
TO 26/3/2000
Carissimi,
faccio finta di aver tempo da perdere e scrivo a voi. Convinta che non è affatto tempo perso.
Attingo quanto dico alla "sovrabbondanza del cuore", sicura di riuscire a tirar fuori solo una minima parte di quanto sento.
Anzitutto un grazie. Ma non un grazie quale sarebbe facile immaginare: per avere accolto l'invito a venire a casa mia a discutere di cose che mi interessano. Perché in tal caso preferisco coloro che si defilano.
Il grazie verte su una speranza: di avere trovato in voi persone che condividono un ideale. Io agli ideali ci credo e ne vivo. Questi mi premono molto di più del mio "io" che detesto ogni giorno di più (sarà l'antica formazione, ma di fatto io sono ancorata all'ascetica dell'annichilimento, quando si pratica in funzione di far riempire il proprio nulla da Dio).
Ebbene, se voi siete venuti per portare il contributo ad una causa che sentite vostra, allora vi dico grazie per la gioia che mi date nel constatare che siamo uniti attorno a qualcosa per cui valga la pena impegnarsi. Allora, un grazie che anche voi potreste dire a me: meglio, che potremmo tutti/e scambiarci vicendevolmente.
E' vero ciascuno/a di noi ha già orientato i suoi ideali verso vie concrete di attività e non ha tempo da spendere per altro. Ma il far posto a quest'ultimo (ideale) sicuramente sintonizza con gli altri, e non deve sottrarre nulla ai primi.
Preciso di quale ideale parlo. La cosiddetta causa dei preti sposati non è stata mai la causa delle loro donne. Quest' ultima è stata addizionale, per non dire in margine alla prima. Far sì che la causa sia vista in maniera paritetica sarebbe un po' un fatto nuovo, per il semplice motivo che la donna solitamente tace o si accoda o preferisce non condividere il richiamo al passato, o giudica tempo perso "parlare", eccetera. Manca la chiarezza dell'impostazione del problema delle donne che vivono drammaticamente il loro coinvolgimento affettivo nei riguardi del prete: comprese le perpetue e tutte le donne le quali, prestando il loro servizio attorno al prete, realizzano un loro sogno di essere utili, dimenticando che la propria autonomia spirituale (questo termine è comprensivo di tutto ciò che riguarda la dignità umana, non va inteso spiritualisticamente) dovrebbe essere prioritaria.
Però troverei fuorviante e inaccettabile che qualcuno/a si prestasse “ad aiutare me”, sia pure con tutta la buona volontà collaborativa. O si sente il problema o non è il caso di perdere tempo.
Intanto è bene fare delle precisazioni.
Il problema investe diversi aspetti e perciò va affrontato da tanti versanti. Semplificando, diciamo che è opportuno muoversi, per così dire, a cerchi concentrici: a partire da 1) quello delle donne-dei preti che vivono da clandestine a 2) quello delle mogli (dei preti) che rimuovono la tematica e si disinteressano delle prime, a 3) quello delle donne-suore, con le quali sarebbe utile affrontare il tema del discepolato impegnato, senza tutele direttive, col nostro semplice relazionarsi; a 4) quello delle donne nella Chiesa le quali, anche se "fanno teologia", la fanno secondo l'ottica maschile, a 5) quello delle donne in generale, a 6) quello delle donne del terzo mondo - soprattutto le "schiave", a 7) quello di chiunque sia discriminato perché diverso, eccetera.
Siccome nessuno può abbracciare tutto, il piccolo gruppo “Donne Co-sì” comincia a farsi carico di un esiguo trascurato settore: quello delle donne che tacciono, soffrendo, perché non trovano o temono di non trovare il giusto spazio, nella Chiesa e nella società, per esprimersi, e/o hanno introiettato la discriminazione, tanto da ritenere di doversi rifugiare in una normalità, dietro la quale venga occultata l'identità del marito.
Allora l'impegno attuale è: fare emergere il sommerso per una vera liberazione a) dei soggetti in causa, b) della società, c) delle istituzioni. Conservare questo ordine è importante, non perché una cosa valga più dell'altra, ma perché bisogna partire dal concreto: e i principali motivi di sofferenza sono all'interno della persona; mentre la causa esterna più palpabile è da ricercare nell'opinione pubblica, che veicola tabù paralizzanti. Possiamo fare tutti i discorsi teologici che vogliamo (e dobbiamo farli), ma, se non giungiamo alla gente, e gente comune, non necessariamente credente, tutto è inutile.
A. R. P.