CULTURA - CINEMA E FEDE

Dio sullo schermo - I segni e le domande
di Giovanni Ferrò

Da Centochiodi a In memoria di me, da The big question a 7 Km da Gerusalemme: la ricerca sul divino torna ad appassionare gli artisti del cinema. Di fronte al bisogno di «prove» dell’uomo contemporaneo, Dio si ritrae: l’unico, flebile segno che esiste è la persistenza delle domande nel cuore di quelli che lo cercano.
   

Un Gesù da spot pubblicitario che si bagna nostalgico nelle acque del Giordano, ormai inquinate dalla prosaica immondizia contemporanea. Un Cristo alternativo, un po’ grunge un po’ santone modello Bombay, che inchioda I libri sacri e Dio stesso alle loro responsabilità. E poi un giovane novizio gesuita, lacerato dal dubbio se godere del protettivo, soffocante abbraccio di una Chiesa più maestra che madre, oppure se fuggirne a gambe levate.

Sono tre esempi di quello che sta diventando ormai un classico stagionale: il ritorno sul grande schermo delle grandi domande intorno a Dio. Periodicamente, il cinema si sofferma su uno dei soggetti più controversi, dibattuti, insomma amati-odiati della storia dell’umanità. Non meraviglia dunque che succeda lo stesso anche oggi, in questi tempi in cui la presenza dell’Altissimo – chiamato con nomi diversi a seconda della latitudine – tracima costantemente dai palinsesti televisivi e dalle prime pagine dei giornale.
 

Dal film 7 Km da Gerusalemme di Claudio Malaponti, nelle sale dal 4 maggio.
Dal film 7 Km da Gerusalemme di Claudio Malaponti, nelle sale dal 4 maggio.

 

Le pellicole nelle sale che in queste ultime settimane si sono cimentate con l’oggetto immenso della dimensione religiosa sono numerose. La prima a essere uscita è In memoria di me, del giovane e brillante regista Saverio Costanzo, che già aveva colpito critici e pubblico con il suo primo lungometraggio Private. In questa sua seconda prova, Costanzo si è buttato anima e corpo su un tema difficilissimo, quello di un’anima in ricerca. È la storia di Andrea (il bravo attore Christo Jivkov), un giovane introverso e brillante che – insoddisfatto di ciò che gli promette il "mondo" – decide di entrare in un noviziato religioso, presumibilmente di gesuiti, alla scoperta di un’identità e una sicurezza smarrite. Qui si trova a fare I conti con le regole, la disciplina ecclesiastica, il silenzio, in un confronto spesso muto, sempre criptico, con I suoi compagni di noviziato e I superiori.

Assai portato per gli studi e l’analisi "fredda" delle relazioni, compresa quella con il divino, Andrea è incuriosito e attratto in realtà dal suo opposto, che è simboleggiato dal regista nei caratteri di altri due seminaristi: Fausto, ferito, infelice, tormentato; e Zanna (l’attore Filippo Timi), il ribelle, che rifiuta l’ipocrisia dell’istituzione ecclesiastica e mal sopporta il predominio di una fede "pensata" senza essere vissuta con amore generoso e appassionata misericordia.
 

Una scena di The big question.
Una scena di The big question.

 

Nell’ambientazione cupa e fascinosamente barocca del convento sull’isoletta veneziana di San Giorgio Maggiore, la vicenda interiore di Andrea assume via via una serena tragicità, scandita dal precipitare degli eventi: prima il crollo psicologico di Fausto che, schiacciato dai sensi di colpa, fugge dalla vita religiosa; poi la morte di un confratello misterioso, la cui terribile malattia era stata protetta dietro una porta chiusa, tabù per novizi e professori. Infine, la "liberazione" di Zanna, che dopo aver sfidato il rigido rettore dall’accento tedesco, abbandona felice e a testa alta il convento.

Andrea, che è sul punto di seguire Zanna nella sua avventura senza rete nel mondo, all’ultimo momento ci ripensa: uomo dell’istituzione che sacrifica la propria umanità sull’altare di una brillante carriera ecclesiastica oppure santo che, nell’obbedienza alle regole, riuscirà a superare, con leggerezza evangelica, la facile alternativa tra apocalittici o integrati? Il regista non lo dice e il sipario cala.
 

Raz Degan, protagonista di Centochiodi di Ermanno Olmi.
Raz Degan, protagonista di Centochiodi di Ermanno Olmi.

 

La sfida che Saverio Costanzo ha affrontato, con l’aiuto di ottimi consulenti (Flaminia Morandi, Alberto Melloni, Enzo Bianchi), era particolarmente ardua. Forse per questo il film alla fine lascia allo spettatore un’impressione di incompiutezza, come se la lodevole intenzione di evitare un’opera a tesi avesse anche impedito una corretta profondità di campo, con il risultato finale di una serie di personaggi e vicende soltanto intuiti ma non pienamente messi a fuoco.

L’accusa opposta, invece, è stata mossa a Centochiodi, l’ultima fatica di Ermanno Olmi, uno dei più grandi maestri del cinema italiano. Prima ancora di circolare nelle sale, il film sul suo Cristo moderno (interpretato da Raz Degan), era già stato "censurato" a colpi di slogan ("antidogmatico" e "anticlericale") dal Foglio e altre testate che si riconoscono orgogliose nel club dei teocon e degli atei devoti nostrani.

L’opera di Olmi non è forse tra le sue migliori, ma certo non può essere semplicemente catalogata alla voce "facile riduzionismo edulcorato". Centochiodi è una favola provocatoria, un apologo poetico e anche rabbioso che rivendica il valore della radicalità e semplicità evangeliche, contro il potere di chi «gestisce» I Testi Sacri, facendone degli idoli intoccabili, feticci dello status quo politico ed ecclesiastico.
 

Un fotogramma del documentario The big question, di Francesco Cabras e Alberto Molinari.
Un fotogramma del documentario The big question,
di Francesco Cabras e Alberto Molinari.

 

La sequenza meravigliosa dei preziosi volumi inchiodati al pavimento dell’antica biblioteca universitaria non è il manifesto di un facile antintellettualismo (tra l’altro assai pericoloso in questi nostri giorni, sballottati come siamo tra trionfi televisivi di veline e violenze quotidiane di estremisti religiosi). È piuttosto la ribellione contro l’inaridimento della pietas cristiana che tanti, nelle società occidentali, percepiscono all’interno della vita ordinaria delle comunità religiose costituite. «C’è più verità in una carezza che in tutti questi volumi», dice il Gesù di Olmi all’inizio del film. E verso la fine ribadisce il concetto: «C’è più sapienza in un caffè preso con un amico che in tutti i libri del mondo».

La domanda centrale di Centochiodi sembra tratta dal capitolo 18 del Vangelo di Luca: «Ma quando il Figlio dell’Uomo verrà, troverà la fede sulla terra?». La risposta di Olmi è racchiusa in una nostalgica canzone popolare italiana, che il regista usa a mo’ di inno laico-spirituale: «Non ti scordar di me,/ la vita mia è legata a te». Dunque, nessuna risposta preconfezionata, ma una forte, inquietante domanda.
 

L'incontro di Emmaus, rievocato nel film 7 Km da Gerusalemme.
L’incontro di Emmaus, rievocato nel film 7 Km da Gerusalemme.


In effetti, quello che circola in questi giorni nelle sale è soprattutto un cinema delle grandi domande. Succede lo stesso con The big question, acuto e originale videoreportarge teologico, e con 7 Km da Gerusalemme, film di Claudio Malaponti tratto dall’omonimo romanzo di Pino Farinotti. Del bel documentario The big question (che troviamo solo in dvd) parliamo, nelle pagine successive, con i due giovani registi. Vale la pena accennare qui a due aspetti particolari. Il primo è la felice casualità del microcosmo su cui si sofferma l’occhio curioso delle telecamere: le interviste sono state girate sul set di The Passion, durante le riprese del film di Mel Gibson a Matera. E nelle risposte si avvicendano le persone più diverse: preti cattolici tradizionalisti vicini allo stesso Gibson, attori dalle visioni religiose disparate, comparse credenti e non credenti. Un piccolo mondo, insomma, che rispecchia piuttosto bene la pluralità di idee, appartenenze e dubbi che attraversano l’intera società moderna.

Il secondo aspetto che rende The big question un’opera a suo modo unica è la serie di 12 domande cui tutti gli intervistati vengono sottoposti: questioni fondamentali, formulate nel modo più semplice e basilare («Chi è Dio per te?», «Cosa succede dopo la morte?», «Se fossi nato altrove, avresti abbracciato un’altra fede?», «Credi nei miracoli?»...), e che consentono risposte dirette e sincere. Per dibattere importanti temi teologici, hanno istintivamente intuito i registi, può essere utile ma non è necessario aver studiato alla Gregoriana.
 

L'immagine simbolo dell'ultima opera di Ermanno Olmi, Centochiodi.
L’immagine simbolo dell’ultima opera di Ermanno Olmi, Centochiodi.

 

Insomma: le grandi domande sul senso della vita e sul nostro destino di uomini coinvolgono – e sconvolgono – tutti, prima o poi. Persino il cinico pubblicitario di successo protagonista di 7 Km da Gerusalemme. Dopo una rapida e dorata carriera, Alessandro (interpretato da Luca Ward) entra in crisi: separato dalla moglie, abbandona il lavoro e, per un inspiegabile fatto che ha del miracoloso, si ritrova in mano un biglietto aereo che lo porterà in Terrasanta. Qui incontra una varia umanità in cerca del proprio destino. Ma soprattutto gli si fa accanto – sulla strada che conduce a Emmaus – un Gesù bello e patinato come quello dell’iconografia devozionale. È il delirio di un ex vincente finito improvvisamente a indossare i panni del soggetto borderline? , tutto, tanto vero quanto inspiegabile? Il film di Malaponti gioca sul filo, alternando la sana incredulità del protagonista con la smaccata post-modernità di un Gesù tanto divino da indossare volutamente i panni di un dipinto manierista per il solo agio di farsi meglio riconoscere dagli uomini.

Questo 7 Km da Gerusalemme ha un bel cast di attori e una regia non priva di originalità. Ma sconta un’impostazione più da film-tv che da pellicola d’autore. Così il racconto oscilla tra trovate al limite del kitsch (Gesù beve da una lattina di Coca Cola e il pubblicitario pentito esclama: «Dio, che testimonial!») e idee brillanti, ma che non vengono sviluppate: dal frate di Terrasanta che, incrociando il Signore, lo riconosce e atterrito, invece di cadere in ginocchio ai suoi piedi, scappa come avesse visto il demonio; alla satira sulla ignorantissima ma potente presentatrice tv che si infervora a sproposito per il tema del dialogo interreligioso («Mettere d’accordo Gesù e Maometto sarebbe... carinissimo»). Gli aspetti più interessanti, alla fine, restano il fascino dei luoghi (poche decine di chilometri quadrati che hanno «giurisdizione su quattro miliardi di coscienze») e le domande dello sbigottito protagonista al Gesù-artista di strada, unite indissolubilmente al suo umano bisogno di avere dei «segni» che questa fede non sia un inganno.
 

Christo Jivkov, l'attore bulgaro protagonista di In memoria di me.
Christo Jivkov, l’attore bulgaro protagonista di In memoria di me.

 

Se si mette da parte ogni intento apologetico o catechistico, però, anche il cinema ci conferma in un dato: l’unico «segno» dell’esistenza di Dio è proprio la persistenza delle grandi domande nel cuore dell’uomo.
 

Giovanni Ferrò

Al Festival di Alba, Dio è nascosto

Mentre nelle sale delle grandi città gli spettatori si dividevano tra fan di questo o quel Gesù cinematografico, in un angolo più riposto d’Italia è stato di scena «il Dio nascosto» di pascaliana memoria. Parliamo dell’Alba International Filmfestival, che si è svolto nella città-cuore delle Langhe dal 29 marzo al 4 aprile scorsi.

Il moltiplicarsi dei festival cinematografici, con annessa concorrenza tra diverse città per strapparsi gli ospiti più in vista, rischia di mettere in ombra la specificità e originalità dell’iniziativa piemontese. Sin dai suoi primi passi, infatti, quella di Alba è stata una manifestazione all’insegna della ricerca: nel senso di un «laboratorio del cinema a venire», come spiega il direttore Luciano Barisone; ma anche nel senso di ricerca di senso, di tracce di vita spirituale nel percorso umano di affermati o giovani artisti della celluloide.

Anche il tema di quest’anno, la paura, che è stato il filo rosso degli eventi e delle giornate di Alba, non è stato inteso come una rassegna del film dell’orrore, ma piuttosto come un racconto dell’angoscia esistenziale vissuta dall’uomo occidentale. E, in questo contesto, anche del possibile rinvenimento delle tracce di un Dio che si nasconde, tema che si è configurato quasi come una sezione trasversale del festival.

Molte e affascinanti le pellicole che hanno scavato questo terreno: da The Monastery, della regista danese Pernille Rose Grønkiær, che mette in scena la storia di un vecchio scapolo il cui sogno è realizzare all’interno di una sua tenuta, e con l’aiuto di un manipolo di suore ortodosse, un luogo di preghiera e contemplazione; al film Fragments sur la grâce, del francese Vincent Dieutre, che è la coraggiosa immersione – quattrocento anni dopo – nell’universo giansenistico di Port-Royal; da The Journals of Knud Rasmussen, che racconta dell’incontro non facile tra la religiosità sciamanica tradizionale degli inuit dell’Alaska e la fede dei missionari cristiani; fino al viaggio tra i fachiri del Bengala di Bishar Blues, alla scoperta del "Marfat", una libera interpretazione dell’islam, secondo cui Dio non è un’entità nascosta ma risiede nella mente e nel corpo dell’uomo.

L’edizione 2007 dell’Alba International Filmfestival è stata arricchita dalla presenza di un grande del cinema, come il regista Sidney Pollack (Non si uccidono così anche i cavalli?, I tre giorni del Condor, Diritto di cronaca, Tootsie, La mia Africa e tanti altri capolavori), cui è stata dedicata una retrospettiva, e da un convegno – sul tema della paura, appunto – cui hanno preso parte, tra gli altri, don Luigi Ciotti, il filosofo Giacomo Marramao e il regista Davide Ferrario, autore di La strada di Levi, un documentario che ricostruisce il ritorno a casa da Auschwitz dello scrittore Primo Levi.

Tra le opere premiate dalla giuria di Alba, The Journals of Knud Rasmussen, come miglior film, e Nachmittag, della regista tedesca Angela Schanelec, per la migliore regia. Il premio Signis - Gazzetta d’Alba è andato invece a El otro dell’argentino Ariel Rotter.

 

Grandi registi sulle tracce della Parola

Non solo film esplicitamente religiosi, ma anche il grande cinema, che è sempre aperto al trascendente. Questa la filosofia editoriale di Multimedia San Paolo che ha cercato di raccogliere nel proprio catalogo le opere cinematografiche dei maestri della storia del cinema. Sono state così messe a disposizione del pubblico italiano le "collane" attorno ai film di C. Th. Dreyer, di L. Buñuel, di R. Bresson, di K. Kieslowski, di J. Tati, di E. Olmi. Di Dreyer, ricercatore instancabile delle tracce della "Parola" nella vita dell’uomo, sono presenti 7 film, dal più celebre Dies Irae al meno noto L’angelo del focolare. Buñuel è rappresentato con 6 film, tra cui L’angelo sterminatore. Sono 9 i film di Bresson, compreso L’argent, ultima opera del maestro francese. Decalogo di Kieslowski è, invece, un’opera "sinfonica" in 10 parti, sessanta minuti per ogni comandamento. La "ricerca" di Olmi è rappresentata da 4 titoli, compreso Centochiodi. Infine i film di Tati: sono 4, i più belli di un poeta che ha lasciato una traccia indelebile nella "fabbrica dei sogni" con solo 6 film.

 


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