La cultura occidentale è stata profondamente influenzata, oltre che
dalla tradizione classica, da quella ebraica. Se è
vero che Atene e Gerusalemme restano ancora punti di riferimento ineliminabili
per la comprensione della contemporaneità, non è possibile limitarsi
all’ascolto della voce dei filosofi ma bisogna farsi
attenti anche alla parola dei profeti tramandata dalla Bibbia.
Se interroghiamo qualcuno dei testi più significativi
di questa tradizione, anch’essa plurisecolare, a proposito dell’amore, abbiamo
immediatamente la sensazione di trovarci in un mondo molto diverso da quello
greco. Qui, infatti, non si parla anzitutto dell’uomo ma di Dio. Protagonista
del rapporto d’amore è, appunto, Dio: l’amore non è movimento che porta l’uomo
verso la perfezione divina ma iniziativa divina che si
prende cura dell’uomo. Quest’ultimo non pare un essere collocato al confine tra
la sfera materiale e quella spirituale e caratterizzato dalla tensione verso
l’alto, ma un essere fatto per vivere, in comunione con Dio, nella giustizia e
nella pace qui, in questo mondo. E se giustizia e pace qui non si trovano, Dio
non si dà per vinto ma si impegna affinché esse
possano germogliare sulla terra: si allea con l’uomo perché da questa collaborazione
nasca un mondo nuovo.
Testo fondante dell’esperienza religiosa ebraica è, non a caso, la
narrazione del libro dell’Esodo, che si incentra sull’intervento di Jahve
che libera il suo popolo dalla schiavitù: "Il Signore disse: Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho
udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue
sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire
da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso
un paese dove scorre latte e miele […]. Ora dunque il grido degli Israeliti è
arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li
tormentano"(Esodo 3, 7-9).
E’, dunque, la miseria dell’uomo che Jahve
non tollera; egli vuole liberarlo dall’oppressione perché lo ama con la
passione con cui uno sposo ama la sposa, con la
tenerezza con cui un padre ama i suoi piccoli: "Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato
mio figlio.[…] Ad Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano […]. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore;
ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare"(Osea 11,
1.3-4).
Questo Dio che ama l’uomo non chiede per prima cosa, anche se ciò
può apparire sorprendente, di essere venerato, non comanda a Mosè di fermarsi in adorazione sul monte in cui gli si è
manifestato, di costruirgli un tempio o di immolargli delle vittime. "Ora va’! Io ti mando dal
faraone: fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo"(Esodo 3,10): ecco ciò che esige. La
liberazione dell’uomo, è questo che sembra ossessionare Jahve
e per questa liberazione chiede che Mosè si impegni con tutte le sue forze.
E, in effetti, la sollecitudine per gli oppressi e la lotta
per la giustizia sembrano costituire il filo rosso che unisce i diversi libri
delle scritture ebraiche: "Ti è
stato insegnato, o uomo, ciò che è bene e ciò che richiede il Signore da te:
nient’altro che compiere la giustizia, amare con tenerezza, camminare umilmente
con il tuo Dio"(Michea
6, 8). E giustizia bisogna rendere anzitutto al povero, all’orfano e
alla vedova che, nelle società antiche, sono i più indifesi:
"Praticate fedelmente la giustizia e
siate benevoli e misericordiosi l’uno verso l’altro! Non defraudate la vedova e
l’orfano, lo straniero e il povero e nessuno ordisca
nel suo cuore trame contro il prossimo"(Zaccaria 7, 9-10). Jahve chiede, ancora e
sempre, giustizia per il povero e non sacrifici cultuali per sé che, lungi
dall’essere graditi, provocherebbero solo il suo disgusto: "Smettete di presentare offerte inutili,
l’incenso è un abominio per me; […] i vostri noviluni e le vostre feste io li detesto, sono un peso per me, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto, perché le
vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male
delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare
il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete
giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova"(Isaia 1, 13-17).
Passano i secoli ma non mutano le
richieste di Jahve: un profeta sconosciuto, il
cosiddetto Trito-Isaia,
i cui scritti sono confluiti nel libro di Isaia,
riecheggia l’identico messaggio. Ciò che Jahve chiede
con insistenza è sempre che, senza dimenticare i propri familiari, ci si prenda
cura, con appassionata sollecitudine, dei poveri: "Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
spezzare le catene inique, sciogliere i legami del giogo, liberare gli oppressi
e mandare in frantumi ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con
l’affamato, nell’introdurre in casa i poveri senza tetto, nel coprire colui che vedi nudo, senza trascurare quelli della tua
carne?"(Isaia 58, 6-7). E
non si può certo dire che si tratta di problemi superati se si pensa alla
miseria crescente che affligge oggi miliardi di esseri
umani, come emerge, per esempio, in maniera davvero drammatica, dai bilanci
annuali dell’UNICEF: il rapporto tra la ricchezza dei paesi sviluppati e quella
dei paesi arretrati, che alla metà del ’900 era di
Non diverso è, per l’essenziale, il messaggio delle scritture
cristiane. Il vangelo di Luca attribuisce a Gesù, che inizia il suo ministero a
Nazaret, parole che possono essere considerate un ‘discorso programmatico’ e che riprendono proprio il tema
della liberazione degli oppressi: "Entrato,
secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga, si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo, trovò il passo
dove era scritto: "Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha
consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto
messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista,
per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del
Signore". Poi arrotolò il
volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella
sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: Oggi si è
adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi"(Luca 4, 16-21).
Così la nota pagina del vangelo di Matteo, che parla del giudizio
operato dal Figlio dell’uomo, non pone come condizione decisiva per l’ingresso
nel regno la correttezza della professione di fede o
lo scrupoloso rispetto delle norme rituali ma il servizio reso ai più
bisognosi: "Il re dirà loro: in
verità vi dico, ogni volta che avete fatto queste cose [dar da mangiare, da
bere…] a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me"(Matteo 25,40).
L’accento, potremmo dire con linguaggio attuale, è costantemente
messo non sull’ortodossia ma sull’ortoprassi,
sul servizio del prossimo, tanto che, in mancanza di esso, sarebbe privo di
senso parlare di amore per Dio: "Se
uno dicesse 'io amo Dio', e odiasse il suo fratello, è un mentitore. […] Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama
Dio, ami anche il suo fratello"(1
Giovanni 4, 20-21). E l’amore di cui si parla non
è una sollecitudine puramente spirituale e ancor meno un semplice slancio
emotivo. Al contrario, esso si manifesta proprio col farsi carico delle
esigenze dei poveri: "Se uno ha
ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in
necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi
fatti e nella verità"(1 Giovanni
3, 17-18).
Sembra, dunque, che Paolo colga davvero l’essenza della
predicazione di Gesù quando scrive: "Tutta la legge trova la sua pienezza in un
solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso" (Galati 5, 14). In
effetti, come osserva un noto biblista, il vangelo
pone l’accento non tanto sull’amore di Dio quanto sull’amore del prossimo:
"Salvo che nel grande comandamento, Gesù non
parla in nessun punto esplicitamente dell’amore per Dio"(R. Schnackenburg, Messaggio
morale del Nuovo Testamento, Torino 1971, p 95).
Bisogna, allora, concludere che il
messaggio evangelico svaluta l’amore per Dio? Per nulla. Va detto, piuttosto,
che esso lo intende in maniera originale: "Gli esegeti hanno fatto
rilevare che i vangeli come le epistole parlano abitualmente della fede
nell’amore di Dio per noi ben più che dell’amore per Dio; non che Gesù sia
venuto ad abolire l’amore per Dio, ma ci ha rivelato in che cosa consiste praticamente, realmente, quest’amore per Dio: amare Dio è
credere al suo amore per noi e amarci gli uni gli altri con quell’amore con cui
egli ci ama" (J. Clemence, L’amour est de Dieu, Le Puy-Lyon 1965, p 80). Da
ciò discende che Dio non è oggetto prioritario o esclusivo dell’amore
dell’uomo: non chiede egoisticamente amore per sé. La
predicazione di Gesù, in effetti, non pone l’amore per Dio in alternativa all’amore per gli uomini, in essa Dio non appare
mai come il rivale dell’uomo. Anzi, proprio la fede nel suo amore è la sorgente
dell’amore per l’uomo: "Accogliere l’amore di Dio
nella fede comporta il mettersi a disposizione di quest’amore per compiere
l’opera che esso ci affida. […] Dio vuole essere a
monte della creatura, non oggetto preferenziale delle scelte umane ma loro
ragione prima e ultima"(A. Rizzi, Dio
in cerca dell’uomo. Rifare la spiritualità, Cinisello Balsamo 1987, pp 61-62).
Riassumendo, dunque,
L’agape non è l’eros, il desiderio della bellezza e
della perfezione; è l’amore-dono, che si prende cura di chi di per sé non è
affatto attraente: degli emarginati, degli oppressi, dei poveri, che spesso risultano davvero brutti, sporchi e cattivi. L’agape non è un moto ego-centrico, che si
estende a cerchi sempre più ampi: i parenti, gli amici, i membri dello stesso
partito o dello stesso gruppo religioso…; è, al contrario, un moto
disinteressato, che spinge a uscire fuori di sé e a
farsi carico dell’altro, sino a sacrificare il proprio tempo, le proprie
risorse e, se necessario, la propria vita; è, quindi, un moto allo-centrico, in cui l’interesse dell’altro prevale sul
proprio.
Se
Il carattere disinteressato dell’agape emerge in tutta la sua evidenza quando
sono assenti nell’altro i valori che lo rendono amabile: bellezza, bontà,
comunanza di ideali… Ecco perché la novità del vangelo si riassume proprio
nell’amore dei nemici: "Amate i
vostri nemici e pregate per i vostri persecutori" (Matteo 5, 44). E’ questo l’atteggiamento
del Samaritano, che si prende cura di un uomo rimasto vittima dei briganti, che
apparteneva ad un altro gruppo religioso e che era quindi, secondo la mentalità
del tempo, un suo nemico per antonomasia (cfr.
Luca 10, 37). E’ questo l’atteggiamento di Gesù che, inchiodato sulla croce
dopo avere speso la sua vita a servizio dei più bisognosi, invoca il perdono su
coloro che lo mettono a morte: "Padre,
perdonali, perché non sanno quello che fanno"(Luca 23, 34).
Un simile amore, occorre ammetterlo francamente, sembra
impossibile, le sue esigenze appaiono eccessive rispetto a ciò che si può
chiedere a un essere umano. E
tuttavia è innegabile che una moralità che si accontenti di amare gli amici, i
connazionali, i correligionari… crea un mondo in cui resta largo spazio per le
divisioni, la solitudine e l’emarginazione: proprio mentre unisce quelli che
sono dentro, li separa da quelli che restano fuori.
Un mondo nuovo, in cui ogni forma di sofferenza sia
eliminata e tutti gli uomini possano accedere ad una vita pienamente umana, non
può realizzarsi che ad opera di un amore senza confini, capace di donare e di
perdonare al di là dei limiti della pura giustizia. Si tratta di un’utopia? In
effetti, è difficile già mantenersi in fase di elaborazione
teorica all’altezza di una simile prospettiva, tanto che nella Bibbia stessa la
troviamo mescolata a idee di qualità anche molto scadente: come osserva un
teologo contemporaneo, "il buon libro non è tutto buono.
Tuttavia resta vero che tanti uomini e
donne nel corso dei secoli hanno trovato ispirazione nella grande utopia del
vangelo, riuscendo a cambiare la loro vita e a rendere più umano il mondo che
li circondava. E anche oggi questo amore è possibile.
Ancora oggi, assieme ad altri che si sono formati nelle tradizioni culturali
più diverse, ne hanno dato testimonianza uomini che si ispirano
all’esempio di Gesù di Nazaret. Particolarmente
toccante è, ad esempio, quanto ha scritto un membro delle Brigate Rosse,
Antonio Savasta, alla moglie dell’ingegner Taliercio: "Suo marito nei giorni
del sequestro [prima dell’esecuzione] è stato come lei lo descriveva,
pacato, pieno di fede, incapace di odiarci e con una dignità altissima […].
Anche in quei momenti, suo marito ha dato amore, è stato un seme così potente
che neanche io, che lottavo contro, sono riuscito ad
annientarlo dentro di me"(Corriere
della Sera 6/7/1987).
Questo amore è capace di cambiare realmente il cuore degli uomini,
abbattendo le barriere dell’odio e schiudendo nuove possibilità di vita, come
testimoniano anche le parole con cui altri 18 brigatisti si rivolgono al
gesuita Adolfo Bachelet, fratello dell’uomo da loro ucciso qualche tempo prima: "Sappiamo che
esiste la possibilità di invitarla qui nel nostro carcere […]. Ricordiamo bene
le parole di perdono di suo nipote durante i funerali del padre. Oggi quelle
parole tornano a noi, e ci riportano là, a quella cerimonia, dove la vita ha
trionfato della morte e dove noi siamo stati davvero sconfitti, nel modo più
fermo e irrevocabile […]. Per questo la sua presenza ci è
preziosa: essa ci ricorda l’urto fra la nostra disperata disumanità e quel
segno vincente di perdono e di pace, ci conforta sul significato profondo della
nostra scelta di pentimento e di dissociazione e ci offre per la prima volta
con tanta intensità l’immagine di un futuro che può tornare a essere
nostro"(A. Bachelet, Tornate a essere uomini! Risposte di ex-terroristi,
Milano 1989, p 80).
In conclusione, sia Atene che Gerusalemme attribuiscono
all’amore un ruolo decisivo nella vita dell’uomo, ma concepiscono quest’amore
in modo profondamente diverso. Il greco cerca anzitutto la propria realizzazione, e l’amore è la forza che lo eleva
all’assoluto; il discepolo di Gesù attinge alla sua comunione con Dio la
capacità di amare ogni uomo come un fratello. Il diverso modo di concepire
l’amore influisce, evidentemente, non solo sull’idea di uomo
ma anche sull’idea di Dio che queste due culture presentano. Plotino, ultima espressione della religiosità greca,
concepisce l’Uno come Causa sui, che ama la propria perfezione: egli è "hautoù éros"
(amore di sé) (Enneadi
VI, 8, 15); Giovanni ha dato la più compiuta formulazione della concezione
biblica di Dio come amore che si dona scrivendo:"Theòs agàpe estìn"
(Dio è amore) (1 Giovanni 4, 8).