (eterosessuali) aumentano in maniera costante. L’uomo e la donna che hanno deciso di non sposarsi, hanno preso questa decisione in nome della libertà. Tuttavia, dopo un tempo assai lungo di complicazioni burocratiche e la sensazione che i diritti non arriveranno mai, spesso quella stessa coppia finisce davanti al sindaco per celebrare un matrimonio civile. C’è di mezzo la reversibilità della pensione?
Sul serio ci si sposa per questo o c’è dietro un motivo più profondo? D’altronde, quando si pronuncia la parola Matrimonio, il riferimento è sempre al modo in cui lo concepisce la Chiesa. Legato al diritto naturale e all’istituto della filiazione: padre-madre-bambino.
Anche se basta leggere le cifre dell’Istat per capire che sul matrimonio plana una nuvola nera. Nel 2005 se ne sono celebrati 250.000. Nel ’72, furono 419.000. Ottantamila sono oggi le separazioni; 45.000 i divorzi. L’ottanta per cento delle separazioni viene chiesto dalle donne; sono gli uomini, all’ottanta per cento a chiedere il divorzio. In Usa le single, vedove o divorziate che vivono da sole hanno superati i maschi. Azzardo un’ipotesi: lei, dopo aver convolato a giuste nozze una prima volta, non ne vuole più sapere. Lui, al contrario, non può stare da solo. Ma la mia spiegazione, lo ammetto, può essere rovesciata: lei non trova un nuovo pretendente; lui ha a disposizione una serie di fanciulle in fiore.
Comunque, il matrimonio che andrebbe svuotato di importanza, resta al centro di un contenzioso complicato nel quale gli omosessuali cercano una legittimazione mentre la coppia di giovani ha paura di andare a vivere insieme. Al primo ostacolo il legame si rompe e via, ognuno per .
Di fronte a un paesaggio tanto contradditorio, io non pretenderei la quadratura del cerchio ma proverei a costruire (appoggiandomi alle associazioni omosessuali) patti, accordi, convenzioni, compromessi fuori dalle aule del Parlamento. Così si eviterebbero le guerre ideologiche e, contemporaneamente, gli accordi al ribasso. D’altronde, se non si iscrive sul piano simbolico e dunque nella legge, la presenza di coppie dello stesso sesso, il lavoro (quel lavoro di cui scrive Franca Fossati nella sua rubrica), anche senza “l’aiuto“ del nostro ceto politico, sarà stato quasi inutile. Come ha dimostrato molti anni fa la Libreria delle donne di Milano in “Non credere di avere dei diritti“.

Letizia Paolozzi

 

 

Unioni di fatto tra diritti e doveri

 

 

Il dibattito sulle “unioni di fatto” (o, più correttamente, “unioni civili”) ha assunto, in questi ultimi mesi nel nostro Paese, toni sempre più accesi. La recente approvazione da parte del Governo dei DICO (l’unico dissenziente è stato il Ministro della Giustizia Mastella che non ha partecipato alla seduta del Consiglio dei Ministri) ha provocato l’insorgere di dure reazioni nell’ambito della gerarchia cattolica.

La ragione principale del dissenso, espresso in forme drastiche (talora con accenti persino apocalittici), è la paura che venga minato alle radici l’istituto della famiglia fondata sul matrimonio. Pur non misconoscendo l’opportunità di fornire tutela giuridica ad alcuni diritti individuali, i vescovi hanno più volte ribadito la convinzione che ciò dovesse avvenire mediante il ricorso al diritto privato, applicando le norme già vigenti o elaborandone, se necessario, delle nuove, ma evitando in ogni caso qualsiasi forma di riconoscimento pubblico delle unioni extramatrimoniali, poiché questo avrebbe implicato l’introduzione nell’ordinamento dello Stato di un matrimonio di serie B o, secondo altri, di un quasi-matrimonio, che finirebbe per indebolire gravemente l’istituto matrimoniale. Se infatti – si dice – viene offerta alle coppie conviventi l’opportunità di acquisire i diritti finora riservati alle coppie regolarmente sposate, molti saranno tentati di scegliere la strada meno impegnativa, quella della convivenza, infliggendo in tal modo un vulnus mortale ad un istituto già duramente provato e che riveste un ruolo di grande rilievo per lo sviluppo ordinato della società civile.

Un intervento duro e massiccio

Questi motivi spiegherebbero perché, nonostante lo sforzo dei Ministri Bindi e Pollastrini (e dei loro esperti, i costituzionalisti Ceccanti e Balduzzi, ambedue di estrazione cattolica) di dare vita a un modello di regolamentazione che privilegia i diritti individuali ponendo in secondo piano il fatto dell’unione (il progetto governativo non prevede la registrazione all’anagrafe in forma congiunta ma puramente contestuale), la tensione non si è attenuata. Gli interventi della gerarchia si sono, al contrario, moltiplicati, assumendo connotati sempre più aspri, fino ad affermare l’inutilità del provvedimento varato, considerato del tutto “superfluo”, o a preannunciare la promulgazione di “indicazioni vincolanti” in materia per i cattolici.

La questione ha anzitutto importanti risvolti di ordine politico, che meritano qualche considerazione. Non vi è dubbio che la posizione assunta dai vescovi costituisca una esplicita intromissione della gerarchia nel dibattito che si aprirà tra qualche mese in Parlamento e che essa abbia già avuto ampie risonanze nell’ambito dell’opinione pubblica e nel quadro della vita politica: la ricompattazione, del tutto strumentale, dei partiti di opposizione (con spudorati voltafaccia di alcuni leader politici che si erano precedentemente dichiarati possibilisti nei confronti del provvedimento) non è che la prima tangibile conseguenza di questa intromissione.

A sorprendere, d’altronde, è soprattutto l’accanimento con cui i vescovi si sono mossi e si muovono. Pur riconoscendo alla questione delle coppie di fatto un significativo risvolto sociale, si deve ammettere che la reazione appare sproporzionata, soprattutto se si considera che su altre questioni, ben più socialmente rilevanti, perché legate a temi fondamentali come quelli della giustizia e della legalità, dove cioè in gioco sono i cardini stessi dell’ordinamento civile, non risulta esservi stato alcun intervento ufficiale dell’episcopato italiano. Si pensi al totale silenzio di fronte a eventi gravemente destabilizzanti, quali la promulgazione delle cosiddette leggi ad personam o le affermazioni dell’ex Presidente del Consiglio Berlusconi circa la legittimità dell’evasione fiscale o l’invito rivolto dallo stesso ex Presidente agli italiani, in campagna elettorale, a votare secondo i propri interessi anziché secondo quelli del Paese. Non si conferma qui l’impressione che l’attenzione della chiesa nei confronti dei temi della politica tenda a concentrarsi prevalentemente (e quasi esclusivamente) su questioni che hanno a che fare con l’“etica privata” – e in particolare con l’area della sessualità (si pensi alle cosiddette questioni “eticamente sensibili”) – anziché prendere in seria considerazione questioni cruciali come quelle attinenti la sfera dell’“etica pubblica”?

L’accanimento segnalato rischia poi di risultare ancor più incomprensibile se si tiene conto del fatto che in causa è il matrimonio civile – non quello religioso o sacramentale, dove le ragioni che spingono alla scelta non possono certo essere scalfite da considerazioni utilitariste o di comodo – e che tale matrimonio è stato, almeno fino agli anni del Concilio, concepito dalla chiesa, per quanto concerne i battezzati (che sono tuttora in Italia la stragrande maggioranza dei cittadini), come una realtà “inesistente”, al punto di giudicare chi lo sceglieva come “concubino“ e dunque come pubblico peccatore – è nota la querelle sollevata, negli anni 50, dall’allora vescovo di Prato Mons. Pietro Fiordelli – e che anche i documenti elaborati nel periodo postconciliare faticano a conferirgli uno statuto preciso e autonomo, riconoscendo al più che si tratta di un atto “non irrilevante” anche per i cristiani.

Quale difesa della famiglia?

Al di là delle considerazioni di ordine politico, particolare attenzio