A dire il vero non ci piace battere sempre sullo stesso chiodo, ma se qualche scritto ci offre l'occasione per correggere certi paradigmi, lo facciamo. Leggere alla fine
 

Gli ex preti messi al bando
PERCHÉ NON POSSONO ESSERE REINSERITI NELLA CHIESA?

Molte comunità cristiane sono sprovviste di un servizio sacerdotale.
La loro reintegrazione potrebbe sopperire a questa necessità, sempre più urgente

Caro padre, i preti sposati in chiesa che hanno ottenuto la dispensa sono molto numerosi. È stata loro riconosciuta la validità del sacerdozio, però non possono più esercitarlo essendosi creata una famiglia: "sospensione dell’esercizio sacerdotale", come si legge nella dichiarazione del processo. È noto che il celibato dei sacerdoti diocesani è uno status voluto dalla Chiesa e codificato nel diritto canonico. È una legge umana e non divina. Come tale, la Chiesa se ha la possibilità di sospendere l’esercizio sacerdotale, ha anche la facoltà di annullare la sospensione concessa a tanti sacerdoti. Molte comunità cristiane sono sprovviste di un servizio sacerdotale. La reintegrazione di sacerdoti sospesi, considerando che lo vogliano, potrebbe sopperire a questa necessità sempre più urgente. A mio parere, il maggiore ostacolo che si pone è dato dalla gerarchia ecclesiastica, timorosa di perdere il quieto vivere di tanti suoi sacerdoti e dalla paura del nuovo che lo Spirito santo alita su tutta la vita della Chiesa.

In questo anno duemila, tutti hanno celebrato il loro Giubileo: bambini, famiglie, ammalati, operai, attori, militari, sacerdoti, sportivi, carcerati... Però, si sono volutamente dimenticati i preti sposati. Su di essi è calato un silenzio assoluto, anche se il Papa ne ha fatto un tenue e sfuggente cenno nel Giubileo sacerdotale. Nei credenti c’è la sensazione che si abbia paura di affrontare, con chiarezza e verità storica, tale problematica. Si preferisce ignorarla, o rimandarla. Così, ancora una volta, si compie una grande ingiustizia nei confronti dei preti sposati.

Il Papa ha chiesto perdono a tutti coloro che sono stati "vittime" della Chiesa: agli ebrei, agli eretici, agli schiavi, ai popoli oppressi in nome di Dio, alle donne misconosciute nella loro dignità e non di rado emarginate e ridotte in schiavitù, ai cristiani separati da Roma. Ma sarebbe stato giusto ricordare anche le sofferenze che sono state inflitte, lungo i secoli, a quei preti che hanno cambiato stato di vita. La Chiesa verso di loro si è mostrata veramente matrigna. Pensiamo ai tanti sacerdoti, conosciuti anche da molti di noi, che sono stati messi al bando. Spesso, per loro non c’è stato né perdono né comprensione. Qualcuno ha subìto forme di persecuzione. Sono stati buttati fuori dalla Chiesa come se, all’istante, avessero perso ogni dignità umana. Chi poi non è riuscito a ricostruirsi una vita attraverso il lavoro, si è ritrovato nella più squallida povertà, insieme con la sua famiglia. E così morivano nella più completa dimenticanza. È incomprensibile come ci si possa dimenticare, così velocemente, di tutto il bene che hanno compiuto questi sacerdoti, che hanno speso la loro giovane vita per dieci, venti, trent’anni al servizio delle comunità cristiane, aiutandole a crescere nella fede e nell’amore verso Dio e i fratelli. Si fa un gran parlare di diritti umani e di giustizia, ci si riempie tanto la bocca, e poi non abbiamo aiutato questi fratelli a ricostruirsi una vita dignitosa, fornendo loro una casa e un lavoro.

Spero che in un prossimo futuro la Chiesa abbia il coraggio di affrontare il problema dei preti sposati. Con lealtà e giustizia. Solo così si può rimuovere un peso che si trascina da secoli. A beneficio loro e di tutta la comunità cristiana.

Domenico C. (Lucca)  (Famiglia Cristiana gennaio 2005)

 

 

La lettera di Domenico contiene due spunti o proposte: il suggerimento di un migliore utilizzo dei preti sposati (quindi, considerati "ex"), reinserendoli nel servizio pastorale, e la richiesta di perdono (ancora uno!) da parte della Chiesa per le vessazioni cui ha sottoposto i sacerdoti che hanno lasciato il ministero. Tra i due aspetti del problema, che hanno diverso peso e natura, possiamo individuare un sottile legame. Le discriminazioni messe in atto nei confronti degli "ex" sono un fatto più grave della loro non utilizzazione. Risalgono però al passato, più che al presente. Ma è un passato così prossimo che brucia ancora. Ci sono esempi comuni, sconosciuti ai più, e casi più noti, di cui si è spesso parlato. Basterebbe pensare, tanto per fare un esempio, alle persecuzioni ecclesiastiche nei confronti di Ernesto Bonaiuti, sacerdote-storico, accusato di modernismo e sospeso a divinis. Con la complicità del regime fascista, gli fu resa la vita impossibile, creandogli ostacoli di ogni genere nell’ambito dell’insegnamento universitario. Il regime concordatario fu spesso utilizzato per creare il deserto intorno a sacerdoti che erano considerati disertori del loro posto nella Chiesa. Bisogna anche aggiungere che la società civile non è stata meno ingiusta e persecutoria di quella religiosa. Basti pensare al sapore spregiativo che ha avuto la parola "spretato", utilizzata anche in senso figurato per qualificare chi ha abbandonato un ideale, o un’associazione, o la militanza in un partito, per diventare un oppositore fanatico. Lo spretato ha su di sé uno stigma di condanna divina e sociale; oppure è una patetica figura che muove a compassione (vedi il ritratto impietoso che ne ha fatto Nanni Moretti nel film La messa e’ finita).
Il clima sociale dei nostri giorni è diventato più tollerante. O forse bisognerebbe dire indifferente. I preti che lasciano il ministero e che si sposano, con o senza dispensa, suscitano sempre meno interesse. Né oggi è pensabile che le gerarchie ecclesiastiche possano usare pressioni per togliere i diritti civili ai preti che abbandonano, così da fare dell’isolamento (e della miseria, come ricorda il nostro lettore) uno strumento di dissuasione nei confronti degli abbandoni.
Tuttavia non è pensabile – almeno nel breve periodo – che in ambito cattolico si passi da una prassi di discriminazione all’integrazione pastorale dei preti sposati. Sappiamo che in altre tradizioni cristiane – sia ortodosse sia protestanti – il sacerdozio coniugato è stato accettato senza difficoltà per le comunità. Non è questo il caso della Chiesa cattolica, che ha difeso e continua a difendere il celibato ecclesiastico come un suo tratto caratteristico. Se mai un giorno rivedrà questa decisione, è più probabile che ammetta al ministero degli uomini sposati e che continui a tenere chiuse le porte ai preti che, dopo essersi impegnati per il celibato, hanno poi scelto il matrimonio.Su scelte di questo genere pesa un sospetto di debolezza e cedimento.
Anche se non ha più corso l’immagine dello spretato come simbolo di indegnità morale, attorno al quale creare una cintura sanitaria di isolamento per evitare il contagio, permane una traccia di sospetto legata alla condizione di "ex": come qualcuno di cui non ci si possa fidare appieno. È un’esperienza spiacevole, che anche molti laici condividono. Mi riferisco ai divorziati e risposati. Fatte salve tutte le differenze, anche i credenti che sono passati attraverso la grande tribolazione di un matrimonio naufragato e hanno ricostruito la propria vita su un altro progetto si sentono tenuti in disparte dalla Chiesa. Non resta loro che affidarsi al tribunale d’appello, quello che scavalca le mediazioni umane.
d.a
 

 

   
     Nostre note

1.    E’ vero che certe penalità appartengono al passato, ma permane il disagio morale, proprio di chi si sente espulso  perché ridotto in condizione sub-laicale (un solo esempio: nei paesi di missione il prete sposato non è abilitato nemmeno a leggere l’omelia, preparata dal parroco assente e affidata alla lettura di un laico… normale), e molti altri disagi materiali (per i quali ci stiamo mobilitando per una rete di solidarietà “tra noi”).

2.    Dovremmo abituarci a prendere in considerazioni questioni di fondo: quale concezione ha la Chiesa del matrimonio? E’ mai possibile che un sacramento, quello dell’ordine, confligga con quello del matrimonio?

3.    La terza nota riguarda noi stessi: proponiamo alla Chiesa, con il nostro essere fedeli all’amore di Dio e del prossimo e con una condotta caratterizzata dalla forza degli ideali ministeriali, un modello di prete diverso, grazie al suo ESSERE, anziché al suo essere sposato?

4.    Sarebbe ora di non trattare mai il tema del prete sposato senza una particolare attenzione alla donna, ai suoi impacci e travagli…