IL POTERE TRA
I SESSI
UNA CONVERSAZIONE CON
ADRIANA CAVARERO
[Dal sito dell'Enciclopedia multimediale delle scienze
filosofiche riprendiamo il testo della seguente conversazione tenuta al liceo
scientifico "Isaac Newton" di Roma e trasmessa nel programma
televisivo della Rai "Il grillo" del 10.11.98. Adriana Cavarero è docente di filosofia politica all'Università di
Verona]
- Studente:
La pornografia rappresenta un'espressione del potere oppure un'espressione della libertà dell'individuo?
- Adriana
Cavarero: A mio avviso costituisce un'espressione
del potere, perché la pornografia occidentale - parlo dell'Occidente perché non
conosco l'Oriente - vede come oggetti del desiderio donne e bambini, ossia
proprio quegli individui che sono messi in posizione inferiore nell'ordine
sociale. Inoltre il corpo ritratto viene offerto ad
uno sguardo di tipo "cannibalesco", che fruisce di ciò che è inerte,
di ciò che non partecipa, e che si nutre di quello che è posto di fronte ad
esso a mo' di strumento di eccitazione: tutto ciò fa chiaramente parte di un
organigramma del potere e non coincide mai con la libertà. Forse tu ti riferivi
alla libertà di stampa e di opinione...
- Studente: Ma anche alla libertà
individuale dell'attrice o della ragazza che si presta a sfruttare il proprio
corpo per denaro, anche se probabilmente questa non è libertà, perché la donna
si pone come oggetto.
- Adriana Cavarero:
Io non la intendo come una libertà: è semplicemente un modo per guadagnare
soldi - alcune volte molti soldi - che, all'inizio, ti permettono di
sopravvivere. Da un punto di vista umano posso comprendere un individuo
che debba vendere il suo corpo per denaro, ma non riterrei mai questa azione come un'espressione di libertà, anche perché
la persona in questione si troverebbe nella necessità di fare qualcosa per
sopravvivere.
- Studente: Crede che una scelta del
genere sia sempre dettata dalla necessità di sopravvivere o pensa che a volte
si provi piacere nell'agire così?
- Adriana
Cavarero: Ritengo che la sessualità umana sia estremamente complicata e che, anche in questo caso,
contenga elementi di piacere. E' molto difficile definire cosa sia la libertà
sessuale, bisogna però non cadere nello stereotipo - che per la prima volta
sento tirare in ballo da un ragazzo, mentre di solito è più comune presso i
miei coetanei maschi - secondo il quale in certe
situazioni di sfruttamento, quali la pornografia o la prostituzione, la donna
prova piacere. Tutto questo fa parte di un immaginario maschile; è frutto del
desiderio maschile di possedere una donna oscena e scatenata, un essere dalla
sessualità perduta, completamente opposto alla sessualità
delle donne che lo accudiscono: egli, infatti, non vorrebbe mai che la mamma,
la sorella e la moglie fruissero di questo tipo di libertà sessuale. In secondo
luogo, si pensa che la donna provi piacere a fare la prostituta o a esporre il suo corpo perché si crede che il soggetto -
vale a dire l'uomo - sia di per sé così affascinante e così capace di far
godere da far sì che lei non possa non essere soddisfatta. Ripeto:
nell'orizzonte così vario e così imprevedibile della sessualità umana può darsi
che qualche volta succeda che tali situazioni provochino piacere.
- Studente: Considerando il problema da un
punto di vista religioso – in particolare della religione cristiana - non è
possibile che la religione aumenti il divario fra uomo e donna? Il bambino,
quando va a seguire il catechismo, impara che Dio creò Adamo e poi, da una
costola di quest'ultimo, creò la donna per dargli una
compagna: la donna viene quindi vista come seconda
all'uomo.
- Adriana
Cavarero: Come sai nel libro della Genesi esistono due versioni, a distanza di poche righe
l'una dall'altra. La prima dice che Dio li creò maschio e
femmina, ovvero che creò contemporaneamente il sesso maschile e il sesso
femminile e, poche righe dopo, è presente la versione relativa alla costola di
Adamo che tu citi, quella più nota. Questa seconda versione non fa altro che
inserirsi nella tradizione occidentale, dove i simboli corrispondono a un comportamento coatto che dobbiamo per forza assimilare.
La religione - cristiana, ebraica, greca
o romana che sia – presenta un'omogeneità nella
rappresentazione della differenza sessuale, che viene intesa come rapporto di
potere tra il sesso dominante maschile e il sesso dominato femminile. In questo
senso l'insegnamento religioso ripete uno stereotipo culturale. Anche le materie che studiate al liceo e che vi sembrano
lontanissime dal sacro ripetono lo stereotipo. Quando studiate la storia, per
esempio, vi ritrovate ad imparare una serie di guerre
e di battaglie che hanno tutte dei protagonisti maschili. Si potrebbe
ovviamente citare Elisabetta I, ma capite bene che la
presenza di una donna, così come di due o tre, non costituisce realmente
un'eccezione: è casomai un'eccezione che conferma la regola. Vi
insegnano la storia come se essa appartenesse all'universalità del
genere umano, mentre sarebbe giusto - quando insegno filosofia mi comporto così
- dire: ‘Vi insegno la storia della filosofia, la quale non si riferisce tanto
ad un soggetto universale, quanto alla storia della filosofia virile pensata
dagli uomini per gli uomini’. Io nutro una grande passione per Platone ed Aristotele, noto però che
vengono spesso presentati come se parlassero di un'oggettività valevole per
tutti. Lo stesso Kant - che è molto più vicino a noi di Aristotele - quando parla di etica e del famoso
imperativo categorico pensa a un soggetto universale di sesso maschile e non
femminile. Sarebbe molto più onesto che i docenti
segnalassero questo fatto, e diverse insegnanti lo fanno già. E' vero che la
religione costituisce uno dei modi con cui lo stereotipo viene
riciclato, ma ciò viene messo in atto dall'intera cultura in tutti i suoi
ambiti.
(da
Nonviolenza: femminile plurale del 26.10.06)