
La matrice monacale
della vita religiosa
Il monachesimo nasce prima
del cristianesimo in culture orientali. Molto diffuso nei primi secoli
cristiani, non è solo un fenomeno maschile; le eremite sono forse più numerose
degli uomini, ma i loro cenobi non sono facilmente riconosciuti. Due esempi
contrastanti: le badesse consacrate con abiti
sacerdotali e le murate vive.
Anche se l’economia del discorso ci porta a
fare un grosso salto storico per giungere ai tempi recenti, quando si fa strada
una nuova consapevolezza circa alcuni cardini della vita consacrata, non possiamo trascurare un accenno ad alcuni fatti che si sono
verificati lungo i secoli, di grande utilità ai fini di vederne meglio
delineata la fisionomia acquistata. Il suo consolidarsi con caratteri forti,
tali che resisteranno a lungo al cambiamento, trasforma l'originaria scelta
generosa, incoraggiata e protetta dal clero, in un’organizzazione, certamente
non autonoma (rispetto al clero), ma ben fondata su motivazioni bibliche e
spirituali, che la differenzia decisamente da quella
degli altri appartenenti alla Chiesa.
La matrice su cui s’innesta il fenomeno della
consacrazione a Dio ha una matrice remota: il
monachesimo. Con una sua storia, antecedente all’avvento del cristianesimo,
propria di altre culture religiose, soprattutto
orientali.
Già ai primi secoli dell’era cristiana, il
monachesimo, compreso quello eremitico, non è un fenomeno tipicamente maschile
per come abbiamo creduto fino a non molto tempo fa; infatti
si è sempre e si parla tuttora dei Padri
del deserto, e non dell’equivalente femminile, che è invece addirittura più
numeroso. Ma quando in seno al monachesimo, spesso di carattere eremitico, si delinea l’aspetto cenobitico (cioè di vita comunitaria,
limitatamente a certe scansioni dei ritmi quotidiani) e organizzativo, le donne
incontrano maggiori difficoltà per un riconoscimento ufficiale quali monache.
In genere sono ammesse in monastero in via eccezionale (accanto e guidate dalla
parte maschile), soprattutto quando mostrano di
possedere doti virili, superiori alla loro appartenenza di genere.
D’altra parte, la nuova cultura del clero
(prendiamo lo spunto da una nota di Mirella
Serra allo studio di D.F. Noble) fa assomigliare sempre più il monaco al
guerriero: l’uso della penna è alternativo a quello della spada. E ciò esclude per principio le donne.
Eppure la presenza monacale femminile ha
esempi cospicui, i quali sono stati riscoperti solo di recente e sbalordiscono
per la grande rilevanza del ruolo femminile in tempi
ritenuti retrogradi. Si è anzi verificato ciò che oggi pare
impensabile: tenendo sempre in considerazione il fatto che si tratta di
casi particolari, poiché tali opportunità sono negate metodicamente ad altre
donne, le quali forse ne avrebbero ugualmente i numeri.
Qualche significativa
esemplificazione.
Non poche donne illustri
appartenenti all’aristocrazia latina, convertite al cristianesimo,
esercitano un ruolo ineguagliabile, sia come amministratrici di ricchezze
familiari sia come intellettuali e mecenati per artisti e scrittori. Cosa,
questa, che non desta meraviglia, data la disponibilità delle donne a spendersi
negli spazi possibili, ma che sbalordisce se si assiste alla funzione
ministeriale esercitata da alcune, perfino superiore a quella della corrispettiva
parte maschile.
E’ singolare ciò che leggiamo nel Sacramento Visigoto,
risalente al V secolo: esiste la figura della badessa, la quale nell’atto della
consacrazione viene rivestita di abiti sacerdotali,
del pallio e della mitra, mentre una preghiera accompagna l’atto solenne
dell’intronizzazione; addirittura le vengono elargiti poteri giurisdizionali su
clero, monaci e popolazione del territorio. Dunque si tratta di uno stato
giuridico, nel pieno delle sue funzioni, che avrà una
sua continuità lungo i secoli, con momenti e nomi gloriosi. Bisogna aspettare
il Concilio di Trento per vedere contestato tale potere, abolito totalmente il
1874 con bolla di Pio IX “Quae diversa”.
Per contrasto, facciamo solo un cenno
all’esasperante condizione delle “murate vive”, che ricevono protezione dal principe,
per la cui sicurezza materiale e spirituale dedicano
anima e corpo, con ininterrotta preghiera: fatto certamente raccapricciante,
che però dimostra quanta importanza sia data alla mediazione sacrale delle monache e quanto poco rispetto si abbia
per la loro libertà. E' infatti cosa ben nota la
monacazione forzata delle figlie soprannumerarie nelle famiglie nobili.
Il ruolo delle badesse nel pieno
riconoscimento della loro dignità e l'affluenza nei conventi di donne
appartenenti alla nobiltà confermano che nel medioevo
prevale la figura della monaca, tanto che, quando l’ordo virginum
sarà ripreso sotto altra forma nel basso medioevo, ma soprattutto in epoca
posteriore, l'influenza di tipo monacale resterà condizionante, in virtù della
militanza ascetica per un verso, del prestigio dall’altro. In entrambi i casi
si sottolinea la spaccatura tra chi è semplice laico-cristiano e chi esprime nella chiesa una funzione di
presenza “trascendista”.
L’idea di istituto
strutturato e normato secondo uno standard
prettamente femminile tarda a sbocciare. Chiara di Assisi
dovrà accettare la clausura per riunire attorno a sé le sorelle secondo lo
spirito di povertà di Francesco, ma senza poter esercitare un uguale apostolato
tra la gente. E' in gioco la negatività attribuita al corpo e alla sessualità
femminile, a cui la monacazione offrirebbe rigida protezione.
La "differenza" della
consacrazione
La consacrazione non trasfigura la persona,
come pretende un consolidato standard. Piuttosto evidenzia ciò che è comune in
tutti (i cristiani). L’esclamazione di Mosè: “Basta!
Tutta la comunità, tutti sono santi e il Signore è in mezzo a loro”. I
consacrati hanno un compito: lasciare che
Nell’immaginario comune la consacrazione
religiosa significa un evento di trasformazione operato da Dio, che trasfigura
la persona. Ciò può essere motivo per non dare il giusto rilievo alla
consacrazione del battesimo, l'unica che contraddistingue il cristiano. Si può
discutere sull'uso del temine (anche quando è
applicato al battesimo), sostituendolo con un altro, più adeguato a dare
rilievo ai semplici modi con cui Gesù raccoglieva
intorno a sé i suoi seguaci, senza usare un linguaggio che abbia a che fare col
sacro. Una sequela più marcata nei discepoli "inviati ad
evangelizzare" non è niente di più da un punto di vista oggettivo.
Se tenessimo presente questo punto fermo,
molte questioni sarebbero meno impaccianti quando parliamo
di vita consacrata: sarebbe più
facile riconoscere ad essa il compito di evidenziare ciò che è comune in
tutti (i cristiani): quindi un'incombenza, un ministero, legato ad una
chiamata, la quale risulta vera nella misura in cui la persona la vive bene (e
quindi ne ha il carisma).
Il termine evidenziare non vuol dire esibire. Se la persona consacrata (continuiamo a chiamarla così per
intenderci) ha percepito il tocco della trascendenza di Dio che chiede spazio
nell’intimità della sua anima, ciò riguarda certamente il suo essere, ma non
disgiunto dalla missione a cui è chiamata. I doni sono sempre dei
moltiplicatori. Così come chi possiede una virtù (da
intendere come potenzialità umana), è in grado di aiutare l’altro a scoprirla
in sé; come una sana educazione è di stimolo al discepolo perché raggiunga
anch'egli, e possibilmente superi la statura del maestro (il quale ne gioisce);
la stessa cosa dovrebbe avvenire nell’ambito della consacrazione. Perché questa parola non va riferita ad altro che alla grazia
diffusiva dell'amore di Cristo: nella naturalezza, nello snodarsi del
quotidiano, senza distintivi di sorta.
La figura di Mosè
offre un esempio significativo per comprendere la
dialettica tra "santità e consacrazione di tutti" e
"consacrazione particolare", nell’episodio in cui i capi della
comunità insorsero contro di lui, accusandolo di manipolare l’idea di santità (“Basta! Tutta la comunità, tutti sono santi
e il Signore è in mezzo a loro” Nm 16,3). La tragica fine dei ribelli non
smentisce ovviamente il principio che “tutti
sono santi”, ma
lascia intendere il carattere particolare della santità e consacrazione di Mosè, capace di svegliare in loro la consapevolezza di
appartenere a Dio (seguo molto da vicino uno studio della Bosetti).
Ricordo un episodio che mi è
rimasto vivamente impresso nella fantasia. Ad Assisi, alla fine della
settimana di “Studi Cristiani”, siamo in troppi per essere contenuti in chiesa.
Si celebra Messa nella più vasta sala. Con estrema semplicità, siamo disposti a
cerchio attorno al tavolo della mensa. Nonostante la presenza, tra tanti frequentanti, di monsignori e
vescovi, nessuna solenne concelebrazione. Un prete giovanissimo, che mai
ha aperto bocca per interventi durante la settimana trascorsa, fa da Ministro
dell’Eucarestia. Davvero lo sentiamo uno di noi, o
meglio abbiamo la sensazione che il suo essere uno-qualsiasi
ci faccia sentire concelebranti;
la preghiera, il rito, i canti, ogni gesto si fa davvero corale. Mai prima di
allora avevo notato tanta compartecipazione ad una messa. All’omelia, alcuni
fanno brevi riflessioni. Al momento della distribuzione eucaristica (l’abituale
incolonnamento sarebbe difficile davvero), si scambiano tanti canestri colmi di
bocconi di pane. E’ bello l’atto del ricevere e del porgere (si porge anche ai
vescovi!); la mensa accomuna concretamente, e penetra nelle profondità dello
spirito. Il tutto nella gioia e nella compostezza. Un fatto quasi da non
raccontare, tanto poco ha di narrativo. Ma ecco, questo è un modo di sentirsi
tutti “consacrati”: quando l’unico delegato a
rappresentare la comunità, la mette in primo piano, la fa evidenziare.
E, mentre parlo di questa settimana di Assisi, mi piace ricordare un breve episodio, narrato da
un missionario. In America Latina, in una delle assemblee delle comunità di
base in cui si medita insieme a lui sul Magnificat, ad un tratto un contadino
sale sulla sedia e dice con accento ispirato: La mia anima magnifica il Signore perché ha abbassato i vescovi e ha
innalzato uno come me! Quale migliore manifestazione del carisma della
consacrazione, di questa possibilità offerta ad un povero, che ha l'orgoglio di sentirsi investito dall'Alto e
riconosciuto dalla comunità, di viverla e di ringraziarne il Signore con
candida esultanza?
(So bene che questo indugiare
-
soprattutto se a parlare è una donna - su simili fatti, si
tira addosso l’accusa di mettere in gioco il sentimento; si insiste che Dio
agisce tramite i suoi ministri ufficiali, al di là delle effervescenze
soggettive e sentimentali. Ma quanto è pesante e inibitorio
il modo di bloccare - con supponenza e
con scarsa sensibilità umana - ogni
riferimento alla gioia della grazia condivisa: come se fosse preferibile la
terminologia del catechismo all'esperienza di fede sentita, vissuta).
Circa il sacro si usano
termini altisonanti e suggestivi, che sfiorano il misterico
e l’arcano, perché l’ignoranza religiosa ci rimanda a concetti inadeguati alla
novità evangelica. Questa introduce all’esperienza di un Dio da chiamare Padre
e fa assaporare la familiarità dei gesti liturgici, come momenti in cui la
grazia trascorre tra Dio e la comunità; e il mediatore è solo Gesù.
La diversità dei consacrati fa entrare in un
ordine di idee proprio di gente che ha sete di sacro e
cerca dei mediatori, laddove la grazia è la fontanella del villaggio a cui
tutti possono accedere e dissetarsi. Di particolare essi
hanno soltanto un compito: lasciare che
(Due paragrafi dal 2° capitolo della prima
parte dal libro “oltre il Nulla”)