Dialogo Giancarla-Ausilia sul libro
“L’amore ordinato” – IV conversazione
Ausilia
Cara Giancarla,
Questa volta per esporre il mio pensiero uso la
divisione in paragrafi.
Premessa. E’ vero che
sostanzialmente i nostri pareri convergono, ma su un punto di meno. Mi pare che
tu abbia poca o nessuna speranza nel dialogo con la chiesa gerarchica. Io, non
dico che continuo a sperare, ma che non riesco a demordere dal tentarlo. Il
motivo è semplice. A contatto con le sofferenze delle donne, causate dai
comportamenti non chiari di preti in rapporto di amore con loro, e testimone
diretta dei gravi disagi di questi ultimi, non posso ignorare un problema
ecclesiale tanto grave. Tocco con mano quanto sia necessario dar voce a chi non
ce l’ha, consapevole dei limiti della mancanza di interlocutori adeguati.
Ma per approdare alla possibilità di evitare tanto
disagio, sono da «af-frontare» questioni di fondo ineludibili. Infatti
la chiesa, trasformatasi lungo il cammino storico in istituzione per custodire
il nocciolo della verità del suo essere, spesso e ora più che mai, oscura la
forza originaria di propulsione del seme della buona Novella proprio
nell’occupare spazi di espansione, di proselitismo, di alti riconoscimenti.
Fanno da spia dell’affievolirsi della carica profetica i suoi atteggiamenti
difensivi, teologici ed autoritari.
Se facciamo un giro d’orizzonte per cercare dei segnali che indichino la
direzione giusta per ovviare all’immobilismo delle posizioni ecclesiali, non
possiamo entusiasmarci. I tanti movimenti spiritualistici, ma anche quelli improntati
a razionale impegno, che praticano scelte immediate, liberi
come si rendono dai condizionamenti del passato, rischiano di fare un cammino
parallelo volutamente ignorato dall’istituzione, la quale cammina con passo
elefantiaco lento e pesante. Tocco solo un dettaglio: non si può essere
così ingenui dal supporre che ci sia, da parte sua, attenzione verso certe
spiritualità femministe ed ecologiche che insistono sul fatto che «l’io sia incorporato in un contesto storico o in
un ambiente il quale, o nutre e fortifica uno sviluppo sano, oppure lo ostacola
con deprivazione fisica ed emotiva»… “Che c’entra questo con il
Vangelo?”, potrebbe mormorare l’«elefante», qualora si degnasse di volgere
lo sguardo a realtà simili.
Anche il richiamo all’interiorità lanciato
dai santi, se ha portato qualche ventata di ossigeno in mezzo al Popolo di Dio,
ha ben poco influito sul rinnovamento dell’impianto ecclesiale, tanto più
perché è stato adottato il metodo clericale di normalizzare le tracce lasciate
dalla loro inventiva carismatica. D’altra parte la chiesa, ogni chiesa, può accogliere in sé il fenomeno mistico, ma
non può ridurre la portata della sua incidenza nella società, e cioè la
dimensione pubblica. Conta, è vero, la sfera spirituale, ma ciò che
assicura continuità alla sua funzione in ordine alla coesione sociale è il
presentarsi quale asse portante di oggettività valoriale.
E che dire
allora della pretesa dei credenti illuminati (mi chiedo se noi due lo siamo
come la Bindi…) di richiamare la chiesa al suo ruolo pastorale e di svincolarsi
da ogni connubio col potere politico? Viene il sospetto che non pochi
nascondano dietro tale richiamo la preoccupazione di tirarla dalla parte
giusta…; la vogliono santa, ma democratica, al passo coi tempi, con un ruolo
liberatorio e promozionale: troppa grazia sant’Antonio!!!! C’è da guardarsi da
tutte le parti.
Eppure oggi urge il dialogo. Capisco
di essere pesante con i miei ragionamenti, ma non desisto dal chiederti lumi.
Sappiamo che la chiesa ha «dovuto» cambiare prospettiva col crescere della
consapevolezza umana: ha fatto sua la condanna di roghi, crociate, conversioni
coloniali, eccetera. L’avanzata della concezione democratica nel nostro
occidente può far pensare che i tempi siano maturi per esigere un confronto
leale sui temi della laicità. Ma certo non possiamo entusiasmarci troppo.
La tua analisi è chiara quando, nella prima conversazione, osservi: “… il potere ha come contrappeso l’accettazione
non del limite o del mistero, ma dell’irrazionale e anche dell’irragionevole:
ma il suo principale guadagno è la sottomissione (…). Sono seriamente preoccupata per
quest’atmosfera di ricompattamento autoritario, tutto formale, di
clericalizzazione impossibile, perché anche i fedeli osservanti non
“ubbidiscono”. E nella seconda conversazione: “La democrazia
ha come postulato la debolezza: suo requisito è la forza della parola usata per
persuadere, per vincere mediando, per verificare la ragione a partire da quella
degli altri. L’imposizione è già cedimento all’autoritarismo”. Debbo concludere che, conoscendo i punti deboli della chiesa,
intravedi anche tu una sorta di necessità storica a che un cambiamento di rotta
debba esserci?
La proposta di «pratiche liberatrici» (L. Boff), la lotta per
la giustizia secondo il programma enunciato da Gesù in Luca 4,18 che cita
Isaia, sono richiami sacrosanti a cui non possiamo rinunciare. E per questo,
anziché appiattirci su una religiosità di facciata, siamo costretti a vivere la
fede «ai margini»
della chiesa. Non rassegnarci e resistere è l’unica possibilità che ci resta,
se non vogliamo cantare il dies irae
assieme ai tanti transfughi dalla chiesa. Ma dobbiamo prendere atto che la
denuncia non serve o non basta. Non c’è alternativa al dialogo.
Il
problema celibatario
Forse è una strategia sbagliata aggredire la
totalità dell’istituzione-chiesa, perché si rischia il non-ascolto assoluto. Mi permetto di autocitarmi. Ti dicevo: «che ce ne faremmo di preti con la facoltà di sposarsi, se
non fossero animati dal soffio dello Spirito, capaci di costituire
un’alternativa alla sete di potere…? Questa argomentazione si può applicare
totalmente all’altra questione del ministero presbiterale alle donne. Speriamo
che le donne preferiscano restare fuori dai recinti del sacro, anziché andare a
gestirlo (o corroborarlo) sul modello odierno: maschile gerarchico celibatario».
La mia impostazione è radicale, non vuole
compromessi né cedimenti; ma prende le mosse da uno sguardo volto alla
profondità del nostro sé.
Se
motivi dottrinali hanno fatto di Sobrino l’ammonito di turno, non posso non citarlo per trarre spunti che non
siano la solita litania ai fini del nostro dialogo: “Bisogna liberare per l’utopia della vita e
della fraternità. La speranza grida «un altro mondo è possibile», ma prima
la compassione grida «un altro
mondo è necessario». (…). “Continua ad essere necessario, sebbene, come ogni realtà
espressa in linguaggio religioso, stia passando sotto silenzio. Anche le prassi
di liberazione portano la zavorra di tutto ciò che è umano: incoerenze,
personalismi, protagonismi, leggerezze, e a volte anche corruzione,
complicità... Il Theos ci spinge a liberare gli altri dall’oppressione di cui
soffrono, ma spinge anche a liberare noi stessi. E, liberati, a liberare meglio
gli altri”. Ripeto: «fare la
rivoluzione come chi è stato perdonato», come diceva González trent’anni fa. La
conversione è sempre necessaria”.
Questo
vuol dire adottare uno spirito umile, e spostare l’asse del dialogo dalla
difesa di posizioni personali, anche se giuste e sacrosante, per dilatare lo
sguardo alla costruzione di un mondo diverso attraverso un nostro essere-chiesa
diverso e senza appartarci in luoghi privilegiati di nuova fattura… A che pro insistere in
innumerevoli modi a dimostrare e a chiedere, oltre che a lamentarci? E' bene
desiderare di ritornare nei ranghi? O non è meglio costruire una realtà di
comunione in mezzo al Popolo di Dio, tanto da far scoprire alla gente qual è la
vera essenza dell'essere discepoli/e e apostoli/e di Cristo, nostro compagno di
viaggio? Ancora: c’è da adoperarsi per un'operazione culturale che liberi
l'ascesi dal suo rapporto intrinseco con la sessualità. Dovrebbe essere ormai acquisito che l’uso
della sessualità, a parte le derive lassiste da evitare in ogni caso, non ha
alcuna attinenza con l’impurità. Insomma essere stati preti – è questa
la mia proposta - dovrebbe significare valorizzare il dono ricevuto, standosene
lontani dalle sicurezze di un’appartenenza «sacrale».
Tutto questo non va proposto soltanto ai preti
sposati, ma può spettare ad essi e a chi vuole porre su solide basi il dialogo,
testimoniarlo con una vita semplice e senza pretese.
E le
donne?
Te lo assicuro, tutto
si risolverebbe più facilmente se ne fossero convinte le donne che compilano
storie (da non sbattere in pagine più o mene patinate) con i loro irresistibili
tormenti amorosi nelle sacrestie, o nei luoghi e situazioni dove accompagnano i
travagli dei loro preti. Per prima cosa darei loro in mano un manuale di
“liberazione dall’amore” tutto speciale, ma immediatamente dopo ne darei tanti
altri, scritti da donne che sono cresciute attraverso le loro pene d’amore.
Vorrei raccomandare di custodire la propria dignità e di credere nella
capacità di ri-creare il mondo. E
sussurrerei alle loro orecchie, meglio, al loro cuore: «Non un solo lamento che non sia rivoluzionario nel senso più
nobile!».
Per ora trasmetto loro
– posso assieme a te? - questa poesia di Rossana Sironi: « Io non chiedo una vita serena, / giorni di luce; / amore. /
Bisogna soffrire per illuminarsi. / Bisogna pagare / Sempre, / il dono di
essere vivi. / Io chiedo solo che tu mi faccia buona, / Signore, / che qualcosa
resti / perché io sappia di aver vissuto, / una parola, un gesto / per non
sentirmi inutile / fra questa umanità in cammino. / Io voglio vivere di bene. /
Aiutami a vedere la via, Signore. / E non importa che io soffra, ch'io pianga.
/ Io so che le lacrime si perdono»
Grazie, Giancarla, di permettermi
di esprimere quello che penso. Ma ti chiedo aiuto ed estendo la richiesta alle
femministe, alle teologhe, alle donne in ricerca, a tutte. Che la nostra
presenza non sia mai passiva tra i nostri amici di genere maschile.
*°*°*°
Giancarla
Cara Ausilia
come mi fa piacere
corrispondere con te, per la tua sensibilità e intelligenza! e anche per la
comunanza di interessi nel mondo della fede. Credo che l'affinità tra noi sia
senza ombre in nessun punto, nonostante le differenze di soggettività e di
esperienze. Se ti rileggi, vedrai che anche tu speri (ma anch'io. come non
potrebbe essere?) senza illusioni nel dialogo con "questa" chiesa che
non parla mai dello Spirito Santo.
Dopo l'ultima lettera,
le cose non sono migliorate. Dal mio punto di vista metto in fila tre o quattro
cose. In primo luogo indicherei la scomparsa del prof.Giuseppe Alberigo, più
volte censurato per la sua interpretazione del Concilio Vaticano II; l'ultima
censura comparve anonima sull'Osservatore romano mentre era in coma e chi
scriveva non poteva ignorarlo: alle esequie non ha partecipato nessuno della
curia bolognese e il Vescovo emerito Bettazzi non ha potuto presiedere il rito,
limitandosi ad affiancare il parroco. Alberigo era uno storico degno di
rispetto per il suo lavoro e fedele alla chiesa al cui pontefice ha presentato
pochi mesi or sono i cinque volumi della sua silloge sul Concilio. Fu lui a
diffondere recentemente un documento critico, proprio nello spirito del massimo
dialogo, e raccolse diecimila firme solidali. Dialogo respinto con non nuova
durezza. Infatti in questo momento non è questione di dialogo: se ti si dice
che c'è continuità tra i Concili e si consente che l'eucaristia possa avere -
relativisticamente - due celebrazioni, di cui una esclude il popolo di Dio,
puoi "dialogare" solo continuando a fare come ti pare, perché il
laico non ha luogo in cui prendere la parola e anche il vescovo – che poteva
autorizzare la messa di Pio V, oggi affidata alla responsabilità dei parroci -
non può confrontarsi con i suoi confratelli di ministero.
Sbaglio o per
democrazia nella Chiesa si deve intendere la collegialità, prevista appunto dal
Concilio? Poi vorrei ricordare l'affermazione dell'intrinseca superiorità del cattolicesimo
all'interno delle chiesa cristiane (figurarsi rispetto alle altre) e l'esclusione
dei protestanti dall'essere "chiesa". Se l'altare esclude la
comunità, il primato di Roma mette in mora l'ecumenismo, come se Gesù non
avesse detto di essere dove due o tre si incontrano nel suo nome. Inoltre si
alimenta un sentimento identitario di superiorità che apre all'integralismo.
Se guardo alla mia
città, assisto a cerimonie "riparatorie" e a contrapposizione perfino
nei confronti del procuratore della Repubblica, per una manifestazione
certamente sconsiderata e inopportuna di cui non sono giuridicamente
ravvisabili i termini pretesi del reato (di bestemmia e vilipendio!), come se
non si vivesse in una società in cui la gente "bene", anche quella
che va a messa la domenica, consuma cocaina, la prostituzione dilaga e la
televisione corrompe anche quando trasmette il telegiornale. L'arcivescovo se
ne accorge?
Detto questo, non
posso non rendermi conto che viviamo solo nel 2007 d.C. e che in un paese pur
evoluto come l'Italia manca il senso dello stato e domina incontrastata l'ignoranza
nelle cose della fede. Il cattolico della messa domenicale è spesso quello che
non paga le tasse o cerca di ottenere una pensione di invalidità anche se non è
invalido. Ovvio che non dispero in una società migliore, anche se, soprattutto
come donna, vedo l'urgenza di darsi da fare; ma in alto e in basso sono pochi quelli
capaci e di buona volontà.
Sarei del parere di
tenere separato il sacro dal profano, se la laicità fosse rispettata. Ed è qui
che si torna non al Vangelo e alla nonviolenza come pratica di vita, ma al peso
del principio di responsabilità di chi ha potere, civile o religioso. Lasciando
da parte i politici, chi ha potere religioso dovrebbe guardarsi dal prendere
posizione senza: a) partire da Gesù, b)verificare i "segni dei
tempi".
Non so se succeda
anche a te, ma mi sembra che, dopo aver detto che "Dio è amore", il
Papa parli poco di Gesù e del Vangelo. Quanto ai segni dei tempi, non posso
suggerire a Benedetto XVI, un teologo e un filosofo, di studiarli meglio. Lascio
perdere la prevenzione dei conflitti o la salvaguardia della natura (dubbia la
sollecitazione vaticana a fare centrali nucleari); cito solo le biotecnologie
(visto come sono andate le cose per la fecondazione assistita e le staminali).
Da vent'anni i ricercatori pensano a creare un utero artificiale; si ha ora
notizia che in Giappone è già sperimentale. Gli scienziati pensano a una
riproduzione tutta extracorporea con la gente che deposita il proprio materiale
genetico in banche del freddo e, quando desidera un figlio, predispone la
formazione di un embrione da collocare nell'utero artificiale per ritirare dopo
il giusto tempo il fantolino.
Non si tratta di dire alla
scienza "non devi", perché procederebbe comunque (e, in ogni caso,
bisognava avvertire vent'anni prima, non appena si è saputo); si tratta di
capire insieme che cosa sta succedendo. Analogamente: fra qualche anno un
"chip" sotto pelle ci potrebbe far risparmiare il passaporto e anche
le chiavi di casa. Più comodo? Certo, ma non innocuo se significherà il
controllo in ogni istante della nostra vita. Il mondo cambia in fretta: può
fare paura, ma non ci si deve nascondere che dipende da noi far sì che vada per
il meglio. Io ci spero, ma non vedo segnali nella società civile; tanto meno in
quella religiosa.
Parliamo sempre di
etica: quale?
Tornando dalla parte
delle donne: nella chiesa anglicana ormai il 50 % annuo delle consacrazioni è
femminile. Fra quanti anni sarà una chiesa di un altro clero? Il pontefice romano
ci pensa? Oppure, siccome il cattolicesimo è detentore della verità, rimuove il
problema negando il dialogo ecumenico ed esorcizzando le donne? Papa Giovanni
non pensava certamente a ordinazioni femminili, ma vedeva nel protagonismo
delle donne un segno dei tempi. La storia ci dice ogni giorno di più che era
un'indicazione giusta. Così per il celibato. Credi che giovi sperare nel lungo periodo?
Sono del parere che il problema abbia una certa urgenza, da risolvere
positivamente per tutti i riflessi sociali che anche tu indichi. Prima o poi,
certamente, si provvederà; ma non mi piace per nulla che succeda come rimedio
per la perdita di candidati.
E' sicuro che tu ed io
abbiamo dato un contributo; ma il discorso non si apre. E, allora, torno a
pensare sulle possibilità di dialogo: come fare se non c'è libertà di ricerca
teologica,
liturgica, spirituale? Se preti e religiosi critici non osano interloquire, se
i laici diventano sempre più passivi? Penso anche ai tanti gruppi che vanno per
conto loro a cercare esperienze di nuova "spiritualità" e fanno
pensare anche da noi alla deriva delle sette protestanti d'America che fanno miracoli
per televisione.
Ripeto una
considerazione che ho già fatto: i problemi che sovrastano il nostro futuro
rendono più pregnante l'ipotesi già ottocentesca della fine del Cristianesimo,
che si farebbe più evidente se tornasse il regime di cristianità che ha già
umiliato abbastanza il Vangelo. L'amico p. Alberto Simoni, domenicano di
Pistoia, invita a chiederci se per caso non siamo invece "i primi
cristiani": non è un paradosso, se ci rendiamo conto che bisogna
affrettare il progetto di conversione allo Spirito e al Vangelo.
Per questo è grande la
responsabilità di questa gerarchia che esclude il dialogo non solo con chi ha
opinioni diverse, ma con la storia.