Un’interessante
intervista a Raimond Panikkar
di Gianmaria Zamagni
Zamagnini: Vedendo il titolo da lei
scelto per la sua lezione, "Fede, religioni e culture", vorrei
chiederle come
é possibile, oggigiorno, declinare una confessione di fede in un contesto multiculturale?
Panikhar: Ogni uomo ha una fede, come ogni uomo ha una religione, certo nel senso non settario
della parola, e ogni persona umana vive in un determinato universo culturale.
Benché capisco sia più elegante graficamente, trovo anche che nel titolo manchi una "e": Fede e religioni e
culture.
Z: Come é possibile conciliare oggi la
rivendicazione di verità con la pluralità delle religioni mondiali?
P: Io rispetto molto il magistero: pluralismo non vuol dire
pluralità. Ho scritto
anche un articolo sul pluralismo della verità, dove ho dato una descrizione fenomenologica della verità: la verità
é ciò che si cerca, quindi ogni religione cerca la verità, ogni uomo cerca la
verità. Di più: ogni affermazione ha di per sé una pretesa di verità. Tuttavia,
se da ciò si estrapola che questa verità é unica, si compie un errore logico,
perché ogni affermazione ha un significato all’interno di un contesto
che le conferisce il suo senso. Estrapolare qualsiasi affermazione al di fuori
del suo contesto significa commettere l’errore logico
di assolutizzare qualcosa che ha un senso soltanto
all’interno di un contesto. E questo vale,
naturalmente, anche per la mia filosofia. Ciò significa che per capire il senso
di un’affermazione che ha implicita una rivendicazione di verità, devo anzitutto capirne il contesto. Oltre a questo contesto, occorre cercare di comprendere il pretesto
che porta a quella affermazione, un pretesto che può essere meschino o nobile. E per conoscere quel pretesto, occorre conoscere la persona
che l’esprime. Perciò la verità é sempre incarnata. Il
concetto di verità possiamo definirlo come più piace:
vi sono tante definizioni, la filosofia analitica oggi ha almeno una dozzina di
definizioni della verità. Ma la verità "che ci fa
liberi" non ci permette di fissarla in un concetto. Come afferma l’epistola ai Galati, siete
chiamati alla libertà: in libertatem vocati estis. Alcune
traduzioni di questo versetto sono errate. San Paolo in un altro testo parla
anche della legge perfetta della libertà, ma non si tratta della legge della
perfetta libertà. Essere perfetti si riassume in ciò
che non può essere né legge né comandamento, che é l’amore per il prossimo.
Z: Vi é nel Vangelo un Gesù di Nazareth che tace davanti alla domanda di Pilato "che cos’é la verità?", e tuttavia,
accanto a questo Gesù vi é un Cristo giovanneo, che
dice: "io sono la via, la verità e la vita".
Vi é ancora un interprete privilegiato di quella verità: un
magistero, una dottrina...
P: Cristo ha
sì detto "io sono la verità", ma non ha
detto "la verità é quello che voi dite di me". Egli
é la via, la verità e la vita se si cammina per la via, se si sta nella verità
e se si vive, altrimenti quella non é vera vita, é la vita di altri. Ci
manca questa profondità nella comprensione di quelle parole. Anche
nella metafora dell’Apocalisse che esorta a mangiare le Scritture, é detto
chiaramente che la lettera uccide. Ogni giorno ha la sua pena.
Nell’ordine pragmatico, certo occorre un’agenda su cui si appuntano le cose da
fare. Ma l’ordine della vera vita, dell’esperienza umana, che é arte di vivere,
la grande arte, non si può insegnare nelle scuole. Si
può al massimo contagiare. E come un virus vivo che contagia
l’allievo che si rende conto che là c’é qualcosa di vivo. L’educazione é
e-ducere, da dentro, tirare fuori quello che
ardentemente stava dentro il cuore.
Z: Parlando di vita vissuta, allora, come si avverte questo
tema della verità a partire dal contesto asiatico, al
quale lei appartiene? Si può ancora, a suo parere, e come, essere cattolici, o
essere chiesa, oggi, in Asia?
P: Una volta,
Paolo VI, in un’udienza privata, mi chiese cosa stessi
facendo nella mia diocesi in India, ed io gli risposi: "mi domando se per
essere cristiano si debba essere spiritualmente semita e intellettualmente greco".
Allora, e ancora oggi, se non si é spiritualmente semita e
intellettualmente greco non si capisce nulla di cristianesimo. Il
cristianesimo risulta esterno, artificiale, non
connaturale a due terzi del mondo, che devono essere, per così dire,
"circoncisi" nella mente, per essere cristiani; il loro essere
cristiani, cioé, non può essere spontaneo. La grande sfida del terzo millennio cristiano é dunque quella di
essere veramente cattolici – cioé universali – il che
vuol dire non avere una dottrina, che é talora necessaria, ma non é certo
universale. Per avere l’universalità del cristianesimo, si richiede una kenosi, uno svuotamento intellettuale, ed é
questo che fa paura. Ma, come le ho già detto, quando Abramo
non sapeva dove andare, sapeva però che era la voce di Dio a guidarlo.
Z: Lei vede una molteplicità di poli, comunque, per questo ascolto della parola, per questo
"imparare gli uni dagli altri" di cui ha parlato?
P: Neppure, a
ben vedere. Quando si ha ancora una visione monocromatica
si vedono il verde, il blu, il rosso... ma non si gode dell’arcobaleno. Si può
forse, in quel primo caso, scrivere un’intera tesi su ognuno dei colori. Al contrario, in questo Blick, in
questa visione mistica, del "terzo occhio", non é questione di fare
una sintesi. In Occidente siamo troppo
giansenisti e troppo puritani e abbiamo perso il godimento della pluralità dei
colori; la sinfonia dei colori non deriva però dalla somma dei colori. Anche
nella musica, se si fa un’analisi puntuale delle diverse partiture non si gode affatto della musica. Per avere il vero
godimento e la vera conoscenza della musica la si deve
fruire nella sua armonia, non nelle sue singole parti. Ed é
proprio questa visione olistica della realtà
quello che un po’ ci manca.
(13 settembre 2006)