Riceviamo questo lungo articolo scritto da una suora,

con la quale ci piacerebbe aprire un dialogo

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30/01/07

“Seguitemi! Lasciano tutto e lo seguono

La sequela di Gesù nel racconto di Mc 1, 16-20

 

E passando accanto…”. Così si apre il brano stupendo di Marco, che porta anche noi in quello spazio sacro, luminoso e salvifico che è come un grembo nuovo, pronto ad accoglierci per la nascita vera, quella dall’acqua e dallo Spirito.

Gesù è uscito dal seno del Padre, è uscito dalle acque del Giordano (cf. Mc 1, 10), poi dalle sabbie del deserto (1, 12) e si è fatto vicino, ha cominciato a lasciare le sue orme accanto alle nostre, disegnando il suo volto, il suo amore sulla nostra povera terra. Lui ci passa accanto, senza mai stancarsi, senza smettere di credere in noi, di darci fiducia; Lui ci vede, pone su di noi il suo sguardo, ci aspetta, poi, un bel giorno, ci chiama, pronunciando il nostro nome, quello vero, quello che Lui solo sa dire veramente. E’ qui anche adesso, in questo preciso momento della nostra storia, della nostra vicenda personale; è qui, scritto, o forse gridato, nelle righe semplici del vangelo di Marco, pochi versetti che racchiudono tutta un’esistenza… o una resurrezione.

Gesù sta passando accanto a noi, a ognuno in particolare; sta attraversando le rive segrete del nostro cuore, dove nessuno mai, prima di Lui, è potuto arrivare. Il vangelo testimonia altri momenti come questo, qui sulla spiaggia del mare. Un giorno Gesù, “passando accanto”, vide Levi, il capo dei pubblicani, l’arcipeccatore e lo chiamò (Mt 9, 9; Mc 2, 14); uno come noi, appesantito come noi, dall’essere frantumato e disperso in mille pezzi, come le monete che gli correvano continuamente per le mani. Quell’uomo, anche lui, risorge e lo segue, inizia a vivere.

Poi “passa accanto” ancora: scende fino alla polvere di un uomo cieco dalla nascita (Gv 9, 1), che non ha mai cominciato a vivere. Lo vede, lo guarda; non alla superficie, non da lontano, non con distrazione, ma entrandogli dentro l’anima, dentro il buio dell’essere e lì pronuncia la sua parola di salvezza, lì getta il suo amore. E la tenebra diventa luce: “Io ero cieco, ma ora ci vedo! Io ero morto, ma ora vivo per sempre!”.

 

Siamo in un luogo preciso, in uno spazio definito, perché reale, quotidiano, che appartiene anche alla nostra esperienza di vita; Marco lo sottolinea bene e dice: “lungo il mare della Galilea”. Dobbiamo entrarci dentro anche noi, senza aver paura di individuare le spiagge, le acque, gli orizzonti che si aprono davanti a noi. Gesù scende proprio qui e non altrove; viene a cercarci nell’inconsistenza delle nostre sabbie, nella fugacità delle onde che scuotono continuamente la nostra persona, i nostri giorni e le nostre notti. Lui no, non ha paura; scende fino al mare, vi si immerge, lo abita, lo guarisce. Nessuna consolazione più grande di questa: sentire che il nostro mare, quello che ci abita l’anima, con le sue oscurità e profondità, coi suoi pericoli e le sue insidie, viene visitato e calmato dal Signore.

E’ il mare della Galilea: la regione sporcata dai pagani, quella che si chiama “curva delle genti”. Una terra storta, piegata, ferita, eppure, tenacemente, dal tempo in cui Gesù l’ha scelta per presentarsi a noi, fino ad oggi, è la terra dell’amore, dell’alleanza eterna, inviolabile. Terra dal nome misterioso: curva, sì, ma anche “anello”: l’anello dello Sposo per la sua sposa, per noi.

 

Ma come avviene l’unione, la festa di nozze? Come l’ingresso dell’uno nella vita dell’altro? Dobbiamo bussare alle porte del testo, chiedere che ci venga aperto e ci sia raccontato il mistero di questo Incontro, del sì pronunciato da Dio sull’uomo e dall’uomo verso Dio. La scrittura scarna e semplice, potente e luminosa di Marco, ci offre un verbo importantissimo, ripetuto due volte, riferito a Gesù: “vide”. Usato, qui, all’aoristo a indicare un’azione puntuale, precisa, con un suo inizio ben stabilito, voluto, decisamente posto sul cammino, sul volto di un uomo; un inizio di vita scritto su di noi, dentro i nostri stessi occhi. Gesù passa accanto e ci vede; dà inizio alla festa di nozze con noi proprio così: accendendo di nuovo, dopo tanto buio, la luce della vita. E’ in questo sguardo, e solo qui, che noi possiamo scoprire e sperimentare che siamo preziosi, degni di stima, che siamo amati. Dio ci ha visto, fra mille, ha posto il suo sguardo su di noi e non l’ha più distolto; continua a fissarci con immenso amore, con amore eterno, che non si cancella, non se ne va. Gesù, lungo le rive del nostro mare, viene a portare il riflesso di questo amore del Padre. Coi suoi occhi cerca i nostri: occhi come colombe (Ct 4, 1), come laghetti d’acqua (Ct 7, 5) per Lui; tanto grande è il suo amore, che basta un solo nostro sguardo per rapirgli il cuore (Ct 4, 9), un solo sì, forse un solo sorriso. E da quel momento Lui non smette più di guardarci.

 

Gesù vide, dunque, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni; ha raggiunto la vita di questi uomini, di queste persone precise, vive, reali. Così come è capace di raggiungere noi, qui, dove siamo, come ci troviamo, nella condizione che viviamo. Così, e non altrimenti, Lui ci ama.

E’ stupendo notare il ripetersi di termini che parlano della famiglia, dei legami essenziali che costituiscono la vita dell’uomo: fratello, (figlio) di,  fratello ancora e poi padre. E’ il livello originario del nostro essere, quello che ci caratterizza fin dal principio, perché noi siamo figli, siamo fratelli e in queste relazioni è inscritta la nostra identità; in quella antichità il Signore viene a visitarci, lì Lui cammina, si ferma e pianta la sua tenda. Anch’Egli è figlio e fratello. Sembra quasi volerci ricostituire nella nostra verità piena, riportarci a casa, alla consapevolezza di ciò che siamo e siamo stati. E’ come un recupero del nostro passato e del nostro oggi, per poterci aprire al futuro, quello che Lui sta costruendo per noi e che ci sta svelando. Se manca un pezzo di storia, quella sacra, scritta dal dito del Padre sui segreti sentieri del nostro sangue, della nostra carne e del nostro cuore; se manchiamo noi, in fondo, come figli, come fratelli, con le nostre relazioni, i nostri incontri o le nostre solitudini, come può Lui chiamarci? Rimarrà sempre una risposta non data, uno spazio non offerto alla sua irruzione luminosa e liberatrice e si udrà ancora, nel nostro giardino, la triste domanda del Padre, che chiede: “Figlio mio, dove sei? E dov’è tuo fratello?”. Dobbiamo avere il coraggio, dobbiamo scegliere di farci raggiungere da Gesù proprio così, mentre accanto a noi, forse dentro di noi, c’è anche l’altro, il diverso, colui che è nostro fratello e che fa di noi uomini e donne completi, veri. Se è così qui, nel vangelo, allora significa che va scritto allo stesso modo anche per noi, anche di noi.

 

E disse a loro Gesù”. Qui, in queste parole, esplode la creazione nuova, la rigenerazione. Il Signore, che è la Parola del Padre, non si vergogna di parlare con noi, di chiamarci; lo testimonia Marco, appena due versetti più sotto: “E subito li chiamò”. Come quando Dio crea: dice e chiama le sue creature, che escono, così, dalla sua stessa voce, ancor prima che dalle sue mani. E siamo riportati ai primissimi versetti della Bibbia, al racconto di Genesi 1, quando tutto il mondo ha origine, quando le acque primordiali caotiche e tenebrose vengono animate dal soffio dello Spirito del Signore. Aleggia ancora oggi sulle acque di ogni esistenza e, come madre, genera, dà vita sempre nuova. Qui, spaccando il nulla, visitando, finalmente, la terra informe e deserta, erompe la parola del Padre, il suo grido d’amore per ogni creatura; anche noi facevamo parte di quel deserto, di quel vuoto assoluto e senza vita, ma oggi, qui, siamo salvati. Dio parla anche a noi, in Gesù; chiama anche noi. Dobbiamo solo ascoltarlo…

Le acque del mare di Galilea, questo mare dell’alleanza, dell’anello d’amore offertoci da Gesù, si aprono e ci lasciano passare all’asciutto, quasi come nuovo mar Rosso, nuovo Giordano. E noi entriamo nella terra promessa, quella preparata da sempre per noi; terra di abbondanze, di dono gratuito, terra che non abbiamo coltivato noi, ma che un Altro ci ha preparato. Il percorso non lo conosciamo, non è in nostro potere programmarlo, determinarlo; Lui ci parla, ci chiama e ci invia. La nostra parte è uscire, andare verso, camminare dietro quella voce, l’unica sicura, l’unica che noi, pecore del suo gregge, riconosciamo. Dio chiama, grida il nostro nome, al di sopra del fragore delle onde del mare, al di là delle tenebre che ricoprono l’abisso. Dio chiama, ci invita a Sé, al banchetto della vita che Lui ha preparato. Dio chiama ancora, fedele nel suo amore per noi, ci con-voca, insieme e in mezzo ai nostri fratelli, perché sa che noi non siamo, se non così: dentro questa dimensione di fraternità, di condivisione e dono.

Racchiuso tra questi due verbi, come perla preziosa custodita tra due valve, sta l’invito di Gesù, la chiamata vera e propria, inconfondibile: “Venite dietro di me! Seguitemi!”. Marco mette sulla bocca di Gesù poche, semplicissime parole, che però, nascondono un significato enorme, gigantesco, capace di sconvolgerci la vita, di cambiarla totalmente, dal di dentro e fino nel punto più profondo. Quel “Seguitemi!” di Gesù racchiude, in realtà, molto di più; si tratta, infatti, di un’interiezione esortativa, un’esclamazione, un’espressione spontanea che sembra venire direttamente dal cuore. Si potrebbe tradurre con “Suvvia! Orsù!”, ma se si considera che è formata da un avverbio, che significa “qui, ora” e dalla forma imperativa del verbo essere alla 2a persona plurale, quindi “Siate!”, il significato si arricchisce infinitamente, fino a diventare un invito ben preciso, vitale, da parte di Gesù; come se ci invitasse a cambiare vita subito, qui, ora, a consegnare a Lui la nostra vita, il nostro essere ed esserci. “Siate ora, adesso, dietro di me!”, grida Lui, il Signore. Essere, rimanere, perseverare dietro di Lui significa compiere questo cammino, accettare di muoverci per questa traversata.

C’è una posizione precisa che il Signore ci offre e ci indica per stare con Lui, per ricercarlo, incontrarlo, per dare una direzione vera e sicura alla nostra esistenza; una posizione per stare con i fratelli e le sorelle, per vivere ogni relazione, per servire, donare, per ricevere tutto il bello che la vita può offrirci, giorno dopo giorno e per portare anche il nostro dolore, la nostra insicurezza e provvisorietà; una posizione di salvezza, di crescita e di gloria: ed è lo stare dietro di Lui, il venire dopo, lasciando sempre avanzare il suo volto, la sua presenza.

Forse non ci è naturale, né spontanea, ma nel vangelo troviamo le tracce per apprenderla e farla nostra. Luca, ad es. racconta la storia stupenda di una peccatrice, senza nome, senza città; forse così anonima proprio perché in lei ci siamo noi. Ci passa avanti, questa donna e diventa nostra maestra, capace di farci vedere come si sta, che posizione si deve prendere vicino a Gesù; di lei è scritto: “…fermatasi dietro, si rannicchiò piangendo ai piedi di Lui…” (Lc 7, 38). Torna, qui, lo stesso avverbio usato da Gesù nel chiamare i suoi discepoli: “Venite dietro di me!”. E in questo dietro, in questo dopo, luminosi e salvifici, sta la nostra felicità: è solo qui, solo così, che le nostre lacrime, con le quali bagniamo i piedi del Signore, si trasformano in acque di gioia e sorgenti di beatitudine per noi e per chi ci sta accanto. Le lacrime della nostra vita al suo servizio sono, come scrive Luca, usando un verbo speciale, come una pioggia che irriga la terra, che la feconda e la rende fruttifera. Forse non ci abbiamo mai creduto, ma venire dopo, rimanere dietro, seguire, è salvezza. E’ pesca miracolosa.

 

Infatti Gesù dice: “Vi farò diventare pescatori di uomini”. La chiamata è in funzione di questa missione, che viene paragonata a una pesca: è il gettare la nostra vita per raccogliere e accogliere i fratelli e le sorelle dall’abisso delle loro perdizioni; è uscire in mare aperto, prendere il largo (Lc 5, 4), passare notti e notti senza prendere nulla (Lc 5, 5); è venire sorpresi dalle tempeste, dai venti contrari (Mc 6, 48), che spezzano le navi; è sperimentare i tempi di bonaccia (Mc 4, 39), quando nulla si muove; è affondare per la paura (Mt 14, 30), perché non sappiamo stare sulle acque; è accorgerci che il Signore sta dormendo, sui cuscini, a poppa (Mc 4, 38). Eppure la parola del Signore continua a ripetere: “Eccomi, io invierò numerosi pescatori, che li pescheranno” (Ger 16, 16).

Già il profeta Abacuc aveva parlato di questo mistero, dicendo: “Tu, o Signore, tratti gli uomini come pesci del mare” (Ab 1, 14). Ma non deve meravigliarci questo paragone, riaffermato da Gesù; infatti la parola “pesce”, dag, in ebraico, se letta al contrario diventa “felicità”, gad e davvero non c’è felicità più grande, per noi, per ogni uomo che nasce in questo mondo, che lasciarci raccogliere da Dio, lasciarci salvare dalle acque. “Da En-Gaddi a En-Eglàim vi sarà una distesa di reti” (Ez 47, 10), dice la Scrittura; non per togliere la vita, per soffocare, ma per ridare all’uomo la felicità perduta.

 

Ed ecco la risposta, il sì: immediato, pieno, deciso. Che non è solo una parola, un soffio delle labbra, ma si concretizza in un gesto preciso e impegnativo: il lasciare e il seguire. I discepoli, questi fratelli chiamati e pescati a loro volta, lasciano subito le reti, lasciano il padre e la barca, lasciano i salariati, ovvero i calcoli, i guadagni e seguono Gesù, se ne vanno, si allontanano dietro di Lui.

Marco ci pone di fronte a realtà molto profonde, che ci superano, ma che, pure, ci appartengono, perché ci vengono donate dal Signore, dalla forza della sua presenza nella nostra vita. Anche per noi si fa possibile l’esperienza del lasciare, dell’allontanarci per andare dietro a Lui. Lasciare significa sciogliere per liberare, lasciare andare; significa consegnare e affidare qualcosa o qualcuno a un altro, quasi mandar fuori da sé, allentando la propria presa; significa, così, rinunciare, ma in vista di quel bene e di quella felicità più grande, che è la liberazione, nostra e delle realtà di cui avevamo voluto impossessarci: cose, persone, affetti, abitudini, modi di pensare e interpretare la vita, spazi, tempi. La chiamata potente di Gesù, quel suo grido che ci raggiunge l’essere fin nel suo punto centrale, opera questo scioglimento di noi stessi, la liberazione più piena, più assoluta; liberazione che chiama altre liberazioni, altri scioglimenti. E’ così che si realizza la sequela di Gesù: davvero è come un gettare la vita, nostra e dei nostri fratelli, nelle sue mani, consegnarla al suo mare, all’oceano infinito della sua misericordia.