Ricerca: Il Dio nascosto di Angela da Foligno1

 

1. Premessa

Angela da Foligno vive nella seconda metà del 1200. Privata improvvisamente di marito e figli, si spoglia anche dei suoi beni e si dona a Dio. Nel 1291 si fa terziaria francescana, e attorno a lei si raccoglie un gruppo di francescani che si ritengono suoi discepoli. Dato che è analfabeta (le scuole erano precluse alle donne), detta le «rivelazioni» di cui è fatta segno, in dialetto umbro, che viene tradotto in latino. E’ la prima donna ad esercitare in Italia un carisma consapevole di dottorato femminile. Il solo confronto della sua produzione è con i testi della mistiche nordiche: Matilde di Magdeburgo, Matilde di Hackeborn, Gertrude di Hefta, Margherita Porete, Hadewijch, Brigida da Svezia, Giuliana di Norwich. Le donne, infatti, nel tardo medioevo, costituiscono nella società una voce rilevante, che mette in crisi la mediazione maschile nel rapporto col sacro2.

Anche se Angela, temendo l’auto-inganno, sottopone ad attenta verifica le sue esperienze estatiche, le accompagna ad un comportamento che risulta strano alla nostra sensibilità moderna. Eppure i suoi contemporanei sono assuefatti al cliché della santità femminile dall’ambigua collocazione tra follia e ispirazione: «un modo», questo, attraverso cui alcune mistiche affermano la propria identità. E’ da notare che esse amano chiamarsi «sponsae Christi»; a differenza degli uomini, i quali si definiscono «sponsae Verbi», attribuendo la nuzialità mistica semplicemente alle loro anime.

Le opere che ci rimangono hanno un carattere frammentario: Liber Lelle (= Libro di lei, un non-titolo), Memoriale, Istruzioni, Transito.

 

2. Il proprio nulla di fronte all’annientamento di Dio

Il parlare di Dio di Angela esce (e lo confessa apertamente) dagli schemi dottrinali dell’esegesi biblica: segno, questo, della libertà di spirito, in un tempo in cui la spiritualità femminile è sotto severo controllo ecclesiastico.

La sua prima conoscenza di Dio passa attraverso quella del mondo, che vede «pregno di Lui» (p. 130); e Lo riconosce come pienezza:

E vedevo una pienezza di Dio, nella quale abbracciavo tutto il mondo, di qua dal mare e l’abisso e il mare e il resto (p. 129).

La sensazione d’infinito e la consapevolezza della totale divina kenosi (= annientamento), l’avviano alla piena immersione nell’abisso divino. Non appena lo sguardo interiore cerca Dio nella sua essenza, capisce di poter dire quel che «Lui non è» anziché quello che è; e perciò ricorre al concetto di nulla per darne una prima indicazione. Certamente, nonostante l’ignoranza culturale, avrà avuto modo di conoscere quella corrente del pensiero della mistica apofatica (= dell’indicibile), che risale a Dionigi l’Aeropagita. Data la sua alta capacità speculativa, ha modo di  elaborare un suo specifico approccio alla più elevata concezione metafisica oltre le soglie dell’essere. Deve però accettare la sfida di uno sconvolgimento totale delle sue facoltà nella terribile prova dell’annientamento, che la pone in bilico fra il suo nulla e quello divino. Sarebbe semplicistico attribuire le stranezze del suo comportamento a schizofrenia o isteria. La malattia non è causa ma sintomo del senso di impotenza e di vertigine di fronte al nulla:

L’azione divinizzante deve toccare l’essenza dell’uomo: il che comporta uno sconvolgimento della stessa sua natura (p. 175). «Cum tenebra»  disegna l’io operante in buia cecità, «in tenebra» Dio avvolto in oscurità (p. 187). Il mistero della volontà salvifica di Dio appartiene all’oscurità impenetrabile della deità (p. 138). [In Dio] non vedevo nessuna forma  (p. 158)…, anche se gli occhi vedono una pienezza spirituale (p. 165). [Si tratta di] un Dio amato sino all’annullamento di sé (p. 171).[Dio così le parla:] «Tutta la vita, mangiare e bere, dormire e tutto il resto mi piace [di te]» (p. 109). Stavo coricata e non parlavo, e quando mi si nominava Dio non potevo sostenerlo per l’eccesso del piacere (p. 155). … E capivo i beni divini con tanta dolcezza, che subito dimenticai ogni cosa mondana” (p. 80). “Signore, anche se sono dannata, tuttavia farò penitenza lo stesso, e mi esproprierò e ti servirò” (p. 77).

 

3. Amore descritto con tratti di grande femminilità

Forse non giova a chi legge le sue «mirabili visioni e consolazioni», seguire le tappe dell’ascesa dalle proprie debolezze fino alla sicurezza riconoscente dell’«essere in Dio». Però è da notare come mai il suo obiettivo si distolga dall’Oggetto del suo amore. Egli si rivolge a lei con parole proprie della più squisita femminilità: «Figlia mia, a me dolce. Io ti amo più di ogni altra che sta nella valle spoletina. E poiché io mi sono collocato in te, tu allora collocati in me» (p. 105). In A. c’è un succedersi contraddittorio di stati d’animo: ma è irresistibile il piacere procuratole dal trattamento amoroso. E Dio è ben attento a non deluderla, tanto da evitare di distoglierla bruscamente dalla sensazione di dolcezza di cui la inonda: “E molte parole piene di dolcezza mi disse mentre stava per allontanarsi; e si allontanò con grande soavità, pian piano, fermandosi ogni tanto” (p. 108). Le sensazioni provate a causa delle delicatezze divine sono tali da farle sfiorare quella che è chiamata «lussuria spirituale», più facile a scatenarsi nelle donne – si sostiene - quando si risveglia lo loro affettività. Invero non è mai netto in lei lo spartiacque tra normalità e malattia (morbosità), nemmeno quando asseconda i giochi divini, simili a quelli espressi del Cantico dei cantici (p. 131); anzi lei va ancora oltre, fino ad assumere la parte di madre di Gesù:

«Quando tu, o Dio, ti avvicini, quando, non lontano, inizi a farti vicino e ad allietare con le tue consolazioni la nostra anima, subito al profumo e al tatto della tua presenza i sensi morti dell’anima si risvegliano, la fede esulta, la fiducia si rallegra, il cuore si accende, le lagrime scorrono, non per estinguere il fuoco acceso, ma per accenderlo maggiormente» (p. 118); … d’un tratto venne una voce dell’anima e disse: «Tu sei piena di Dio. Figlio mio, figlio mio, non lasciarmi, figlio mio» (p. 180).

 

4. Amore puro, amore del prossimo

Ben presto, però, lei vuol gareggiare in altruismo, tanto che Dio la trasporta «al di sopra dell’amore». Può stupirci questo oltrepassamento dell’amore. L’Amato sta a significarle che, per sperimentare il contatto con il suo essere sostanziale, non potrà fare a meno di «raggelare» di fronte alla nudità della Sua essenza divina, alla «povertà metafisica, o essenziale», propria dell’«amore puro», increato, operante di per sé, e perciò incondizionato (pp. 141-144). E A. si adegua. Impara ad amare gli aspetti meno allettanti dello stesso amore, che poco prima gustava pienamente:

Una volta fu innalzata l’anima e vedevo Dio con tanta chiarezza e in tanta pienezza come non l’avevo mai visto in modo tanto pieno. Lì non vedevo amore. E allora anch’io persi l’amore che avevo dentro di me; fui fatta non-amore (p. 205).

Qui abbiamo il concetto altissimo di un Dio che è aldilà dell’essere; così come troviamo in Meister Eckhart: “Se ami Dio in quanto Dio, in quanto spirito, in quanto Persona o in quanto immagine, tutto questo deve sparire. Come dunque devi amarlo? Devi amarlo in quanto è un non-Dio, un non-Spirito, una non-Persona, una non-Immagine, o per meglio dire, in quanto è un puro, limpido, chiaro Uno, separato da ogni dualità”.

Ma Angela impara anche un’altra lezione. Se è cosa santa e giusta cercare di immedesimarsi in Dio, non c’è modo migliore che quello di andare incontro al Verbo nel suo farsi «passionato» nei poveri, negli ammalati che visita nell'ospedale della città… Fino al punto di assumerne le lordure come fossero il sangue eucaristico, e di trangugiarle. Nel volto umano, soprattutto in quello dell'uomo piagato dalla povertà e dal male, si rivela lo stesso volto di Dio.

 

5. Ricerca di equilibrio

Nei tormenti che la inclinano alle stranezze, Angela sente il bisogno di moderare il desiderio di Dio, alzando la mira: sa che non conta, anzi è ambiguo voler possedere Dio; che è meglio misurarsi con i propri limiti e implorare la verità di se stessa. Perciò, quando l’ambita vicinanza divina diviene prossimità, lei accetta di buon grado, sia pure con inenarrabili patimenti, la tenebra. Ma, ormai fortificata, si avventura in essa senza paura della caligine, del senso di vuoto, della lotta con il principe delle tenebre. Le basta implorare una sola cosa: essere esentata dall’auto-inganno. Dio dirà di sì; colmerà di pienezza il suo vuoto, lasciandole percorrere le vie della «mancanza» assoluta, la quale però non disturberà più la sua pace interiore, dato che in quella tenebra lei sperimenterà ancora più altamente la presenza di Dio e  del prossimo:

Vorrei che Dio mi desse il sentimento di non poter essere ingannata (p. 113). Fu una letizia diversa dalle altre. Non udivo, non vedevo, ma sentivo tutto. Tutto fu così chiaro dentro la mia anima, che di questo fatto non dubito e non mi interrogo altrimenti (p. 117)…; possiedo Dio con totale pienezza… ; sono approdata ad una pace nella quale sto con lui e son contenta di tutto (p. 145). Le due visioni del Dio-uomo e del Dio in tenebra si alternano l’una all’altra (p. 185). Il culmine della teosi [= divinizzazione] non consiste nell’appropriarsi di Dio come bene che colma i limiti della natura umana, ma nel prendere parte all’attività conoscitiva e amorosa del Dio-Trinità (p. 111). Dal giorno in cui provai questo amore perfetto la Passione di Cristo non è più per me che una strada luminosa di vita” (p. XIV, II).

Qualche frase può restare incomprensibile; come quando Angela afferma che

non vede un più gran segno della bontà di Dio in un Beato o in un Santo, o in molti Beati, o in molti Santi, di quello che non vegga in un dannato o in una moltitudine di dannati. Se Dio può essere concepito come «nihil rerum» [= niente delle cose], può al rovescio essere considerato come un «omnis [= tutto]» in relazione ad «omnia» [= tutte le cose], includendovi anche le creature più abominevoli (p. 150).

Perciò si sente di amare perfino i demoni.

Si può amare il negativo, il male?

Quando ho mostrato le mie perplessità ad una mistica del nostro tempo, ho colto sul suo viso un quasi impercettibile gesto di assenso, dietro il quale c’era tanta comprensione per il fatto che io non capissi. Quegli istanti di silenzio, hanno fatto risuonare dentro di me le parole della stessa Angela: «tutto è impregnato di Dio».

E ho rinunziato a capire le estreme conseguenze del «Dio in tutto».

Ausilia Riggi

 

 


1 Angela da Foligno, Il libro dell’esperienza, Adelphi, Milano 1992, pp.  282 €. 15

2 vedi il testo di Gabriella Zarri, Finzione e santità, Rosenberg& Sellier, Torino 1991
 


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