Alla ricerca del Dio dell’Amore

oltre le religioni

Riflessioni che possono lasciare perplessi, ma fanno  p e n s a r e

Un parere da questo sito:si può vivere nel contesto di una religione e di una chiesa, sapendo andare oltre di essa; altrimenti bisognerebbe rinunziare ad una comunità di fede, poiché in quella eventualmente scelta troveremmo altre «ristrettezze»”

 

Dal sito delle cdb

 

 1)) Caro Leo, certo che apri un bel capitolo! Dai, cerchiamo di approfondire un po'. Io ti dico solo alcuni spunti su cui mi sta molto a cuore continuare la ricerca: in comunità la stiamo facendo, sia nel gruppo biblico settimanale che nel gruppo che si chiama appunto "ricerca".

Quando gli uomini si sono costruiti Dio a loro immagine e  somiglianza, che li autorizzasse a dominare il mondo e su tutto/tutti e tutte coloro che non sono maschi adulti di potere... non era l'alba della creazione. L'umanità era già vecchia di milioni di anni...  Tutto cancellato! Noi viviamo come se il mondo fosse cominciato con il monoteismo ebraico e poi cristiano. Parliamo tanto di "amore di Dio", ma finiamo per mettere al centro Dio che si rivela occasione e strumento di odio, di guerra, di competizione... L'esatto contrario dell'amore, praticato e predicato da Gesù, ma a lui insegnato da una millenaria tradizione femminile, fino a quella donna siro-fenicia che gli insegna a rispettare i cagnolini.

Se invece di continuare a dire "Dio è amore" (nessuno può affermare una cosa del genere perchè nessuno conosce Dio) cominciassimo a dire con convinzione che "l'amore è Dio", credo che cominceremmo a vedere e a nominare la centralità necessaria dell'amore in tutte le sue declinazioni.

Allora vanno bene le religioni se tra loro praticano l'amore, cioè il rispetto e la convivialità. Ma altrettanto si può dire di ogni organizzazione umana. In fondo ciò che davvero conta è che ci sia amore nelle relazioni tra uomini e tra donne, tra uomini e donne, tra adulti/e e cuccioli/e, tra umanità e il resto del creato, ecc. ecc. Tutte le religioni sono vere, secondo me, se praticano e predicano l'amore. Ma Dio non sta nelle religioni: Dio sta dove c'è amore.

A me su questa strada mi aiutano a camminare soprattutto le donne, le femministe della differenza, le teologhe femministe, i loro libri. Non trovo ancora altrove le cose che pensano e scrivono loro. Ne cito solo uno, l'ultimo che ho letto: "Nato di donna" di Adrienne Rich (Garzanti).

Beppe PavanPinerolo

 

 2) Una previsione,  ampiamente fondata, sul pontificato di Ratzinger è che esso, sul tema della teologia della liberazione, come su tutti i temi dottrinali,  si manterrà in continuità con il pontificato di Woyitila. Il fondamento più sicuro  di questa previsione è il fatto che per oltre 20 anni il Cardinale Ratzinger, come prefetto della congregazione per la dottrina della fede, è stato il principale ispiratore e punto di riferimento di Giovanni Paolo II. D’altro lato, in queste prime settimane di pontificato, Benedetto XVI si è molto frequentemente riferito al suo predecessore , quasi a voler rendere esplicita la continuità tra i due pontificati.

Affermare questa  continuità nel rapporto con la teologia della liberazione, significa confermare l’attualità dei documenti, redatti dallo stesso cardinale Ratzinger, di condanna della teologia della liberazione, insieme con il suo presunto fondamento, il marxismo. Significa in particolare riaffermare il giudizio di Giovanni Paolo II, nel suo secondo viaggio in Nicaragua, secondo cui la teologia della liberazione era morta,  dato che era morto  il suo fondamento, il marxismo. Si doveva dunque celebrare nello stesso tempo il funerale del marxismo e quello di sua figlia, la teologia della liberazione.

Affermare la continuità tra i due pontificati significa anche prevedere  la persistente ostilità del Vaticano nei confronti della teologia della liberazione; non solo ma anche la sua incomprensione nei confronti di una esperienza e di una dottrina che sono espressione di un’altra cultura, la cultura degli oppressi.

Forse però bisogna anche riconoscere una certa discontinuità tra i due pontificati, dovuta al diverso contesto culturale in cui essi si muovono. Per il papa polacco, il nemico principale era  il marxismo,  cui la teologia della liberazione sarebbe, secondo la sua analisi, strettamente collegata.  Per il papa tedesco, è forse ancora prematuro individuare il nemico principale; ma molti riferimenti fanno pensare al relativismo, più esattamente al relativismo morale e al relativismo religioso,. che significa nel suo linguaggio “pluralismo religioso”.

Il pluralismo religioso rappresenta oggi una tappa avanzata della teologia della liberazione, ed è uno dei nodi sui quali , con molta probabilità,  si concentrerà nel prossimo futuro il dissenso tra la ricerca di base  e il magistero pontificio.

Questa affermazione  sembra entrare in conflitto con una delle principali preoccupazioni manifestate da Benedetto XVI,  in continuità  anche qui con  le preoccupazioni di Giovanni Paolo II, quella di aprire la chiesa cattolica  e le altre confessioni cristiane all’ecumenismo    e di promuovere così l’unità tra i cristiani.

Ma per cogliere il significato del dibattito in cui prevedibilmente sarà  impegnata la teologia della liberazione nell’epoca di Ratzinger, bisogna distinguere l’ecumenismo, che il magistero cattolico promuove, dall’ecumenismo che il magistero cattolico condanna, che implica il pluralismo religioso. La presa di posizione più esplicita sull’argomento è la dichiarazione Dominus  Jesus, emanata  dalla congregazione per la dottrina della fede, e sotto la responsabilità principale suo prefetto, il cardinale  Ratzinger . in questo documento   il pluralismo religioso viene condannato , e qualificato appunto “relativismo”. Si  attribuisce pertanto ai fautori  del pluralismo religioso, per altro erroneamente,  la convinzione che la verità assoluta non esiste. Chi non riconosce  un’unica religione  pienamente valida, e precisamente la cattolica, non ammetterebbe l’esistenza della verità assoluta.

Ma per capire in che senso il magistero cattolico, quello in particolare di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, promuova l’ecumenismo, mi pare  si debba riferirsi ai due interlocutori del  dibattito ecclesiale, la gerarchia e il “popolo di Dio; nuova categoria, questa, introdotta, come è noto, dal Concilio  Vaticano II.

Su questa base bisogna distinguere, mi pare, in funzione dei vari soggetti, fra ecumenismo istituzionale ed ecumenismo popolare. Questa distinzione permette di tenere conto   della complessità  dei movimenti ecumenici e della problematica che li riguarda. Vorrei tentare di chiarirla. Per  “ecumenismo istituzionale”  intenderei  il rapporto di rispetto,  stima e  collaborazione tra  le diverse istituzioni  religiose ,promosso dalle rispettive gerarchie.. Per “ecumenismo popolare” intenderei invece un rapporto promosso dal “popolo di Dio”, indipendentemente dalla gerarchia e spesso in contrasto con essa. Il contrasto si riferisce specialmente alla natura della relazione, che in questo ecumenismo, è di uguaglianza e reciprocità tra tutte le religioni, compresa la cattolica.

Un esempio tra i tanti che illustra il concetto di “ecumenismo  popolare”  è il movimento macroecumenico, nato nel V Centenario dell’invasione dell’America, erroneamente chiamata “scoperta ”, secondo l’interpretazione che ne  hanno dato gli invasori. Questo movimento è nato a Quito (Ecuador), nel 1992.  Si è qualificato “assemblea del popolo di Dio”, per distinguersi dall’assemblea episcopale che  si sarebbe celebrata alcune settimane dopo a Santo Domingo. Per distinguersi,  ma anche per contrapporsi. Infatti, l’assemblea episcopale assumeva il punto  di vista degli invasori e considerava  l’evento del 1492 una svolta estremamente positiva sia nella storia  dell’Europa , che accresceva così il suo potere e la sua ricchezza, sia nella storia della chiesa,  che vedeva dischiudersi nuovi orizzonti all’evangelizzazione, sia ancora nella storia dei popoli indigeni, che, sempre dal  punto di vista degli invasori, venivano “civilizzati”.

Ma per gli stessi  indigeni  coscentizzati, il 1992 era il centenario  del loro genocidio. Con pieno diritto essi proclamavano: “Non abbiamo nulla  da celebrare.”  D’altro lato, l’assemblea del popolo di Dio, ispirata dalla teologia della liberazione e fedele alla scelta dei poveri , faceva suo il punto di vista  delle vittime.  Pertanto la storia dell’Europa moderna, “faro di civiltà a tutte le genti”, comincia con  uno dei più gravi crimini contro l’umanità. Questa   tragica constatazione  cambia il senso della  questione del debito estero dei paesi del Terzo Mondo, che diventa il debito dell’Europa  nei  confronti del  Terzo Mondo.

Queste evocazioni storiche permettono di comprendere il significato dei temi teologici che vogliamo affrontare, in dialogo con papa Ratzinger ,  supposto che voglia ascoltarci.  Perché. il 1992 non è solo un crocevia storico ma anche un crocevia teologico. La contrapposizione tra la teologia ufficiale e la teologia della liberazione  nei confonti del pluralismo religioso si precisa nel rapporto fra la chiesa cattolica e le religioni indigene. La teologia cattolica ufficiale di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, per la quale il cattolicesimo è l’unica religione salvifica, considera legittima l’evangelizzazione conquistatrice;  essa si attribuisce il potere e il dovere imporre  agli indigeni   che si convertano   alla religione cristiana e  abbandonino le loro religioni millenarie , considerate diaboliche , e che la chiesa cattolica reprimeva violentemente.

Dalla teologia della liberazione nasce invece il macroecumenismo . Esso riconosce  la validità delle religioni indigene, condanna come antievangelica  l’evangelizzazione coercitiva, afferma il pluralismo religioso. Essa  introduce  nella storia dell’ecumenismo una  duplice novità. In primo luogo , quella di estendere l’ecumenismo aldilà delle confessioni cristiane. In secondo luogo, quella di affermare  un rapporto di uguaglianza e  reciprocità tra le varie religioni.

Così, mentre la teologia della liberazione si propone di aprire il cristianesimo alle altre religioni, la teologia ufficiale ritiene di dover valorizzare il cristianesimo affermando la sua superiorità su di esse.

Questo nuovo capitolo della teologia della liberazione impone un profondo ripensamento di alcune delle principali categorie teologiche, come quella di religione,  rivelazione,  fede,  popolo di Dio; impone in primo luogo un ripensamento del concetto di Dio.

Desidero appunto concludere  questo itinerario tornando sul suo principio ispiratore,  il vincolo che lega la scelta di campo per i popoli oppressi e la riscoperta dell’Amore Infinito di Dio, principio ispiratore della teologia della liberazione.

Riconoscere i popoli oppressi come soggetti storici, culturali, religiosi ci conduce a riscoprire l’amore appassionato di Dio per tutti e per ciascuno degli uomini, per tutte e ciascuna delle donne, per tutti e ciascuno  degli esseri della natura; conduce a riscoprire la sua presenza liberatrice in tutti i tempi e in tutti i luoghi della storia.

Ma perché parliamo di riscoprire? Perché le teologie cristiane avevano coartato Dio, il suo amore e la sua grandezza, entro i limiti angusti delle nostre chiese, delle nostre culture occidentali, delle nostre tradizioni, del nostro libro sacro, della nostra epoca storica. Fuori del mondo occidentale, pensavamo, non c’è salvezza, perché non c’è Dio. Il Dio chiamato cristiano era un padre  che dedicava la sua attenzione a una minoranza dei suoi figli e si disinteressava della grande maggioranza di essi.

In questo dio  come cristiani non possiamo  più credere. Il Dio  nel quale crediamo oggi è più grande del cristianesimo.  La sua verità è più ricca della bibbia.  Per rivelarsi  al mondo, egli non ha un solo cammino, ma infiniti, nessuno dei quali è  esclusivo, nessuno dei quali esaurisce l’infinita ricchezza del suo amore. Il Vangelo di Gesù tornerà ad essere per tutti e tutte una buona notizia solo se non pretenderà di essere l’unico messaggero dell’Amore, riconoscendo che Dio è più grande. “Dio è più grande” potrebbe essere uno dei nostri motti macroecumenici.

Da questa nuova prospettiva  sorge in noi il desiderio di esplorare  le altre strade della manifestazione di Dio nel mondo, di contemplare i volti di Dio che non conosciamo, di scoprire altre forme delle Sua presenza amorosa e liberatrice nella storia.

 “Credimi, donna,  giunge l’ora, e  ci troviamo già in essa, in cui voi adorerete il Padre senza dover venire né al monte Guerizim né andare a Gerusalemme”.  Attualizzando questa parola, diremmo: voi adorerete il Padre senza andare in chiesa, né alla sinagoga né alla moschea.…”Viene l’ora, ed è quella che viviamo, in cui i veri adoratori adoreranno  il Padre in spirito e verità…Dio è Spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. (Giov. 4, 21-24)

Così la preoccupazione per l’egemonia  del cristianesimo cederà il passo alla preoccupazione per l’egemonia di Dio: del Dio Amore Liberatore di tutti i nomi.

 Giulio Girardi  - Roma

 


 

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