Cristianesimo
al femminile: le donne nella Chiesa tra passato e futuro
Relazione di DON LIVIO ROTA
Premessa
introduttiva
Chi
si occupa di storia sa bene quanto questa disciplina imponga dei limiti ad ogni
trattazione: si sarebbe tentati di voler accostare le fonti, i testi, la
bibliografia nel modo più completo possibile.
Tuttavia
il tempo e le forze a sua disposizione, oltre la vastità dell'indagine superano
spesso le capacità di un singolo individuo e io costringono a ridurre l'ambito
delle ricerche e dello studio, a selezionare temi e problemi, limitandosi ad
alcuni aspetti, da lui reputati più d'altri meritevoli d'attenzione.
Così
avverrà anche per il soggetto di questo nostro studio, che cerca di tracciare
le linee principali dell'evoluzione storica dei rapporto tra il cristianesimo e
la donna.
Potrò
lasciare al termine la fondata impressione dei avere evitato alcune questioni
importanti, di avere lasciato in ombra figure rilevanti o di avere soltanto
accennato a tematiche meritevoli di maggior approfondimento.
Forse,
tuttavia, io scopo di quest'intervento non è quello d'essere esauriente, ma di
avviare la vostra riflessione, di aprire degli orizzonti, di suggerire piste di
ricerca. Sarò ben contento di essere stato incompleto, se questa lacuna stimolasse
almeno la curiosità su di un tema di gran fascino intellettuale e di notevole
profondità spirituale, come quello sul quale noi oggi lavoreremo.
I. L'ANTICHITA’
I. Il
messaggio di liberazione dei Vangelo nel confronti delle donne
2. Il
ruolo delle donne nell'evangelizzazione
I più
acuti tra i contemporanei osservatori dei cristianesimo delle origini lo
definirono, a ragione, un'esperienza religiosa segnata dalla novità: tale
caratteristica trova nel diverso modo di guardare alla donna uno dei suoi più
originali campi d'applicazione.
Tutti
conoscono la condizione femminile nel primo secolo dell'era volgare: per il
diritto romano, la donna, come lo schiavo, il bambino, specie malato, è un
essere inferiore.
Nella
famiglia la patria potestà è assoluta: il padre, generalmente, lasciava in vita
solo la figlia maggiore, mentre le altre erano soppresse, diversamente dai
figli maschi. t molto raro trovare menzionate due figlie in una famiglia
romana.
E'
solo con l'entrata in scena dei cristianesimo che la donna acquisisce una stima
ed un prestigio finora sconosciuti nell'impero romano. Possiamo dire di poter
trovare nell'antichità esempi di donne paragonabili ad Agata, Agnese, Lucia,
Cecilia e, in generale, alle martiri?
Nella
famosa pagina in cui è narrato il martirio dei cristiani di Lione osserviamo
Blandina affrontare la persecuzione accanto al suo vescovo: tanta attenzione ed
ammirazione per colei che altro non era che una semplice schiava doveva
risultare sconvolgente per un ambiente pagano.
Più sconcertante
ancora doveva apparire l'atteggiamento di giovani cristiane, non di rado
appartenenti a famiglie patrizie, che rivendicavano una scelta di vita diversa
da quella imposta loro dal padre. Con difficoltà noi riusciamo oggi a concepire
quanto d'anormale, se non di mostruoso, contenesse quest'istanza di libertà,
promossa per la prima volta dalle donne cristiane.
Sono
loro a dare inizio, in nome dei Vangelo, ad una vera e propria contestazione
sociale: ecco queste ragazze, lasciate in vita dal padre solo per un gesto di
benignità, disubbidirgli, rifiutare un matrimonio in vista dei quale solamente
la loro vita era stata conservata, in forza di un'autonomia ed una volontà
personale che una società maschilista e patriarcale negava loro.
La
femminilità cristiana contrasta profondamente le strutture portanti della
civiltà romana, con le sue leggi ed i suoi costumi: negare l'autorità al pater familias, unico cittadino a pieno titolo, sommo sacerdote
all'interno della sua casa, significava scuotere dalle fondamenta una società
ed una cultura.
"Sembra
- ha scritto Régine Pernoud - che le donne abbiano
compreso molto presto, già fin dalla prima predicazione dei vangelo, che veniva
loro concessa libertà di scelta. Il vangelo dava quello di cui non avevano mai
goduto, quello che non prevedeva l'imponente apparato legislativo della
repubblica o dell'impero. Avevano diritto di fare una scelta per la loro
esistenza ed hanno immediatamente afferrato che quella libertà valeva la pena
di acquistarla, anche a prezzo della vita".
Così
pronunciare un voto di verginità in forza della propria fede significava
proclamare la libertà di decisione: le donne che trovano il coraggio di morire
per uno sposo che non era quello loro destinato fondano l'autonomia della
persona.
L'incontro
tra il cristianesimo e la donna ha prodotto davvero qualcosa di storicamente
nuovo. Non solo le donne hanno dato il loro rilevantissimo contributo per la
fondazione della dignità e l'autonomia della coscienza personale, ma hanno pure
concorso alla rivalutazione di alcuni stati di vita profondamente penalizzati
nell'antichità classica, se non addirittura maledetti, come quello della
verginità volontaria o della vedovanza.
La
consacrata, vivente da sola o in comunità, come pure la vedova, diventa, dopo
il periodo delle persecuzioni, una figura degna della più alta stima: la donna
che sceglie di dedicarsi a Dio supera la debolezza dei proprio sesso per
divenire mulier virilis, in
grado di competere con l'uomo sulla via della santità.
Gli
studi sul monachesimo femminile delle origini rivelano poi un dinamismo per
certi aspetti sconosciuto a quello maschile. Il monastero fondato a Betlemme in
cui, dietro il suggerimento di Girolamo, si ritrovano Paola, Eustochio e le loro compagne è un vero centro di studi.
Mentre i monasteri maschili raduneranno preferibilmente uomini desiderosi di
austerità, di raccoglimento, di penitenza, quelli femminili, in origine, furono
maggiormente caratterizzati anche da un intenso bisogno di vita
intellettuale.
Il
cristianesimo ha inoltre creato un nuovo tipo di donna, totalmente sconosciuto
all'antichità, che è la monaca.
Questa
valutazione della consacrazione femminile trova nella letteratura patristica un
riscontro documentario d'innegabile consistenza: i numerosi trattati
d'Agostino, Girolamo ed Ambrogío sulla verginità o
sull'ascetismo femminile testimoniano la stima di cui questi stati di vita
godevano e, indirettamente, l'apprezzamento della donna ritenuta degna quanto
l'uomo di menzione, di stima, d'efficacia esemplare.
Sempre
restando in quest'arco temporale meriterebbe almeno un accenno la
considerazione dei ruolo della donna nell'espansione dei cristianesimo.
Ormai
nessuno storico serio mette in dubbio che la predicazione cristiana trovò
accoglienza soprattutto presso le donne e che la percentuale delle cristiane,
soprattutto appartenenti a classi elevate, era maggiore che quella degli
uomini. Non fu certamente estraneo anche il loro potere economico: i ricchi
patrimoni di cui potevano disporre rappresentavano una fonte non trascurabile
di sostegno dell'attività caritativa e propagandistica della Chiesa.
Le
prime generazioni cristiane sono segnate in misura notevole dalla femminilità:
gli uomini restano sostanzialmente pagani. Solo dal IV secolo, insieme,
ovviamente, ad altre motivazioni importanti, vediamo incrementarsi il numero
dei battezzati: non saremmo quindi molto lontano dal vero ipotizzando una. vera
e propria opera di conversione "domestica", quotidiana, tanto
importante quanto nascosta, operata proprio da mogli, madri, sorelle nei
confronti dei loro congiunti.
Va
inoltre ricordato che le fonti a nostra disposizione, a riguardo dei
monachesimo femminile in Occidente, permettono di rilevare un'estrazione
sociale quasi esclusivamente aristocratica delle consacrate. Le uniche donne
esemplari per vita ascetica in ambito latino tra IV e V secolo provengono dalla
nobiltà romana; senza ora trarre conseguenze totalizzanti ed esclusive, sempre
pericolose in storia, concludiamo tuttavia che questo dovette avere un impatto
sociale notevole, se papa Gregorio Magno osservò, a questo proposito, che multi
per illas venerunt ad Ecclesiam.
II. L'ETA MEDIEVALE
1.
Tra monache e regine
2. La
mistica medievale
L'età
medievale è stata a lungo considerata, e lo è ancora in parte, il periodo di
massimo oscurantismo nella storia europea, tanto da scrollarsi difficilmente di
dosso l'epiteto di "secoli bui". Sarebbe anche il momento segnato più
di altri dalla misoginia di una chiesa più che mai autoritaria, repressiva e maschilista.
Fortunatamente
la medievistica degli ultimi decenni, specialmente
quella d'origine francese, ha smantellato gran parte di quest'ingiusto
pregiudizio; forse ci sorprenderà la scoperta, per quanto almeno attiene al
nostro tema, di una valutazione medievale della donna per certi aspetti più
positiva di quella dei secoli successivi.
E’ in
atto nella storiografia della seconda metà dei XX secolo un processo di
revisione, tendente a tenere maggiormente in conto l'azione delle donne.
L'ingenuo maschilismo dei medievisti dell'Ottocento e
di gran parte dei Novecento ha impedito di vedere quello che le fonti oggi, ad
un esame più obiettivo, ci dicono: ossia che il Medioevo ha dato alle donne il
posto che loro spettava.
Va
tuttavia precisato che le testimonianze a nostra disposizione sono molto
lacunose, in quanto permettono di trarre conclusioni abbastanza sicure soltanto
a riguardo di certe tipologie femminili.
Siamo
ben informati, ad esempio, a riguardo di monache, regine e principesse; quasi
nulla sappiamo sulla vita religiosa delle donne che non rientrano in questi
quadri e che dovevano costituire ovviamente la quasi totalità.
E'
quindi nei monasteri e nei palazzi reali che dobbiamo introdurci se vogliamo
sapere qualcosa dei cristianesimo al femminile di questi secoli.
Innanzi
tutto possiamo osservare il ruolo di primo piano assunto da alcune regine nel
determinare la conversione al cristianesimo di gran parte delle stirpi
barbariche, che, com'è noto, sconvolsero l'assetto politico-geografico dell'età
antica, determinando il sorgere di una nuova Europa.
E’ la
regina Clotilde a favorire il passaggio al cristianesimo dei re franco
Clodoveo, il cui battesimo alla fine dei V secolo rimane una della pietre
miliari della storia francese ed europea: la raffigurazione di
quest'avvenimento, favorito da una donna sulla sommità della cattedrale di Reims ha attraversato i secoli, favorendo il sorgere di
quell'ideologia del primato dei popolo franco che ha determinato svolte
decisive nella storia della chiesa.
Ma
l'esempio di Clotilde è seguito da altre teste coronate: pensiamo a Teodolinda
per i longobardi, a Berta per gli Angli; nell'immenso territorio russo la prima
battezzata fu la principessa Olga, mentre, più tardi, i paesi baltici dovranno
la loro conversione all'influsso di Edvige di Polonia.
Non è
stato forse sufficientemente messo nella giusta luce questo ruolo
dell'aristocrazia femminile nel processo di evangelizzazione europea, in un
tempo in cui l'Occidente cristiano esitava tra cristianesimo, paganesimo ed
arianesimo.
L'altro
grande ambito in cui è dato riscontrare una presenza femminile di notevole
incisività ed efficacia storica è costituito, come detto, dal monastero.
Inutile
è qui accennare al gran merito dei cenobitismo
benedettino, in ordine al salvataggio ed alla trasmissione della cultura
dell'antichità, se non per ricordare che alcuni studiosi dei medioevo
sostengono che, in questo periodo, le monache leggevano più dei monaci e che la
copiatura dei codici era attività tanto maschile quanto femminile.
La
vita monastica dava quindi alla donna la possibilità di appropriarsi d'una
cultura di prim'ordine: un'opportunità che invece rimaneva fortemente preclusa,
come sappiamo, alle donne viventi fuori dal chiostro.
Nel
Medioevo abbiamo un'istruzione femminile molto più elevata di quella che
ritroveremo nell'età moderna, quando l'università diventa una prerogativa
maschile ed alle donne s'insegna di più la vita familiare. E’ stata l'età
moderna ad avere relegato, paradossalmente, la donna in casa, lasciando che la
cultura diventasse un privilegio maschile.
Alcuni
esempi ci aiuteranno a capire meglio l'importanza dei ruolo femminile nel
cristianesimo medievale.
Le
badesse, almeno quelle dei monasteri più importanti, spesso imparentate con le
imperatrici e sempre da loro aiutate, sono nell'insieme delle donne notevoli e
fanno dei loro conventi dei centri culturali oltre che spirituali, mentre i
vincoli familiari le inducono a svolgere un ruolo importante nella vita
politica.
Molte,
per non dire la quasi totalità, delle fondazioni femminili hanno un certo
carattere privato: una famiglia aristocratica destina una parte dei propri beni
alla creazione di una comunità monastica, ove la carica abbaziale è di norma
riservata ad una donna della famiglia dei fondatore ed in cui trascorreranno la
vita quelle figlie e sorelle che non si vorranno o potranno destinare al
matrimonio.
E’
vero che, in questo modo, re ed imperatori, attraverso le proprie mogli e
figlie, finirono per controllare non solo enti monastici dalla grande
reputazione, ma anche immensi patrimoni e strategici nodi di traffico; però non
possiamo fare a meno di osservare come delle donne furono comunque abilitate a
giocare un ruolo di primo piano nella storia sociale, economica, religiosa e
culturale dei loro tempo.
E'
d'obbligo iniziare questa rassegna dal monastero bresciano di S. Salvatore e S.
Giulia, fondato dal re longobardo Desiderio e dalla moglie Ansa e guidato
inizialmente dalla figlia Asperga.
Sappiamo
come il monastero fosse sottratto alla giurisdizione dei vescovo di Brescia,
conferendo invece alla badessa il diritto di scegliere il vescovo che avrebbe
ordinato i sacerdoti addetti alla celebrazione del culto.
Era
la badessa medesima a trattare permute ed acquisti di beni per il monastero,
che andò allargando lentamente la propria egemonia, diventando un vero e
proprio potentato religioso-economico nella regione e in tutto il Nord
Italia.
L'imperatore
Ludovico Il concesse alle monache di S. Giulia il privilegio di libero
commercio in tutta Italia e l'esenzione dai dazi per tutti i mercanti che
avessero operato alle dipendenze dei monastero stesso.
Un
altro esempio, forse meno conosciuto, atto ad illustrare in maniera convincente
il potere della donna nel medioevo cristiano, è costituito dalla vicenda
dell'Ordine di Fontevraud, fondato da Roberto di Arbrissel a cavallo dell'XI e XII secolo.
In
ogni abbazia dell'ordine vivevano insieme monaci e monache, il cui unico
momento comunitario, del resto, era costituito dalla partecipazione alla
liturgia.
Ciò
che è interessante rilevare è che la guida dell'abbazia è sempre riservata ad
una badessa, nelle cui mani anche i monaci emettono i loro voti. Fu lo stesso
Roberto d'Arbrissel a volere una guida femminile per
il suo ordine, i cui statuti prescrivevano inoltre che la badessa fosse una
vedova che avesse avuto esperienza di vita matrimoniale.
E’
una donna, Roswitha, badessa di Gandersheim in
Germania, lo scrittore più originale dell'epoca degli Ottoni, stando al parere
di uno dei più autorevoli storici della letteratura tedesca. Ma anche tra le
semplici religiose troviamo personalità sorprendenti, come quella di Mechtilde di Magdeburgo, che nel
1250 compose la prima opera mistica in lingua volgare, La luce della
divinità.
Oggi
sappiamo che il primo vero e proprio manuale di pedagogia, notevolmente intriso
di spiritualità biblica e patristica, è stato scritto da una donna, Dhuoda, verso la metà dei IX secolo. Forse non è dei tutto
inutile aggiungere che il duca Guglielmo il Pio, che fu all'origine dell'abbazia
di Cluny, (con tutto quello che essa significò per la
riforma religiosa dell'XI secolo) era suo nipote.
Ma
certamente il vertice di questa rassegna viene raggiunto con l'affascinante
figura di Ildegarda di Bingen, il cui recente
centenario della nascita ha contribuito a meglio far conoscere ed
apprezzare.
Di
lei basterebbe ricordare un solo episodio, che mette in luce la profonda unità
della sua figura: ottantenne si oppose al clero di Magonza, quando si trattò
della questione se uno scomunicato, che era stato sepolto in terra consacrata
nel suo monastero, potesse esservi lasciato. Piuttosto che obbedire all'ordine
di disseppellire il morto, scelse di prendere su di sé la scomunica che colpiva
la sua comunità.
Citiamo
infine un suo pensiero, particolarmente illuminante il suo punto di vista a
riguardo della repressione antiereticale: "Cacciate questo popolo dalla
chiesa espellendolo e non uccidendolo, perché sono anch'essi (gli eretici) ad
immagine di Dio".
Negli
ultimi secoli del Medioevo, il XIII e il XIV, si assiste ad un'evoluzione che
non potrà che essere incrementata in seguito, come vedremo.
Finora
abbiamo verificato che la storia dell'esperienza religiosa femminile coincide,
di fatto, con quella della consacrata. La stragrande maggioranza delle donne
canonizzate in questo periodo è costituita o da monache o da persone che
detenevano un grande potere.
Questo
dipese dal fatto che, per secoli, la via della perfezione cristiana coincise
con lo stato religioso od ecclesiastico. Dei resto ciò avveniva per tutti,
uomini e donne: il matrimonio, per un'aspirante alla santità, era un ostacolo
difficilmente superabile.
Fino
al XIV secolo, in generale, la scelta dell'ingresso in religione fu allora, in
pratica, l’unica vera scelta per una donna, destinata quasi automaticamente
dalle convenienze sociali al matrimonio.
Da
questo momento, invece, assistiamo al sorgere e consolidarsi d'esperienze
religiose femminili originali e destinate dalla storia a felici sviluppi.
I
movimenti di riforma della vita consacrata classica, infatti, difficilmente
potevano essere applicati sic et simpliciter alla donna: per lei l'esperienza
eremitica, ad esempio, fiorentissima in ambito maschile tra l'XI ed il XII
secolo, era ritenuta troppo pericolosa e faticosa.
Ecco
perché quest'età, che è un'epoca di forte gerarchizzazione della strutture
ecclesiastiche, si mostra particolarmente avara di figure di sante donne.
Non è
allora un caso il ritrovamento di una cospicua partecipazione femminile ai
movimenti ereticali dell'XI e XII secolo, forse perché questo mondo eterodosso,
meno strutturato e gerarchizzato di quello ecclesiastico, sembrava conferire
alla donna non consacrata una possibilità d'azione e parola che il mondo
ortodosso le aveva finora sostanzialmente negato. Fu la nascita degli ordini
mendicanti a dischiudere alle donne nuovi orizzonti spirituali, con modalità e
prospettive dei tutto inedite.
Tale
novità, infatti, non è riscontrabile nel ramo femminile dei movimento
francescano e domenicano (per limitarci agli ordini mendicanti più noti): alle
clarisse ed alle domenicane veniva interdetta dalla clausura quell'attività
peculiare per cui queste nuove aggregazioni erano nate, o erano state in
seguito orientate: la predicazione, la cura pastorale, la repressione ereticale.
L'innovazione
va piuttosto rilevata nel gran successo dei terzi ordini e delle confraternite,
ispirate e guidate generalmente, come sappiamo, da francescani e
domenicani.
Gli
storici hanno determinato in questo preciso momento storico la nascita di una
spiritualità laicale, contrassegnata da intensa vita sacramentale, moderato
ascetismo, vivace attività caritativa, soprattutto nel settore
assistenziale.
In
quest'ultimo aspetto la donna trovò un campo a lei congeniale ed il contributo
delle donne al successo di queste incipienti forme di aggregazioni laicali,
anche se escluse ancora da compiti direttivi, fu decisivo.
Nei
secoli dei Tardo Medioevo assistiamo quindi alla nascita di un modello di
santità femminile non necessariamente legato alla vita claustrale; se elevato
rimane il numero delle sante monache, appaiono i primi esempi di donne
profondamente legate alle vicende dei loro tempo.
Sono
loro, ad esempio, di fronte agli insuccessi dei colleghi maschi (teologi,
predicatori, confessori) a svolgere il ruolo di protettrici dai nemici esterni,
mediatrici e pacificatrici.
Questa
loro funzione le ha spesso fatte scegliere, ancora in vita o subito dopo la
morte, come sante-patrone della loro città, svolgendo così una funzione
importante nel processo di auto identificazione di tante comunità urbane
dell’Italia centrale: pensiamo ad una Caterina da Siena, a Rita da Cascia, o a
Rosa da Viterbo.
E’
rilevante che il nome di molte di queste donne sia sempre accompagnato dal loro
luogo di provenienza o d'attività: questo indica il forte radicamento in una
città che ha trovato in lei espressione significativa della propria evoluzione
storica.
Forse
le due personalità più rappresentative di questo processo di trasformazione
sono proprio due donne, che non erano né regine, né principesse, né monache:
Caterina da Siena (1380) e Giovanna d'Arco (1431).
Sono
due ragazzine che non si distinguono in nulla dalle altre coetanee; nella loro
infanzia non imparano neppure a leggere ed a scrivere.
Caterina
è una terziaria domenicana che eserciterà un'influenza decisiva sul ritorno dei
papa a Roma da cui è lontano da 70 anni; Giovanna in otto giorni toglierà un
assedio che si trascina da sette mesi, quello d'Orléans,
rovescerà l'equilibrio delle forze sconfiggendo gli inglesi e farà incoronare a
Reims, come i suoi antenati, il re Carlo VII che
aveva perso il trono a favore dell'erede dei re d'Inghilterra
La
carriera politica di Caterina si esercita dunque in seno alla chiesa
universale, in un tempo di disordini, si confusioni, d'errori in mezzo ai quali
lei indica la retta via.
Quella
di Giovanna d'Arco si eserciterà su un terreno più propriamente politico e
temporale, anche se ha avuto molteplici ripercussioni dal punto di vista
religioso, e con mezzi militari, cosa dei tutto inattesa per una santa.
Queste
due donne, che non dovevano nulla al privilegio della nascita e che nulla
predestinava a svolgere un ruolo particolare risulteranno invece decisive, con
la loro azione sul papa e la monarchia francese, per l'equilibrio europeo.
Non
possiamo abbandonare il Medioevo senza qualche doveroso accenno ad un aspetto
della religiosità femminile di quest'epoca che meriterebbe da solo una giornata
di studio: la mistica.
E’ un
fenomeno, questo, che è entrato a far parte integrante dei modello di santità
femminile, almeno a partire dal XII secolo.
Non è
questo il luogo per cercare di definire o descrivere cosa sia effettivamente ma
mistica. Illuminanti mi sembrano, tuttavia, queste parole di uno dei più
autorevoli studiosi di mistica femminile medievale, Peter
Dinzelbacher: "Ogni vera esperienza dello
spirito è sempre femminile se assumiamo come femminile la virtù dell'umiltà. In
quanto passa necessariamente per il vuoto in se stesso, in quanto è
essenzialmente teopatica, recettiva dello Spirito,
ogni vera esperienza mistica è essenzialmente femminile. In questo senso non
meraviglia come tutti i grandi mistici cristiani riconoscono concordemente come
modello
Queste
parole ci aiutano a capire come mai la mistica sia stata un ambito privilegiato
dell'esperienza religiosa femminile: forse perché la donna, in virtù della sua
attitudine passiva, è maggiormente portata a fare il vuoto in se stessa per
accogliere l'Altro per ricevere
Sono
stati pubblicati in questi ultimi anni saggi di notevole interesse,
generalmente condotti da donne, che studiano il rapporto complesso tra le
mistiche e il proprio corpo.
Se è
vero che nel Medioevo il corpo è un tramite ineludibile
per l'esperienza religiosa, si è anche osservato che le donne in misura
maggiore rispetto agli uomini hanno fatto della corporeità una via d'accesso al
sacro.
I
casi di manipolazione psico-somatica, di sofferenza autoinflitta
diventano, da un certo momento in poi, quasi esclusivamente femminili. Casi di
levitazione, di forme d'irrigidimento dei corpo, incapacità di mangiare altro
che ostie consacrate: tutto questo sembra essere attestato quasi esclusivamente
per le donne.
Le
stigmate divengono rapidamente un miracolo femminile, come pure il trasudare
olio profumato dopo la morte. Sono stati descritti, sempre più a proposito di
donne, i casi più bizzarri di figure incise nel cuore, scoperte solo al momento
della sepoltura.
E'
stata osservata, in sostanza, una maggiore predisposizione della donna a
somatizzare l'esperienza religiosa. Questo appare particolarmente evidente in
un confronto tra il mistico e la mistica: quando l'Altro irrompe nella vita di
un individuo la reazione dell'uomo è quello di una profonda quiete, mentre le
donne vengono risvegliate all'affettività e alla sensualità, come se il corpo
diventasse lo strumento per un'ascesa dell'anima: provengono ad esso, infatti,
le dolci melodie ed i soavi profumi che si innalzano nei cieli.
Se il
linguaggio adoperato dalla donna per descrivere l'esperienza mistica sfrutta un
vocabolario di sentimenti e sensazioni, questo è da far risalire al fatto che
la sua spiritualità ha una qualità corporea superiore a quella maschile.
Va
poi ricordato che nel Medioevo il corpo umano era associato alla donna (mentre
l'anima all'uomo): da qui ne derivava un'associazione della donna al corpo ed
all'umanità di Cristo.
Le
donne più che gli uomini imitano Cristo attraverso il loro corpo, come con le
stigmate o con la sofferenza. L'aspetto tenero, nutritivo della cura di Dio
delle anime è regolarmente descritto come materno. Varie versioni della Vita di
S. Caterina parlano di Cristo che la nutre al suo petto.
Questi
studi hanno permesso di valutare, secondo diverse prospettive, il fenomeno
della privazione del cibo in molte sante e mistiche, ed indicato da uno
studioso americano, Rudolph Bell,
coi termine di "santa anoressia", quindi sbrigativamente risolto con
una spiegazione di tipo meramente psicologico.
In
realtà il rifiuto dei cibo è la conseguenza di un processo d'estrema
identificazione della donna con Cristo. Identificazione resa possibile
dall'affinità simbolica dei corpo femminile con il corpo di Cristo: i corpi
della donna e di Cristo sanno soffrire per gli altri e possono dare nutrimento,
ai bambini ed ai credenti (nell'Eucaristia).
Non
dimentichiamo che Angela da Foligno e Caterina da Siena sposano il Signore
durante visioni dell'Eucaristia.
Tutto
questo ci aiuta infine e capire meglio, non certo a spiegare, come mai alla
mistica sia spesso connessa una forte aspirazione penitenziale. La sua
sensibilità spinge la donna verso una maggiore concretezza rispetto all'uomo Il
corpo sofferente e piagato dei Cristo la porta più facilmente
all'identificazione con esso.
Amare
significa patire: è uno dei temi maggiormente presenti nella mistica femminile
di tutti i tempi. Chi ama condivide, s'identifica. Da qui viene la
mortificazione dei corpo e, soprattutto, il gran favore di pratiche cultuali
legate alla Passione, come la devozione alle piaghe di Cristo, e, in misura
insuperata, quella al Sacro Cuore.
Il
medioevo, in conclusione, non costituì, a riguardo della corporeità un periodo
più oscuro di altri, anzi. Il corpo non fu soltanto il luogo della tentazione e
della corruzione: eventi fisici insoliti potevano offrire un mezzo di accesso
al divino e costituire possibili manifestazioni della grazia.
La
corporeità è stata uno strumento con cui la donna ha espresso meglio dell'uomo
la propria unione con Dio.
Nella
seconda parte dei Quattrocento la presenza della donna sviluppa quel modello di
vita attiva, d'impegno di riforma della chiesa e della società che abbiamo
visto sorgere in precedenza.
Già
agli inizi dei XV secolo avevano cominciato a diffondersi forme di vita non
claustrale che consentivano alle donne di vivere nelle proprie case, assumendo
regola ed abito approvati dall'autorità ecclesiastica, o di abitare
autonomamente in piccoli gruppi di tre o quattro sorelle. Vennero istituiti
conventi “aperti", cioè non tenuti alla clausura, orientandosi così verso
forme di consacrazione che contemplavano donne viventi nelle proprie
case.
Le
circostanze del momento inducono ad una scelta di vita religiosa che tende a
realizzare la perfezione cristiana nel mondo e nella storia, con interesse
prevalente alla carità.
III. L'ETA MODERNA
1.
Fermenti di novità dei Cinquecento
3. La
svolta dei XVIII secolo
Coi
primo Cinquecento il disorientamento culturale ed il disagio sociale degli
eventi aprirono alle donne numerosi campi d'azione. Tra il 1530 ed il 1560
diverse esperienze religiose innovative videro protagoniste delle carismatiche
cui è riconosciuta ampia fama di santità.
Caterina
da Genova, mistica e donna di vita attiva, promuove un movimento che si propaga
con estrema rapidità nel ventennio successivo alla sua morte, l'Oratorio dei
Divino Amore. Brescia è tra le prime a sentirne gli effetti, essendo l'ospedale
degli Incurabili fondato nel 1521.
Brescia
va però menzionata soprattutto per la fondazione nel 1535 della Compagnia di S.
Orsola da parte di S. Angela, un'istituzione profondamente innovativa per
organizzazione interna e finalità religiosa e sociale: è esemplare per indicare
l'originalità dei contributo femminile al rinnovamento della vita religiosa nel
primo Cinquecento. La formazione religiosa risulta nell'istituzione mericiana l'istanza prioritaria dell'educazione delle
fanciulle di ceto sociale medio o basso.
Si
rimane sempre stupiti di fronte alla libertà che l'intuizione di S. Angela
donava alle donne, finora costrette all'alternativa tra chiostro o matrimonio;
appariva all'orizzonte un nuovo stato di vita, che permetteva alla donna di
restare nella casa paterna dedicandosi alla sua vita interiore ed alla carità,
esprimendo quindi anche una notevole utilità sociale.
A
lungo osteggiato dalla società, questa sorta di celibato femminile si faceva
lentamente spazio e guadagnava riconoscimento ecclesiastico, diventando, in
misura proporzionale ai tempi, motivo di liberazione per la donna, altrimenti
condannata ad una vita religiosa o matrimoniale profondamente viziata alla base
per mancanza di libertà vera.
Gli
studi di mezzo secolo hanno contribuito a collocare nel grande alveo della
Riforma Cattolica questa ricerca femminile di nuovi orizzonti spirituali. Come
sappiamo fu invece
La
compagnia di S. Orsola poté mantenere il suo statuto laicale, pur dovendo
accettare una struttura gerarchica che la assoggettava direttamente
all'autorità vescovile e mutava sensibilmente quel carattere educativo-assistenziale che aveva caratterizzato il gruppo
delle origini. Sappiamo come il card. Borromeo abbia
riformato la regola delle Orsoline di Brescia in modo da limitarne
l'ispirazione familiare e materna nella conduzione dell'istituto, per ridurla
ad una qualsiasi istituzione dipendente dal vescovo.
Il
Concilio di Trento, nel suo disegno riorganizzativo
della Chiesa cattolica, si occupò seriamente della vita religiosa
femminile.
La
lotta agli abusi si tradusse in sforzi solo in parte efficaci per trasformare i
monasteri femminili in luoghi protetti da ferrea clausura, al fine di
ripristinare una certa disciplina regolare.
Questo
lodevole intento portò però i padri a vietare la fondazione o il mantenimento
d'istituti religiosi femminili non sottoposti a clausura: questo processo di
normalizzazione limitò grandemente la libertà di convivenza al di fuori dei
conventi e delle case paterne, riconosciuta da più di un secolo alle
donne.
Il
bilancio della normalizzazione tridentina è, come di solito in storia,
controverso: vi sono ombre innegabili, come, ad esempio, la piaga delle
monacazioni forzate, dipendenti tuttavia anche da un certo sistema politico ed
economico.
Non è
però difficile rinvenire elementi positivi: per i monasteri femminili dei
Seicento passò quasi esclusivamente tutta la cultura prodotta dalle donne in
quell'epoca; fiorentissima fu la produzione letteraria, che trovò le sue punte
nei diari, nelle memorie, spirituali e non, personali e collettive, nella
musica e nel teatro. Nonostante il controllo e l'interferenza dei direttori
spirituali la mole di scrittura prodotta all'interno dell'universo claustrale
in quest'epoca fu enorme.
I
monasteri femminili si specializzarono inoltre nell'educazione e
nell'insegnamento alle giovani donne dei ceti aristocratici, raggiungendo anche
in questo campo ottimi livelli di professionalità.
E’
nella seconda metà dei Seicento, inoltre, che assistiamo ad una fioritura
mistica femminile che può reggere il confronto solo con il periodo aureo dei
Medioevo: è stato chiamato, infatti, il secolo dell' "invasione
mistica".
Nonostante
la diffidenza ecclesiastica nei confronti delle espressioni mistiche femminili,
fuori e dentro i conventi le estatiche si moltiplicano. Numerosissimi sono in quest'epoca
i processi dell'inquisizione contro la simulazione della santità (il caso delle
Orsoline di Loudun è emblematico).
Il
fenomeno della mistica femminile fu affrontato nell'età moderna con maggiore
sospetto che nel Medioevo e quindi si cercò di controllare e di incanalare in
sicuri alvei istituzionali le spinte mistiche che nel Seicento erano in
ripresa.
L'accresciuto
numero di visionarie, estatiche e teologhe insidiava il monopolio maschile dei
sacro. Per questo assistiamo ad un inasprimento delle tecniche di sorveglianza
di queste espressioni individuali della religiosità femminile.
Il
chiostro rappresentò in quel momento l'unica possibilità di sopravvivenza per
la donna dotata di spiritualità eccezionale e carismatica: solo nel monastero,
passando attraverso i filtri di un rigido controllo istituzionale, poteva
ricevere il crisma dell'ortodossia. Il chiostro era un recinto abbastanza
controllabile per una santità femminile che non fosse sovversiva nei confronti
dell'assetto ecclesiastico della Controríforma e
dell'organizzazione sociale che da quell'assetto era sanzionata.
Secondo
alcuni storici vi fu, per gran parte dei Seicento almeno, il tentativo di una
mistica femminile che affermasse il proprio diritto all'esistenza al di fuori
di quei canoni-religiosi e che invece fu repressa. La chiesa avrebbe in
sostanza soffocato una parte importante della vita religiosa femminile.
Anche
se va però ribadito che questo era difficilmente evitabile, in un momento
storico in cui
Cambiò
così in profondità l'immagine della donna in religione: le fu imposto un ideale
di santità fondato più sull'eroicità delle virtù morali che sulla valutazione
delle manifestazioni straordinarie e dei doni carismatici.
I
trattati rivolti alle religiose presentano, infatti, un'immagine di monaca
perfetta che s'indirizza sempre più verso un ideale pacato, razionale, alieno
da eccessi penitenziali o mistici, che tende a privilegiare la pratica devota
rispetto alla scelta contemplativa. La stessa Teresa d'Avila,
che ha legato la sua fama soprattutto alla contemplazione e alla mistica, è
esaltata molto di più come riformatrice di ordini religiosi, come dei resto S.
Maria Maddalena dè Pazzi.
Cambia
così nell'età moderna la figura della santa: alla dimensione profetico - mistica
viene preferita quella attivistica, tipica di colei che, eminente per carità e
virtù, ha operato per la riforma della chiesa.
Il
modello della santità femminile diventa così piuttosto ascetico e caritativo -
assistenziale.
Il
Settecento opererà una ridefinizione dell'ideale
della religiosa, in cui, al modello "spagnolo", centrato sulla scelta
contemplativa, si sostituisce quello "francese", imperniato sulla
vita attiva. E’ l'immagine fornita con successo da S. Alfonso nel suo trattato
dei 1760 La vera sposa di Gesù Cristo cioè la monaca santa.
Questa
trasformazione della religiosa, nel passaggio dal Seicento al Settecento, portò
con sé anche un'apertura dei modello della perfezione cristiana alla condizione
laicale. Nella seconda metà dei XVII secolo le pur rare canonizzazioni
femminili riguardano unicamente delle monache e non laiche e le altre
condizioni femminili trovano come modello di vita perfetta e santa quello
claustrale.
Finora,
infatti, le virtù proposte a chi rimaneva nel secolo erano l'umiltà, il
silenzio, la modestia, la pudicizia spinta fino alla castità, la devozione, il
rispetto e la sottomissione totale al marito; tutte realtà che configuravano un
sistema di qualità della coniugata che ben poco si discostava dalle specifiche
virtù monastiche.
Si
osserva, però, che dagli inizi dei Settecento si sviluppa pian piano
un'immagine della santitù femminile più compatibile
con lo stato laicale e matrimoniale. Questa tendenza ricevette dal movimento
illuminista un'ulteriore accelerazione.
Quella
che si riscontra nel XVIII secolo è, infatti, una pietà sostanzialmente
antimistica, tendente a colpire il carattere visionario della spiritualità
barocca. Ci spieghiamo allora il perché di tante battaglie sostenute contro gli
eccessi femminili della santità: nel 1745 il card. Querini,
vescovo di Brescia, respinse le pressanti istanze rivoltegli dalla badessa dei
locale convento delle Cappuccine perché avviasse il processo di beatificazione
della mistica Maria Maddalena Martinengo: solo nel
I
caratteri di fondo di questa nuova spiritualità femminile, che parte dal
chiostro ma si riversa poi nel mondo, sono un impianto sostanzialmente
antimistico, l'austerità dei costumi lontana tuttavia da ogni eccesso
penitenziale, la preghiera costante ma non pervasa da tensioni contemplative
l'accento sul lavoro, sull'attività caritativa verso i poveri, sull'assistenza
ai malati, sull'istruzione dei fanciulli, sull'opera di fondazione di nuove
congregazioni religiose in cui le fondatrici esplicano energiche capacità
direttive ed organizzative: tutto rinvia alla nuova concezione della religiosa,
connotata da una scelta di vita attiva, di apostolato esterno e d'inserimento nella
società, che va delineandosi in questi decenni accanto all'antico modello
claustrale.
Nel
Settecento, in sostanza, si fa lentamente strada la convinzione che la
perfezione è raggiungibile in tutti gli stati di vita. Devozionismo
esteriore, anche spicciolo, pietà mariana, pratiche moderate di penitenza,
orazione mentale, comunione quotidiana, letture spirituali: è una via piana,
lontana da scrupoli o da ansietà mistiche, facilmente attuabile da ogni genere
di persone.
Un'ultima
cosa va rilevata, a proposito dei Settecento, un secolo durante il quale il
monachesimo femminile tradizionale è in crisi, come dimostra anche il forte
calo, numerico: comincia a configurarsi un nuovo modello di organizzazione
religiosa, attraverso la nascita di istituti e comunità femminili non
claustrali.
In
essi l'apostolato sociale e l'attività proiettata all'esterno, meglio
rispondendo alle istanze religiose ed ai bisogni sociali posti dalle profonde
trasformazioni dei mondo moderno, anticipano largamente i caratteri delle congregazioni
femminili dedite all'insegnamento e a varie forme di servizio sociale, che
fioriranno numerose a partire dall'età della Restaurazione.
L'esempio
più significativo è fornito dall'istituto delle Maestre Pie, fondato da Lucia
Filippini (1672-1732) e Rosa Venerini (1656-1728),
ossia un tipo di aggregazione femminile che si poneva in maniera nuova rispetto
al passato il problema della presenza e della posizione delle donne nella
Chiesa e nella società, innanzitutto perché superava il modello post-tridentino
di religiosità femminile claustrale.
L'istituzione
era costituita da piccolissimi nuclei, spesso formati da due o tre maestre
laiche, che gestivano scuole popolari e gratuite per fanciulle.
Attraverso
la notevole libertà di spostamento, fuori dagli spazi chiusi e controllabili
destinati alla donna, le maestre infrangevano i divieti sociali relativi alla
mobilità spaziale e sociale delle donne "sole", alle quali offrivano
uno sbocco sociale ed una funzione alternativi, rispetto ai ruoli tradizionali
di rr glie/madre e di monaca, ma ufficialmente
riconosciuti dagli ambienti ecclesiastici.
La
chiesa si mostrò attenta a quest'istituto ed alla sua evoluzione, destinato ad
influire capillarmente nel tessuto sociale attraverso il compito primario formare
le future madri di famiglia.
IV. L'ETA CONTEMPORANEA
2. La
nascita delle congregazioni religiose
3. Il
laicato cattolico femminile
Sarà
l'età contemporanea a raccogliere i frutti di questa lenta preparazione all'ingresso
più massiccio della donna nella vita della Chiesa e della società. Sappiamo
come l'Ottocento sia segnato, nella storia della Chiesa, dalla battaglia
controrivoluzionaria: un progetto di riconquista cattolica della società
elaborato dalle gerarchie ed istituzioni ecclesiastiche di fronte all'attacco
dell'ideologia liberale. In tale progetto, un ruolo dominante è assegnato
proprio alle donne.
E’
quanto si intende con l'espressione "femminilizzazione
dei cattolicesimo di fronte alla perdita delle élites
colte
Cresce
da questo momento il numero delle canonizzazioni femminili; sante e veggenti
non appartengono più, come quasi esclusivamente in passato, ceti privilegiati o
al mondo monastico.
Tra
il 1850 e il 1950 vediamo aumentare notevolmente la proporzione delle donne
canonizzate; ma questa avanzata femminile verso la santità è visibile
soprattutto nel XX secolo, periodo in cui sono state canonizzate più della metà
dei numero complessivo delle donne (30 su 50).
Non
più confinate nella dimensione privilegiata dei monastero, visioni, profezie e
rivelazioni diventano appannaggio di un laicato femminile popolare, semplice ed
ignorante, e perciò candido e vicino a Dio.
Con
maggiore frequenza, a partire dall'Ottocento, la nuova equazione
santità/povertà sostituisce l'antico nesso santità/aristocrazia.
Reciprocamente
la maggiore vicinanza a Dio degli umili, dei bambini e delle donne,
testimoniata da miracoli e visioni, ristabilisce e conferma l'autorità della
chiesa; le visioni di Lourdes e di Fatima nel XX secolo sono perfettamente
integrate in questo sistema.
La
chiesa instaura con le donne un rapporto privilegiato, segnato tuttavia da una
forte valenza ideologica e politica.
Questo
protagonismo femminile si articola nell'immagine della "madre
cristiana" e in una figura nuova, quella della suora.
Al di
là degli stereotipi romantici, che esaltano la madre tenera ed affettuosa, che
cura i figli nell'anima e nel corpo, inculcando loro i principi religiosi e
morali, è importante sottolineare che
E’
vero che i canoni della società borghese continuano ad imporle la
sottomissione, l'obbedienza e la passività nei confronti dei marito: ma non si
può negare il suo vasto potere di controllo sulla vita familiare, soprattutto
in funzione mediatrice tra il marito ed i figli.
L'altro
modello femminile cattolico è quello offerto dalla suora, una figura finora
pressoché sconosciuta, resa possibile nell'Ottocento dalla nascita e dallo
sviluppo, a tratti incontenibile, delle congregazioni femminili di vita
attiva.
Le
nuove fondazioni religiose creano, infatti, una nuova figura di donna che si
adegua alle esigenze interne al mondo cattolico, volte a far fronte al
mutamento dei tempi con una presenza più libera ed incisiva nella vita sociale.
Pensate che in Italia, tra 1800 e 1860, si aprono ben 127 nuove fondazioni, (le
Ancelle della Carità nel 1844) con una netta dislocazione geografica al centro
nord.
Queste
nuove realtà, raccogliendo l'esperienza precedente delle case e delle scuole
delle terziarie, accentuano la funzione e l'impegno sociale (educazione ed
assistenza in massima parte), che le rendeva accettabili e necessarie e ne
consentiva la sopravvivenza.
Una
novità rilevante in questi istituti è data dalla struttura fortemente centralizzata
di governo, in cui la figura della superiora generale, che sottraeva almeno di
fatto tali organismi all'autorità degli ordinari locali, costituiva un’assoluta
novità nell'ambito dell'organizzazione ecclesiastica femminile.
Questa
figura, oltre a garantire l'autonomia della fondazione, attribuiva un'ampia
autorità di direzione di grossi istituti ad una sola donna, senza la tutela
maschile di un superiore ecclesiastico. "Una gran macchina quasi
interamente mossa dal braccio di una donna": così erano descritti, a metà
secolo, i poteri della superiora generale di una congregazione.
Per
quanto riguarda il governo delle congregazioni religiose femminili confermiamo
che, nonostante le resistenze della gerarchia motivata da indubbia sfiducia
nelle capacità femminili, emerge di fatto un ruolo ecclesiale femminile
dirigente, quello delle superiori generali di congregazioni.
Questa
battaglia per l'autonomia passa anche per una trasformazione radicale
dell'amministrazione economica; se fino a quel momento il monastero era
amministrato da un procuratore, le nuove istituzioni si organizzano con
un'amministrazione centralizzata, alle dirette dipendenze della
superiora.
Queste
nuove congregazioni si mantengono in pratica sull'attività professionale svolta
dalle suore. Era quindi indispensabile che le superiore fossero dotate di
capacità finanziarie di tipo imprenditoriale. Una figura femminile che
costituisca un'assoluta novità, sia perché ricopriva un'alta carica e si
spostava con facilità e destrezza da una sede all'altra (in un'epoca in cui le
donne dovevano spostarsi il meno possibile), ma soprattutto perché amministrava
beni di una certa consistenza, prendendo coraggiosamente decisioni di
investimento, che comportavano indebitamenti e rischi.
Oggi
è diventato comune parlare di donne in carriera, di pari opportunità,
giustamente: va ricordato che la donna ha fatto per la prima volta questa
esperienze nuove non nell'ambito laico, ma in quello ecclesiastico.
Esempio
più riuscito di fondatrice-imprenditrice è forse S. Francesca Cabrini che alla sua morte, avvenuta a Chicago nel 1917,
poteva contare su 67 istituti da lei fondati, che avevano come scopo
l'educazione e la cura degli orfani e degli infermi.
Era
leggendaria la sua abilità nel preparare i contratti, sventando le trappole che
in vari casi le erano state approntate da non troppo devoti avvocati.
Seppure
con capacità meno spiccate, molte altre fondatrici seguivano questa via e
passavano, dopo la fondazione di case in Italia, ad espandersi nelle zone di
missione.
Non
mancarono difficoltà, avanzate da ampi settori della chiesa, che insistevano
sulla "debolezza del sesso sulla mancanza dei l'autorevolezza necessaria
per guidare organismi religiosi tanto complessi, sulla indecorosità
insita nella necessità di viaggiare e di spostarsi da una casa all'altra. Tali
difficoltà, tuttavia, un po' alla volta caddero.
Le
nuove congregazioni religiose sembrano dunque configurare una svolta di
autonomia, di autorevolezza e di emancipazione della donna.
In
una fase storica sostanzialmente segnata dall'antifemminismo queste
aggregazioni religiose, laicali e non, fornirono possibilità d'estrinsecazione
della propria individualità, reali democratizzazioni degli accessi, ampi spazi
sociali d'intervento, in precedenza impraticabili, attraverso impieghi di
responsabilità, ed offrirono forse il solo mezzo che permettesse si sfuggire
alla subordinazione familiare, assicurando rispettabilità e protezione
sociale.
Sarebbero
tanti gli esempi che confermano che per una donna, nel XIX secolo, divenire
religiosa in una delle nuove congregazioni poteva significare possibilità di
viaggiare, mobilità sociale, istruzione od almeno apprendimento di una
professione, possibilità di amministrare ingenti capitali, soprattutto sfuggire
ai potere delle famiglie e non sentire come inferiore la condizione di donna.
La fondazione delle congregazioni è una forma di emancipazione femminile non
solo nei confronti della chiesa, ma anche della società laica.
Verrebbe
altresì da chiedersi: cosa ha fatto lo Stato italiano liberale per la
promozione della donna proprio in un momento in cui, in questo campo, la chiesa
l'ha abbondantemente anticipato?
La
chiesa, per mezzo delle figure della "madre cristiana” e della religiosa
di vita attiva, ha quindi fornito per buona parte dell'Ottocento un notevole
contributo alla costruzione di un'identità sociale femminile.
Con
il Novecento il compito della Chiesa appare quello di affrontare un nuovo
nemico, molto più indifferente dei precedente alle sue condanne: la
secolarizzazione.
In
questo difficile frangente, che la obbliga ad una reazione contro la
laicizzazione della società, il ruolo delle donne assume grande importanza,
inedita per una chiesa tendenzialmente misogina, soprattutto nel clero.
Queste
osservazioni valgono, tuttavia, almeno per la prima metà dei secolo, solo per
le donne non consacrate.
Assistiamo
infatti, per quanto riguarda la vita religiosa femminile dei primi decenni, ad
un processo di involuzione.
Innegabilmente
si cercò di arginare la spinta innovativa delle nuove congregazioni, abolendo
la temporaneità dei voti e limitando la libertà, ristabilendo una netta
differenza tra congregazioni maschili e femminili.
Così,
mentre nel 1919 lo stato italiano emanava una nuova legge che concedeva
capacità giuridica alle donne, ammettendole ad esercitare a pieno titolo tutte
le professioni, il diritto ecclesiastico si muoveva verso una progressiva
chiusura.
Alcuni
provvedimenti ci aiutano a capire meglio l'allarme che suscitava nella chiesa
l'avvicinamento delle religiose alle attività d'apostolato tradizionalmente
esercitate dai sacerdoti: nel 1903 Pio X esclude le donne dal canto sacro,
considerato "ufficio liturgico".
Anche
alle suore che ormai si affiancano al parroco nell'attività parrocchiale è
proibita la partecipazione al coro parrocchiale.
Lo
stesso aiuto da loro prestato per il catechismo viene permesso in via
provvisoria "solo in mancanza di sacerdoti".
Non
dimentichiamo poi, per restare su un terreno a noi più familiare, le difficoltà
di don Arcangelo Tadini per la fondazione della sua
originale congregazione di suore operale, dovute alle resistenze incontrate in
Curia.
Le
novità nel Novecento dovevano venire non tanto da nuove fondazioni religiose,
(eccezion fatta per le Figlie di S. Paolo di don Alberione),
ma dal laicato dell'Azione Cattolica e dagli istituti secolari.
Globalmente
considerato, il XX secolo ha comunque assistito al consolidamento di
un'alleanza, quella tra donne e Chiesa, imposta inizialmente dalle circostanze,
forse iniziata di malavoglia, ma che si sarebbe rivelata di grande utilità per
Si
rafforza la consapevolezza che le donne stanno diventando un luogo strategico
della difesa della fede e dei diritti della chiesa di fronte alla secolarizzazione
maschile, un solido punto di partenza per la riconquista della società
laica. Soprattutto a partire dagli anni Trenta dei Novecento, la presenza
femminile costituisce un'importante componente dei successo politico dei
partiti cattolici e di una sorta di nuova cristianizzazione della vita sociale.
E’ tra il 1945 e gli anni Sessanta che la chiesa raccoglie i frutti dei
rapporto privilegiato con le donne che aveva in precedenza costruito: in questi
anni esse costituiscono la parte più attiva e preparata delle organizzazioni
cattoliche, trovando al loro interno spazio per affermarsi nella vita
pubblica.
Le
posizioni d'apertura ad un impegno sociale femminile incontrarono inizialmente
forti resistenze all'interno della Chiesa, molto attenta ai fermenti sociali
che coinvolgevano le donne.
Ma è
a mons. Radini Tedeschi, vicepresidente dell'Opera
dei Congressi, consapevole dell'importanza dei femminismo nel primo decennio
dei Novecento, che si deve la prima esposizione in una sede ufficiale, il
Congresso dei 1900, dei progetto di un'organizzazione femminile cattolica che è
stato considerato il manifesto italiano dei femminismo cristiano, ineguagliato,
per carica innovativa, fino all'enciclica giovannea Pacem
in terris. Con Radini
Tedeschi si arriva alla prima legittimazione teorica dei ruolo pubblico
femminile.
Nel
1903, al Congresso di Bologna, fu istituita una sezione femminile dell'Opera
dei Congressi, all'interno della quale svolse un ruolo di primo piano Adelaide Coari, un'esponente di spicco dì un'associazione femminile,
il fascio democratico cristiano femminile, dall'attività molto intensa:
organizzava infatti associazioni operaie, scuole di economia domestica e di
lavori, circoli di studio, dava impulso a campagne sociali per tutelare le
condizioni di donne e fanciulli e promuoveva il diritto di voto per le donne
(contro le resistenze di Pio X, contrario al voto femminile). Il Fascio aveva
anche un suo periodico, Pensiero ed Azione, soppresso nel 1908, che si
rivolgeva alle operaie, cercando di educarle e prepararle alla realizzazione di
una forte associazione operala femminile.
Le
dirigenti cattoliche di associazioni femminili presentano un nuovo modello di
donna: si muovono sole, svolgono attività pubbliche di tipo maschile, come
dirigere riviste e organizzazioni sociali, parlano in pubblico. Il loro
comportamento è oggettivamente trasgressivo rispetto alle regole
tradizionali.
Anche
se l'emancipazione femminile doveva avvenire sotto il controllo e la tutela
della Chiesa è innegabile l'allargamento, ad opera delle donne cattoliche, dei
ruoli tradizionali femminili, che estesero il loro raggio di intervento a
settori pubblici fino allora considerati esclusivamente maschili.
Una
citazione particolare merita a questo punto la figura di Armida Barelli, una
giovane milanese che, in collaborazione con Padre Gemelli, fondò
un'associazione di gioventù femminile contraddistinta dall'apostolato
militante: la donna, da alleato debole della chiesa, doveva diventare lo
strumento di riconquista cattolica della società.
Era,
Riunioni,
ritiri, pellegrinaggi, raduni nazionali fornirono alle giovani occasioni per
viaggiare, conoscere persone nuove, aprirsi la mente, parlare in pubblico,
migliorare la propria cultura, generale e religiosa.
Si
trattava di attività molto impegnative, anche se svolte all'interno di una
struttura autoritaria e sotto il controllo di assistenti ecclesiastici e
parroci, quindi rassicuranti.
Nell'età
contemporanea proprio all'interno di un'istituzione,
Il XX
secolo è un momento cruciale di passaggio nel rapporto fra donne e chiesa
cattolica.
Imposta
dalle circostanze esterne, che avevano segnato l'allontanamento degli uomini
dalla religione, la presenza femminile nella chiesa aveva utilizzato le
possibilità di affermazione che le si aprivano, contrapponendo alla resistenza
ed al rifiuto dell'istituzione ecclesiastica la forza di una realtà sempre più
necessaria e qualificata.
I
divieti ed i rifiuti che la chiesa in un primo tempo oppone alle nuove forme di
protagonismo femminile sono poi sempre travolti dai fatti concreti, che
provocano la loro cancellazione qualche decennio dopo.
A
favore delle donne, infatti, giocano sia la tendenza ad allargare a loro le
libertà democratiche che caratterizzano la società italiana, sia l'importanza
numerica che ormai detengono all'interno del mondo cattolico. A differenza
delle laiche, infatti, le donne cattoliche possono contare sulla necessità, da
parte dei clero di appoggiarsi a loro per agire nella società, data la
diminuzione delle presenze maschili sia nella vita religiosa sia
nell'apostolato laicale.
CONCLUSIONE
La
conclusione di questo percorso storico dei rapporto tra Chiesa e femminilità
vorrebbe essere un tentativo di risposta a queste due domande:
1) Il
cristianesimo ha costituito un elemento di oppressione o di valutazione
per la donna?
2) Alla
luce dei passato, cosa può offrire la donna alla Chiesa d'oggi e di
domani?
I. La
risposta che possiamo dare alla prima domanda non può essere categoricamente
netta e definita.
Il
gran servizio reso dalle discipline storiche è proprio questo: aiutare a capire
quanto la realtà sia complessa, ricca di sfumature e quanto ogni
semplificazione corra il rischio d'essere ingiusta.
Credo
che si possa sostenere che, in conformità a quanto abbiamo visto, le
potenzialità emancipatrici dei cristianesimo nei confronti della donna si sono
realizzate solo in parte. E’ stato il cristianesimo a presupporre per primo
un'eguale dignità spirituale a donne e uomini (pensiamo solo alle figure femminili
dei vangelo) e a porre le basi per un'uguaglianza fra i sessi.
Specialmente
nei primi secoli, la donna nella chiesa ha interpretato ruoli e rivestito
responsabilità di carattere innovativo, se non rivoluzionario.
Con
l'epoca costantiniana e l'assestamento della chiesa
appaiono però i primi segni di una certa misoginia ecclesiastica che tuttavia,
pur rafforzandosi coi tempo, non impedirà alle donne di affermare una precisa
identità: il cristianesimo ha rappresentato per non poche di loro l'unica possibilità
per accedere alla cultura, a posti di responsabilità e di potere.
La
storia ha evidenziato come la peculiarità religiosa femminile, che risiede
nella profezia e nella dimensione contemplativa, sia stata, almeno da un certo
momento in poi, notevolmente ridimensionata ed indebolita.
Il
rapporto col divino in una modalità meno razionale creava problemi ad una
chiesa che, investita per secoli dei compito di reggere la società, non poteva
non privilegiare il potere sul carisma.
E’
questa, io credo, la ragione per cui, ad un certo punto, la mistica femminile e
certe intuizioni tipiche dei genio della donna (penso ad esempio a quella di S.
Angela) sono state, se non represse, almeno controllate, o ridotte entro limiti
più facilmente contenibili.
Il
percorso storico da noi seguito ci lascia al termine una sensazione di
incompiutezza: il cristianesimo ha dato sì alla donna una libertà di tipo
radicalmente nuovo, notevoli spazi di creatività che le hanno permesso di
realizzare veri e propri capolavori di umanità e di santità; ma, nel suo
insieme, non le ha forse permesso di esprimere ancora tutta la sua ricchezza ed
il suo potenziale.
II.
Alla luce della storia è apparso abbastanza evidente come la donna si rapporti,
rispetto all'uomo, in modo diverso di fronte alla realtà e che potremmo
chiamare, come abbiamo visto a proposito della mistica femminile medievale,
atteggiamento contemplativo.
Gli
studiosi della materia affermano che il mistico è in atteggiamento femminile,
aperto all'accoglienza dei Dio che viene: accoglienza che, in una maschia
cultura produttivistica, tutta protesa al fare, non gode di gran
reputazione.
Proteso
com'è, infatti, al fare ed al produrre, il nostro modello antropologico
prevalente ha ben scarse capacità contemplative che la presenza della donna può
aiutare a recuperare.
Le è
naturale quest'attitudine alla gratuità, all'ascolto dei Dio che abita in noi,
al concavo silenzio. Solo la donna può realizzare questa pedagogia
contemplativa veramente contestatrice ed alternativa alla cultura
vigente.
E'
quella richiesta alle donne, un'opera di rieducazione a valori in disuso come
la ricettività, la passività, la fantasia, la dimensione artistica, poetica e
ludica della vita. Di fronte all'efficientismo della cultura prevalente, tutta
tesa al calcolo ed al consumo degli uomini e delle risorse della natura, viene
richiesto alle donne di rieducare alla vita come imprevedibile avventura, in
cui tutto non può essere calcolato e che quindi richiede quella capacità di
abbandono che l'uomo moderno sembra avere dimenticato.
Non è
forse questa un'interpretazione possibile dei racconto biblico dei primo
incontro tra l'uomo e la donna? Le prime parole dei primo uomo sono le prime
parole di poesia che troviamo nella Bibbia, parole che gli vengono strappate
proprio quando Dio gli porta in dono la sua compagna. La propria storia chiede
alla chiesa un maggior ascolto delle donne. il loro modo di leggere ed
interpretare la vita ha una rilevanza che deve segnare un cammino pastorale che
non può vederle permanentemente orientate solamente ad essere brave e fedeli
esecutrici, quasi vergognose e timide di fronte alla forza che potrebbero
esprimere in novità.
La
storia chiede alla chiesa di non temere le donne, come spesso è avvenuto e di
ricordarsi di più delle parole con cui l'angelo, parlando a Giuseppe di Maria,
gli dice di non aver paura, perché "ciò che è generato in lei viene dallo
Spirito Santo".