ADRIENNE RICH, Nato di donna, Garzanti 1996.

 

Da qualche anno Carla, mia moglie, mi proponeva questo libro, me ne consigliava la lettura. Sono contento di averlo letto, finalmente! Da una lettura e narrazione della “maternità in tutti i suoi aspetti” l’autora offre spunti e riflessioni su una quantità di temi che sono oggi sul tavolo dell’autocoscienza maschile. Mi riprometto di ritornarci, magari per riflettere sul Dio-Padre del monoteismo cristiano, sulla Madre nel patriarcato, sull’aborto, sulla violenza del dominio maschile sul corpo delle donne, sugli uomini nell’ordine simbolico materno...

Qui desidero per ora sottolineare quella che mi è parsa la tesi fondamentale del libro: la maternità è un’istituzione, “intangibile e invisibile”, di cui “dobbiamo continuare a parlare, perché le donne non dimentichino mai più che i nostri molti frammenti di esperienza vissuta appartengono a un tutto che non è di nostra creazione. La violenza carnale e le sue conseguenze; il matrimonio come dipendenza economica, come la garanzia per l’uomo di avere figli ‘suoi’; il furto del parto perpetrato contro la donna; il concetto di ‘illegittimità’ per il bambino nato fuori dal matrimonio; le leggi che regolano la contraccezione e l’aborto; il disinvolto commercio di pericolosi anticoncezionali; il negare che il lavoro svolto dalle casalinghe faccia parte della ‘produzione’; l’imprigionare le donne in catene di amore e di colpa; la mancanza di assistenza sociale per le madri; l’inadeguatezza delle strutture per l’infanzia in gran parte del mondo; la disparità salariale tra uomo e donna, che spesso costringe quest’ultima a dipendere dall’uomo; l’isolamento forzato della ‘maternità a tempo pieno’; il carattere occasionale della paternità, che dà a un uomo diritti e privilegi su bambini verso i quali si assume solo responsabilità minime; le condanne pronunciate dalla psicanalisi nei confronti della madre; l’atteggiamento della pediatria ufficiale secondo cui la madre è incapace e ignorante; il peso della fatica emotiva sostenuto dalla donna nella famiglia – tutto ciò è il tessuto connettivo di questa invisibile istituzione e determina il nostro rapporto con i nostri figli, che ci piaccia o no. Poiché tutte noi abbiamo avuto una madre, l’istituto tocca tutte le donne e – anche se in forma diversa – tutti gli uomini. La violenza e l’insensibilità patriarcale vengono spesso trasmesse ai bambini dalle madri” (pagg. 390-391).

Alcuni di questi “temi” li abbiamo già affrontati nelle nostre riflessioni sulla paternità: la Rich ci dice che “la battaglia della madre per il figlio, contro la malattia, la povertà, la guerra, contro tutte le forze di sfruttamento e di cinismo che sviliscono la vita umana, deve diventare una battaglia comune dell’umanità, condotta nell’amore e nella passione per la sopravvivenza. Ma perché ciò avvenga l’istituto della maternità deve essere annullato. I mutamenti necessari per arrivare a questo echeggiano in ogni recesso del sistema patriarcale. Distruggere l’istituto non significa abolire la maternità. Significa portare la creazione e il mantenimento della vita sullo stesso piano di decisione, lotta, sorpresa, immaginazione e razionalità di qualsiasi altro compito arduo ma liberamente scelto” (pag. 395).

Adrienne Rich, concludendo il libro, affida a se stessa e a tutte le donne un compito: “La riappropriazione del nostro corpo apporterà alla società umana mutamenti molto più essenziali dell’impossessarsi dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori. Il corpo femminile è stato al tempo stesso territorio e macchina, terra vergine da sfruttare e catena di montaggio produttrice di vita. Dobbiamo immaginare un mondo in cui ogni donna è il genio tutelare del suo corpo. In tale mondo le donne creeranno autenticamente nuova vita, dando alla luce non solo figli (se e come lo vogliono), ma le visioni e il pensiero necessari a sostenere, confortare e modificare l’esistenza umana: un nuovo rapporto con l’universo. La sessualità, la politica, l’intelligenza, il potere, la maternità, il lavoro, la comunità, l’intimità creeranno nuovi significati, il pensiero stesso ne uscirà trasformato. Di qui dobbiamo cominciare” (pag. 402-403).

Beppe Pavan UIC Pinerolo,  n°2 200

 


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