Il metodo conciliare
IL FATTO
Se c’è una costante nella storia della Chiesa che mi è sempre piaciuta è quella sana abitudine di riunirsi ogni tanto in un Concilio ecumenico.
Il Concilio è importante non solo
come segno, perché vede riuniti i vescovi cattolici attorno al papa, ma soprattutto
perché rappresenta un metodo veramente ecclesiale. Attraverso esso
Ci sono varie tipologie di Concilio, ma quello detto “ecumenico” è il più importante, quello che vede riuniti i rappresentanti della Chiesa universale per deliberare in materia di fede, di culto e di organizzazione ecclesiastica. In venti secoli sono stati fatti 22 Concili, comprendendo anche quello della Chiesa nascente narrato in Atti degli apostoli 15.
Questi 22 Concili hanno visto una evoluzione che segna un cammino difficile, ma positivo. I primi Concili, che a livello dottrinale sono i più importanti, nascono in seguito a tensioni e liti interne, con lo scopo di definire una volta per tutte questioni che vedono divisi i vescovi tra loro. Sono Concili che escludono le strade sbagliate attraverso i famosi “anatema sit…” perché i cattolici non si perdano in esse. E’ il sistema della potatura: si tagliano i rami laterali per rafforzare il tronco principale. “Tagliare” le idee sbagliate voleva dire nella maggioranza dei casi mandare in esilio il sostenitore di tale idea.
IL COMMENTO
L’ultimo Concilio, il Vaticano II, ha mostrato chiaramente una decisa
virata in questo senso: da esclusivo, il Concilio è diventato inclusivo,
momento in cui
Altra evoluzione sta nel rapporto con la modernità. Mentre Trento, nel ‘500, ed il Vaticano I, alla fine dell’800 si erano posti
su un piano più difensivo rispetto agli attacchi che venivano prima dal
nascente mondo protestante, poi dal modernismo e gli attacchi allo Stato del
Vaticano, vediamo ora che il Vaticano II esce dalla logica dell’attacco o della
difesa, per riscoprirsi più capace di ascolto e dialogo sia al suo interno che
verso le provocazioni che vengono dall’esterno.
Il Concilio rappresenta la vivacità della Chiesa, che non basta a sé
stessa, non si siede sulle sicurezze raggiunte, non rimanda ogni questione
all’infallibilità del papa o del Magistero, ma chiama tutti attorno ad un
tavolo ed invoca l’assistenza dello Spirito Santo.
Il Concilio di Costanza (1414-18) arrivò addirittura a sostenere la
superiorità del Concilio all’autorità del papa. La risoluzione fu approvata, ma
non promulgata dal papa (tra l’altro in quel periodo ci sono stati anche tre
papi contemporaneamente… ma questo è un altro problema). Tale idea fu in
seguito definita come un errore: il “conciliarismo”.
Come spesso accade, quando nella Chiesa emerge un‘ idea
veramente nuova, poi segue un periodo di ritorno al passato, e timore di aver
osato troppo. Con il Vaticano I
Il Concilio è vita, dicevo. In seguito ai
Concili
Nei 100 anni che seguirono ci furono invece ben quattro Concili (lateranensi). Inoltre i Concili, da Nicea in avanti, hanno
visto anche una progressiva compromissione con i
poteri imperiali, per tornare poi a liberarsene con la caduta dell’Impero Romano
e riscoprire la loro propria natura ecclesiale e
spirituale in tempi più moderni.
L’ultimo Concilio ha rinnovato molti aspetti della Chiesa, dal culto,
al rapporto con le Sacre Scritture, al superamento delle
divisioni tra clero e laici, al dialogo con il mondo e con le religioni,
ma un cambiamento così radicale sembra a non pochi aver spaventato i vertici
della Chiesa che negli ultimi 40 anni sono sembrati più preoccupati di
rimediare ai “danni” fatti dal Concilio che spargerne i semi nelle nuove generazioni.
In questa situazione non pochi sono tornati a chiedere
un nuovo Concilio per affrontare questioni già troppe volte rimandate o mal
risolte. Significativo è l’intervento del cardinal
Carlo Maria Martini nel 1999, al Sinodo dei Vescovi Europei:
“…Penso
alla carenza in qualche luogo già drammatica di
ministri ordinati e alla crescente difficoltà per un vescovo di provvedere alla
cura d’anima nel suo territorio con sufficiente numero di ministri del vangelo
e dell’eucaristia. Penso ad alcuni temi riguardanti la
posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici
ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del
matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle
dell’Ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza
ecumenica, penso al rapporto tra democrazia e valori, tra leggi civili e
legge morale.
Non pochi
di questi temi sono già emersi in Sinodi precedenti, sia generali che speciali,
ed è importante trovare luoghi e strumenti adatti per un loro attento esame.
Non sono certamente strumenti validi per questo né le indagini sociologiche né
le raccolte di firme. Ma forse neppure un Sinodo
potrebbe essere sufficiente. Alcuni di questi nodi necessitano
probabilmente di uno strumento collegiale più universale e autorevole, dove
essi possano essere affrontati con la libertà, nel pieno esercizio della
collegialità episcopale, in ascolto dello Spirito e guardando al bene comune
della Chiesa e dell’umanità intera.
Siamo
indotti ad interrogarci se, quaranta anni dopo l’indizione del Vaticano II, non
stia a poco a poco maturando, per il prossimo
decennio, la coscienza dell’utilità e quasi della necessità di un confronto
collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni dei temi nodali emersi in
questo quarantennio. V’è in più la sensazione di quanto
sarebbe bello e utile per i vescovi di oggi e di domani, in una Chiesa
ormai sempre più diversificata nei suoi linguaggi, ripetere quella esperienza
di comunione, di collegialità e di Spirito Santo che i loro predecessori hanno
compiuto nel Vaticano II e che ormai non è più memoria viva se non per pochi
testimoni…”
Per il prossimo futuro la speranza è che vi
sia all’orizzonte un Concilio come quello invocato dal cardinal Martini. Un Concilio
dove per ogni uomo presente ci sia anche una donna, dove per ogni celibe vi sia
anche uno sposato, dove per ogni europeo, vi sia anche un indiano, un africano,
un americano, un orientale, un australiano…
Mauro Borghesi