Una
lettera mandata ad alcuni amici,
17/11/04
Carissimi,
la mia è una lettera personale; cioè non ha l’avvallo di alcun gruppo od organizzazione, nemmeno Donne-Così.
Sento il bisogno di farvi giungere un mio pensiero prima della riunione di Rimini della prossima domenica, alla quale mi propongo di partecipare nonostante mie difficoltà di vario genere, non ultima la stanchezza che comportano viaggi lunghi e “frettolosi”. E faccio riferimento a tale riunione perché lì, se mi sarà possibile dire la mia, parlerò sull’onda dei seguenti pensieri che per ora occupano la mia mente ed il mio cuore.
Da tante parti mi giungono sollecitazioni preoccupate circa la Chif, dato che di essa non si ha notizia alcuna, nonostante le aspettative che si erano diffuse.
Certamente non in tutte queste che ho chiamato preoccupazioni c’è la volontà di dare una mano, ma d’altra parte il non sapere a chi e in che modo collegarsi, le rende scusabili.
Propongo a voi, dunque, il quadro delle mie idee in proposito, e poi, spero, ci confronteremo.
1.
Un punto di riferimento
In molti abbiamo sperato da
tempo di avere un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la situazione
esistenziale di coloro che hanno avuto un passato di vita “consacrata” e
avrebbero bisogno di trovare un punto fermo a cui far capo: magari per breve
tempo, in modo da essere aiutato a risolvere problemi immediati, ma senza
ipoteche di sorta (cioè senza il condizionamento di dover dare una stretta
misura alle parole e al proprio modo di vivere un momento difficile), tanto meno
di carattere ideologico.
2.
Prendersi cura
La
Chif, per il suo carattere niente affatto ideologico (Dio, mi perdoni: nemmeno
in nome del Vangelo!), non è in concorrenza con nessun raggruppamento, anzi
dovrebbe cooperare con qualunque e con chiunque, senza paura di sorta né da una
parte, né dall’altra: unico modo in cui la Chif dovrebbe entrare nel contesto
del prendersi
cura del fratello e della sorella, sarebbe quello di valutare insieme a
chi abbia avuto modo di incontrarlo/a casualmente per primo, il che fare. E se si può fare a meno della Chif, va
benissimo; purché ci sia chi dia aiuto, e che chi lo chiede, sappia, se è il
caso, che c’è anch’essa.
3.
Quale
cura e chi dovrà prendersela
La
Chif, man mano che si formerà un capitale dai cui frutti si possa trarre una
somma sufficiente per prestare aiuto, dovrebbe agire secondo questa prospettiva:
una collocazione nel mondo del lavoro che sia dignitosa e rispettosa della
ricchezza di valori che normalmente una persona “consacrata” ha avuto modo
di sviluppare, e delle capacità concrete da spendere. Ma parliamo di
“prospettiva”, perché nessuno può pretendere che ciò si verifichi
dall’oggi al domani, a meno che non si presentino eventuali opportunità, che
sarebbero sempre le benvenute. Per il “subito” è bene, e certamente di
aiuto alla crescita morale della persone responsabile, adattarsi a condizioni
provvisorie (anche di alcuni anni) pur di guadagnarsi il necessario. Resta
assodato che è la persona stessa che si deve aiutare da sé. E certamente essa
accetterà la situazione sfavorevole con maggiore coraggio, se la prospettiva
resterà ferma (e non solo affidata ad un evento straordinario), condivisa
dai compagni e compagne di viaggio impegnati/e in seno alla Chif. Ovunque. in
qualsiasi modo. La Chif non potrà mai far nulla da sola, anche se avesse un
ingente capitale; ha assoluto bisogno della collaborazione con i gruppi e con le
donne e gli uomini di buona volontà.
4.
Che
cosa si può fare subito
La
prima cosa è fare in modo che la persona non si senta e non sia solo. A tal fine già si sta organizzando una rete,
quasi spontanea, di aiuto. E’ una cosa bellissima l’aiutarsi, con tanto
amore.
Ma
ricordiamoci che la Chif è sorta anche per la necessità di essere presenza visibile,
riconoscibile, individuabile, reperibile, tramite la quale sia più
facile conoscere il piccolo universo di amici e di amiche che si propongono di
non lasciare sola la persona. La Chif, è il caso di ripeterlo, non si assume
tutti i compiti necessari al fine, ma non accantona nessun caso. Se si aiuta la
persona fuori dalla Chif, va benissimo! L’importante è che qualcuno faccia
l’indispensabile.
5.
In
pratica oggi cosa fa la Chif?
E’ questa la domanda che molti si pongono. Ci si lamenta che non si abbiano indirizzi, luoghi, programmi e quant’altro è necessario perché si diano segni di vita.
Verrebbe
da dire che sono tanti i motivi per cui ci troviamo in difetto. Ma la Chif non
si identifica con lo sparuto gruppo di persone che assumono cariche, le quali
hanno un significato burocratico e logistico ineludibile, ma di fatto valgono
nella misura in cui ci si impegna con tutte le proprie forze. E questo lo si può
fare anche senza cariche, come desidero io. E’ vero, dovremmo dare a tutti
chiare informazioni di ciò che facciamo. Ma nessuno è autorizzato al
disfattismo che serpeggia, come si evince dalla frase: “allora la Chif non c’è”. Se le persone presenti il 14
luglio si sono spaventate appena hanno saputo che ci sono delle responsabilità
da assumere anche da punto di vista legale (bazzecole), e nemmeno hanno osato
mettere le mani in tasca per dare qualche euro, mentre se la sono defilata
quando si è trattato di sottoscrivere un’adesione formale, nessuno poi stia a
rimproverare chi è rimasto sulla breccia, e si propone di superare le difficoltà iniziali perché il progetto dia frutti.
Scusate, forse l’attesa è un po’ lunga, ma se ci sono teste come la mie e
più della mia, che sono ben dure per resistere!!!!!!!!, le difficoltà saranno
superate. Chi si lamenta dell’attesa, si dia da fare subito, dando la sua
adesione, mettendo, se possibile, le mani in tasca, pagando cara la bolletta del
telefono per raggiungere e farsi raggiungere dalle persone che sono in difficoltà,
e quant’altro. Coloro che lo fanno
“ci sono”. Questi per ora sono la vera Chif.
6.
Per favore, non perdiamo tempo in
chiacchiere.
Questo
punto non ha bisogno di commenti.
Intanto
non fermiamoci al “volemose bene”,
ma chiamiamoci e siamo amici nel
senso cristiano del termine: “Vi ho
chiamato amici”. Ogni contumelia sul celibato obbligatorio o altra
questione santa e giusta, si trasformerà in fattore valido teologicamente,
nella misura in cui prima sarà
divenuto realtà incarnata nel nostro essere e nel nostro fare.
Scusate
se parlo in questi temini. A fine anno compirò 72 anni e perciò un po’ di
vecchiaia non fa male per permettermi di dire, prima a me stessa
e poi a voi, quanto ho detto.
7.
Vorrei che vi ricordaste del convegno
del giugno prossimo
Chi vuole essere informato chieda, se non l’ha ricevuta, la “lettera di novembre”, e non trascuri di dare un’occhiata ai nostri siti.
Un
abbraccio forte, A.