Colombetti E., Incognita uomo. Corpo, tecnica, identità, Milano, Vita e Pensiero, 2006, pp. 209

Interrogarsi
sull’incognita-uomo equivale, anche, a porsi la domanda sulla sua identità
messa sempre più in dubbio dalle possibilità di intervento
biotecnologico, quasi che l’aumento della capacità
di agire si accompagni ad una graduale riduzione della comprensione di sé.
E’, d’altra parte, un dato di fatto che la tecnologia tende a frammentare e a
parcelizzare la persona e il suo corpo nelle varie componenti, nelle singole funzioni fino a perderne la
visione unitaria: questo perché lo
"sguardo" della tecnologia, -ovvero del sapere che accompagna la
tecnica - è lo sguardo del dominio, dell'utilità e dell'efficienza. La
tecnologia, si potrebbe dire citando Kelly, ha
creato una “terza cultura” che rifiuta la verità anche sull’uomo: privato -
per opportunità - della soggettività che lo abita, l’uomo va invece riletto
nella sua globalità, nel suo valore, nella sua dignità.
Interrogarsi
sull’incognita-uomo porta a scoprire come non sia
sufficiente un solo sapere per risalire dal “fenomeno al fondamento”:
“L’uomo, nella sua concreta determinazione corporea, rischia di essere una
duplice incognita: per lo scienziato che dopo averlo scomposto in parti, in
funzioni, in organi e in attività, rischia di trovarsi di fronte a una
macchina cadaverica; per il filosofo che, dopo averlo pensato nella sua nuda
essenzialità, rischia di vederlo come un evanescente fantasma” (Pessina, Presentazione, p. IX).
Articolato
in tre sezioni - Dare mente al corpo e corpo alla mente, Azione e identità,
Identità e tecnologia -, il testo offre un interessante
chiave di lettura della incognita-uomo, guardando alla corporeità come
elemento essenziale dell’identità umana e ponendo di fronte ad una scelta:
“La consapevolezza che il corpo è parte integrante e importante dell’identità
dell’essere umano unitamente alla accresciuta possibilità tecnica che
permette di manipolare ciò che prima era semplicemente dato, può essere per
noi il bivio da cui si aprono due strade: quella dell’annebbiamento della
nostra identità attraverso una delega tecnologica alla gestione di ciò che
siamo, o quella di una riscoperta della profondità del nostro essere che si
accompagna ad una nuova consapevolezza etica.
Certamente
gli scenari che si aprono richiedono nuove categorie di riflessione, ma
proprio questa situazione può costituirsi come l’opportunità storica per
svincolarsi dal dominio del dualismo cartesiano” (p. 196). Una scelta sulla
quale devono interrogarsi la teoria filosofica e la prassi biomedica, che proprio nella realtà corporea e nella sua significanza nell’identità personale possono trovare un
terreno di confronto e un punto di incontro.
Recensione in “Scienza § Vita”, n°
2