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La
coscienza nel corpo Donne, salute e medicina negli anni Settanta Franco Angeli Editore, 2005 Pag. 320, euro 22,50 |
I temi
della salute, del corpo, della sessualità, del rapporto delle donne con la
medicina e le sue istituzioni, si imposero finalmente
all’attenzione di una parte del movimento femminista agli inizi degli anni
Settanta.
Donne
del nascente movimento femminista italiano, al di là di
appartenenze generazionali, professionali e politiche, diedero vita ai Centri
per la salute/medicina delle donne, da uno sguardo distratto -o meglio
disinformato- scambiati ancora oggi per luoghi di servizio invece che luoghi di
elaborazione di pensiero e di pratica politica, come in realtà furono. C’è da
rilevare del resto che anche allora una parte del movimento tendeva a
sottovalutarne la capacità di ricerca teorica nonché
le potenzialità di aggregazione e confronto tra donne.
Il punto
di partenza della riflessione fu la considerazione che molte delle funzioni
fisiologiche femminili, soprattutto quelle legate alla sfera della
riproduzione, erano trattate come stati morbosi e in quanto tali delegate agli
esperti; ricorda Luciana Percovich, autrice di un
libro appena pubblicato dalla Fondazione Badaracco di Milano La
coscienza nel corpo: “[…] il sistema medico era saldamente in mani maschili
e la messa in discussione dei principi che ‘regolamentavano’
le nascite (divieto di praticare la contraccezione e l’aborto) portava il
conflitto dritto al cuore sia della politica che della chiesa, ossia della
morale (demo)cristiana allora imperante e del
perbenismo conservatore –per quanto riguardava la sfera della vita privata- del
Partito Comunista Italiano. Ogni critica, ogni richiesta, ogni espressione dei
bisogni e dei desideri delle donne intorno alla salute e alla sessualità
rappresentavano nel loro semplice manifestarsi una minaccia immediata al
sistema di ignoranza e controllo che medici, preti,
padroni della fabbrica, mariti e compagni si sentivano ‘naturalmente’
legittimati ad esercitare sui nostri corpi”.(pp.9-10)
Da
allora sono trascorsi trent’anni, i temi in questione
hanno ottenuto cittadinanza nei dibattiti culturali e politici, nelle
enunciazioni dei programmi sanitari di parecchi paesi, nei seminari e nei
convegni nazionali e internazionali, ma lo scavo intorno ad essi
è continuato, sebbene con minore visibilità mediatica
di altre ricerche condotte da donne; il lavoro di indagine si è allargato
progressivamente alla riflessione sul rapporto tra le donne e le scienze, e
sulle conseguenze materiali e simboliche dell’impiego delle nuove tecnologie
nei fatti della vita umana, come segnala puntualmente Percovich
nella sua ricostruzione.
Per
felice coincidenza il libro di Percovich esce in concomitanza
con il dibattito suscitato dalla legge sulla fecondazione assistita e dal
referendum indetto per abrogarne le parti più sciagurate. Parlo di coincidenza
temporale dal momento che la stesura del libro ha richiesto una lunga fase di elaborazione, iniziata ben prima della discussione e
approvazione della legge. Certo il rapporto tra le urgenze argomentative
dell’oggi e le questioni trattate ne La coscienza
nel corpo non è diretto, in tal senso il libro di Percovich
non è assimilabile ai recenti testi scritti da donne, tutti meritevoli di
attenzione per la chiarezza espositiva, ma influenzati necessariamente dalla
scadenza referendaria incombente.
Il libro
è infatti un’opera di ampio respiro, una ricostruzione
critica storico-documentaria filtrata dalla memoria di una protagonista dei
gruppi degli anni Settanta, confrontata con le considerazioni attuali di sei
donne che diedero vita in quattro città d’Italia (Milano, Torino, Padova e
Roma) ai Centri per la salute/medicina della donna, documentata infine da una
ricca antologia della produzione scritta di quegli anni: più di cento pagine
nelle quali sono pubblicati volantini, brani di libri, articoli di periodici e
quotidiani, brevi documenti teorici diffusi in occasione di incontri e
dibattiti, provenienti da diverse città, tutti consultabili presso l’Archivio
della Fondazione Badaracco.
Grazie
alla ricchezza dei temi trattati e dei documenti pubblicati si fa
giustizia delle dimenticanze che a volte colpiscono anche chi di noi ha vissuto
gli eventi di allora e si trasmette conoscenza a donne e uomini che per età non
hanno assistito alla riflessione di quegli anni.
Ricollocare
le questioni nell’orizzonte della complessa elaborazione delle donne è forse
l’unica possibilità di sfuggire alle semplificazioni in atto. Significa
permettere a molte e molti di mantenere chiarezze e consapevolezze di fronte
alle falsificazioni ideologiche sulla questione rilevante
dell’autodeterminazione delle donne sul proprio corpo, perennemente
minacciata, secondo i diversi gradi di libertà previsti dai diversi contesti socio-culturali, nel Nord come nel Sud del mondo.
Nel libro di Percovich, ad esempio, la questione dell’aborto, sovente
riassunta pubblicamente con la semplicistica espressione ‘diritto di aborto’, espressione rifiutata
da una parte consistente del movimento femminista allora come oggi (perché
maschera la dimensione di violenza e sofferenza fisica e psichica che procura
un aborto ad ogni donna che decida di farvi ricorso), è ricostruita sia
attraverso le dirette testimonianze, a volte crude, di donne che avevano
abortito, sia attraverso le variegate e a volte contrastanti posizioni espresse
dalle donne in merito alla legge sull’interruzione di gravidanza. Osserva a
questo proposito Percovich: “E’ utile soffermarsi per
un attimo sul titolo di questo documento, di fondo
della lotta nel campo della salute e della liberazione sessuale, quello Non vogliamo più abortire, perché
meglio di tutti gli altri riassumeva e proclamava a chiare lettere l’obiettivo
su cui tutte convergevamo, al di là delle differenze di posizione nei confronti
delle proposte di legge in discussione in Parlamento: ‘Non vogliamo più
abortire” può considerarsi insieme come lo slogan più oscurato dai mass
media e dai politici, e come quello che espresse meglio l’altra faccia
–quella lasciata volutamente in ombra- dallo slogan raccolto a piene mani e
amplificato dai mass media e da tutti gli oppositori del femminismo,
perché gridato in piazza e perché più scandalistico, e cioè ‘aborto libero’ (p.99).
questo articolo è apparso su Liberazione del 9 giugno 2005