Premessa di Adriana Valerio
al libro “Oltre il nulla” di A.
Riggi Pignata
Una donna di Samarìa incontra Gesù al pozzo di Giacobbe. E’ donna,
straniera, di religione scismatica, di razza spuria, con situazione familiare
discutibile. Tra loro si instaura un dialogo in una situazione estrema,
paradossale (un giudeo si ferma a parlare con una donna impura?), che fa
maggiormente risaltare
l’inconciliabilità della nuova fede in Cristo con l’antica religione del Tempio
e della Legge.
A lei,
la donna, Gesù manifesta la realtà di un culto escatologico che attinge la vita
dallo Spirito:
“Credimi, donna, che viene un’ora in cui
né su questo monte [Garizim] né a Gerusalemme adorerete il Padre […] ma viene
un’ora, ed è adesso, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e
verità” (Gv. 4,21ss).
Il mondo è svuotato di sacro (solo lo
Spirito pone a contatto diretto con Dio superando la mediazione del Tempio e
del sacerdozio umano) e non è più demarcato dal sistema di purificazione che
divide le persone e le cose in pure e impure: la santificazione è all’interno
dell’essere umano.
Questo brano del vangelo di Giovanni è solo
uno degli episodi che mette in luce la novità del messaggio di Gesù di Nazareth
relativamente all’apparato cultuale e religioso del tempo, ma anche, e
soprattutto evidenzia la peculiarità del suo modo di rapportarsi alle donne non
più giudicate impure, né considerate marginali, bensì ritenute protagoniste:
anch’esse discepole e apostole, testimoni e missionarie.
Non sta a me ripercorrere in questo contesto la storia delle donne nel Cristianesimo che certo ha preso altra piega rispetto tanto allo stile di Gesù, quanto alle articolate modalità di partecipazione che Paolo di Tarso - pur con i suoi limiti culturali – aveva comunque consentito alle sue collaboratrici. La lenta trasformazione del Cristianesimo da movimento all’interno del giudaismo a religione dell’Impero Romano ha ridisegnato linguaggi, ruoli, organizzazioni, criteri di verità che hanno ricondotto il femminile in quei luoghi segregati e controllati che pure il messaggio originario sembrava aver radicalmente infranto.
Il monachesimo femminile ha una storia a sé all’interno della più ampia articolazione della vita sociale e religiosa che riguarda le donne. Una storia che non può essere liquidata con schemi semplificatori perché variegata, contraddittoria, dalle molteplici sfaccettature, dove il ruolo della donna va di volta in volta analizzato e compreso. D’altra parte la stessa figura femminile consacrata a Dio conosce una varietà di soluzioni (eremita, monaca, suora, oblata, bizzoca, monaca di casa …) che dicono differenze giuridiche, ma anche diversità di percorsi e di attività con soluzioni spesso sorprendenti. La comprensione di questi fenomeni risulta inoltre tanto più difficile, quanto più si consideri come per tutto il medioevo e per l’età moderna fin troppo spesso la vita monacale delle donne non rappresenti la risposta a una propria scelta interiore, bensì rifletta problemi sociali di eccedenza femminile, permettendo alle escluse dalla contrattazione matrimoniale di trovare un luogo sicuro, una sistemazione “onorevole”.
Dopo il Concilio di Trento, e possiamo dire fino al Concilio Vaticano II, la riforma intrapresa nei riguardi dei monasteri femminili risultò faticosa, deludente, parziale, spesso fallimentare (cf. Donne e religione a Napoli, secoli XVI-XVIII, a cura di Giuseppe Galasso e Adriana Valerio, Franco Angeli, Milano 2001). Riuscì certamente a disciplinare la vita claustrale secondo le misure del silenzio e dei gesti misurati, orientando le donne verso una vita di sobrietà e di moderazione, dove spesso la monacazione risultò luogo asfittico legato alla cieca obbedienza: un’obbedienza richiesta spesso da autorità crudeli (confessori, padri spirituali, ma anche madri superiore) per piegare individualità, per spegnere creatività. Ma le donne, sottomesse, hanno tentato di opporvi resistenza? Già Caterina Vegri da Bologna (1413-1463) vide nell’esortazione all’obbedienza cieca una tentazione diabolica perché andava contro la coscienza (Sette armi spirituali, VII). Ma anche in età controriformata Maria Celeste Crostarosa (1696-1755, ispiratrice e promotrice originaria dei Redentoristi) si oppose al direttore spirituale che la faceva sentire “violentata e afflitta” (Lettera XIX). E, più recentemente, Gaetana Sterni (1827-1889, fondatrice delle suore della Divina Volontà) avvertì “ripugnanza” all’intera sottomissione della volontà (dovette, tra l’altro bruciare i suoi scritti per ordine del confessore), non nascondendo dubbi e avversioni nei confronti dell’obbedienza, soprattutto quando non conforme ai bisogni della carità o alle esigenze della libertà (Autobiografia).
Sono questi solo alcuni tra gli innumerevoli casi che la ricerca storica sta portando alla luce, che, pur in contesti storici diversi, dicono la conflittualità spesso irrisolta tra l’arbitrio dell’autorità che chiede dipendenza e negazione dell’io e la ricerca da parte delle donne del proprio “esserci” e, per le credenti, di un itinerarium fidei nell’ascolto di una coscienza trasformata dall’incontro con il Cristi vivente.
I drammi umani che si sono consumati nei monasteri, apparsi anche in alcuni classici della letteratura religiosa (vedi Arcangela Tarabotti, Inferno monacale, 1650; Enrichetta Caracciolo, Misteri del chiostro napoletano, 1864), riguardano soprattutto vite, sconosciute ai più, che gridano nel silenzio di un dolore soffocato. Esse aspettano ancora di emergere sia dagli archivi dove si custodiscono i rari scritti delle donne, sia dalle stesse testimonianze a noi contemporanee. E’ il caso di questo libro coraggioso che fa uscire fuori dagli archivi della memoria una tragedia troppo spesso ignorata. Un libro testimonianza scritto con eleganza e con linguaggio scorrevole, proprio e avvincente che maggiormente fa risaltare il contenuto drammatico del racconto.
Le parole di Ausilia Riggi, la ricostruzione lucida della sua esperienza ci mettono in un mondo di umiliazioni e di resistenze, di dolore e di speranze, di amarezze e di gioie, di sentimenti contraddittori, di momenti strazianti orientati verso l’ombra luminosa del Nulla.
Un’esperienza
che dice anche la scissione con il proprio corpo di donna: da non amare o
curare, ma solo da coprire, imprigionare, umiliare; che dice il soffocamento
dei propri sentimenti: verso le consorelle che si vorrebbero amiche, verso
Un’esperienza
che – ce ne rendiamo conto entrando sempre più nella narrazione - può portare a una devastante follia … o alla
“follia” della santità. La vita
religiosa, paradossalmente, può incamminarsi su un doppio binario, tracciando
la strada tanto dell’affermazione, quanto della cancellazione dell’identità.
Attraverso l’esperienza conventuale le donne, nonostante tutto, hanno potuto attingere a principi di forza, di
riconoscimento di sé. Il Vangelo letto, meditato, assimilato ha costituito
nutrimento, occasione di ritrovare se stesse, la propria dignità e identità.
Nonostante.
Ma se per alcune il convento ha tracciato la via maestra per la santità e per affermare la propria personalità, per altre ha costituito il luogo della disperazione, della malattia, della follia (schizofrenia, autolesionismo, paranoia, anoressia, isteria…).
Ausilia e le altre donne coraggiose che, in questo libro di riflessioni e di testimonianze, raccontano la propria vita religiosa con pudore, ma anche con molta forza, mettono in evidenza ora luci, ora ombre di un’esperienza che ha segnato per sempre la loro esistenza, sia che l’abbiano accettata, sia rifiutata o cambiata.
Resta comunque un grande dolore (per le umiliazioni subite, per le occasioni mancate, per i sentimenti inespressi, per le parole non dette, per gli ideali soffocati) e un’immensa solitudine che accompagna un cammino di fede fatto più di oscurità che di soavità, più di fame che di nutrimento. Il silenzio di una fede che non dà risposte.
Storie e dolori che non possono lasciare indifferenti i lettori e soprattutto i credenti. La vita religiosa va rivista e diversamente riproposta, tanto alla luce di quel messaggio evangelico tante volta tradito, quanto alla luce di una maturata consapevolezza di laicità che contraddistingue oggi l’essere nel mondo dei cristiani. Non entro nel merito della questione, ma tengo a dire che anche per l’esperienza religiosa occorre, per parafrasare le parole di Virginia Woolf (Le tre Ghinee), usare “nuovi metodi” e trovare “nuove parole” per creare gli spazi istituzionali che consentano alle persone di esprimere la propria identità e differenza, in una fede che faccia sentire al credente, uomo e donna, la libertà dell’essere figlio e figlia, comunque erede di un Regno annunciato, di condivisione, di corresponsabilità e di gioia: luogo di salvezza per tutti.
Adriana Valerio Teologa. Università "FedericoII", Napoli