
Una donna su tre ha subito una violenza. Fisica o sessuale.
Molte di queste non sono nemmeno denunciate. Di che paese si sta parlando? Non
di paesi arretrati, sottosviluppati, dove l’oppressione delle donne è
quotidianità o dove i diritti delle donne non sono neppure previsti
dall’ordinamento giuridico, ma dell’Italia, del nostro “bel paese”. Sono dati drammatici, indecenti, insopportabili, rispetto ai quali,
però, lo scandalo sociale non c’è. L’ultima indagine ISTAT è scivolata
via, senza nemmeno rientrare nelle classifiche delle nuove emergenze etiche. La
difesa della vita si ferma a quella dell’embrione, soggetto debole e fragile da
tutelare contro il prevalere delle individualità egoistiche e le piazze si
riempiono in nome della difesa della famiglia attaccata dal permissivismo
amorale. La parola pubblica della Chiesa entra nelle camere da letto delle
persone, per proibire e vietare quando si tratta di libertà sessuale o di
scelte riproduttive, ma si ferma sull’uscio quando si
tratta di condannare gli stupri e le violenze che avvengono proprio nelle case
delle cosiddette famiglie normali.
Più della metà delle violenze contro le donne avviene così, ad opera dei padri, dei mariti, dei fidanzati, dei fratelli.
Un milione e 400.000 ragazze, prima dei 16 anni, hanno subito violenza e un
milione e 680.000 donne hanno visto la madre subire soprusi e violenze. Le
donne non denunciano più: una su tre non rivelerà mai a nessuno, nemmeno ad
un’amica, quello che ha vissuto. E si ammalano, soffrono sempre più spesso di
patologie depressive, di ansie, di disturbi gastrici e
intestinali. Somatizzazione la chiamano, e gli studi
medici sono pieni di donne che vanno a farsi curare, senza mai guarire.
Quasi sempre gli operatori prescrivono esami, terapie, senza capire, senza
chiedere, senza aiutare. Spesso le donne arrivano al Pronto Soccorso di un
ospedale accompagnate proprio da chi le ha picchiate o violentate, e gli
operatori si accontentano di chiedere come si sono ferite, come si sono
procurate quel trauma, senza allertare immediatamente
non solo la polizia, ma nemmeno i servizi sociali, né tanto meno la rete delle
associazioni di donne che da sempre organizzano aiuto e sostegno alle vittime di abusi. Sembra che il tempo si sia fermato a decenni fa,
quando lo stupro era ancora considerato un reato contro la morale, quando il
delitto d’onore vantava attenuanti sociali. Eppure le
leggi sono cambiate. L’Europa ha emanato Direttive per i governi e gli stati;
l’Italia è all’avanguardia per programmi ed esperienze. Anche
per il 2007, che è l’Anno europeo per le pari opportunità, la violenza contro
le donne, fisica, sessuale, economica, resta una priorità. Perché
allora i dati restano ancora così drammatici? Cosa è
successo in questo paese, dove si straparla di modernità e di valori, di
riforme e di sviluppo, di sicurezza e di legalità, ma dove i dati sulla
violenza contro le donne si ripetono e restano uguali nella loro drammaticità? La
violenza contro le donne non riguarda le donne, ma la
qualità della democrazia, della civiltà di questo paese. Riguarda la cultura di
una società, le regole di convivenza di una comunità, i rapporti di potere tra
le persone, tra gli uomini e le donne. Riguarda la politica, che rincorre i cambiamenti ma si dimostra incapace di riconoscere quello che
è stato il cambiamento più grande, quello della soggettività delle donne, della
loro autonomia, libertà. Le donne sono sparite dal dibattito pubblico e il
femminismo è ricordato con sufficienza, talvolta con ironia, insomma liquidato.
O peggio stravolto. Sembra che sulle donne la
modernità si vendichi, lasciando il peggio dell’arcaicità e tentando
contemporaneamente azzardi di innovazione culturale. Da
una parte le donne sono usate dalle destre per operazioni ideologiche di
smantellamento del welfare, riportandole al ruolo biologico-sociale di protettrici della famiglia e di
contenitori di sacralità. Dall’altra, in nome di una moderna uguaglianza, una
parte della sinistra propone l’aumento dell’età pensionabile delle donne,
considerando ormai superata la divisione dei ruoli e dei compiti, liberando per
proclama le donne dall’obbligo del lavoro di cura per i figli, per gli anziani.
E la violenza contro le donne resta, senza mai
cambiare, a misurare l’ipocrisia e la colpa di chi parla d’altro.
Servono atti, fatti, politiche coerenti, che garantiscano autonomia concreta alle donne che denunciano,
dal diritto alla casa al diritto al lavoro e al reddito. Servono risorse,
servizi, professionalità degli operatori, ma serve anche e soprattutto un
sussulto. Scandalo sociale, appunto. Il privato è politico,
dicevano le donne negli anni settanta. E’ ancora così, sempre di più. Ma parla solo
Maura Cossutta,
http://www.altrenotizie.org/ luglio 2007