Autentica partner di un prete sposato
 

Così scrive di sé e del marito-prete Patrizia

 

Ci siamo trovati spesso, come coppia, a non capirsi con chi non condivide la nostra esperienza. E’ un “non capirsi” causato da linguaggi diversi che per ora non hanno la possibilità di incontrarsi in un dizionario comune. Noi abbiamo usato dei segni, ben visibili, con la speranza di farci capire e qualche volta abbiamo trovato un’insperata ma benefica condivisione.

Questa volta usiamo un segno diverso: uno scritto da rendere pubblico. Mal che vada... non sarà un dialogo, non avrà un ritorno. Ma la speranza è che possa almeno accorciare le distanze con chi ci considera “gente contaminata”.

Il non riuscire a condividere con una parte di Chiesa la nostra esperienza, è dovuto al fatto che noi veniamo visti come “una donna che, dopo aver sedotto un prete, se l’è sposato, punto e basta”. Quindi: tradimento, sacrilegio, dando un giudizio definitivo su due figli di Dio, a scapito di due esperienze vitali. Se ci è lecito citare la Sacra Scrittura senza “contaminarla”, oseremmo dire, in linea col Salmo 138, che Dio ha contribuito da protagonista nel costruire la nostra storia: ci conosceva ancor prima di creare il mondo ed ha piegato i sentieri del suo cuore perché da lui avessimo la vita.

Naturalmente il nostro modo di vederci ha parametri diversi: non c’è in noi la pretesa che tali parametri debbano essere considerati “giusti” da tutti, ma che vengano rispettati. Soprattutto perché è in base a questi parametri che noi dopo la scelta della nostra vita di coppia, ci siamo trovati con lo stesso Dio che c’era prima.

E non è colpa di nessuno se Dio ha scelto di farsi trovare anche dopo. E se qualcuno si lascia cogliere da invidia o gelosia perché secondo certe logiche Dio sbaglia a stare anche nella famiglia di un prete sposato, o che tipi come noi sbagliano ad affermare che Dio è anche con loro, noi non sappiamo cosa farci. Sappiamo solo che Dio è anche con noi e noi ne gioiamo pienamente, perché riconosciamo il dono che Dio ci fa con la sua presenza.

L’abbiamo sentito presente subito 13 anni fa, in quegli amici che hanno accolto la nostra storia senza neanche conoscerci. L’abbiamo sentito presente quando, dopo attenta valutazione, abbiamo deciso di accettare la prima gravidanza nonostante il momento non fosse favorevole.

L’abbiamo sentito presente quando abbiamo scelto di dare alla nostra famiglia un taglio sociale di piena condivisione con chi fa più fatica di noi a vivere.

L’abbiamo sentito presente quando ci siamo resi conto che la nostra famiglia, al di là di tutto e di tutti, stava crescendo nella più assoluta normalità (crisi, difficoltà, incomprensioni, gioie, gratificazioni, serenità).

L’abbiamo sentito presente quando abbiamo constatato che i nostri figli, normali, hanno assimilato stupendamente e serenamente la storia passata di papà e mamma che li hanno voluti.

L’abbiamo sentito presente quando abbiamo intuito che i nostri figli percepiscono con sensibilità valori quali la condivisione, l’amicizia e la solidarietà.

L’abbiamo sentito presente quando ci siamo trovati capaci di imparare dagli sbagli altrui: l’esperienza di condivisione nel campo dell’emarginazione, benchè dura, è molto arricchente, è un dono di Dio.

L’abbiamo sentito presente il giorno in cui abbiamo potuto celebrare il matrimonio come Sacramento, alla presenza di due figli consapevoli di ciò che si stava vivendo: ci hanno consegnato gli anelli come segno in più di un’unione avvenuta dieci anni prima.

L’abbiamo sentito presente quando finalmente, dopo alcuni anni di “diaspora”, abbiamo avuto l’opportunità di gustare di nuovo “il sentirsi in comunione con la Chiesa”: una minuscola comunità parrocchiale ci ha accolti per quel che siamo.

Lo sentiamo tutt’ora presente, ogni qualvolta ci viene rimandato, dall’ambiente in cui viviamo, di essere una coppia significativa: Dio ci sta “usando” come strumento che prosegue un sacerdozio ricevuto come dono anni fa. E noi ne siamo pienamente grati.

Quando ci capita di misurarci all’interno della nostra famiglia e all’interno del nostro ambiente di vita, non ci consideriamo mai “un ex prete” e “la moglie del prete”, ma semplicemente un padre e una madre, un  marito e una donna. Di conseguenza non diamo mai alla nostra famiglia la connotazione di “famiglia del prete”: c’è un lavoro; c’è un forte impegno nel campo dell’emarginazione; c’è un’attività parrocchiale; ci sono due figli che vanno a scuola, al catechismo, a giocare con gli amici e che crescono con le difficoltà che tutti hanno; ci sono i suoceri che, contrariamente alla tradizione popolare, vanno d’accordo fra di loro e con noi; ci sono cognati, fratelli, sorelle, amici (nuovi e vecchi) con un rapporto molto equilibrato. Probabilmente la differenza che ci caratterizza consiste nel modo di rispondere a ciò che una comunità chiede.

La nostra risposta è certo segnata sia dall’esperienza sacerdotale che all’interno della famiglia viene vissuta come patrimonio e non come proprietà del passato, sia dal peso e dalla sofferenza che la nuova scelta ha comportato.

Non possiamo trascurare il fatto che nella nostra famiglia abbiano avuto un’incidenza maturante alcuni passaggi iniziali dell’esperienza: tutto il travaglio che ha portato alla nuova scelta; il momento della decisione finale; l’abbandono dell’ambiente ecclesiastico che per scelta vocazionale aveva costruito un’esistenza; il sostenere gli sguardi, i commenti e gli scandali di parenti, amici e confratelli; la ricerca di strumenti per poter testimoniare a chi di dovere che le nostre intenzioni erano corrette; il non poter rispondere al bisogno di sentirci partecipi di una comunità cristiana solo per la non autorizzazione; il crearsi l’aspettativa di essere capiti e creduti dall’autorità ecclesiastica senza, però, aver la possibilità di dialogare con essa; l’attesa della dispensa per nove anni; la percezione che dall’altra parte si veniva visti come coloro che avevano commesso il più grande peccato del mondo al punto da non essere perdonati per ben nove anni.

Segnati da questi vissuti, nascevano in noi spontanei dubbi e interrogativi: siamo forse peggio dell’omicida? Forse mettere al mondo un figlio fuori norma ma accettarlo in piena paternità e maternità è un delitto più grosso che ucciderlo? Nel Vangelo dove sta scritto che se per caso un prete si sposa commette un peccato imperdonabile o, comunque, da farglielo scontare per anni? In base a quale diritto la Madre Chiesa ha il potere di dichiarare imperdonabile un simile peccato, sempre che di peccato si tratti, quando lei stessa si sente perdonata automaticamente dalla grande misericordia di Dio dei tanti misfatti commessi lungo i secoli della propria storia?

Se è vero che per poter “dispensare” e quindi “perdonare” c’è bisogno di garanzie, come possono essere, queste garanzie, raccolte attraverso il servizio postale?

Molti interrogativi, corretti o scorretti che fossero, ci hanno fatto compagnia per lungo tempo. Ma ciò che continuamente ci stupisce è il fatto che la sofferenza della nostra situazione, anziché condurci alla cattiveria contro la Chiesa, pur sempre nostra madre, ci ha stimolati ad amarla ancor di più.

E siamo convinti che la Provvidenza di Dio, toccata con mano tantissime volte, è stata il vero protagonista della nostra avventura perché ha permesso di sentire la presenza di Dio nella nostra famiglia; incontrare tanti amici; avere la forza di scegliere come campo di lavoro l’emarginazione; aver maturato la nostra fede; crescere i nostri figli con equilibrio.

Quindi riconosciamo l’originalità nella sofferenza e la normalità nella maturazione. Ci sentiamo una famiglia normalissima; di anormale c’è il fatto che ci si chiede di parlare di noi come “anormali”. L’interrogativo legato alla nostra originalità e che rimane ancora sospeso è: perché ci sentiamo più facilmente accolti dalla gente comune, e meno dall’autorità ecclesiastica?

Patrizia e Luigi

 

A. Riggi Pignata, Da donna a donne, Gabrielli, Verona 2000