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A.A. Lo sposo e la sposa, Grafiche Dehoniane,  Bologna 1986, pp. 288 £ 18.500

 

La spiritualità nuziale  -  Prima parte

 

Premessa

Come afferma Benedetto XVI nella “Deus Caritas est”, “l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all'essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza”. Su questa linea possiamo trarre dalla Bibbia la luce necessaria per capire la spiritualità nuziale su tutti i versanti, dal matrimonio alla vita consacrata; infatti l’amore umano trova la sua ragion d’essere nella Fonte da cui sprigiona.

L’immagine di Dio si rifrange nella somiglianza tra creatura e creatura e nello stesso tempo nella diversità propria di ciascuna. L’uomo è relazione: dentro di sé (come avviene all’interno della Trinità), in quanto ciascuno è spirito incarnato in un’anima e in un corpo uniti inscindibilmente, e fuori di sé, per poter vedere riflessa nell’altro la propria immagine e risalire da questa a Dio. I due, maschio e femmina, rappresentano simbolicamente la specificità del loro essere persone che non potranno mai realizzarsi in solitudine, che saranno pienamente se stesse nel cercarsi l’una nell’altra.

Ci approssimiamo a tale mistero facendo largo uso del libro indicato; ma, dalla pluralità degli autori assieme alla ricchezza delle loro indicazioni bibliche, è giocoforza spaziare a numerosi altri riferimenti, ai fini di allargare ed approfondire il quadro di un argomento che trova le risposte più adeguate alla ricerca delle radici dell’esistenza umana nell’Antica Scrittura completata nella Nuova. Ma la fedeltà al senso biblico più autentico non può fare a meno degli spiragli che i vari commenti ci aprono; l’ispirazione divina ha bisogno di essere assimilata attraverso i parametri culturali che via via aprono nuove piste di comprensione.

 
L’uomo è immagine di Dio

“Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza»” (Gn 1, 26).

Non si finirà mai di scandagliare tutto il senso di questa frase: essere immagine di Dio! Egli vuole che la sua creatura rispecchi quello che Lui è. Non vuole un giocattolo, un oggetto che lo soddisfi, ma un altro soggetto che gli assomigli. Le qualità dell’uomo che Dio vuole trovare riprodotte in ogni persona umana sono quelle che La costituiscono nella sua essenza profonda, e cioè l’apertura e la capacità d’incontro con l’altro, nella libertà e nell’amore.

Ma facciamo una puntualizzazione teologica: la Trinità è l’intima relazione di Dio con se stesso, nella quale Egli non disperde l’Unità nella trinità, non si moltiplica nelle Persone divine, la cui sostanza rimane unica. Invece nella creazione, come è stato detto da molti mistici, Egli “esce dalla sua splendida solitudine” e cerca la sua immagine fuori di sé, soprattutto in chi risponderà all’amore con l’amore.

 

L’uomo è polvere e carne

Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo” ( Gn 2, 7).

... anche di notte il mio cuore mi istruisce" (Sal 16,7).

“… "nel mio giaciglio di te mi ricordo" (Sal 63,7).

“… tu mi conosci fino in fondo. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto" (Sal 139, 14-15.)

"Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano" (Sal 139,5).

“... che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?" (Sal 8,5).

"Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato" (Gv 13,34).

“… quelli che... da sempre ha conosciuto [Dio Creatore] li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29).

“Cristo, che è l'eterna e consustanziale «immagine di Dio»” (2Cor 4, 4).

C’è uno stretto legame tra l'essere umano ed il cosmo: l’«adam» è tratto dall’«adamah», che è la polvere, la terra.

L’uomo è carne («basar»), corporeità creata e perciò distinta da Dio. Il significato biblico di tale termine è molto positivo. In Giobbe è illustrata tale positività, quando si parla di un Dio che attraversa la carne umana e la rende capace di sperimentare in pieno tutta la gamma emotiva ed affettiva: “Dalla mia carne vedrò Dio”; Vi toglierò il cuore di pietra e ve lo darò di carne”. La corporeità,  non è ingombro da scartare, ma strumento che permette l’esperienza più affascinante: Dio, prima di crearla, intesse di Sé “in segreto” (cioè misteriosamente) muscoli, cuore, visceri… tutta la corporeità.

C’è da esserne riconoscenti: come mai capiremmo l’amore di Dio senza un cuore di carne? Il cuore rende possibile ogni slancio di amore; è, sì, limite, finitezza da oltre-passare (mai del tutto) nella sofferenza e nelle inadeguatezze; ma ha potenzialità infinite, che sono semi del divino, da coltivare in vista della trasformazione della persona umana e dell’intero cosmo in Cristo, il Risorto dell’escaton. 

I mistici si sono formati ad un lungo tirocinio di ascolto interiore, non interrotto nemmeno nel riposo notturno, come ci ricorda il salmo. Quali le sue lezioni? Fondamentale è quella che proviene dal comportamento di Dio nell’investire la sua creatura della possibilità di entrare in comunione di amore con Lui.

L’intenso legame Creatore-creatura è la prima essenziale sponsalità, su cui si innesterà il significato dell’esistenza umana nella storia individuale e cosmica.

 

Lo Spirito nella carne
Soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo diventò un essere vivente (nefes)” (Gn 2,7).

“… [Cristo] costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione” (Rm1,  4).

“Sappiamo bene che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli di Dio, la redenzione del nostro corpo” (Rm8, 22-23).

“E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effeta» e cioè «Apriti!» ( Mc7, 33-34).

La corporeità (ma possiamo considerare sinonimi la materia del cosmo e la carne) aspetta il soffio divino dello Spirito. Ciò non significa che questo sia atto posteriore cronologicamente: la materia in sé è ricettività, spazio vuoto, in cui Dio effonde infinite potenzialità, le quali si moltiplicano mentre si individualizzano, ma sembrano invocare l’Unità da cui provengono. Il soffio dello Spirito non è realtà che si aggiunge alla materia. E’ vita in seno alla stessa corporeità, perché non riposi staticamente nell’inerzia, ma si dilati in luogo sempre più disponibile all’amore. Il gemito dell’uomo, implorante l’unione con Dio, si trascina dietro il destino del cosmo. «Nefes» (vedi Gn 2, 7) è parola che designa la gola, sede e simbolo dei desideri, e perciò indica che l’uomo è costituito dal desiderio, cioè da una tensione infinitamente insoddisfatta, perché ha il compito inesauribile di farsi tramite della vita dello Spirito nella materia tutta.

Nei commoventi passi biblici che parlano del «farsi carne» dello Spirito in Cristo traspare il sospiro (Paolo usa il termine «stenagmós»), che lo accomuna ai figli di Dio, i quali attendono la redenzione del proprio corpo (Rom 8,23). Il medesimo termine, usato nei riguardi di Cristo e dei suoi fratelli, qualifica bene il senso della liberazione dell'uomo insabbiato nella solitudine incomunicante.

 

La solitudine dell’uomo

“Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»” (Gn 2, 18).

“… non darò sonno ai miei occhi né riposo alle mie palpebre fino a che io non abbia trovato una dimora per il Signore”  (Sal 13).

L’emergere dell’io nei confronti della realtà circostante, in particolare degli altri io, comporta la vera e propria "solitudine originaria" dell’uomo, chiaro segno che l’affermazione di sé non basta senza l’apertura verso gli altri.

Bisogna individuare due elementi sempre compresenti nella Bibbia nel parlare della persona come unica e nello stesso tempo relazionata orizzontalmente verso il prossimo e verticalmente verso la trascendenza.

L'ebraismo compie tutto un percorso di individuazione, che esalta la personalità tesa, in un anelito costante, alla totalità. Commentiamo attraverso due elementi narrativi (midrash): a) Un allievo chiese al Maestro: "Perché è detto il «Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe?» (Esodo 3; 6) e non il «Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe?». E il Maestro rispose: «Perché Isacco e Giacobbe non si appoggiarono sulla ricerca e il servizio di Abramo, ma ricercarono da sé l'unità del Creatore e servirono Dio in modo diverso da Abramo». b) “Quando Rabbi Baruch di Mesbiz arrivava alle parole del Salmo, egli si fermava «fino a che trovo me stesso e faccio di me una dimora pronta ad accogliere la Shechinàh, la Divina Immanenza» (cfr. Sal 13, 4)”. Dunque Dio vuole unire a sé la totalità della persona, perché il rapporto con Lui non sia frammentato e disperso.

Permane il pericolo di vivere la propria unicità come autosufficienza; ed è proprio questa a creare insoddisfazione. Sia ogni istinto di bastare a se stessi e di fondare una pretesa purezza nell’isolamento, sia ogni tentativo di immergersi nella collettività, sono sterili e privi di benedizione. In entrambi i casi – chiusura individualistica e massificazione della personalità – la persona umana resta schiacciata dalla solitudine.

La vita umana piena si vive solo con l’intervento di tre protagonisti, Dio-io-tu. Da qui la possibilità e la potenza di accogliere quel povero e ultimo contemporaneo che è la persona svuotata di senso, per aiutarla a riprendere la strada e a camminare nell'esodo verso la patria.

A. R. (continua)


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