L’interpretazione erotico-mistica del

Cantico dei cantici
(seconda parte)

 

La nudità, il velo, il buco, le stanze vuote e il misticismo

Le immagini di bellezza naturale di cui il Cantico sovrabbonda, non trasportano in un ambiente bucolico o georgico; funzionano piuttosto come velo alla erwàh (nudità). La parola ebraica è connessa ad altre in cui è calato un senso di svuotamento, di spargimento di sangue, di distruzione. I due amanti si aggirano abbracciati, intrecciati e desiderosi, introvabili, tra stanze vuote, fino a sperdersi nella direzione della più vuota. I mistici vedranno espressa in tali figure la tensione dell’anima verso Dio, presente nello stimolo a cercare, ma assente perché mai del tutto trovato. Come dice Ruysbroeck, “nel possesso di Dio l’uomo cadrà sopra una pura nudità che è Dio”.

Del mio velo mi hanno spogliata / Le guardie delle mura (4, 7).

Apro all’Amato mio / l’Amato mio era sparito (5, 6a).

Aprimi sorella mia / Amica mia colomba perfetta mia (5,2).

Per aprire al mio amico io mi alzavo / Al suo richiamo la mia anima usciva (5, 5).

Il Cantico “burla” due volte la nudità estrema: nel sogno del buco e nella figura dell’ombelico. Le porte in Oriente, avevano sovente un grosso buco, dove la mano introduceva un uncino per raggiungere la parte interna ed aprire. Da qui l’erotismo del ritirarsi della mano, che fa “muggire” il vuoto della carne. E da qui anche il bisogno di chiudere la ferita mediante quello che viene chiamato sigillo ed alambicco (cioè l’ombelico):

La tua vulva è un curvo alambicco / Di odoroso liquore non è mai secca (7, 3).

L’Amato mio toglieva / Dal buco la sua mano // E le mie cavità muggivano / Per lui // Per aprire al mio amico io mi alzavo / Al suo richiamo la mia anima usciva / E la mia mano mirra colava (5, 4-5).

Un sigillo nella tua mente / E un braccialetto sul tuo braccio io sia (8, 6).

Tu sei l’Oasi sprangata / Sorella mia e Sposa // La Sorgente Turata / La Fonte Sigillata (4,12).

C’è da chiedersi: si copre la nudità perché scoprirla è sacralmente terribile?

L’esegesi erotica del Cantico aiuta a capire il foramen, il buco, la ferita dell’apertura che fa accedere a realtà ignote.

Un verso, nel dipingere lo slancio unitivo, ci invita a sostare nello stato di passionalità amorosa che non conosce limiti e che Teresa visse come ferita divina:

Mi stravolgi la mente sorella mia e sposa / Mi stravolgi la mente (4, 8).

Ceronetti traduce con “mente” la parola che solitamente significa cuore; e spiega il perché: tra gli organi sensibili che conducono al rapimento amoroso il Cantico trascura il cuore; lo nomina una sola volta (8, 6). E secondo lui è bene che il cuore non compaia ancora, perché il vuoto essenziale del testo si riempirebbe di altre cose, di sentimentalismo, di “cristallizzazione passionale”. E prosegue: dobbiamo togliere, anche se dispiace, il cuore ferito, e accettare la versione: mi stravolgi la mente. Lo stravolgimento mentale per un antico, semita o greco, non ha niente di negativo, perché è la condizione del passaggio ad un ordine superiore.

Tutta la visione del Cantico che Teresa ha fatto sua è realtà vissuta che anticipa la Vera Realtà. Teresa è stata una Sposa del Cantico, un cuore perforato, solitario mistero, da un’impaziente passione divina. Tutto il suo barcollare di estasi in estasi, è di Sposa del Cantico che ha raggiunto il suo oggetto o che ne è stata di sorpresa rapita:

Unica è la colomba mia la mia perfetta (6, 9).

Tutta bella tu sei amica mia / Non c’è difetto in te // A me dal Libano sposa / A me dal Libano vieni (4, 7-8).

 

La Gnosi e il Cantico

Se nel Cantico le allusioni non sono sentimentali ma realistiche, un’allusione di fondo c’è: la continua ricerca di unione dei due come via alla conoscenza di cui parla lo gnosticismo.

Tutta la realtà è per lo gnosticismo occasione per salire, di grado in grado, verso la vera Patria (sappiamo che la visione cristiana è diversa da quella gnostica; ma sappiamo anche che i mistici usano un linguaggio che la chiesa non condanna, forse perché non qualificabile in senso dottrinale). I due amanti volgono il desiderio reciproco, senza dirlo, verso il mistero di Dio, trasportati da carri veloci:

Scendo al Giardino dei Noci / Per sentire l’erba che si umetta // Per vedere la vigna / Fiorire / I melograni / sbocciare // Come i carri di Amminadab / Un desiderio ignoto mi trasportava (6, 11-12).

Questi versi meritano un breve commento. Anzitutto l’immagine dei noci. Come per altri frutti simili, fanno pensare alla bontà che se ne sta nascosta dentro l’aspro e il duro ai fini di custodire i misteri divini. L’Amante cerca nel giardino, dove la noce se ne sta al riparo, un po’ di erba, una terra ferma, non un’acqua mossa; non la labilità del molliccio, ma la durezza che custodisce gelosamente l’invisibile.

Lo Sposo scende nel giardino. Come chi è malato e muore scende nello Sheol, come chi guarisce o va in pellegrinaggi sale. In questi due verbi – salire e scendere -  ci sono due forti contrapposizioni sacrali.

Chi scende nel giardino trova una morte simbolica. Come interpreta Ibn Arabi, la discesa dell’Amato è ambigua; è uno sprofondamento in Dio; è come il calarsi in un pozzo e il trovarvi, sotto l’acqua nera, una strada. La segui, entri in un mondo misterioso, e il ritorno è come un riemergere dalla conoscenza nell’ignoranza: quella discesa è stata infatti una salita (p. 94).

Le interpretazioni circa i carri sono state tra le più varie, tra cui abbastanza insistente quella che vi vede la presenza scomoda di Satana. Invece Ceronetti si ferma a considerare la loro leggerezza e velocità. Il desiderio corre su di essi, ma è ignoto: la via della conoscenza passa, obbligatoriamente per l’ignoranza, e il desiderio calato in questo non-sapere trasporta. Chi ama imbocca la via della sapienza, nella consapevolezza di doversi elevare ad essa a partire dai gradini più bassi.

Anche la bocca dov’è scesa una rivelazione, al culmine della gnosi erotica, ha la dolcezza del vino; e l’ubriachezza scaraventa nella voragine del sacro (p. 96). Cantina sono anche le stanze del re:

Nelle tue sante stanze fammi entrare o re / Dove godremo e avremo gioia insieme (1, 4).

Si aprono, anche per l’Amata, le stanze vuote, le cantine, i cunicoli del sogno della via erotica come via gnostica (p. 97):

Nel mio giardino entravo / Sorella mia e sposa // E la mirra e ogni essenza ne rapivo / E tutto il favo del miele mangiavo / E il vino e il latte bevevo (5, 1).

L’unione cui si accenna con queste immagini è di là da venire. L’esilio gnostico induce a guardare al confine, oltre il  sogno; a sospirare un presente che non cessi..

Lo scambio tra Amato ed Amata è tanto reciproco che parla ora l’uno ora l’altra senza differenza alcuna. Come se i connotati dei due fossero divenuti sostanza nel loro essere persone? O invece perché ciascuno, poeticamente, trova nell’altro/a l’oasi, il giardino, il frutto, da negare a chiunque  altro?

“Entri il mio Amato nel suo giardino / per mangiare quel frutto prodigioso ( 4, 16).

 

L’idillio crepuscolare dell’amore

Gli otto capitoli del Cantico ci fanno assistere ad una visione di “passività cosmica sonnolenta”. Lo scenario è in movimento, ma la dinamica dell’entrare ed uscire, dell’aprire e chiudere, e simili, pare vissuta nella dimensione del sogno. Ciascuno dei due sognanti è prigioniero del simulacro dell’altro. Entrambi sono spinti dal desiderio, che è privazione; e la gnosi solare dell’Unione, che sarebbe la fine di un sogno, è un invito a separarsi, a fuggire, ad allontanarsi:

Io dormivo ma il cuore udiva / la voce del mio amico che bussava (5, 2).

Non risvegliate non risvegliate / Il mio Amore se non ha voglia (2, 7).

L’amato mio era sparito / Lo cerco e non lo trovo / Lo chiamo e non mi risponde (5, 6).

La sua bocca è tutta dolcezze / il suo essere è gioia senza fine / O figlie di Ierusalem così è il mio Amato / Così è l’Amico mio (5, 16).

Io del mio Amato sono / Sento il suo desiderio su di me (7, 11).

Io sono quella che nei suoi occhi / ho trovato la pace ( (8, 11).

 

L’Amore implacabile

Perché l’Amore è duro / come la Morte // Il Desiderio è spietato / come il Sepolcro // Carbone rovente sono i suoi fuochi / Una scheggia di Dio infuocata // Le Grandi Acque non spengono l’Amore / I fiumi non lo travolgono // Chi lo compra coi suoi tesori / Ne ha disonore (8, 6).

Guardando al parallelismo espresso nei versi riportati, l’implacabilità del Desiderio uguagliata all’implacabilità del Sepolcro, ci si imbatte tra le due onnipotenze di Amore e di Morte. Si tratta di un amore che conosce un’ebbrezza intemperante, che il testo chiama qinàh. La Vulgata traduce il termine con gelosia di Dio. Ceronetti vi vede indicati il furore, la passione contrapposta alla ragione, la forza cieca del Desiderio, ingordo come lo Sheol, insaziabile come la morte. Lasciata in ombra la Sofia, si fa irresistibile la voglia di scoprire ciò che è nascosto; di affrontare il buio e il freddo della notte; di ascoltare, bruciandole, le distanze esteriori ed interiori; di affrontare le asprezze delle altezze per inseguire il fuggitivo:

O compagni mangiate / Fino a stordirvi amici bevete (5, 1).

Trovandoti per strada ti bacerei / Potrei farlo senza vergogna (8, 1).

La rugiada ha coperto la mia testa / La notte ha inumidito i miei capelli (5, 2).

Amico mio vieni / Usciamo per la campagna / Passeremo la notte in mezzo agli orti (7, 12).

O mia colomba dei nidi rocciosi / Nascosta nei muraglioni // La tua faccia fammi vedere / La tua voce fammi sentire (2, 14).

Ripeti il giro o Sulamit / ripassa ripeti il giro fatti vedere (7, 1).

Tu che siedi in gloriosi giardini / Ascolta la mia voce / Fammi sentire la tua (8, 13).

Oh Amato mio che fuggi / Come la gazzella o il cerbiatto appari / Sulle alture odorose (8, 14),

Ci sono le consolazioni della parola e quelle dl silenzio. Il Dio dei profeti è violento e terribile, dà il gusto del combattimento per resistergli per la giustizia. Ma i mistici hanno scelto il Cantico perché nel vuoto e nel silenzio tutti gli eccessi mentali sono possibili (p. 126). Allora l’amore ha i toni violenti come quelli del sacro:

Le Grandi Acque non spengono l’Amore / I fiumi non lo travolgono (8, 7).

Come Tirzà sei bella amica mia / Entusiasmante come Ierusalem / Terrificante come insegne in campo (6, 4).

Chi è quella che appare come l’Aurora / Bella come la luna come il Sole sicura / Terrificante come insegne in campo? (6, 10).

Come un re inanellato che incatena (7, 6).

Io sono una muraglia / E i miei seni le torri (8, 10).

 

Concludiamo con Ceronetti

 “Forse perché sei la sera, la morte velata – Cantico, sacro Cantico – di te ho paura. Ma so che in qualunque punto del tempo, dello spazio, della vita, si può saltare nel Nulla di Dio, e tutto il mondo decifrato configurarsi come quel vuoto, di cui il Cantico è l’antica trascrizione ebraica, il pozzo inatteso di Agar tra le petraie semitiche” (p. 130).