Donne tra gruppi di preti sposati
Qualche bozzetto illustrativo
Ricordo
una donna la quale in un gruppo dichiarava che la “lotta”, accomunando le donne
ai mariti, diviene altamente efficace se esse sanno dare un taglio femminile a
ciò che si pensa e si fa insieme. Mi sentii balzare il cuore di gioia. Era
quello che volevo anch’io. Quand’ecco mi resi conto che lei intendeva
dimostrare tutt’altro: la fecondità collaborativa proposta era possibile fuori
da quei luoghi “chiusi”, in altri campi (in questo caso si trattava delle
comunità di base). Perché ciò fosse possibile anche tra preti sposati,
bisognava riportare quello stile e quei contenuti in tali gruppi, nei quali non doveva esserci
più - evangelicamente - separazione tra prete e laico, tra uomo e donna. Non
esisterebbero problemi di sorta, tanto
meno femminili, quando si attua il vangelo; cosa possibile in luoghi
alternativi all’Istituzione ecclesiale.
Dunque,
mi pareva di poter dedurre, non c’è niente di peculiare da dirsi né come donne,
né come mogli di preti se non si affrontano altre questioni, al di là della “nostra causa”. La
validità degli stessi gruppi sarebbe da
azzerare se non converge in una “ideologia” (e questa volta la parola coincide
con il suo significato a tutto tondo), per la quale valga la pena di lottare.
Un modo, questo, per negare la specificità del problema che investe
direttamente le persone.
Da
un’altra donna, mentre io parlavo di solidarietà tra noi ai fini di un
maggiore, spiccato contributo femminile, mi vidi rivolgere uno sguardo di
affettuosa indulgenza, che sembrava dirmi:
non logorarti inutilmente in questo campo; è tutto tempo perduto.
Lei,
persona affermata e di talento, era lì quasi per caso. Gentile con tutte,
evitava ogni tratto confidenziale; si dimostrava assente, dando a capire di non
trovarsi nel posto giusto. Non c’era da illudersi su una sua cointeressanza, (
che certamente sarebbe stata proficua).
Ci
incontrammo qualche minuto per i corridoi. Frasi generiche, anche simpatiche.
Voglia di fuga da parte sua. Ma sempre con quello sguardo amorevole, quasi
implorante che mi sottraessi ad un pericolo...
Una
giornalista mi intervistava. Nel vivo del discorso mi riferì quanto le aveva
detto una teologa, alla quale aveva chiesto pareri e riferimenti culturali e
religiosi sull’argomento “preti sposati e mogli”. Guarda caso, le sue risposte
coincidevano con le mie. La giornalista
era felice di tale concordanza. Ma c’era un piccolo particolare: l’illustre
teologa aveva detto tutto tranne che
anche lei fosse moglie di prete. La giornalista quasi non credeva alla mia
rivelazione, perché l’intervistata aveva parlato solo con obiettività e con
distanza, da esperta. Dovetti raccomandarle di non fare cenno a tale identità
sul giornale, per rispetto alla sua volontà di nasconderla...
Una
donna, invece, anche lei riluttante alle solite tematiche affrontate nei
gruppi, mi mostrò affinità e sensibilità per l’angolatura femminile da curare. Con lei e con poche
altre, a Roma, cercammo di mettere in moto il sommerso delle donne. Si giunse,
in un convegno, a dedicare una mezza giornata alla nostra riflessione in un
sottogruppo. Fummo numerose e vivamente partecipi; si scatenò una tempesta di
idee le più svariate, che si riuscì ad armonizzare.
Semplice
abbozzo di una realtà che è ancora tutta da creare.
Ha
confermato me e altre ideatrici che sì, le donne hanno molte cose da dirsi, e da dire a chi di dovere: nei gruppi e, dai
gruppi, all’Istituzione ecclesiale, alle altre donne, alla società, a tutti.
Le
nostre prese di posizione in quanto donne, lungi dall’isolarci settorialmente,
diverrebbero altamente utili nella
collaborazione nei luoghi misti.
Non
ci aspettiamo nulla né ci entusiasmiamo per eventuali promozioni da parte di
alcuno. Vogliamo essere presenza riconoscibile: per chi ci cerca , (penso in particolare alle donne intrigate in storie
senza sbocco). Ma anche per chi vorrebbe che ce ne stessimo buone, o che indirizzassimo le nostre mire verso
qualsiasi altro campo, pur di scomparire come mogli di preti (cosa che si
avvera puntualmente)
Spesso
preti sposati pieni di entusiasmo nei gruppi, finiscono per perderlo perché la
Chiesa sfugge al dialogo, e perciò si
ripiegano su sé stessi, ricacciandosi nell’anonimato; meglio, dove la nuova
identità laica è riconosciuta. Il più
spesso questa fuga è dovuta alla sottile opera di convinzione delle mogli. Se,
dunque, esse giungono a tanto, potrebbero
raggiungere gli stessi risultati nella direzione di un’insistente
impavida interrogante presenza nella Chiesa.
Una
breve nota. La fiducia nel valore del gruppo può sembrare eccessiva. Ma, senza
organizzazione, con tutti gli
inconvenienti che questo comporta, non si fa nulla che abbia visibilità
consistenza continuità.
Non
va trascurata un’altra sottolineatura. Si impone sovrana più che mai, l’opinione
pubblica piegata, oggi, dagli “opinionisti” verso dove vogliono loro. Se gli e
le interessate lasciano la briglia sciolta ad essi (ben guardinghi - fra l’altro - di
contrastare la Gerarchia ecclesiastica anche nella divulgazione scandalistica),
chi cercherà di reagire, di impedire che il flagello della maldicenza si
propaghi? Purtroppo la rinunzia e l’allontanamento da tutto ciò che può
richiamare il passato ci fa complici
della Chiesa, la quale vuole il nostro silenzio.
E quello delle donne, per essa, è
davvero prezioso, perché contagia gli uomini, anche i più battaglieri.
A. R. Dal libro “Da donna a donne”