ELISABETTA DELLA TRINITÀ

La mistica bambina


Una vita brevissima, soltanto 26 anni, giocata tutta nel silenzio del Carmelo, nella ricerca e nell’ascolto di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Come santa Teresina, anche Elisabetta della Trinità è una piccola grande maestra di mistica cristiana.
La «bambina» che «ascoltava» i Tre. È la definizione – controcorrente e paradossale per i nostri giorni – che bene si addice a Elisabetta della Trinità, della quale ricorre il centenario della morte. Maestra spirituale, della testimonianza che Dio è Padre degli uomini e nostro Padre. E questo prima ancora di essere carmelitana, vivendo da laica impegnata nel mondo fino all’età di 21 anni.

Nata il 18 luglio 1880 a Camp d’Avor (Bourges, Francia) da Giuseppe Catez e Maria Rolland, Elisabetta venne battezzata il 22 dello stesso mese. Dopo una breve residenza ad Auxonne, si trasferì con la famiglia a Digione, dove il 2 ottobre 1887 le morì il padre. Impetuosa e volitiva, dal carattere indomito, la madre cercò di educarla alla docilità, anche se la trasformazione radicale fu opera di Dio, fino a quando, vincendosi per amore, la ragazza giunse a una straordinaria padronanza di sé. In occasione della prima confessione (1887) e della Prima Comunione (1891) si verificò in lei un cambiamento totale, «quasi impossibile». Lo stesso giorno che ricevette l’Eucaristia, visitando le carmelitane della città, le venne rivelato il significato del suo nome: Elisabetta «casa di Dio». La strana etimologia colpì la bambina che d’allora cercò di vivere la presenza di Dio nell’intimo del suo cuore. Dio si servì del Cammino di perfezione di Teresa d’Avila per aprirle gli orizzonti del mistero della comunione con le divine Persone. In seguito, il padre G. Vallée, priore dei domenicani di Digione, in un incontro durato circa due ore, le spiegò il mistero dell’inabitazione dei «Tre», secondo l’espressione che la beata fece sua, alla luce dell’eccessiva carità di Dio.

Spinta dal desiderio di appartenere per sempre al Signore, a 14 anni circa, la giovane si consacrò a lui con il voto privato di verginità. Fu in questo periodo che scrisse: «Un giorno, dopo la Comunione, mi parve di udire in fondo all’anima la parola "Carmelo", e da allora non pensai più che a seppellirmi dietro le sue grate». Da quel momento non vi fu nessun dubbio circa la sua vocazione, nonostante la mamma le proibì ogni contatto con le carmelitane proponendole persino un buon partito per distoglierla dalla sua decisione. Voleva che la figlia avesse un’esistenza normale: vacanze, feste, musica, balli, il piano. Ed Elisabetta obbedì, tanto da essere un’affermata pianista e vivere nel mondo, pur non appartenendovi, da laica fino all’età di 21 anni, sempre attenta e raccolta sulla misteriosa Presenza che custodiva nel suo cuore. Risale a questo tempo la preghiera: «Che io viva in intima comunione con te e nulla, assolutamente nulla, possa distrarmi da te, che la mia vita sia una continua orazione».

Una volta ricevuto il consenso della mamma e, grazie alla lettura della Storia di un’anima di Teresa di Lisieux, il 2 agosto 1901 Elisabetta entrò nel Carmelo di Digione, prendendo il nome di «Maria Elisabetta della Trinità». L’8 dicembre vestì l’abito carmelitano e incominciò il noviziato. Fu un anno di lotta e di purificazione, ma insieme di fedeltà al raccoglimento nella fede. L’11 gennaio 1903 emise la professione religiosa. Negli anni che seguirono, la giovane monaca visse un tempo di grande pace, immergendosi nell’intimità di Dio Trinità. Nel 1905, scoprì la ricchezza delle lettere di san Paolo e cominciò a firmarsi con il nuovo nome di Laudem gloriae. Della spinosa situazione della Chiesa di Francia nulla sembra trasparire dalle opere della beata, se non un grande desiderio di immolazione per la Chiesa tutta.
Verso la fine del 1905, esplose la malattia che la portò alla morte (morbo di Addison e tubercolosi). Visse l’anno seguente all’insegna della sofferenza come conformazione fisica alla morte di Cristo. Durante l’ultima estate scrisse il testo dei due Ritiri, vero e proprio testamento spirituale. Col progredire della malattia crebbero anche le sofferenze fisiche e le prove interiori. «Dio è fuoco consumante, io subisco la sua azione», esclamava. E in una confidenza a una consorella diceva ancora: «Essere lode di gloria mi sostiene in tutte le difficoltà».

La Parola di Dio – sua unica scuola di vita – andava operando in lei quella piena conformità al Cristo e al Cristo della croce: «Una lode di gloria è un’anima di silenzio che si tiene come una lira sotto il tocco dello Spirito Santo, affinché egli ne faccia uscire armonie divine; essa sa che la sofferenza è una corda che produce suoni ancora più belli, perciò ama vederla come il suo strumento per commuovere più deliziosamente il cuore di Dio». Concluse la sua esistenza terrena il 9 novembre 1906, come un canto d’amore secondo il ritmo della musica divina, appresa alla scuola dello Spirito, dicendo: «Vado alla luce, all’amore alla vita».

Non è una teologa, ma l’esperienza interiore di Elisabetta può essere definita una "teologia esistenziale": Dio parlava al di dentro della sua «bambina», facendole sperimentare il mistero dell’inabitazione trinitaria, e lei, di rimando, con un’accoglienza tutta docilità, «ascoltava» raccolta com’era nell’intimità dei suoi «Tre». Ciò che contemplava era il Padre che da tutta l’eternità l’aveva predestinata.

Elisabetta si annoverava tra coloro che Paolo considera prescelti, riproponendo così la teologia del battesimo, considerato come sigillo-evidenza storica del rapporto Padre-figlia, relazione che la teneva viva. Visse, così, tutta la sua vita come una conseguenza di tale predestinazione. Aggredita dal male, scriveva alla mamma: «Il Maestro si è degnato di scegliere tua figlia... per associarla alla sua grande opera della redenzione, e che egli soffre in lei un prolungamento della sua passione! La sposa appartiene allo Sposo, il mio mi ha presa, vuole che sia per lui un’umanità aggiunta, nella quale egli possa ancora soffrire per la gloria del Padre, per aiutare i bisogni della sua Chiesa».

Più il corpo era flagellato dalla terribile malattia, più la sua anima si appoggiava a Maria, Ianua Coeli, custodendo come lei il mistero dell’Incarnazione di Dio nel suo cuore. La sua preghiera è contemplazione dell’esperienza di Maria-Chiesa nel segno di una sensibilità tutta mariana, trasferita nel rapporto Cristo-Chiesa, quale rapporto sponsale-ecclesiale.

Elisabetta seppe cogliere e riproporre nella sua vita tale rapporto, attraverso quella particolare sensibilità, con cui realizzò la sua vocazione nella Chiesa e nel Carmelo. Tale sensibilità, acuita con l’apprendimento della musica, approfondì in lei quella capacità di ricezione e di dono, di ascolto estatico della Parola. Per il cuore e per la mente di Elisabetta costitutiva quel pati divina, tipico atteggiamento dei mistici, protesa com’era verso l’eterno Vivente con la ferma volontà a stabilirsi in lui. Ed è proprio questa modalità originale di fare esperienza del mistero trinitario che divenne parte essenziale della "missione" della carmelitana di Digione.

Elisabetta, dunque, parla ancora agli uomini del nostro tempo, come ebbe a dire Giovanni Paolo II in occasione della sua beatificazione (25 novembre 1984): «Questa contemplativa, lungi dall’isolarsi, seppe comunicare alle sorelle e ai vicini la ricchezza della sua esperienza mistica. Il suo messaggio si diffonde oggi con forza profetica... Alla nostra umanità disorientata, che non sa più trovare Dio o che lo deforma, che cerca su quale parola fondare la propria speranza, Elisabetta dona la testimonianza di una perfetta apertura alla Parola di Dio, da lei assimilata a tal punto da nutrire meravigliosamente la propria riflessione e preghiera, e da trovarvi tutta la motivazione per vivere e consacrarsi alla lode della sua gloria».

È qui che si radica la testimonianza della sua vita di comunione con le divine Persone. È questa la grande lezione di "teologia vissuta" proposta da Elisabetta Catez.

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La bibliografia di Elisabetta della Trinità è tutta da scoprire, meditare, analizzare; maturata nel chiuso di un Carmelo, contemporanea di quell’altra grande colonna dell’ascesi carmelitana che fu santa Teresa del Bambino Gesù di Lisieux (1873-1897). Il 21 novembre 1904 compose la celebre preghiera Elevazione alla Trinità. Oltre a questa lode, Elisabetta ci ha lasciato poche pagine di Diario (corrispondente agli anni 1899-1900); una raccolta di Lettere (346, di cui 84 del periodo precarmelitano), e una serie di Trattati spirituali: Il cielo nella fede (redatto su richiesta della sorella Ghita), La grandezza della nostra vocazione (è il testo della lunga lettera 310), Ultimo ritiro di laudem gloriae (note prese da Elisabetta per ordine della priora Germana di Gesù); 123 Composizioni poetiche; Note intime (brevi componimenti, spesso preghiere di cui fa parte l’Elevazione alla Trinità). Tutte si trovano nel volume Opere (pubblicato dalla San Paolo, 1993, pp. 794, € 23,24).

 


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