Riflessione
CARI SACERDOTI SPOSATI

di Mario Pancera

Ma anche cari gli altri che sembrano in crisi con la gerarchia e con la società.

Due parole da un laico

Sul «Dialogo» compaiono con una certa frequenza lettere e articoli di autori che, anche quando non lo indicano, sembrano inequivocabilmente uomini di religione. Cercano un dialogo, forse non lo trovano. Ciò che colpisce è il dolore che esce dalle loro parole, non di rado chiare confessioni personali, e altre volte ammissioni che, nel susseguirsi dei pensieri, rivelano un incontenibile disagio individuale.

In un caso e nell’altro, il lettore non può non sentirsi coinvolto e farsi alcune domande: gli autori degli scritti ai quali mi riferisco, infatti, trattano di omosessualità, pedofilia, superstizione, tradimento della fede, azioni e reazioni dei vescovi e del papato, con una partecipazione che va ben oltre la semplice opinione di chi osserva i fatti di cronaca dall’ esterno. Gli autori sembrano, e a volte dichiarano apertamente di esserlo, direttamente coinvolti in questi fatti in prima persona. In questi casi le pagine del «Dialogo» sembrano a me, lettore laico, un confessionale aperto.

Non voglio sapere i motivi di tali inquietudini, che certamente sono profondi e perciò vanno esaminati da chi se ne intende e in luoghi opportuni. Ciò che mi incuriosisce è il modo di esprimersi, il linguaggio dei preti sposati o di quelli che sono stati coinvolti in storie altrimenti inenarrabili o che si sentono traditi dai loro confratelli, dai vescovi, dal papa. Come mai parlano così queste persone, istruite, certamente ricche di esperienze umane, culturali e sociali? Perché usano una violenza verbale che, di norma, da un sacerdote cattolico non ci si aspetta né in chiesa né sul sagrato?

D’abitudine, ritaglio le notizie di cui poi scriverò, sottolineo le frasi, per portare ai lettori le prove di quanto scrivo, ma qui non ho niente da ritagliare né da sottolineare: dovrei, infatti, citare da cima a fondo tutti gli articoli o lettere che mi sono capitati sotto gli occhi in questi ultimi mesi e di questi articoli tutte le righe. Sono attacchi continui. Uso con molta attenzione la parola «attacchi», ma non trovo di meglio per spiegarmi. Talvolta, più che opinioni e commenti ad avvenimenti in cui sono coinvolti la gerarchia ecclesiastica e il papa, leggo esternazioni vivaci che sembrano uscite di getto e che, in un momento successivo, probabilmente sarebbero temperate e comunque meglio spiegate con dati oggettivi.

Facciamo parte di una società molto agitata, per cui quando leggo o ascolto commenti chiari e pacati mi si apre l’anima. I motivi per essere inquieti ci sono, senza dubbio. Leggo che il tribunale militare applica le leggi di guerra contro alcuni ufficiali impegnati là dove, fino a ieri, all’opinione pubblica è stato fatto credere che eravamo in missione di pace. Leggo che un Paese entra in territori non suoi, uccide decine di persone, arresta addirittura ministri di quel governo per rispondere alla provocazione del lancio di razzi contro una città di confine. Leggo che da mesi e anni in Campania si accumulano sui marciapiedi migliaia di tonnellate di rifiuti e che nel Napoletano in meno di cinque mesi sono state uccise dalla malavita cinquanta persone.

Leggo che l’Italia è sempre più povera, che per aver salvato una vita umana Emergency ha dovuto abbandonare i suoi malati in Afghanistan, che i politici sono ormai considerati dagli italiani una casta di privilegiati, che serpeggia una spinta continua al qualunquismo e alla dittatura, che la famiglia riunisce milioni di estimatori disuniti sul concetto di unità, che l’Iran vuole a tutti i costi diventare una potenza atomica, che il Libano non è lontano dalla guerra civile, che gli eserciti di pace hanno sempre più bisogno di armi, che un condannato a morte ha atteso vent’anni l’esecuzione della sentenza, che nelle miniere cinesi e siberiane i minatori muoiono a decine quasi ogni settimana. Leggo che…

Ecco quel che mi domando quando leggo taluni scritti dei sacerdoti lettori del «Dialogo»: come mai questa violenza è riuscita a pervadere anche il loro modo di esprimersi? La violenza globale incide tanto profondamente sull’intelligenza della persona umana? Rispetto ai loro predecessori, grandi o umili da me conosciuti, è così cambiato il mondo? Oppure c’è qualcosa che mi sfugge? L’ interrogativo non riguarda i problemi personali, intangibili da chi non li vive sulla propria pelle. Infatti, non chiedo a loro, domando a me: come mai anche un uomo di fede, un sacerdote, figura che ho sempre ritenuto alta un gradino sopra gli altri, può essere travolto dalla miseria della società al punto che la sua voce risuona dentro di noi con tanta sofferenza?

Mario Pancera, Il Dialogo, Martedì, 29 maggio 2007


 

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