Atea anarchica femminista
nonché moglie di un prete

Conoscemmo Antonio perché fu lui a cercare mio marito, attendendolo all’uscita da una conferenza. Mi colpì  la sua lunga densa barba nel viso sconvolto. Un suo ex-compagno prete si era suicidato e lui si sentiva chiamato in causa, interpellato da tanti altri che sono vittime del sistema-Chiesa perché vivono angosciosamente drammi interiori e non hanno il coraggio di affrontare la vita, impreparati e abbandonati al loro destino. Chiedeva, perciò, se ci fosse la possibilità di collegarsi ad altri “usciti”, per aiutare quelli che “restano”.

Diverse volte l’accogliemmo fraternamente a casa nostra, sempre senza che la moglie fosse presente. Quando gli chiedemmo di lei, mostrando il desiderio di conoscerla, lui si schermì: “Non credo che a lei interessino i nostri discorsi, lei è... atea”. Riuscimmo a dissipare i suoi dubbi.

Non c’era davvero da avere delle remore. Sonia è una persona molto aperta e schietta, e per giunta sensibile a tutte le risonanze che hanno, nel cuore di un ex-prete, sia le “punizioni” loro inflitte sia i residui travagli dovuti ad una scelta tanto difficile. Già al primo incontro è stata lei, l’amabile Sonia, al centro di un rapporto franco ed aperto, nel quale si è rivelata ben presto promotrice di iniziative per uno scambio di esperienze e, possibilmente, per strategie operative come gruppo. Il tirocinio femminista a lungo praticato la induceva a progettare un qualche piano di azione, nella e nei paraggi della Chiesa per fare sentire la propria voce: contro le ingiustizie subìte soprattutto nel campo esistenziale - il pane e il lavoro! -, contro i motivi di incapacità decisionale di chi vive la doppia vita da prete, contro le ipocrisie del potere... Questi ed altri “contro” che la qualificano battagliera, sono accompagnati da altrettanti “per”. Con Sonia si può fare qualcosa  insieme.

Forse a lei, di tendenze anarchiche, decisamente di sinistra, non riesce facile trasferire l’impegno politico “chiaro e distinto” su un piano oscuro e ingarbugliato come è quello in cui si imbatte nel “mondo” ecclesiale. Però la lontananza da questo le conferisce una sorta di verginità, la rende immune dagli scoraggiamenti di cui siano invasi noi, credenti e praticanti. La sua fede operativa nei valori umani non solo è analoga a quello religiosa; risulta più autentica: suona di rimprovero a chi, in nome di una fede, non ha rispetto per le persone.

Eppure, quanti inciampi e complicanze anche tra donne come noi, su cui pesa il quotidiano sforzo di destrutturazione e ristrutturazione della personalità del marito! (Mi chiedo, però, se proprio questo non costituisca un motivo in più per solidarizzare).

Leggiamo quello che Sonia scrive direttamente, rivolgendosi simbolicamente ai Vescovi attraverso la rivista “Sulla strada” (n.25). Si può così cogliere qualche tratto del suo temperamento e del suo  stile:

 

“Sono sposata da nove anni con un prete cattolico in un piccolo paese dell’astigiano.

Quando arrivò la prima volta a casa mia per parlarmi con un rametto d’ulivo in mano, avevamo entrambi quarantotto anni. Io nella sua chiesa parrocchiale non c’ero mai andata sia perché era quasi sempre chiusa sia perché il barocco mi interessava poco, sia perché non sono credente. In quel tempo abitavo a Torino e mi recavo in quella campagna dimenticata dal mondo solo d’estate e solo per fare compagnia a mia madre.

Come si seppe poi, mentre il parroco si era già incuriosito per certi graziosi foularini che usavo per ripararmi dal sole, io non mi ero mai accorta della sua esistenza. Del resto come avrei potuto? Era già in uso la possibilità di smettere gli abiti talari e il reverendo non si distingueva dai contadini del posto.

Sarebbe lungo raccontarvi l’intera storia della seduzione, dell’amicizia, dell’innamoramento, della gelosia, del desiderio di possesso, dei reciproci inviti alla ragionevolezza. E poi dei conflitti con i parenti, dei lavori neri alternativi a lunghi periodi di disoccupazione, della ricerca di compagni con problemi simili, degli smarrimenti e conseguenti incomprensioni perfino tra noi due, quando le difficoltà di una vita, così imprevista e diversa dalla precedente, sembravano insormontabili e non si vedevano strade aperte.

Né, del resto, pare che vi interessino granché le storie d’amore. Meno che meno, credo, ciò che può succedere ad un religioso quando s’accorge d’aver fatto promesse terribilmente totalitarie che contrastano con le proprie necessità vitali e quando medita sul fatto d’essere stato avviato dai genitori a chiudersi in seminario a soli dieci anni.

Misero era il contributo che poteva dare quel sacerdote alla costruzione del regno della giustizia, poiché in nome di esso doveva sempre reprimere ogni desiderio di avvicinare, frequentare, toccare le bellezze di questa terra, giovani donne comprese. Capiva di non riuscire neppure più a gustare in pace il profumo di un fiore senza affannarsi automaticamente ad offrirlo all’altare.

Fin dall’adolescenza gli erano state vietate le confidenze spontanee con i coetanei, con il fratello e, ovviamente, preclusa ogni aspirazione alla paternità.

Al religioso necessitavano dunque così tante energie e marchingegni per la repressione metodica di se stesso che dopo, oltre che sentirsi un gran “pirla” (o forse proprio per questo) non aveva più la forza di alzarsi da letto per andare a portare le ostie alle tre innocenti vecchine che lo attendevano all’alba dentro la gelida e trascurata chiesa del Piemonte. Anzi s’accorgeva, ahinoi, di provare per quelle tre creature una sorta di irritazione rancorosa.

Già. Ma ditemi, gentili vescovi, la verità: forse che a voi delle innocenti vecchiette di provincia che si ostinano ad aggravare i propri reumi in una gelida chiesa invernale, importa qualcosa? Temo, per esperienza, risposte impermalite; ma mettiamo che a quelle creature ci teniate, eccome. Sorge subito, allora, una seconda domanda: vi importa proprio di tutte le persone povere, disastrate... o solo di quelle battezzate, comunicate e cresimate che si ostinano ad aggravare i propri reumi? Aiutatemi a capire, se potete, vi prego! Se mi dite che state dalla parte degli ultimi, degli oppressi e degli ingenui perché questo è quanto dice il vostro vangelo, allora perché di me, vecchia ingenua con l’artrosi e di mio marito, ammalato e stanco, non ne volete proprio sapere? Perché di questa storia dei preti sposati non volete mai parlare e se qualcuno insiste vi barricate dietro distinzioni solo e sempre teoriche tra peccatori e santi?

Ho conosciuto donne e uomini di tutte le età che si dibattono in situazioni simili a quelle descritte e non mi è mai piaciuto assistere impotente alla sofferenza degli esseri umani. Il numero di queste persone coerenti, con il passare degli anni, potrebbe aumentare e bisognerà pure trovare il coraggio, tutti insieme, di guardare la realtà!

Ho passato nove lunghi e difficoltosi anni a fare quello che posso per confortare, amare e sostenere una degna persona che, dalla malinconica compagnia di dolci madonne, è passato ad affrontare un mondo durissimo anche perché lo avete lasciato senza casa, senza liquidazione, senza pensione e senza il conforto della preghiera insieme. Gli dite che la vostra preghiera smacchia meglio della sua e... non sia mai mischiare orazioni di marche diverse.

Sinceramente, ci sono giorni che viene paura di perdere la ragione e mi chiedo spesso di chi è la maggiore responsabilità di questi intrighi, se mia, se sua, se vostra. Qui, infatti, non è dato neppure di conoscere l’identità del problema: quanti preti se ne vanno, quanti vengono mandati via perché hanno voluto sposarsi, quanti restano pur facendo la doppia vita...

In questo tempo mi dà forza la lettura della vita di Rigoberta Menchù che consiglia sempre di non arrendersi. Perciò vorrei tranquillizzarvi circa un pregiudizio che circola in ambienti cattolici retrivi, nel caso avesse contagiato anche voi: si dice che i preti sposati fanno opera di turbamento rispetto la pratica maschile e femminile della castità.

Ebbene di preti sposati ne ho conosciuto tanti e posso dire che mai ne ho trovato uno al quale restasse il tempo di andare a sindacare le vostre individuali pratiche di rinuncia. Io stessa, quando vengo interpellata, trovo se mai criticabile lo sfarzo delle vostre cerimonie. Ma per il resto il mondo che ho sempre preferito è quello colorato dove ci sia spazio per le diversità.

Un’ultima domanda che rivolgo a voi come le precedenti e non al papa, perché lui ha tanto da fare con problemi mondiali gravissimi: e siccome ogni tanto, confondendosi in mezzo alla miriade di benedizioni che deve dare, succede che ne impartisce anche qualcuna inopportuna, come già capitava ai suoi predecessori, non vorrei che...

Non sono alla ricerca di manifestazioni di onnipotenza ma di solidarietà. Ho bisogno urgentemente di aiuto perché adesso mio marito non sta bene: la mia piccola pensione non basta a fronteggiare la situazione e, in più, cola acqua dal soffitto perché i condomini non si accordano sulla riparazione del tetto. E, tuttavia, se non mi date risposte che riguardano tutti i preti sposati e tutti quelli che stanno per farlo, io non potrò accettare da voi neppure cinque lire e neppure un rosario: riuscite a capire questa scelta di uguaglianza, di libertà e di dialogo? Vi auguro ogni bene.”

 

Qualche aggiornamento e qualche precisazione.

Sonia sa offrire un tenace sostegno ad Antonio, inducendolo a non isolarsi e a credere in se stesso. Nei gruppi, però, resta spaesata. Quando espone i suoi punti di vista, questi risultano interessanti ma troppo distanti dalla mentalità clericale che persiste in tali ambienti. E’ da notare che, mentre lei sa adeguarsi il più possibile a convivere con un prete e a frequentare i suoi amici ed amiche, non altrettanto questi/e riescono a convertirsi ad una sana laicità, quale Sonia di fatto propone.

Eppure i suoi parametri sarebbero utilissimi a purificare l’ambiente creato da chi “esce” materialmente, restando impregnato di teologia fino a non saper fare un discorso senza una citazione biblica... L’atea Sonia, così innamorata di tutto ciò che è bello e buono, sarebbe idonea più di altre a tessere la rete della solidarietà tra simili. Solo che essi sapessero spogliarsi di quell’individualismo ereditato, forse per reazione, da un sistema totale quale quello ecclesiale.

 

Dal libro “Da donna a donne” di A. Riggi Pignata