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CULTURA - CINEMA E FEDE
Dio sullo schermo - I
segni e le domande
Da Centochiodi a In
memoria di me, da The big question a
Un Gesù da spot pubblicitario che si bagna nostalgico nelle
acque del Giordano, ormai inquinate dalla prosaica immondizia contemporanea. Un Cristo alternativo, un po’ grunge
un po’ santone modello Bombay, che inchioda I libri sacri e Dio stesso
alle loro responsabilità. E poi un giovane novizio gesuita, lacerato
dal dubbio se godere del protettivo, soffocante
abbraccio di una Chiesa più maestra che madre, oppure se fuggirne a gambe
levate.
Sono tre esempi di
quello che sta diventando ormai un classico stagionale: il ritorno sul grande
schermo delle grandi domande intorno a Dio.
Periodicamente, il cinema si sofferma su uno dei soggetti più controversi,
dibattuti, insomma amati-odiati della storia dell’umanità. Non meraviglia
dunque che succeda lo stesso anche oggi, in questi tempi in cui la presenza
dell’Altissimo – chiamato con nomi diversi a seconda della
latitudine – tracima costantemente dai palinsesti televisivi e dalle prime
pagine dei giornale.
Le pellicole nelle
sale che in queste ultime settimane si sono cimentate con l’oggetto immenso
della dimensione religiosa sono numerose. La prima a essere uscita è In memoria di me, del giovane e
brillante regista Saverio Costanzo, che già aveva colpito critici e pubblico
con il suo primo lungometraggio Private. In questa sua seconda prova, Costanzo si è buttato anima e corpo su un
tema difficilissimo, quello di un’anima in ricerca. È la storia di Andrea (il bravo attore Christo
Jivkov), un giovane introverso e brillante che –
insoddisfatto di ciò che gli promette il "mondo" – decide di
entrare in un noviziato religioso, presumibilmente di gesuiti, alla scoperta
di un’identità e una sicurezza smarrite. Qui si trova a fare I conti con le
regole, la disciplina ecclesiastica, il silenzio, in un confronto spesso
muto, sempre criptico, con I suoi compagni di noviziato e I superiori.
Assai portato per
gli studi e l’analisi "fredda" delle relazioni, compresa quella con
il divino, Andrea è incuriosito e attratto in realtà
dal suo opposto, che è simboleggiato dal regista nei caratteri di altri due
seminaristi: Fausto, ferito, infelice, tormentato; e Zanna (l’attore Filippo
Timi), il ribelle, che rifiuta l’ipocrisia dell’istituzione ecclesiastica e
mal sopporta il predominio di una fede "pensata" senza essere
vissuta con amore generoso e appassionata misericordia.
Nell’ambientazione
cupa e fascinosamente barocca del convento sull’isoletta veneziana di San
Giorgio Maggiore, la vicenda interiore di Andrea
assume via via una serena tragicità, scandita dal
precipitare degli eventi: prima il crollo psicologico di Fausto che,
schiacciato dai sensi di colpa, fugge dalla vita religiosa; poi la morte di
un confratello misterioso, la cui terribile malattia era stata protetta
dietro una porta chiusa, tabù per novizi e professori. Infine, la
"liberazione" di Zanna, che dopo aver sfidato il rigido rettore
dall’accento tedesco, abbandona felice e a testa alta il convento.
Andrea, che è sul
punto di seguire Zanna nella sua avventura senza rete nel mondo, all’ultimo
momento ci ripensa: uomo dell’istituzione che sacrifica la propria umanità
sull’altare di una brillante carriera ecclesiastica oppure santo
che, nell’obbedienza alle regole, riuscirà a superare, con leggerezza
evangelica, la facile alternativa tra apocalittici o integrati? Il regista
non lo dice e il sipario cala.
La sfida che
Saverio Costanzo ha affrontato, con l’aiuto di ottimi
consulenti (Flaminia Morandi, Alberto Melloni, Enzo Bianchi), era particolarmente ardua. Forse
per questo il film alla fine lascia allo spettatore un’impressione di incompiutezza, come se la lodevole intenzione di
evitare un’opera a tesi avesse anche impedito una corretta profondità di
campo, con il risultato finale di una serie di personaggi e vicende soltanto
intuiti ma non pienamente messi a fuoco.
L’accusa opposta,
invece, è stata mossa a Centochiodi,
l’ultima fatica di Ermanno Olmi, uno dei più grandi
maestri del cinema italiano. Prima ancora di circolare nelle sale, il film
sul suo Cristo moderno (interpretato da Raz Degan), era già stato "censurato" a colpi di
slogan ("antidogmatico" e "anticlericale") dal Foglio e
altre testate che si riconoscono orgogliose nel club dei teocon
e degli atei devoti nostrani.
L’opera di Olmi non è forse tra le sue migliori, ma certo non può
essere semplicemente catalogata alla voce "facile riduzionismo
edulcorato". Centochiodi è una
favola provocatoria, un apologo poetico e anche
rabbioso che rivendica il valore della radicalità e semplicità evangeliche,
contro il potere di chi «gestisce» I Testi Sacri, facendone degli idoli
intoccabili, feticci dello status quo politico ed ecclesiastico.
La sequenza
meravigliosa dei preziosi volumi inchiodati al pavimento dell’antica
biblioteca universitaria non è il manifesto di un facile antintellettualismo
(tra l’altro assai pericoloso in questi nostri giorni, sballottati come siamo
tra trionfi televisivi di veline e violenze
quotidiane di estremisti religiosi). È piuttosto la ribellione contro
l’inaridimento della pietas cristiana che tanti, nelle società occidentali,
percepiscono all’interno della vita ordinaria delle comunità religiose
costituite. «C’è più verità in una carezza che in tutti questi volumi», dice
il Gesù di Olmi all’inizio
del film. E verso la fine ribadisce il concetto:
«C’è più sapienza in un caffè preso con un amico che in tutti i libri del
mondo».
La domanda
centrale di Centochiodi sembra tratta
dal capitolo 18 del Vangelo di Luca: «Ma quando il Figlio dell’Uomo verrà, troverà la fede sulla
terra?». La risposta di Olmi è racchiusa in una nostalgica
canzone popolare italiana, che il regista usa a mo’ di inno laico-spirituale: «Non ti scordar di me,/
la vita mia è legata a te». Dunque, nessuna risposta preconfezionata, ma una forte, inquietante domanda.
Il secondo aspetto che rende The big question
un’opera a suo modo unica è la serie di 12 domande cui tutti gli
intervistati vengono sottoposti: questioni fondamentali, formulate nel modo
più semplice e basilare («Chi è Dio per te?», «Cosa succede
dopo la morte?», «Se fossi nato altrove, avresti abbracciato un’altra fede?», «Credi nei miracoli?»...), e che consentono risposte
dirette e sincere. Per dibattere importanti temi teologici, hanno
istintivamente intuito i registi, può essere utile ma
non è necessario aver studiato alla Gregoriana.
Insomma: le grandi
domande sul senso della vita e sul nostro destino di uomini
coinvolgono – e sconvolgono – tutti, prima o poi. Persino
il cinico pubblicitario di successo protagonista di
Questo
Se si mette da parte
ogni intento apologetico o catechistico, però, anche il cinema ci conferma in
un dato: l’unico «segno» dell’esistenza di Dio è proprio la persistenza delle
grandi domande nel cuore dell’uomo.
Giovanni Ferrò
Al Festival di Alba, Dio è nascosto Mentre
nelle sale delle grandi città gli spettatori si dividevano tra fan di questo
o quel Gesù cinematografico, in un angolo più
riposto d’Italia è stato di scena «il Dio nascosto» di pascaliana
memoria. Parliamo dell’Alba International Filmfestival, che si è svolto nella città-cuore delle Langhe dal 29 marzo al 4 aprile scorsi.
Il moltiplicarsi
dei festival cinematografici, con annessa concorrenza tra diverse città per
strapparsi gli ospiti più in vista, rischia di mettere in ombra la
specificità e originalità dell’iniziativa piemontese. Sin dai suoi primi
passi, infatti, quella di Alba è stata una
manifestazione all’insegna della ricerca: nel senso di un «laboratorio del
cinema a venire», come spiega il direttore Luciano Barisone;
ma anche nel senso di ricerca di senso, di tracce di vita spirituale nel
percorso umano di affermati o giovani artisti della celluloide.
Anche il tema di quest’anno, la paura, che è stato il filo rosso degli
eventi e delle giornate di Alba, non è stato inteso
come una rassegna del film dell’orrore, ma piuttosto come un racconto
dell’angoscia esistenziale vissuta dall’uomo occidentale. E, in questo contesto, anche del possibile rinvenimento delle tracce di
un Dio che si nasconde, tema che si è configurato quasi come una sezione
trasversale del festival.
Molte e
affascinanti le pellicole che hanno scavato questo terreno: da The Monastery, della regista danese Pernille
Rose Grønkiær, che mette in scena la storia di un
vecchio scapolo il cui sogno è realizzare
all’interno di una sua tenuta, e con l’aiuto di un manipolo di suore
ortodosse, un luogo di preghiera e contemplazione; al film Fragments sur la grâce,
del francese Vincent Dieutre,
che è la coraggiosa immersione – quattrocento anni dopo – nell’universo giansenistico di Port-Royal; da
The Journals of Knud Rasmussen, che racconta dell’incontro non facile tra
la religiosità sciamanica tradizionale degli inuit dell’Alaska e la fede dei missionari cristiani;
fino al viaggio tra i fachiri del Bengala di Bishar
Blues, alla scoperta del "Marfat",
una libera interpretazione dell’islam, secondo cui Dio non è un’entità
nascosta ma risiede nella mente e nel corpo dell’uomo.
L’edizione 2007
dell’Alba International Filmfestival
è stata arricchita dalla presenza di un grande del cinema, come il regista
Sidney Pollack (Non si uccidono così anche i
cavalli?, I tre giorni del Condor, Diritto di
cronaca, Tootsie, La mia Africa e tanti altri
capolavori), cui è stata dedicata una retrospettiva, e da un convegno – sul
tema della paura, appunto – cui hanno preso parte, tra gli altri, don Luigi Ciotti, il filosofo Giacomo Marramao
e il regista Davide Ferrario, autore di La
strada di Levi, un documentario che ricostruisce il ritorno a casa da Auschwitz dello scrittore Primo Levi.
Tra le opere premiate dalla giuria di Alba,
The Journals of Knud Rasmussen, come miglior film, e Nachmittag,
della regista tedesca Angela Schanelec, per la
migliore regia. Il premio Signis -
Gazzetta d’Alba è andato invece a El otro dell’argentino
Ariel Rotter.
Grandi registi sulle tracce della Parola
Non solo film
esplicitamente religiosi, ma anche il grande cinema,
che è sempre aperto al trascendente. Questa la filosofia
editoriale di Multimedia San Paolo che ha cercato di raccogliere nel proprio
catalogo le opere cinematografiche dei maestri della storia del cinema.
Sono state così messe a disposizione del pubblico italiano le
"collane" attorno ai film di C. Th. Dreyer, di L. Buñuel, di R. Bresson, di K. Kieslowski, di J. Tati, di E. Olmi. Di Dreyer,
ricercatore instancabile delle tracce della "Parola" nella vita
dell’uomo, sono presenti 7 film, dal più celebre Dies Irae al meno noto L’angelo
del focolare. Buñuel è rappresentato con 6
film, tra cui L’angelo sterminatore. Sono 9 i film di Bresson, compreso L’argent,
ultima opera del maestro francese. Decalogo di Kieslowski
è, invece, un’opera "sinfonica" in 10 parti, sessanta minuti per
ogni comandamento. La "ricerca" di Olmi è
rappresentata da 4 titoli, compreso Centochiodi.
Infine i film di Tati: sono 4, i più belli di un
poeta che ha lasciato una traccia indelebile nella "fabbrica dei
sogni" con solo 6 film.
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