Parlando dalla sovrabbondanza del cuore

 

E' davvero imbarazzante esprimersi per raccogliere il pensiero di coloro che hanno scritto, come pensavo di dover fare. Ma non mi piace nemmeno tirar fuori il mio discorsetto sull'amore difficile, che Ester sembra avere trattato in maniera davvero esaustiva. Il suo scritto ha rilevanza soprattutto perché sembra raccogliere tutti gli elementi che compaiono qua e là, non solo in questo Forum, ma anche in tante lettere che riceviamo (ecco perché uso il temine "esaustivo", che non vuol dire accettabile il cento per cento). E' uno scritto interessante principalmente perché sgorgato dal cuore e dalla mente di chi ha vissuta fino in fondo l'esperienza che narra; ricco di osservazioni sulla figura dell'ALTRO, il prete, che corrisponde ad una realtà fin troppo vera, fin troppo plurale, riguardante - addirittura - non solo la persona che si conquista l'amore di una donna, bensì anche molte altre che quell' amore non hanno provato o si son negato.

E' fin troppo facile attenuare i toni di una descrizione veristica per chi cammina sui principi o sa argomentare in maniera razionale e quindi sa usare termini dai toni pacati e saggi; per chi non sente come suo il problema o per chi vi si immedesima dall'esterno guardando più vasti orizzonti, entro i quali il fatto di un innamoramento con le sue comprensibili vicende appare ridimensionato o da ridimensionare.

C'è poi un fattore che s'insinua nel cuore del discorso: la Chiesa, con le sue leggi, da una parte, e la delusione, se non la rabbia, e quant'altro si sommuove nell'animo umano di fronte alle contraddizioni proprie di un'istituzione la quale dovrebbe essere tutt'altro che simile ad un luogo di potere impietoso. La donna vede il suo uomo come impedito, condizionato, come anche "deformato" proprio da questo tipo di Chiesa, e sente l'ingiustizia di vedere deluse le aspettative che lui stesso ha lasciato attecchire nel cuore di lei, anche col solo dare amore nel modo più umano: ecco la trappola; lui si rivela davanti alla donna come innamorato, amante, alla pari, forse con maggiore ingenuità di quanto non possa fare un altro uomo; e allora l'impedimento che il prete fa vedere alla donna non è la mancanza, la fine dell'amore, ma la legge e tutto ciò che lo condiziona severamente a non trasgredire… Anche la sua immaturità cronica scarica sulla donna grosse frustrazioni (e la donna si sente, in realtà, un po' mamma: il difetto delle donne!).

Su quest'asse si gioca l'ambiguità dell'amore difficile o impossibile di cui parliamo. Quindi il resto dei discorsi su ciò che è comune in ogni tipo di amore, sono sprecati se non controproducenti per chi si trova "in situazione".

Allora ci limitiamo a raccogliere il grido dell'oppressione, o mandiamo in terapia i soggetti? Oppure, meglio, diamo suggerimenti concreti, nonché solidarietà per lenire i sintomi più acerbi del dolore?

E nei riguardi della Chiesa, cosa facciamo: cerchiamo di mostrare il bene che essa opera ed "è", o addirittura consigliamo alle stesse persone ferite di portare il loro contributo di sofferenza per la salvezza cristiana da portare nel mondo? Oppure ci uniamo al coro a parlare e ad agire-contro, abbandonandola, rimproverandone l'agire anti-evangelico? Il fatto che ci dichiariamo "donne contro il silenzio" potrebbe farci identificare con quest'ultimo tipo di atteggiamento (se così fosse, senza i necessari ‘distinguo’ non faremmo bene, a mio parere).

Sono tanti gli interrogativi che ho posto, che basterebbe riflettere su ciascuno di essi per trovare, alla fine, una conclusione, certamente approssimativa, ma conclusione.

Mi limito a dire la mia esperienza personale, non perché serva come modello (!), ma perché potrebbe avere un carattere di concretezza maggiore di ogni discussione. Io capivo che non mi giovava quell'amore: per la mia famiglia, per la società, per le conseguenze (pane e lavoro e stima e posizione ecclesiale e sociale…). Non volevo quell'amore; e più non lo volevo, più, come dice Ester, mi appariva unico. Ho fatto un bilancio, un po' razionale, un po' affettivo: per vedere quale fosse il mio maggior bene e quale la mia migliore realizzazione. Però, dopo essermi fatti i conti, e dopo essermi decisa a vantaggio mio, mi sono chiesta la stessa cosa nei suoi riguardi. Quindi ne abbiamo parlato insieme. Ad un risultato siamo pervenuti, sia pure non del tutto splendido: un amore clandestino è sempre un amore a metà; non attraversa la prova della condivisione "nei dolori e nelle gioie della vita", se non a metà. Allora? Abbiamo deciso a metà: io mi sono dichiarata pronta a troncare (con la morte nel cuore), e lui invece non ce l'ha fatta. E allora ci siamo "unificati" nella decisione. Accettando poi un mare di guai, ma almeno nella certezza di avere SCELTO.

E chi resta deluso dal suo compagno, che non sa decidere? Faccia di necessità virtù: unendo la sua sofferenza a quella di tante altre che nel mondo non mancano (consiglio saggio: ci sono cascata anch'io nel fare la saggia!). Non è poca cosa una delusione di amore del genere (di cui trattiamo). Perciò fanno molto male quelli che fanno i censori, anche se con tutta la benevolenza del mondo. Aiutino piuttosto con tanta, ma tanta amicizia… Oh se imparassimo ad amarci tutti! A solidarizzare davvero, ad essere dalla parte di chi più soffre! Non per nulla "donne-così"  e formato da donne di qualsiasi provenienza: via i ghetti!!!!

E nei riguardi della Chiesa?

Di essa bisogna avere idee chiare: distinguere l'umano fallibile, ma non dimenticarci che abbiamo bisogno di una comunità in cui esprimere la fede… Dire la verità là dove c'è l'ipocrisia, se fatto con insistente e forte, anche dura benevolenza (= volere il bene), è proprio dello spirito profetico. O ci facciamo capaci di esserlo, pagando la moneta dell'amore, o è inutile dire-contro: a che pro? Per farci tappare ancor più la bocca?

Profezia è chiarezza, di visione delle cose, oltre le cose, pagando di persona. Il profeta parla e si fa ascoltare, anche se parla dal deserto.

Perciò, riferendomi all'ultima lettera, quella di Ester, chiedo alle donne e a tutti: aiutiamo chi soffre lacerazioni simili, che, tutto sommato, hanno le loro radici in una formazione clericale che non è certamente rispettosa della dignità della donna e fa del prete un funzionario della chiesa, arroccato alla sua alta collocazione…

A. R.