Un bel testamento del nostro amato, per noi VIVO,

Franco Maggiotto

 

Così scriveva poco fa Franco Maggiotto

 

«E ora, figlioli, rimanete in Lui affinché quando Egli apparirà, possiamo avere fiducia e alla sua venuta non siamo costretti a ritirarci da Lui, coperti di vergogna»

(I Giovanni 2, 28)

 

«Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E tali siamo. Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto Lui. Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è ancora stato manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quand’Egli sarà manifestato saremo simili a Lui, perché lo vedremo com’Egli è. E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com’Egli è puro» (I Giovanni 3, 1-3)

 

«Carissimi, non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio; perché molti falsi profeti sono apparsi nel mondo. Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell’anticristo. Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo»(I Giovanni 4,1-3)

 

«Ora, dunque, queste tre cose durano: fede, speranza e amore; ma la più grande di esse è l’amore»(I Corinzi 13, 13)

 

2 di 4    GESÙ CRISTO, LA NOSTRA SPERANZA

Convertirsi a Dio non significa solo ritornare continuamente a Lui ma significa anche ritornare continuamente a riconoscerci nella nostra umanità bisognosa di salvezza

 

L’ESPERIENZA della fede è il luogo privilegiato dove il credente vive il suo incontro personale con il Dio di Gesù Cri­sto. Questa esperienza matura all’interno di un percorso di ri­cerca che ha molti aspetti: la let­tura biblica, la preghiera, la Messa domenicale e la vita comunita­ria, il servizio nella chiesa e l’im­pegno della testimonianza del­l’Evangelo nei confronti del mondo. Ora noi tutti siamo con­sapevoli che, nella nostra so­cietà contemporanea, ciò che dovrebbe caratterizzare la vita di fede di un cristiano è stato messo in crisi dalla diffusione nel mondo occidentale di stili e scelte di vita i quali entrano in rotta di collisione proprio con le esigenze imposte dai tempi e dai momenti della vita cristiana.

Il ritorno del «sacro»

UNA delle più grandi stupi­daggini che mi sono senti­to ripetere in ambito parrocchiale, negli ultimi trent’anni, è che per vivere la fede cattolica non è necessario, per esempio, frequentare il culto o la vita co­munitaria, o che, per quanto ri­guarda la testimonianza al­l’Evangelo di Gesù Cristo è più che sufficiente l’atteggiamento di onestà, rettitudine e buona creanza sul lavoro e nelle rela­zioni interpersonali, che ci deri­verebbero dalla nostra etica cattolica. È  anche vero che molti di questi «buoni cristiani» oggi me li sono spesso ritrovati profondamente immersi nella nuova ondata del «sacro» che pervade la nostra società seco­larizzata, felici della conquistata meta di una fede stile new age (vedi per es. i Moon), rinforzata da alcuni elementi cristiani («Dio è amore» è l’espressione più inflazionata che si sente in giro), magari me­scolati a qualche influenza orientale (il fascino dell’Oriente è stato molto rilanciato dalle nuove attenzioni che si rivolgo­no alla cura del corpo, al man­giare, alla funzione fondamen­tale della meditazione e degli esercizi di controllo del respiro). In questa situazione, intanto, la chiesa di Dio si dibatte in molte que­stioni complicate. Due esempi di basso profilo, tanto per inten­derci: a un incontro con i geni­tori del catechismo si discute della programmazione del lavo­ro da fare con i loro figli nell’anno ecclesiastico che sta inizian­do. Alla domanda: ma, la chiesa non ha un manuale di catechi­smo adottato da tutte le comu­nità? No, la chiesa non ha un ca­techismo ufficiale adottato da tutte le Parrocchie: si lavora con il sistema «fai da te», siamo dei bravi bricoleur della educazione alla fede. Un uomo, avvicinatosi a una Comu­nità Cristiana di Base con molto entu­siasmo, si aggira da un prete a un altro, perché vuole capire co­sa dice precisamente la chiesa su Dio, Gesù Cristo, lo Spirito Santo, il diavolo, la resurrezione, la vita eterna e ogni volta si ri­trova più confuso, perché ogni “animatore” gli offre risposte diverse alle precise domande che egli fa. «Orsù, scendiamo e confondia­mo quivi il loro linguaggio, sic­ché l’uno non capisca il parlare dell’altro», deve essersi detto quel fratello, ricordandosi del mito biblico di Babele.

Il peggior nemico della fede

IN questo nostro tempo il peggior nemico della fede cristiana è il cristianesimo stes­so, esposto come esso è a sog­gettivismi, a radicalizzazioni fondamentaliste o, in opposi­zione, a relativizzazioni intellet­tualistiche ed etiche. Qualcosa di simile doveva anche accade­re all’epoca in cui l’autore delle lettere di Giovanni si decide a intervenire con i suoi scritti, per cercare di portare ordine, alme­no da un punto di vista dei principi fondamentali della fede, in quelle comunità pericolo­samente esposte alla perdita della loro identità cristiana.

Il tempo della «crisi» è anche un tempo di sospensione. Per l’autore dello scritto la «crisi» delle sue comunità si colloca all’incrocio tra il presente l’at­timo fugace in cui l’essere uma­no si vive pienamente come atto nella realtà che accade e l’ir­ruzione dell’evento imminente del promesso ritorno del Cristo. Il presente vissuto dalle comu­nità cristiane giovannee è mani­festazione, presa d’atto, di una divisione interna che rimette in discussione la centralità dell’in­carnazione storica di Dio in Ge­sù Cristo, unico accesso dato agli esseri umani per entrare in rapporto con Dio stesso; il futu­ro presente di Cristo mantiene aperta la tensione verso il progetto di salvezza che Dio deside­ra portare a termine per riscat­tare l’umanità dal peso del pec­cato e per liberarla dall’angoscia della morte. In questa presenza contemporanea di presente e di futuro la condizione esistenziale del credente è l’essere sospesi tra un ciò che si è e ciò che si potrebbe essere. L’impressione che oggi ci domina come cre­denti cattolici è proprio quella di sentirci sospesi tra un presen­te in cui, per molti aspetti, la qualità della nostra vita di fede ci appare non del tutto capace di accettare le sfide che il mon­do ci pone davanti, e un futuro che è già in mezzo a noi, per il quale ci rendiamo perfettamen­te conto di essere completa­mente spiazzati.

Il tempo della sospensione

PER il credente il tempo della sospensione è però anche il tempo che si nutre di speranza. È vero che la nostra tendenza è quasi sempre quella di vedere il famoso bicchiere «mezzo vuo­to», cioè siamo quasi sempre portati a riconoscere e a sottoli­neare i nostri limiti, le nostre carenze, a fare del mugugno e della lamentela, qualche volta in modo gratuito e superficiale. Siamo meno capaci a valorizza­re le nostre capacità, a cogliere le novità significative che pure si manifestano all’interno delle nostre comunità. Se penso all’insieme storico italiano (io non ho esperienza missionaria) dei tanti Parroci e Suore di montagna, e qui penso ad un Parroco dal cuore di Cristo che il Signore ha voluto farmi incontrare alla cima di un Castello sempre in costruzione dove ho trovato un pasto, una camera a gratis e tanto affetto) a volte abbandonati dai loro Vescovi stessi perché non hanno la laurea, o amano troppo!!! non posso pro­vare altro che gratitudine per quelle sorelle e quei fratelli che in centinaia di realtà, piccole e grandi, disperse sul nostro terri­torio nazionale, e non solo, por­tano avanti con coerenza e fe­deltà la loro testimonianza all’Evangelo di Gesù Cristo. Con fatica molto spesso, ma anche con tanta gioia e serenità essi predicano, formano, costrui­scono comunità di fede viventi, si sperdono in molti casi verso «gli ultimi e i poveri». Essi condividono la stessa speranza: vi­vere il discepolato al seguito di Gesù, a motivo del quale nessu­na prova ci è risparmiata, in at­tesa che il Regno di Dio, già realtà per i suoi figli e le sue fi­glie, trasformi a sua volta la realtà del mondo. Sperare, in questa prospettiva, è credere ancora e sempre che Gesù Cri­sto è il Signore e Salvatore del mondo e di ognuno di noi.

Il tempo di una scelta

PER questo il tempo della so­spensione tra il nostro pre­sente e il futuro di Dio è anche il tempo di una scelta. La passività di chi attende qualcosa non è in alcun modo una caratteristica del cristiano: noi non aspettiamo con le mani in mano, noi aspet­tiamo facendo e vivendo. Il no­stro fare non è semplicemente un agire per agire, esso è piutto­sto determinato da un agire a fa­vore della giustizia di Dio. Non sono il nostro punto di vista, le nostre priorità o le nostre esigen­ze a metterci nell’atto di agire: come cristiani facciamo a partire da una VOCAZIONE che abbiamo ricevuto. Dio ci chiama a farci esecutori, propugnatori, realiz­zatori della sua giustizia, che non coincide mai con il nostro concetto di giustizia. Nel nostro operare a favore della giustizia di Dio viviamo e rinnoviamo la no­stra esperienza di conversione. Convertirsi a Dio non significa solo ritornare di nuovo e conti­nuamente a Lui, ma significa an­che ritornare di nuovo e conti­nuamente a riconoscerci nella nostra umanità bisognosa di sal­vezza. E in questo ripiegarsi sulla nostra umanità «mancata» sco­priamo e riscopriamo nuova­mente l’amore che Dio ci dona gratuitamente e che gratuita­mente siamo chiamati a riversare con coloro che condividono con noi la nostra umanità. (2 di 4 meditazioni) Preghiamo

Nell’incertezza del mio cammino, o Dio, ho alzato gli occhi al cielo nell’attesa di un Tuo segno, di una Tua parola, il primo per indicarmi la direzione, la seconda per accompagnare il mio canto, segni non ne ho visti, la Tua voce non si è unita alla mia. Nel fermarmi a riposare (non sempre si può camminare), ho abbassato i miei occhi sul Libro, i segni sono venuti, da altri narrati, la Tua Parola mi ha incontrato:

Gesù è il nome con cui ti ho invocato. Il cammino ho ripreso e, ora, Tu sei con me. Cristo, il Risorto, è la mia speranza, il tuo Spirito vivente non mi abbandona: sono ancora nell’ombra della vita, ma la tua Tua luce rischiara la strada.

 Note al testo

La presa d’atto di una divisione teologica, in ri­ferimento al ruolo di Ge­sù Cristo nell’economia della salvezza divina, vie­ne letta dall’autore della prima lettera di Giovanni all’interno dell’orizzonte del ritorno del Figlio di Dio nella sua funzione di «giudice» dell’insieme della storia umana: «è l’ultima ora» (I Gv. 2, 18)!

Si assiste qui al dispie­garsi del convincimento che la crisi, sorta all’inter­no delle comunità giovan­nee, manifesti chiaramen­te il compimento del tem­po concesso all’umanità per convertirsi al Dio, rive­latosi in Gesù Cristo, e che proprio questa crisi rap­presenti l’inizio, il segno concreto ed evidente, del­la fine della vicenda pron­ta ad aprirsi al futuro del Regno di Dio tanto atteso. Nella fede di questo testi­mone, come un’eco che viene da lontano, si sento­no risuonare le ultime pa­role di Gesù sulla croce, prima di morire: «È com­piuto»(Gv, 19, 30). Il senso di compiutezza del pro­getto divino coglie ora la comunità cristiana nel suo momento di crisi; la crisi stessa determina, segnala il raggiungimento del fine per cui Dio si è speso per l’umanità nel suo insieme.

AII’«ora escatologica» corrisponde l’«ora del cre­dente»! Se il tempo della crisi fa precipitare il tem­po della storia, allo smar­rimento, alla confusione, alle polemiche e alle di­scussioni, alle incertezze che nascono all’interno delle comunità, si può so­lo rispondere con il rima­nere saldamente ancorati alla confessione di fede cristologica. Alla crisi con­fessionale delle comunità si contrappone il rinnova­to radicamento della fede in Gesù Cristo. Questo ra­dicamento produce un at­teggiamento e una con­vinzione personali: la «giustizia» è una caratte­ristica propria di Dio ma, in questo contesto, essa viene proposta come un criterio a cui i lettori si devono attenere nella lo­ro esistenza (chi «è nato da Dio»; infatti, opera la giustizia; il «vivere secon­do giustizia» rende parte­cipi alla «famiglia di Dio», ma questa «adozione di­vina» è sostenuta e realiz­zata solo grazie all’amore che Dio rivela ai «suoi».

La crisi però produce in­certezze e tentennamenti, errori di valutazione e, forse, rischia di spingere i credenti all’abbandono della fede. Cosa siamo? Chi siamo? Dove siamo? Chi ha ragione e chi ha torto? Sono le domande che si devono essere posti i lettori della prima Giovan­ni. L’autore è consapevole dell’esistenza di questi dubbi («non è stato anco­ra manifestato ciò che sa­remo»). La verità sull’iden­tità di fede dei credenti è però di nuovo riferita alla manifestazione del Cristo atteso: ora, è la speranza che accompagna e sostie­ne questa attesa.