Riprendiamo
una frase , utile, ahi quanto!, a preti che sanno
tutto, fanno tutto, eccetera
“Ma anche per gli uomini la
rinuncia a vissuti e pensieri di universalità, genera
la possibilità di libertà nuove rispetto al passato”
DONNE E
UOMINI: PARADOSSI
DESIDERI
DI PARZIALITA' E NUOVE VIRTU'
di Barbara Mapelli
E' forse necessario, innanzitutto,
spiegare perché io renda centrale alla mia riflessione il termine 'parzialità'.
La consapevolezza di parzialità si muove - nei percorsi delle donne degli
ultimi decenni - dalla 'scoperta' della differenza femminile, alla declinazione
al plurale, le differenze tra donne, all'incontro e confronto, ora rinnovato e
inedito poiché 'nuovi' sono i soggetti femminili, con il tema della maschilità,
cogli uomini che intendono e desiderano, anch'essi in
una prospettiva di genere, discutere e provarsi nella loro parzialità.
Anche se gli sviluppi di pensiero cui accennerò hanno
avuto una progressione temporale, o perlomeno li presenterò necessariamente in una
sequenza, vi sono nella storia di questi decenni alcuni termini evocativi di
senso, aree semantiche dense di significato, che in realtà convivono e non
possono considerarsi le une superamento delle altre. Pari opportunità,
differenza sessuale o di genere, sono state e sono universi complessi di
riflessioni e pratiche, di scambi e di conflitti nel movimento delle donne, che
mantengono nel tempo valore per quello che significano e sottendono, e sono
tuttora anime vive e vitali. Vitali anche perché non acquisiti
come 'conquiste' che appartengano alla consapevolezza diffusa, ai modi del
vivere tra i sessi nel sociale e nel privato. Le pari opportunità ci
ricordano - mentre elaboriamo il nostro sapere
'differente' e un universo simbolico che significhi la 'nostra' lettura di
realtà - che discriminazioni e stereotipi segnano e determinano ancora le
relazioni tra donne e uomini. La differenza femminile - mentre il nostro sforzo
è nella direzione di nominare le differenze tra le donne - è tuttora e spesso
negata, in nome di un universalismo dell'essere umano o, all'opposto, di un
relativismo confusivo che somma senza distinguerle
tutte le differenze.
Se considero allora in questo momento centrale la riflessione sulla parzialità,
non penso che questa nozione superi quanto l'ha preceduta e resa possibile, ma
sia più che altro la visione più efficace per definire il punto cui è arrivato il nostro percorso e quella che consente
l'assunzione di un punto di vista interpretativo ancora generativo di sviluppi.
La differenza delle donne, che mette in discussione la presunta universalità e
neutralità dell'essere e pensarsi UOMO, impone un pensiero duale: essere
umanità significa essere donne e uomini, avere ed avere elaborato storie,
esperienze, saperi, simbolici e immaginari differenti proprio
perché donne e uomini.
Il passaggio successivo si indirizza nella direzione
della molteplicità: donna significa donne, differenti per culture, etnìe, classi sociali, generazioni.
Il rischio, denunciato innanzitutto dalle donne del 'black
feminism', del formarsi di un movimento 'bianco'
diviene consapevolezza, per quanto riguarda il nostro Paese, con l'arrivo di
donne da altri luoghi e culture, e altri pericoli di auto-referenzialità
del movimento si frantumano nel confronto necessitato con le donne giovani,
delle generazioni successive alla nostra, la generazione delle donne giovani
negli anni Settanta. Le donne invece nate negli anni Settanta, o dopo,
incarnano e vivono il cambiamento che abbiamo generato, con desideri e attese
di sé e di sé nel reale, legittimamente diversi da quanto noi potessimo
immaginare.
Le giovani donne ci insegnano, o re-insegnano, la
nostra parzialità: se pure abbiamo cambiato il mondo - e di questo sono
convinta - ciò che siamo, abbiamo pensato, detto e scritto appartiene comunque
alla nostra storia, individuale e collettiva, è la storia di ciascuna e di
alcune donne di una generazione, una narrazione in cui chi vuole andare oltre e
altrove può trovare radici, riferimenti o insegnamenti, con cui comporre - ma
scegliendo ciò che vuole - la propria biografia, individuale e collettiva.
Così, proseguendo nella storia, l'insegnamento che ci viene
dall'incontro con il maschile. Anche qui occorrerebbe una riflessione
generazionale, che tralascio, pensando soprattutto a quegli uomini, pochi e per
lo più giovani, che stanno elaborando il pensiero di
sé in una prospettiva di genere e, quindi, di parzialità, ponendo a critica
universalità, virilità normativa, culture del patriarcato e cercando in sé, ma
anche nel passato dell'essere uomini quei percorsi che hanno significato uno
scarto dalla norma, gravosa anche per il genere maschile e che ha cancellato
anche quelle differenze maschili dalla memoria storica, dal sapere accreditato.
Queste storie di donne e uomini, che ho brevemente raccontato per suggestioni e
accenni, narrano dunque la necessità del plurale - differenze-generi-generazioni - e il nostro
affacciarci, a partire dalla differenza, sulla necessità e coscienza di
parzialità, come soggetti, come donne e uomini, come generazioni.
E la coscienza di parzialità genera per tutti e tutte positivi
paradossi.
Per le donne, quelle della mia generazione in particolare, la rinuncia a un 'pensiero forte', che ancora una volta eriga un sistema
che tutto spiega, un universo di significati sotto l'ombrello rassicurante, ma
opacizzante, dell'unicum 'in quanto donna', e da questa rinuncia, e solo da
essa, si genera la possibilità di incontrare e comunicare con altre donne, con
le differenze e i desideri, e i problemi e i progetti, che le rendono diverse
da noi. Una rinuncia che solo apparentemente rende più
deboli, ma in realtà apre alla possibile pluralità del ragionare 'in quanto
donne', declinazioni plurime della libertà femminile che abbiamo per prime
dichiarato e cercato di praticare.
Ma anche per gli uomini la rinuncia a
vissuti e pensieri di universalità, genera la
possibilità di libertà nuove rispetto al passato: "La questione che
oggi mi trovo davanti, come uomo, non è solo di rispondere alle domande di
potere e libertà delle donne, ma di interrogare il maschile nel suo 'essere
parzialità'. Di leggere e interpretare la mia esperienza
concreta di vita prima di definire e di interpretare il mondo. Una
prospettiva inedita che il sapere che abbiamo prodotto non ci aiuta a
leggere" .
Ed è a partire dalla coscienza di parzialità, una conquista per ciascuno e
ciascuna, che occorre elaborare, o apprendere a rielaborare, nuovi modi di essere e di essere in relazione tra donne e uomini. Nuove qualità o capacità del sentirsi e vivere in rapporto con
l'altro/altra, che preferisco chiamare 'virtù', poiché le considero
innanzitutto modi di essere, da cui si generano azioni e pratiche, forme
dell'entrare in relazione con le diversità.
Le prime virtù, coraggio e umiltà. Paiono contrapposte, roboante
il primo, dimessa la seconda , ma in realtà cercando altri significati - e in
questo può venirci incontro la riflessione filosofica - possiamo trovare una
loro declinazione comune .
Il coraggio anzi appare come prima condizione di tutte le altre virtù, in
particolare dell'umiltà.
"La connotazione del coraggio, che noi ora riteniamo una qualità
indispensabile, è praticamente già presente in ogni volontà di agire e parlare,
di inserirsi nel mondo e di iniziare una propria storia. E questo coraggio non
è unicamente o anche principalmente legato al proposito di accettare le
conseguenze dell'agire; il coraggio e anche l'audacia sono già presenti nel
lasciare il proprio riparo e mostrare chi si è, svelando ed esponendo sé
stessi" .
Il coraggio, nei significati che presenta Hanna Arendt, è la virtù di essere e
divenire sé stessi e sé stesse, dell'agire libero sulla scena del mondo, nelle
relazioni con altri e altre.
Nella particolare accezione cui avviano le nostre
attenzioni il coraggio diviene il sapersi leggere in quella parzialità delle
appartenenze di genere e generazione, che ci offre le radici su cui innestare
il percorso individuale. Il 'chi si è' che cerca di
svelarsi a sé e nel mondo, può trovare nelle storie delle comuni appartenenze
alcuni dei significati per divenire donna o uomo, risorse per l'invenzione
necessaria del proprio essere, che può scoprirsi e rivelarsi nel coraggio e a
questo ammaestrare - con l'esempio - chi è più giovane.
Ci vuole coraggio, si diceva, per essere umili.
Il racconto continuo di sé cui autorizza il coraggio, non consente più il
muoversi nell'aria rarefatta di ideali e saperi e
norme che hanno sciolto i legami col mondo. Il coraggio di essere
umili può aiutare a trovare posto nel mondo, disposti e disposte ad accogliere
altre parzialità, ad aiutarle nella loro ricerca, pur se differente dalla
nostra.
L'umiltà porta con sé rispetto e fiducia nelle persone e nelle cose, capacità
di ascoltare voci, che possono apparire anche esili e incerte,
se immediatamente confrontate con verità e percorsi orgogliosi di ciò che è
stato fatto, detto, pensato.
Consente, l'umiltà, di ritrovare anche l'ironia, che la vita può regalare
qualora si apprenda a muoversi tra il proprio essere e ciò e chi è differente
da noi e ci svela anche quello che non siamo. "La
vita umana è di per sé ironica; dove inizia l'umano inizia l'ironia (…) gioco
di specchi tra essere e non essere" .
L'ironia è una virtù 'leggera', che segnala le distanze, ma propone anche
possibili terreni di incontro. "L'ironia contesta
le forme universali, la categoria dell'unicità, gli assoluti della ragione,
perché è consapevole della pluralità con cui la realtà si esprime. Una pluralità che si esprime anzitutto nella dualità di maschile e
femminile, e che racchiude tratti, gesti, percorsi di libertà differenti.
E finché questi tratti non saranno riconosciuti, la forma più immediata per
esprimere la sua libertà e autonomia, sarà il sorriso ironico di chi contesta
senza allocuzioni" .
Coraggio e umiltà spianano la via, aprono la
possibilità al riconoscimento e alla necessità della dipendenza.
Virtù relazionali ed educative insegnano che la
conquista della libertà autentica, anche per le donne che ne hanno fatto
esperienza in storie millenarie di minorità, è quella che sa riconoscersi nella
dipendenza dagli altri, nell'autonomia personale che sa apprendere a non
negarsi nello spazio condiviso con altre soggettività. E
la libertà femminile, che un'intera generazione ha inseguito, definito, resa
immanente e trascendente all'essere donna, può giocarsi, senza che se ne perda
alcuna parte, da altre donne in altre forme, con altre parole e gesti,
riconquistando anche lo spazio, e il desiderio, di confrontarsi con l'altro
genere. Occorre insegnare - e apprendere - questo gioco vitale tra dipendenza e
libertà.
La cura, virtù di attenzione e ascolto, virtù dimessa
come l'umiltà, propone, attraverso la qualità della relazione attenta, che dà
valore, la possibilità del dirsi delle differenze, che compongono il passaggio
tra l'insegnare e l'apprendere.
E vi è infine la virtù che a mio parere tutte le comprende, accogliendole nelle
trame della condivisione, che non trova spazio se non nelle emozioni e nei
sentimenti positivi: la pietà. Interpreto la pietà,
che considero forse la virtù più alta, attraverso i significati
che le offre la filosofa Maria Zambrano, collocandola
al di là dei sensi più comuni.
Pietà è "forse il sentimento originario, il più ampio e profondo, quasi la
patria di tutti gli altri (…) il genere supremo di una classe di sentimenti: i
sentimenti amorosi e positivi (…) il sentimento
diffuso, gigantesco, che ci situa in modo adeguato tra tutti i piani
dell'essere, tra gli esseri più diversi. Pietà è saper trattare con il diverso,
con quello che è radicalmente altro da noi (…) Pietà è il sentimento
dell'eterogeneità dell'essere, della qualità dell'essere" .
Il sentimento della pietà supera quella che pare essersi imposta, soprattutto
nel contemporaneo della cultura occidentale, come una concezione contrattuale
delle relazioni umane, in cui le differenze stesse si appiattiscono nella
ricerca di un terreno comune, che non è tanto luogo di confronto o dialogo,
quanto patteggiamento, regolazione che rende possibile l'incontro
tra domanda e offerta e che non apprezza le qualità dell'essere, ma le
traduce in quantità.
Pietà non è tolleranza, che riconosce e segna le distanze, non è solo ragione,
né solo giustizia poiché, ancora Zambrano, "non
si vive di solo pane", pietà è il sentimento dell'alterità,
che ci aiuta a riconoscere, forse indistintamente, forse confusamente, il
territorio immenso dell'interiorità, che è dentro di noi e nell'apparire ed
essere dell'altro e altra, fuori di noi. Nella difficoltà di accettare l'altro,
con la sua fatica di essere e cercarsi, il sentimento
che ci soccorre è la pietà, che accoglie tutte le altre virtù: il coraggio, la
virtù del nostro diventare noi stessi e l'umiltà che accetta le altrui
parzialità, poiché riconosce la nostra, la dipendenza che ci situa nelle trame
delle relazioni e ci insegna come la nostra libertà sia intessuta nella rete
delle libertà altrui. E la cura, l'opera delle donne, che nel
tempo si è fatta cultura e modo di essere, trasmissibile, possibilità anche per
l'altro genere.
Le virtù possono aiutare il nostro percorso di comprensione delle differenze e
della coscienza di parzialità che ne deriva - ma è una
'ragione del cuore', direbbe Maria Zambrano - se noi
stessi apprendiamo a viverci come differenti, perché ci insegnano a non
riconoscere come privazione di valori ciò che non è immediatamente riconducibile
ai nostri, ma ci fa sospendere il giudizio e riflettere come gli stessi valori
morali abbiano bisogno anch'essi di radicarsi nel mutamento di vite e di
culture che la riconosciuta parzialità della nostra esperienza ci ha insegnato
a vedere.
Il contemporaneo, che si è aperto alla grande
necessità che impongono le differenze, non meno del passato ha bisogno di
principi morali, che siano riferimento e diano senso a scelte e progetti, ma
questi principi non si collocano al di fuori e al di sopra delle vite, ma in
esse.
Se i grandi temi e contenuti che la razionalità morale ha elaborato in termini
di giustizia ed uguaglianza appaiono ormai inadeguati
a raccogliere le esperienze delle differenze, a coniugarsi con esse, poiché
appaiono astratti e lontani da persone e vite concrete, le virtù di cui abbiamo
discusso, ma in particolare la cura e la pietà, ci aiutano a ricollocare il
nostro stesso giudizio nel mondo delle esperienze e delle persone, a
considerare lo stesso giudizio morale come l'esperienza di una vita che si
mette in relazione con altre.
Se la ragione che comprende non appare sufficiente, ci
soccorre il sentimento della pietà, la sollecitudine e l'attenzione della cura,
il racconto della nostra storia che infinite volte facciamo a noi stessi e che
ci rende capaci dell'ascolto delle narrazioni altrui. Allora il sentimento
morale diviene scoperta - ancora una volta - delle trame di dipendenza, delle
responsabilità reciproche, del riconoscimento di parzialità che non divide, ma
avvicina.
Questo riconoscimento aiuta gli uomini ad apprendere i nuovi spazi di libertà
che l'accettazione della parzialità apre loro, spazi di apprendimento
ed espressione dei sentimenti, della sollecitudine e dell'esperienza della
cura, che si sono finora preclusi.
Offre alle donne il riconoscimento di un'autonomia che non le
isola dall'altro sesso, ma genera trame di dipendenza che non impone
minorità.
Sono le esperienze e le ricerche di queste nuove donne e uomini, sono le
interrogazioni nuove, che non sanno pienamente formulare. L'esporci a loro
nella nostra riconosciuta parzialità di ricerche individuali e collettive, che
hanno segnato generazioni differenti, offre spazio ai loro nuovi progetti, alle
necessità nuove che la vita loro impone.
L'assunzione della consapevolezza di parzialità, le virtù che genera, l'etica
relazionale che si accosta al corpus di norme, diritti
e doveri che regolano il nostro vivere comune, aprono a modi differenti anche
di concepire i processi della conoscenza. Quella conoscenza
etica, secondo l'espressione di Lévinas, che si
realizza nella misura in cui salvaguarda e difende, poiché sa riconoscersi come
parziale, ogni altra alterità.
Si apre dunque un altro capitolo, una nuova epistemologia - ancora largamente
da esplorare, ancora largamente inaccettata
soprattutto per quanto riguarda alcuni saperi - alla quale
però ci avviano e ci obbligano i percorsi della parzialità.