Commento e sviluppo epistolare al libro:
Giancarla Codrignani, l’Amore
ordinato, ed. com nuovi tempi, Roma 2005
Con il primo scambio epistolare entrambe
abbiamo prodotto un materiale tanto ricco di idee che questa volta ti proporrei
di attenerci soltanto a delle puntualizzazioni, a partire da alcune tue
affermazioni ed interrogativi. Restringere il campo visivo potrà permetterci di
andare più in profondità.
Tu ti esprimi così: “Quello che impressiona è che [nella chiesa]
non si abbia alcun segno di ‘movimento’: possibile che si contentino di
un’ambiguità, per giunta priva di senso e di ragioni teologiche argomentabili?”.
“Sono seriamente preoccupata per quest’atmosfera di ricompattamento
autoritario, tutto formale, di clericalizzazione impossibile, perché anche i
fedeli osservanti non “ubbidiscono”.
Dal
momento che al centro della nostra attenzione ci sono le donne che soffrono per
le conseguenze del celibato obbligatorio dei preti, non si può non parlare di
fatti ecclesiali di fondo. Sono visibili a tutti i mali che derivano dalla
difesa ad oltranza che la chiesa istituzionale fa del diritto canonico vigente
circa il ‘nostro’ argomento, e non solo. Tu parli, a ragione, di “atmosfera di ricompattamento autoritario”, eccetera. Io aggiungerei una mia opinione: non vorrei che
tutto si risolvesse in un ‘movimento’, o come lo si voglia chiamare, dall’alto.
Nel nostro sito – lo diciamo a chiare lettere – ci preoccupiamo di incidere su
un’opinione pubblica deformata, non senza colpevolezza di quelle autorità
ecclesiali che consolidano nella gente tabù legati al sacro. Ma è altrettanto preoccupante
la mancanza di un movimento serio e «criteriato» dal basso, capace di
contrastare l’influenza clericale. E’ triste che tutti noi, imbevuti di
modernità e a cui sta molto a cuore la crescita dello spirito democratico nella
vita sociale, non ci inventiamo un modo nuovo per farci ascoltare. Forse non riflettiamo
abbastanza che molto dipende anche dalla parte della base più consapevole che auspica
il rinnovamento; anche se, si sa, appena si alza una voce fuori dal coro, le
condanne dall’alto piovono o minacciano di piovere.
Allora riflettiamo
su alcuni punti. Spesso scarichiamo dove possiamo critiche globali, mettiamo in
evidenza i mali ecclesiali, a partire dalla Scrittura antica alla nuova e dalla
chiesa primitiva (idealizzata) fino agli ultimi interventi ammonitori della
gerarchia nei riguardi dei politici cattolici. Intanto non conforta ma preoccupa
la proliferazione, all’interno della chiesa, di vari vivaci movimenti, tra cui prevalgono
estremismi contrapposti, non esenti da fanatismo, mentre si fanno sempre più
strada nella società laica spiritualità frammentate, che fanno presa su molti
per essere sganciate da condizionamenti dal passato e pronte a dare risposte
immediate e palpabili ad attese esistenziali di cui le religioni tradizionali
tengono poco conto.
Dove
voglio andare a parare?
Ritengo urgente
vigilare sulla piega che possono prendere i gruppi cattolici del dissenso che
ci stanno a cuore. Sono convinta, ma chiedo un tuo parere, che la materia della
contestazione non può avvalersi di critiche, anche ben ragionate, senza un’incisiva
strategia concordata per evitare che il dialogo con la chiesa segni una pericolosa
frattura. Quando tu dici: “Il
Concilio Vaticano II ha dato ai laici un’autorevolezza prima inesistente:
perché non ce la prendiamo?”, tocchi le fibre del mio cuore. Dovremmo avere quell’autorevolezza
che le sfere della gerarchia preposte ci negano, a meno di stare in riga e
tacere. Ti sarai chiesto perché titoliamo il nostro sito “donne contro il
silenzio”: non dobbiamo rassegnarci al silenzio. Ma il ‘dire’ deve essere
credibile, rigoroso, almeno quanto basta per sfuggire alla superficialità, che
non approda a nulla. Parlando di rigore, voglio rimarcare che, se sono d’accordo
ad esigerlo da noi stesse/i, non sarebbe cosa buona cadere nella trappola nella
quale sono caduta io nei tempi eroici del mio passato, quando alle denunce sull’abuso
di potere ecclesiale esercitato sui sottoposti in convento, mi si rispondeva che
bisognava facessi revisione dei miei comportamenti prima di denunciare quelli
di madre-chiesa e dei suoi rappresentanti.
Allora, mettiamo subito le carte in regola. E’ vero che dobbiamo avere
onestà intellettuale, morale e spirituale se vogliamo lanciare una sfida
profetica. C’è uno stile da curare quando si vuole per davvero il dialogo. E c’è
da rispettare la deontologia della ‘parresia’ (= franchezza evangelica) da non
disgiungere dal rispetto per il carattere spirituale della chiesa; nonostante
che in essa prevalgano spesso interessi e forse anche derive temporalistiche. L’oggetto
del ‘con-tendere’ non deve avere la stessa valenza di quello agitato dal sindacato
o nella piazza; dobbiamo meritare un dialogo che non faccia scadere il nostro
richiamo al rinnovamento nello stesso errore dell’interlocutore (che alterna la
sua assenza alle condanne). E per le donne, o almeno per alcune (del mio
settore), c’è da ricordare che ci vanno meno piagnistei, meno risentimenti e più coraggio. In sintesi, noi l’autorevolezza di cui tu parli, ce la
dobbiamo meritare, a tutti i costi.
A questo
proposito mi piace riprendere il tuo auspicio che cito:“Io al Vangelo di Gesù di Nazareth ci tengo
e mi preoccupano gli atteggiamenti di una Chiesa poco coraggiosa nello stare a
fianco degli umani nei loro problemi. Dio è grande più degli uomini di
religione; è misericordioso, ma la sua benevolenza resta circoscritta al regno
dei cieli e non diventa sostanza della pastorale; interpella la sua Chiesa in
mare aperto e non al piccolo cabotaggio. Anche i teologi chiamano la nostra
un’epoca post-cristiana: perché mettere a rischio le fondamenta perché gli
uomini di chiesa hanno paura del futuro?”. Come risulta a chiare lettere, tu, Carla,
non galleggi sopra le difficoltà da affrontare nel reclamare il rinnovamento. E
dal momento che le questioni sono avviluppate l’una all’altra, cominciamo ad
insistere sulla nostra, inserendola nell’orizzonte più vasto del bene di
tutto il Popolo di Dio. Oggi, da subito.
Grazie per quanto hai detto e per quanto ancora vorrai dirci, tenendo conto dei nodi concreti da sciogliere. Attendo tue domande, e quant’altro può servire a coinvolgere altre/i nel nostro dialogo. Ausilia
Cara
Ausilia,
la nostra corrispondenza mi sembra una cosa buona anche perché noi donne siamo la prima di tutte le differenze, ma bisogna che facciamo dialogare le differenze tra noi. Tu hai conoscenza della vita religiosa in modo più profondo e particolare; io, che sono credente senza aver mai sperimentato la fede esclusiva, pratico la politica. Qualcuno disse una volta che ero uno dei migliori uomini del Parlamento e io gli chiesi se sarebbe stato contento di essere definito una delle migliori donne dell’istituzione. Non so se alle superiore degli ordini religiosi qualche monsignore dica che sono ottimi prelati; credo di no. Ma il mio sospetto complica le cose: la laica che assume una carica deve adeguarsi irrimediabilmente a quel modello unico a cui l’educazione ci orienta, mentre un prete non misura neppure su di sé il ruolo di una consorella.
Ancora una volta il ragionamento riconduce, quindi - almeno dal mio punto di vista - sui rapporti di potere. La democrazia ha come postulato la debolezza: suo requisito è la forza della parola usata per persuadere, per vincere mediando, per verificare la ragione a partire da quella degli altri. L’imposizione è già cedimento all’autoritarismo.
Le religioni non sono democratiche: vivono nel mondo per testimoniare una Verità di cui esse stesse non hanno esperienza, se non per fede; eppure i loro princìpi, come dice il Papa, non sono negoziabili, anche se i princìpi si incarnano nella storia e, pur dichiarati fin dall’origine, sono in continua transizione. La transizione che stiamo vivendo nell’epoca attuale è radicalmente innovativa, anche se non sono assolutamente chiare le mete a cui ci indirizza nel suo andare. Sappiamo solo che tutti debbono scrutare i segni dei tempi, gli uomini delle religioni più degli altri. Infatti, molte delle scelte che ci vengono proposte saranno irreversibili. Per chiarire con un esempio: è stata scoperta una fibra di spessore 200.000 volte inferiore al capello: capisci che anche solo da questo particolare sappiamo che la vita degli umani è destinata a cambiare?
Dirai: che cosa c’entra con i nostri discorsi? C’entra, sì, perché è aumentato il gap tra chi ha accesso a pensare la complessità e la grande maggioranza che – non è neppure questione di scolarizzazione – usa il telefonino, guarda il “grande fratello”, ma non è in grado di dare un giudizio sulle opzioni di vita che gli vengono proposte (o imposte, se non sceglie con giudizio proprio). Resta vulnerabile a qualunque suggestione.
Penso alla biogenetica, mentre sento il Vaticano appellarsi alla natura. Di quale natura si parla, se dalla creazione il mondo è stato affidato allo svolgersi di una storia che, dai Neanderthal a noi, è stata di continui cambiamenti dovuti all’evolversi della cultura umana?
Quando dico che sono preoccupata perché non percepisco abbastanza “movimento” (parola che io interpreto sempre come formata dal basso, per consenso con idee che circolano), in questa stagione della storia lo dico perché so che non ha vinto il cardinal Ruini a proposito del referendum sulla procreazione assistita: in realtà ha perduto l’ignoranza della gente sulla complessità di una pratica e sull’importanza delle leggi emanate per minoranze bisognose di tutela o richiedenti diritti; e ha perduto, infine, la solidarietà sociale che impegna a riconoscere esigenze che non sono solo mie.
Oggi la Chiesa torna in campo – lascio gli aspetti puramente strumentali, che, precludendo la libertà politica del legislatore, sono in palese violazione del Concordato – e impone, a cattolici e non cattolici, il riconoscimento del matrimonio “secondo natura”. Secondo natura, significa che un uomo e una donna si uniscono per fare famiglia; e fare famiglia significa procreare. Come se l’amore, la libertà della scelta, perfino il limite umano del fallimento non esistessero e anche i matrimoni, religiosi o civili, non possano finire con un divorzio, così come le libere unioni si sciolgono, comprese quelle tra una donna e un prete, che è stato così leso nella sua “natura” che spesso naufraga nella prova dell’amore e, cedendo al bisogno affettivo, arriva alla convivenza dopo aver abbandonato la chiesa in mezzo a sensi di colpa e confusione interiore. La Chiesa lo sa e lo “riduce” allo stato laicale per condizionarlo anche dopo scelte di libertà. Naturalmente la Chiesa non ammette neppure il divorzio, perché fonda il suo magistero sull’indissolubilità, principio certo non naturale, ma così poco negoziabile da negare l’ammissione all’eucarestia dei divorziati riposati. Certo, il danno della rottura è irrisarcibile e chi divorzia sa di aver prodotto e sofferto dolore; ma anche l’omicidio è irrisarcibile, eppure l’assassino pentito può accedere ai sacramenti.
Se, d’altra parte, accettassimo l’irrevocabilità della “natura”, l’omosessualità andrebbe immediatamente accolta, e sarebbero contraddittorie le condanne di una presunta “malattia” da curarsi con un obbligo di castità, di sicuro innaturale. Infine si deve chiedere come mai il clero viola il dovere di procreare,“per natura” legato alla sessualità e doveroso per i non-ordinati?
I salmi finiscono in gloria. Si ritorna alla donna, che è in sé temibile perché impura nel suo sangue mestruale (che il Medioevo discusse ritenendo che la Madonna dovesse esserne esente), e destinata a riscattarsi nel ruolo “naturale”della maternità. Ne deriva l’esaltazione astratta della famiglia, in assenza di qualunque pastorale sulle sue reali condizioni ed esigenze. Eppure, come ti dicevo l’altra volta, i vizi nella famiglia sono molti: i preti confessori li conoscono ma la gerarchia fa conto di non sapere e rinuncia ad evangelizzare.
Ti sembrerò ripetitiva; e certamente lo sono, ma davvero sono preoccupata. Se la Chiesa gerarchica ripropone l’obbedienza senza argomentare e senza affrontare tempestivamente i problemi che avanzano, che cosa farà quando la scienza e la tecnologia proporranno invenzioni che possono inquietare? Si tratta di “invenzioni” difficili da spiegare, che possono impaurire anche quella chiesa grande, non gerarchica, che è il popolo di Dio e che, non sempre bene informato, non riesce a movimentarsi. Da vent’anni si sperimenta, all’estero e in Italia, l’utero artificiale: non sappiamo se o quando potrà realizzarsi, ma è chiaro che nel mondo delle tecnologie si pensa ad un futuro in cui i giovani depositeranno i propri materiali riproduttivi nelle banche del freddo, produrranno un embrione quando desidereranno un figlio e lo ritireranno dopo nove mesi. Le donne si rallegrano? Il presidente Blair ha approvato la clonazione: siamo indifferenti? In molti paesi d’Europa si conservano le staminali, per eventuali “riparazioni” quando ci si rompe: in Italia il Papa dice di no, proprio come ha detto no alla fecondazione assistita e gli abbienti vanno all’estero per praticarla, perché trovano “naturale” volere un figlio in modo non innaturale anche se diverso. Chi è pronto a ragionare di queste cose prima che ci cadano addosso nell’emotività e nel timore?
I celibi faranno lezione di ginecologia e di bioetica? Censureranno le donne e i pericoli che vengono dal loro corpo anche quando non ci sarà conflitto di interessi con l’embrione?
Sono ben lontana dal pensare che gli scenari che si aprono non siano preoccupanti, ma non era Giovanni Paolo II che diceva: “non abbiate paura”?