
Ci siamo trovati spesso,
come coppia, a non capirsi con chi non condivide la nostra esperienza.
E’ un “non capirsi” causato da linguaggi diversi che per ora non hanno la
possibilità di incontrarsi in un dizionario comune. Noi abbiamo usato dei
segni, ben visibili, con la speranza di farci capire e qualche volta abbiamo
trovato un’insperata ma benefica condivisione.
Questa volta usiamo un segno diverso:
uno scritto da rendere pubblico. Mal che vada... non sarà un dialogo, non avrà
un ritorno. Ma la speranza è che possa almeno
accorciare le distanze con chi ci considera “gente contaminata”.
Il non riuscire a condividere con una
parte di Chiesa la nostra esperienza, è dovuto al
fatto che noi veniamo visti come “una donna che, dopo aver sedotto un prete, se
l’è sposato, punto e basta”. Quindi: tradimento, sacrilegio,
dando un giudizio definitivo su due figli di Dio, a scapito di due esperienze
vitali. Se ci è lecito citare
Naturalmente il nostro modo di vederci
ha parametri diversi: non c’è in noi la pretesa che tali parametri debbano
essere considerati “giusti” da tutti, ma che vengano
rispettati. Soprattutto perché è in base a questi
parametri che noi dopo la scelta della nostra vita di coppia, ci siamo trovati
con lo stesso Dio che c’era prima.
E non è colpa
di nessuno se Dio ha scelto di farsi trovare anche dopo. E se qualcuno si
lascia cogliere da invidia o gelosia perché secondo certe
logiche Dio sbaglia a stare anche nella famiglia di un prete sposato, o
che tipi come noi sbagliano ad affermare che Dio è anche con loro, noi non
sappiamo cosa farci. Sappiamo solo che Dio è anche con noi e noi ne gioiamo
pienamente, perché riconosciamo il dono che Dio ci fa con la sua presenza.
L’abbiamo sentito presente subito 13
anni fa, in quegli amici che hanno accolto la nostra storia senza neanche
conoscerci. L’abbiamo sentito presente quando, dopo
attenta valutazione, abbiamo deciso di accettare la prima gravidanza nonostante
il momento non fosse favorevole.
L’abbiamo sentito presente
quando abbiamo scelto di dare alla nostra famiglia un taglio sociale di
piena condivisione con chi fa più fatica di noi a vivere.
L’abbiamo sentito presente
quando ci siamo resi conto che la nostra famiglia, al di là di tutto e
di tutti, stava crescendo nella più assoluta normalità (crisi, difficoltà,
incomprensioni, gioie, gratificazioni, serenità).
L’abbiamo sentito presente
quando abbiamo constatato che i nostri figli, normali, hanno assimilato
stupendamente e serenamente la storia passata di papà e mamma che li hanno
voluti.
L’abbiamo sentito presente
quando abbiamo intuito che i nostri figli percepiscono con sensibilità
valori quali la condivisione, l’amicizia e la solidarietà.
L’abbiamo sentito presente
quando ci siamo trovati capaci di imparare dagli sbagli altrui:
l’esperienza di condivisione nel campo dell’emarginazione, benchè
dura, è molto arricchente, è un dono di Dio.
L’abbiamo sentito presente il giorno in
cui abbiamo potuto celebrare il matrimonio come Sacramento, alla presenza di
due figli consapevoli di ciò che si stava vivendo: ci hanno consegnato gli
anelli come segno in più di un’unione avvenuta dieci anni prima.
L’abbiamo sentito presente
quando finalmente, dopo alcuni anni di “diaspora”, abbiamo avuto
l’opportunità di gustare di nuovo “il sentirsi in comunione con
Lo sentiamo tutt’ora presente, ogni
qualvolta ci viene rimandato, dall’ambiente in cui viviamo, di essere una
coppia significativa: Dio ci sta “usando” come strumento che prosegue un
sacerdozio ricevuto come dono anni fa. E noi ne siamo
pienamente grati.
Quando ci capita di misurarci
all’interno della nostra famiglia e all’interno del nostro ambiente di vita,
non ci consideriamo mai “un ex prete” e “la moglie del prete”, ma semplicemente
un padre e una madre, un
marito e una donna. Di conseguenza non diamo mai alla nostra
famiglia la connotazione di “famiglia del prete”: c’è un lavoro; c’è un forte
impegno nel campo dell’emarginazione; c’è un’attività parrocchiale; ci sono due
figli che vanno a scuola, al catechismo, a giocare con gli amici e che crescono
con le difficoltà che tutti hanno; ci sono i suoceri che, contrariamente alla
tradizione popolare, vanno d’accordo fra di loro e con
noi; ci sono cognati, fratelli, sorelle, amici (nuovi e vecchi) con un rapporto
molto equilibrato. Probabilmente la differenza che ci caratterizza consiste nel
modo di rispondere a ciò che una comunità chiede.
La nostra risposta è certo segnata sia
dall’esperienza sacerdotale che all’interno della famiglia viene
vissuta come patrimonio e non come proprietà del passato, sia dal peso e dalla
sofferenza che la nuova scelta ha comportato.
Non possiamo trascurare
il fatto che nella nostra famiglia abbiano avuto un’incidenza maturante
alcuni passaggi iniziali dell’esperienza: tutto il travaglio che ha portato
alla nuova scelta; il momento della decisione finale; l’abbandono dell’ambiente
ecclesiastico che per scelta vocazionale aveva costruito un’esistenza; il
sostenere gli sguardi, i commenti e gli scandali di parenti, amici e
confratelli; la ricerca di strumenti per poter testimoniare a chi di dovere che
le nostre intenzioni erano corrette; il non poter rispondere al bisogno di
sentirci partecipi di una comunità cristiana solo per la non autorizzazione; il
crearsi l’aspettativa di essere capiti e creduti dall’autorità ecclesiastica
senza, però, aver la possibilità di dialogare con essa; l’attesa della dispensa
per nove anni; la percezione che dall’altra parte si veniva visti come coloro
che avevano commesso il più grande peccato del mondo al punto da non essere
perdonati per ben nove anni.
Segnati da questi vissuti, nascevano in
noi spontanei dubbi e interrogativi: siamo forse peggio dell’omicida? Forse
mettere al mondo un figlio fuori norma ma accettarlo in piena paternità e
maternità è un delitto più grosso che ucciderlo? Nel Vangelo dove sta scritto
che se per caso un prete si sposa commette un peccato imperdonabile o, comunque, da farglielo scontare per anni? In
base a quale diritto
Se è vero che
per poter “dispensare” e quindi “perdonare” c’è bisogno di garanzie, come
possono essere, queste garanzie, raccolte attraverso il servizio postale?
Molti interrogativi, corretti o
scorretti che fossero, ci hanno fatto compagnia per lungo tempo. Ma ciò che continuamente ci stupisce
è il fatto che la sofferenza della nostra situazione, anziché condurci alla
cattiveria contro
E siamo convinti che
Quindi riconosciamo
l’originalità nella sofferenza e la normalità nella maturazione. Ci sentiamo
una famiglia normalissima; di anormale c’è il fatto
che ci si chiede di parlare di noi come “anormali”. L’interrogativo legato alla
nostra originalità e che rimane ancora sospeso è: perché ci sentiamo più
facilmente accolti dalla gente comune, e meno dall’autorità ecclesiastica?
A. Riggi Pignata, Da donna a donne, Gabrielli, Verona 2000