La "vendetta" dell’Abbé Pierre
di Vincenzo Marras

Ci sono uomini e donne che sanno parlare al cuore di tutti, superando barriere, accompagnandosi in particolare a quanti arrancano nella vita. Radicale sì, mai intransigente. Una virtù preziosa e rara, oggi. L’Abbé Pierre era di questi. Quando ci raggiunge la notizia della sua morte, tutte le pagine di Jesus sono chiuse. Così, ora, questa pagina ha una vita da raccontare, un volto da ricordare, una scelta da abbracciare. Aveva 94 anni, l’Abbé. Diceva di aver scelto la sua vita per vendetta, e precisava: “Bisogna vendicare l’uomo e vendicare Dio con la sola forza dell’amore”. Una vita spesa fino all’ultimo istante a servizio degli ultimi: clochard, stracciaioli, diseredati, senza casa. Oggi, che non è più tra noi, ci si chiede quale fosse il segreto di questo "povero di Dio".

Henri Antoine Groués, detto Abbé Pierre, nasce il 5 agosto 1912 a Lione, quinto di otto figli. A 16 anni, durante una gita in Italia, ad Assisi decide di seguire le orme di san Francesco tra i Cappuccini. Nel 1938 viene ordinato sacerdote, assistito da padre Henri De Lubac (un altro gigante!). L’anno successivo, per motivi di salute, lascia la vita monastica e viene incardinato nella diocesi di Grenoble. Nel 1942 comincia, per caso, un’intensa azione di salvataggio delle vittime della tirannia nazista. È in questa occasione che l’Abbé Groués diventa l’Abbé Pierre, salvando diverse persone (ebrei, polacchi) ricercate dalla Gestapo: falsifica passaporti, diventa guida alpina e trasporta attraverso le Alpi e i Pirenei le persone in pericolo. Nel 1943, diventa "partigiano", partecipando attivamente alla Resistenza francese. Verso la fine del 1944 viene arrestato dalla Gestapo. Riesce a scappare e viene spedito ad Algeri in aereo nascosto in un sacco postale. Dopo la guerra, rientra a Parigi e viene eletto deputato all’Assemblea nazionale. Verso la fine del 1949, accoglie a casa sua George, un assassino, ergastolano, mancato suicida. Con lui inizia il Movimento Emmaus, la sua creatura più cara, cui da subito si dedicò lasciando il Parlamento, e che è descritta dalla prima regola cui forma i suoi discepoli: servire per primo il più sofferente. I francesi cominciano a conoscere il prete dallo sguardo buono, con il basco in testa, la barba missionaria, che non si rassegna alle tante tragedie della miseria. Il 1° febbraio 1954, da Radio Lussemburgo li scuote: «Mes amis, au secours!», «Amici miei, aiuto!». Da allora la sua voce non ha mai smesso di levarsi per protestare contro le ingiustizie della società opulenta, l’abbandono dei più deboli, le offese ai poveri, per battersi sulla frontiera di un mondo più giusto.

L’Abbé Pierre è un sacramento di Dio. Lo si è detto a ragione di Madre Teresa di Calcutta, di dom Helder Câmara, di don Tonino Bello, di don Luigi Di Liegro. Anche nell’Abbé Dio si è fatto padre, amico, fratello. Una trasparenza e una forza di bontà così immediata e incisiva che semplicemente affascina. L’Abbé Pierre ha fondato le sue scelte e le sue azioni sul Vangelo, con lo stile del Santo di Assisi, su una spiritualità che concedeva poco o nulla al "colore" e al folclore. Una delle frasi che ripeteva con convinzione era questa: “Essere credenti non basta, occorre essere credibili. Questa credibilità l’Abbé Pierre ce l’ha mostrata con l’essere in prima fila ogniqualvolta ha visto calpestati i diritti dei più deboli e tradita la legge dell’amore. Era la sua vendetta.

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1 La confessione di una sua debolezza dimostra l’onestà nel riconoscersi peccatore. E le sue opere cantano la verità sulla sua vita