Lettera a Enzo Bianchi Priore di Bose
Caro
Priore,
ho letto recentemente su Repubblica il suo articolo sull’ impossibile storia
della Vergine Madre tratto dalla Lectio Magistralis “ Mater Virgo ,Virgo Mater”
e vi ho molto apprezzato il risalto dato ad un aspetto che in generale è
ingiustamente trascurato della maternità di Maria, quello della dimensione
spirituale, rivolta non soltanto a Gesù ma anche ai discepoli.
Una vera vocazione alla piena maternità è infatti globale, come anche la
vocazione alla paternità, e non esclude alcuna dimensione umana, da quella
biologica a quella spirituale. Ciò è tanto più vero se si tratta della madre di
Gesù.
Per quanto riguarda la verginità di Maria l’articolo mi suscita alcune
riflessioni ed alcuni interrogativi che vorrei esporle.
Mi sembra che il tentativo di riesumare qualche briciola della miriade di ossa
bianche sepolte dalla notte dei tempi nei deserti delle nostre remote civiltà
(La Dea Madre, Cibele, Astarte, Danae…), senza sapere esattamente a chi
realmente appartengono e chi ne è legittimo erede, per far emergere autorevoli
precedenti storici e mitologici alla dogmatica maternità verginale di Maria, fa
pensare alla vanità di alcune attività umane.
Gli uomini continuano a fare acrobazie linguistiche ed intellettuali e scomodano
improbabili quanto misteriosi ossimori per tenere in vita quel binomio
antitetico vergine-madre che potrebbe avere la sua principale ragione d’essere
nell’atavica fobia maschile di fronte alla creatività femminile. Maria vergine
diventata madre per potenza dello Spirito Santo, senza intervento dell’uomo ma
per opera diretta di un Dio tutto declinato al maschile, ha operato un
depotenziamento della sessualità femminile privandola dell’elemento
volontà-capacità di accogliere il seme dell’uomo per trasformarlo in un nuovo
essere umano a somiglianza divina, e ha privato l’uomo, in senso simbolico,
della possibilità di un liberante e fiducioso abbandono del proprio seme nel
corpo femminile.
Maria che non concepisce e non partorisce alla maniera delle altre donne diventa
archetipo di una femminilità asessuata resa essenzialmente funzione contenitrice,
ridotta a vuoto involucro passivo.
Dio non poteva forse darci Gesù attraverso il concepimento che Lui stesso ha
voluto perché uomini e donne si moltiplicassero a sua immagine e somiglianza? La
nascita di Gesù non è forse espressione della Sua volontà di farsi uomo, di
essere in tutto uomo tra gli uomini? Perché allora l’Incarnazione, la kenosi o
svuotamento che Dio fa di se stesso per arrivare a noi, dovrebbe avere inizio
con un distinguo così privo di reale significato teologico?
C’è chi vede addirittura nel parto miracoloso avvenuto senza corruzione della
carne il segno distintivo di una nascita divina. Un corpo femminile dilatato,
lacerato e sanguinante per la nascita di un figlio non è mai corrotto ma
potenziato e glorificato dal pieno adempimento, nella sua carne, del progetto
divino. Un’autentica spiritualità comprensiva della sensibilità femminile,
custode della vita e profondamente ancorata alle sue radici, non potrà mai
dissacrare le esperienze del corpo.
La verginità-integrità di Maria è certamente costitutiva della sua identità di
madre di Dio ma si tratta di verginità-integrità della persona e non di una sua
parte anatomica.
L’integrità che ci interessa costruire a sua imitazione è quella della persona
intesa in senso globale, antropologico e ontologico e non banalmente anatomico.
Se anche gli uomini si decidessero a dare più spazio alla profonda natura
androgina della loro identità, lasciando da parte tanti iperbolici e fuorvianti
equilibrismi per imitare la semplice linearità di Maria, forse l’umanità farebbe
un altro passo in avanti verso quella terra promessa, quella assunzione
dell’umano, di tutto l’umano, in Dio.
Sororali Saluti
Marina