Riportiamo il capitolo IV della prima parte del libro "Oltre il Nulla" sulla vita religiosa femminile.- Un'analisi della situazione degli Istituti religiosi che può servire ad individuare e riscoprire l'essenza del discepolato di Cristo e cercare di riattualizzarlo, al di là delle strettoie cumulatesi nelle forme istituzionali
IV
L’AFFILIAZIONE NEGLI ISTITUTI RELIGIOSI
1. Qualche premessa per sommi capi
Il significato di affiliazione e la crisi attuale nella famiglia religiosa. La necessità di storicizzare il proprio esistere da parte degli Istituti. Vale sempre il mandato di Cristo circa la buona novella,
Parlando di affiliazione, da ora in avanti ci riferiremo solo alla parte femminile della vita religiosa.
L’affiliazione è il fenomeno basilare su cui poggia l’istituzione religiosa. Se agisce solo in verticale e non favorisce la comunicazione orizzontale, può nuocere alla relazionalità paritaria e compromettere l’autonomia della persona affettivamente dipendente. Di recente si è cercato di rivisitare il senso della subalternità nei riguardi dei Superiori (non di rado all’autorità esercitata dalle superiore negli Istituti si aggiunge quella di parte maschile). La stessa espressione "famiglia religiosa" indica il raccogliersi in un mondo parte, configurato dalla famiglia-tipo (ottocentesca?), nella quale era fondamentale il rapporto genitoriale, prioritario rispetto a quello tra coniugi. Solo di recente la chiesa presta attenzione alla coppia in sé, che richiede parità dialogica. Fonte di ispirazione per un sano rinnovamento di questi paradigmi è la Bibbia che aiuta a riscoprire un Dio che ama le sue creature, tanto da lasciarsi dipingere come amante in cerca della sua sposa. Non secondo un copione patetico, ma sul modello della reciprocità, già testimoniato da mistici e mistiche nella propria vita, che si ripropone ancor oggi a livello universale.
La crisi delle persone affiliate dentro l’istituzione, quando non costituisce il caso isolato è fenomeno-spia di un malessere proprio di un tempo che si differenzia da quello del passato, in cui vigeva il sistema patriarcale.
Viviamo in un’epoca contraddittoria, in cui l’affiliazione è messa in discussione, e nel medesimo tempo si avvertono molti sintomi della mancanza degli antichi punti di riferimento. Ciò non può non incidere nella vita religiosa femminile che, proprio nella sua missione di rendere la presenza divina concreta e operante nelle persone, non può esercitare il suo ruolo profetico nella Chiesa e nel mondo, senza rendere conto delle richieste nuove che si fanno strada con urgenza nella maturazione delle società.
Chi impegna tutta la sua esistenza per rispondere alla chiamata divina non può esimersi dal dovere di confrontarsi con le pretese e le incertezze del tempo: i metodi dell’essere e dell’agire del discepolato di Cristo vanno ridisegnati nell’oggi. Né si può parlare di rinnovamento degli Istituti religiosi indipendentemente da quello della Chiesa, poiché essi ne rappresentano, come viene affermato e più volte confermato, il centro vitale.
Oggi il collegamento fra le varie realtà è avvertito sempre meno come esterno al loro essere; si tocca con mano l’interdipendenza essenziale. Tutto acquista senso in un contesto di riferimento, che a sua volta lo mutua in rapporto ad altro. Perciò anche parlando della Chiesa cattolica è da tener presente. .. il confronto con le altre chiese cristiane, e ancora, con le altre religioni, nel quadro delle società di appartenenza, come in quello più grande della famiglia umana. Gli Istituti religiosi vanno apprendendo la lezione di un’azione sociale immersa tra le altre laiche. Il superamento del farsi cittadella a sé non è sempre un loro ritardo o remora a coniugare appartenenza e relazionalità paritaria con entità laiche. Soprattutto per le grandi opere e nelle missioni essi restano (direi, per necessità di cose) saldi agglomerati, che talora associano a sé piccoli gruppi di volontari esterni, offrendo loro un supporto logistico. L’assenza di alternative sociali valide, e soprattutto la mancanza di interventi pubblici rende meno vicariale e meno provvisoria la loro presenza là dove è necessaria.
Le istituzioni umane realizzano tanto meglio lo scopo per cui sono nate, quanto più sanno storicizzare, in ogni fase da attraversare, il come e il perché del loro essere; infatti l’orizzonte ultrastorico della salvezza non può mai sovrapporsi alle contingenze spazio-temporali. Detto in altre parole, nessun pretesto può giustificare la disattenzione ad incarnarsi in ogni situazione, senza trascenderla, data la collocazione in un piccolo mondo a sé. Si dovrebbe agire in senso contrario, facendosi pionieri della crescita sociale, lasciando cadere il pionerismo, non appena si saranno rese autonome altre entità: perché il compito del discepolato non si irrigidisca mai in struttura autosufficiente e conservi sempre più la sua funzionalità precaria.
Oggi, quando il mondo s’irrigidisce in schematismi che riducono perfino la biologia a formule da studiare e su cui agire, e si cercano surrogati di felicità – dalle droghe e dalle trasgressioni più disinvolte ai paradisi artificiali effimeri consolatori – non si va in convento per fuggire lontano dal mal-di-vivere che dilaga, ma per trovare ed additare agli altri la liberazione. L’invito di Gesù ai suoi discepoli e discepole resta sempre lo stesso: "andate e predicate la buona novella"; e non: "cercate un riparo sicuro contro i mali del mondo; e nemmeno: "attirate a voi e custodite voi stessi e i vostri assistiti fuori dal mondo".
2. Nell’ambiguo cambiamento epocale delle religioni
Il clima di secolarizzazione ha messo tra parentesi il pensiero dell’al di là, ma ha provocato anche dei benefici effetti. Le religioni ne vengono travolte, ma poi si assiste alla formazione di perversi integralismi.
Queste ultime frasi del paragrafo precedente possono apparire cariche di utopismo. Non così se ci avviciniamo a guardare il cambiamento epocale che richiede revisioni, le quali non si suppongono necessarie stando a guardarsi al di dentro di una realtà chiusa in se stessa e aperta soltanto nel prodigarsi. Entriamo così nel vivo discorso sull’affiliazione che rende l’Istituto una famiglia, quale nucleo completo in se stesso.
Per inquadrare il fenomeno dell’affiliazione negli Istituti religiosi, riprendiamo alcuni temi trattati circa le religioni, per la risonanza che hanno all’interno di essi certi fenomeni della modernità.
Il clima di secolarizzazione, che da alcuni secoli ha messo tra parentesi il pensiero dell’al di là e ha affidato all’essere umano il compito di trovare soluzioni adeguate per vivere meglio che sia possibile in questa terra, non ha dato luogo alla fine delle religioni. Piuttosto ha evidenziato la necessità di trovare, in nome di una fede interiore ed operosa, dei correttivi agli abusi del potere delle chiese sulle coscienze. Storicamente ha provocato la loro privatizzazione con la conseguenza: a) di chiudere il capitolo delle guerre di religione (almeno nell’area cristiana, con qualche eccezione); b) di trasferire la spinta profetica verso una forma di ideologia dell’impegno nel sociale e nel politico; c) di disertare la pratica dei devoti, poco prima docilmente sottomessi e trincerati al di dentro delle strutture ecclesiali. Naturalmente non esauriamo la gamma delle manifestazioni del cambiamento.
In realtà tutte le grandi religioni e le loro chiese sono messe a dura prova dal dover reggere il confronto con le idee della modernità. L’urgenza di stare al passo con veloci e continui mutamenti che avvengono in tutti i settori della convivenza umana, le trova impreparate; soprattutto perché non si possono fare corsi accelerati se si vogliono operare revisioni spirituali in profondità.
Prendendo come punto di riferimento il periodo attorno all’evento del Vaticano II, dopo l’iniziale senso di disorientamento, nel cristianesimo – ma succede altrettanto in varie religioni, data l’ondata di secolarizzazione che è giunta anche ad esse – il legame alle tradizioni, che poco prima sembrava scompaginarsi, viene reclamato a gran forza; si stringono i freni ancor di più che nel passato, in esplicita e netta contrapposizione alle pressioni e ai ritmi odierni, e al contagio diabolico del consumismo, che sembra compendiare in sé l’antisacro o trasferire il sacro nel profano. Assistiamo all’affermazione di integralismi più o meno fanatici, in qualche caso cruenti, che vogliono ridare vitalità a convinzioni forti, sostenute da criteri di lucida razionalità a senso unico. E ciò per irrobustire l’adesione incondizionata a norme e a principi eterni. Ne conseguono effetti irrazionali e devastanti che si ripercuotono in ogni versante. Basti accennare alle persone sgozzate in molti paesi, all’odio assoluto tra etnie abbarbicate a tradizioni religiose contrapposte, alla schiavitù a cui sono ridotte le donne, e a mille altri soprusi che cancellano la dignità umana, senza sottovalutare altre sopraffazioni di carattere morale, non sempre visibili.
Nel calderone dell’attualità c’è di tutto. Ma se facciamo un primo computo, sia pure sommario, possiamo affermare che, quando il nuovo si fa strada in seno alle religioni, esso è talvolta formale ed esteriore, tal altra efficace ma piuttosto confuso e contraddittorio, con un procedere a zig-zag, tra tentativi di revisione liberante e riaffermazione del controllo. Sono oggettive le difficoltà a reggere il cambiamento senza fughe in avanti e senza scollamenti col meglio del passato.
Nella cristianità sono risultati incerti i passi in avanti fatti finora; e se questi potevano o possono essere sufficienti ai fedeli di radicate convinzioni, spesso sostenute dall’abitudine, la stessa cosa non avviene per le più giovani generazioni. Le quali, se abbracciano una religione, chiedono chiarezza e, forse senza dirlo né pensarlo, sicurezze.
3. Lo spazio vuoto lasciato dalle religioni
Il sorgere delle sette, riunite attorno a un capo carismatico che fa sentire la presenza dello spirito. Se ne distinguono di diversi tipi dove si può trovare di tutto. Forse le grandi religioni, nel confronto, risultano blocchi granitici troppo freddi
In concreto è ben largo lo spazio ideale rimasto vuoto in seno alle società, a partire dagli ultimi decenni dello scorso millennio. Lo avvertono soprattutto quegli spiriti ansiosi che non fanno del benessere e del successo un mito. Pieni di paura per un futuro che non sorride a nessuno, forse particolarmente sensibili, annaspano alla ricerca di una religiosità che rimpiazzi l’antico modo di credere, consolidato per secoli e secoli. Per uscire dall’indeterminatezza, trovare il centro smarrito, avere punti ideologici di riferimento, trovano ciò che cercano in quelle che, con molta approssimazione, vengono definite sette. Il fenomeno si caratterizza per l’intenso grado di affiliazione attorno ad un capo carismatico, ed è chiaro il perché: nell’incapacità a sostenere robuste teorizzazioni e stimolanti programmi, ripiegano nel culto della personalità attorno a maestri che dettano nuovi stili di vita, più che dottrine. E’ divenuta una moda rifugiarsi in "luoghi" dove, alla sudata condivisione, frutto del rinnegamento di sé, si sostituisce l’abbraccio fraterno tra simili, tutti ugualmente infatuati della persona carismatica che faccia sentire e toccare con mano la presenza dello Spirito.
La visione prevalente è cosmica ed olistica: l’universo è visto come una totalità che si riproduce in ciascuno, e che ha il centro in ogni singola entità. Dentro il gruppo, come in ciascuno dei suoi membri, c’è tutto: basta lasciarsi inondare dal divino, il quale è nello stesso tempo trascendente e immanente perché pare che i mali del mondo colpiscano la loro attenzione appena di sguiscio; immanente perché un anticipo di comunione universale s’irradierebbe fuori dal gruppo con i semplici mezzi dell’emozione partecipata. E ciò senza bisogno di razionalizzare, ma affidandosi alla terapia dello spirito che assimila a sé totalmente il suo altro, il corpo. La celebre frase: il corpo è spirito, e lo spirito è corpo, non ha lo spessore che caratterizzava la spiritualità dei mistici; indica piuttosto un euforico senso di coinvolgimento, non di rado fanatico.
Gli studiosi fanno distinzione tra le sette (che deriverebbero, staccandosene, dalle grandi tradizioni religiose), le nuove religioni, i semplici aggregati comunitari autonomi, le nuove associazioni eclettiche. Veri e propri contenitori dove ci può stare dentro di tutto. In questa sorta di supermercato, ognuno trova ciò che vuole, reso più accessibile e più sperimentabile a livello sensoriale e spirituale. Inoltre antico e nuovo si coniugano: ad esempio, la meditazione Zen o la trascendentale con quella tradizionale, liberandola da un ascetismo scomodo. Non mancano, ma costituiscono l’eccezione, nuovi ascetismi dilaganti, in grado perfino di portare a suicidi collettivi. Forse davvero le grandi religioni, nel confronto, risultano blocchi granitici troppo freddi per chi ha bisogno di appagare sentimenti, di ritrovare equilibrio tra corpo e spirito, di sfuggire alla massificazione, di tornare alla natura... L’elemento prestigioso che infervora e acquieta è una sorta di droga, di cui non si può fare a meno per evadere da un mondo tecnologizzato ed informatizzato, dentro il quale tutti operiamo e pensiamo.
L’affiliazione religiosa pone il singolo in uno stato di minorità rassicurante; gli regala il senso di essere "qualcuno", libero dalla solitudine, non schiacciato dalla massa anonima. Dentro il bozzolo si sta bene; e, se c’è da uscire all’aperto, si corre-insieme, tanto più sicuri quanto più è facile tornare a rifugiarsi nel seno materno, costituito dal gruppo.
4. La Chiesa cattolica di fronte al nuovo
La nascita di gruppi ecclesiali interni al sistema, con pratiche comunitarie effervescenti. I papa-boys.
La chiesa cattolica, elargitrice magistrale di verità che richiedono adesione incondizionata a precetti di vita altrettanto predeterminati, si trova a confrontarsi con questi piccoli paradisi accessibili, i quali non hanno una struttura pesante alle spalle ed eludono candidamente i grossi interrogativi. Non si proiettano nell’al di là, se non rafforzando, oggi e qui, il più attraente vincolo alla comunità. In questa ci si conosce e ci si sente tutti ugualmente associati al comune maestro, in un clima di familiarità e di prossimità immediata, medicina balsamica alla solitudine che assedia chiunque nella spasmodica vita attuale.
Non è detto che la Chiesa cattolica sia incapace di realizzare altrettanto: si adatta a creare opportunità di affiliazione rispondenti alle nuove richieste, tanto da dare il via, in gruppi interni al sistema, a pratiche comunitarie effervescenti, del tutto simili a quelle descritte. Essa fa di tutto per non lasciarsi sfuggire fior di giovani e meno giovani, che slittano facilmente verso altri lidi, attratti dal nuovo spiritualismo elettrizzante. Asseconda la sete di spiritualità, comunica la gioia dell’incontro reale con la persona di Cristo che cambia del tutto la vita; esercita il controllo con tocco leggero, davvero materno e giovanilistico insieme; travasa gli stessi metodi anche nei gruppi parrocchiali tradizionali, alcuni dei quali sono ridivenuti prosperosi. Tanto che, accorsi da ogni dove a Roma, per il convegno giubilare giovanile – la sapienza organizzativa della Chiesa non è seconda a nessuno – si sono mescolati quasi senza distinzione di specifiche appartenenze: focolarini, carismatici, neocatecumenali, eccetera. Tutti insieme, ardentemente papa-boys.
5. L’Istituto religioso "realtà a sé stante"
I singoli Istituti tentano di essere svincolati dal punto di vista giurisdizionale, sia dall’Autorità ecclesiale, sia dallo Stato, attraverso privilegi di vario tipo. L’affiliazione nell’Istituto libera il singolo dalle preoccupazioni comuni. La risposta di Martino Morganti: "Non voglio essere funzionale alla "conservazione"."
A prima vista vien da confrontare la forte affiliazione di tali gruppi religiosi a quella vigente negli Istituti religiosi. Ma i punti in comune sono ben pochi. La fluidità e la precarietà delle piccole aggregazioni, messe a confronto dell’annosa vigoria dei grandi alberi, assomiglia a pianticelle fragili.
Pur tenendo presente il bisogno del confronto con queste nuove realtà, ci occupiamo principalmente delle antiche per il loro radicamento ecclesiale e sociale, più condizionate in termini di costume, e considerate, in via generale, più affidabili.
La vita religiosa (nel cattolicesimo) è una realtà a sé, come lo è la chiesa rispetto allo stato, al quale chiede (ottenendoli) concordati di carattere costituzionale. Di riscontro i singoli Istituti tentano di essere svincolati dal punto di vista giurisdizionale, sia dall’Autorità ecclesiale, sia dallo Stato, attraverso privilegi di vario tipo. Fatti che spingono in tale direzione e che in un certo senso servono da giustificazione, ce ne sono. In verità l’autonomia è esigita dal fatto che lo Stato (e la Chiesa rispetto agli Istituti) è esonerato, o almeno lo era fino a non molto tempo fa, dal dovere di tutelare le persone, nei casi in cui si richiede assistenza e quant’altro di cui hanno bisogno durante l’arco dell’esistenza. L’appartenenza in tutto e per tutto all’Ordine fa degli individui dei veri e propri membri di un unico corpo. In tempi più recenti preti, frati e suore vanno a riscuotere la propria pensione sociale ed usano dell’assistenza pubblica come gli altri. E’ caricaturale vedere il professore (o altri) che ha lavorato nell’Istituto, contribuendo al suo arricchimento, ricevere benefici dallo Stato a cui non ha dato un bel niente. Ma lo Stato deve tenersi buoni i collaboratori indiretti, i quali, con innumerevoli prestazioni umanitarie, colmano le lacune delle sue inadempienze.
L’affiliazione nell’Istituto libera il singolo dalle preoccupazioni comuni. Il voto di povertà toglie ogni diritto alla persona, ma le permette di avere quanto è richiesto per una vita decorosa (sfioriamo appena l’argomento). Fa pensare questa indipendenza dell’Istituto, che si regge sulla dipendenza assoluta dei suoi affiliati. Se infatti questi conservassero parte della gestione della propria vita – ad esempio la possibilità di trattare con le Autorità laiche per ottenere benefici ad uso personale – l’Ente al quale appartengono non si potrebbe qualificare come realtà a sé stante: l’affidabilità proviene dal suo essere sganciato da interessi individualistici. E lo stesso discorso vale per gli Istituti nei riguardi della Chiesa, dalla quale essi traggono la loro ragion d’essere, e che quindi hanno il dovere di ripagare per l’assistenza spirituale ricevuta.
L’Istituto si configura, così, realtà omogenea, nettamente distinta da quella laica. Le singole persone sono viste come se fossero una sola. Perfino l’espressione: "è una suora", è calamitante; la misura delle virtù personali sembra seguire quella a priori, scolpita nelle menti della collettività. In ciascuna si incarna lo stesso modello, che assorbe i caratteri individuali. Quando qualche santo mette in atto carismi personali, è spesso contrastato in vita per la forza sovversiva del suo inedito ed originale messaggio; ma lo stesso può essere riabilitato dopo la morte, fino ad essere aureolato in San Pietro, a vanto e lustro dell’Istituto. Le tracce lasciate della sua profezia (intesa correttamente come capacità di interpretare e innescare l’azione dello spirito nell’orizzonte del tempo attuale) dovrebbero essere di sprone ad altri, perché se ne lascino permeare; ma la chiesa, indotta a pronunziarsi sui santi scomodi, fa del tutto per inquadrarli secondo un modello che richiama e rafforza gli antichi schemi, sia pure colorati di novità.
Pochi anni fa un Padre appartenente ad un grande Ordine, Martino Morganti, spentosi da poco, maestro di liturgia, si era staccato dall’istituto, senza essere depennato dai registri ufficiali. Conduceva una comunità di base con impareggiabile maestria; i suoi scritti delucidavano i vari segni liturgici, restituiti ai loro significati vivi. Gli chiesi come mai lui non riuscisse a collegare in qualche modo la stessa esperienza con quella del convento o della Parrocchia. Risposta secca: "Non voglio essere funzionale alla "conservazione"." Solo più tardi ho compreso le sue ragioni: spesso anche il nuovo, emarginato tanto quanto basti per non essere contagioso, può rafforzare vecchie abitudini. E’ difficile un’azione innovatrice là dove tutto deve risultare rispondente al solito standard.
6. L’istituzione e la singolarità della persona
Perché l’impianto giuridico non si sovrapponga alla soggettività umana, si richiede attenzione agli stimoli che lo Spirito suscita nei singoli e nella comunità. Diaconia e ancillarità. Lo spirito di donazione dei singoli, e i vantaggi materiali e morali dell’Opera. Gli esempi di san Francesco e del beato Cottolengo.
L’universale l’ideale il soprannaturale, che deve farsi concreto nell’istituzione è il grande busillis, il nodo da sciogliere, della vita consacrata.
Ogni Istituto avvia i suoi adepti a realizzare in se stessi la sintesi tra ideale e struttura, mediante le Costituzioni. Data la buona volontà che i singoli usano nell’adeguarsi a ciò che l’istituzione chiede loro, la conflittualità può restare latente. Se è vero che l’Istituto pare avvantaggiarsi della loro docilità ad accettare anche sacrifici personali costosi, evitando lo spirito di critica (giudicato tale anche quanto si tratta di qualche lieve malcontento), rischia di frenare quel continuo rinnovamento, di cui ogni realtà si alimenta e vive.
Perché l’impianto giuridico non si sovrapponga alla soggettività umana in tutta la sua originalità, si richiede attenzione agli stimoli che lo Spirito suscita nei singoli e nella loro comunità, accompagnandone il processo incessante di trasformazione. La ragion d’essere degli istituti è la promozione e la crescita spirituale degli uni e dell’altra; e solo in tal modo possono esprimere la realtà carismatica della Chiesa.
Non c’è altra via per realizzare l’ideale, se non quella di renderlo vivo nell’individualità libera (di essere pienamente se stessa) e nella comunione fraterna che arricchisce lo stare con gli altri di dialogicità, di dinamismo, di novità, di imprevedibilità gioiosa. L’antropologia della reciprocità a cui chiama Dio non nega gli strumenti umani; li rende flessibili, finalizzati alla persona. Evita, perciò, l’asservimento e la fusionalità (che assimilano i singoli all’istituzione).
La situazione di dipendenza dalla comunità e dai regolamenti è impropria per esprimere il senso del discepolato, sia quando è causa di logoramento spirituale per chi resiste sulla breccia senza poter sviluppare in pieno i propri talenti, sia per chi vede soddisfatti bisogni puerili di affiliazione, che bloccano la maturità della persona.
Forse bisogna distinguere tra diaconia e ancillarità. La diaconia è servizio nel quale la persona è investita direttamente di responsabilità; l’ancillarità implica invece la semplice sottomissione ad un’autorità precostituita. Nell’esercizio della diaconia, gli affiliati in una struttura sono in condizione di misurare i propri impegni con le finalità comuni, in un dinamismo e in un interscambio continui. L’ancillarità può regalare all’Istituto maggiore efficienza, stabilità, stima e prestigio, data la conduzione della comunità nella regolarità, ma può eludere e passare sopra i problemi posti dalla libertà delle persone. E anche quando tutto sembrasse procedere a gonfie vele, i benefici dell’affiliazione, la più riuscita, non risolverebbero le contraddizioni che emergono in continuazione nelle coscienze dei singoli, là dove pulsa la spinta profetica.
Il male nascosto dietro le (pur splendide) apparenze, si insinua nella sottile differenza che c’è tra lo spirito di donazione unito a sincera pietà religiosa dei singoli, e i vantaggi materiali e morali che ne ricava l’Opera. Detto in altre parole, c’è da parte dell’Istituto il rischio di usare il sacrificio dei singoli come necessaria immolazione per il bene comune. Dicendo ciò, non si vuole sottovalutare la necessità di dare del "proprio" quando si convive con altri, perché ciò è nella natura degli esseri creati. Il pericolo è che il fervore e la generosità, costretti dentro la comunità, logorino lo stesso potenziale di grazia messo a disposizione del bene comune.
L’affiliazione può essere ridimensionata da persone dalla solida personalità, che se ne servono tanto quanto basti per non seguire unicamente la propria strada e per non sentirsi sradicate dal contesto vitale in cui vivono ed operano, ma che nello stesso tempo esprimono pienamente la loro individualità. Può invece fissare soggetti (sarebbe ingiusto definirli sbrigativamente fragili) ad una perpetua fanciullezza, fino al punto che essi non avvertono altre spinte interiori che non siano su misura delle attese dell’Istituto. Questo, in uno stato perfetto di affiliazione dei suoi membri, finisce col riposare sicuro sulle sue tradizioni, sul suo prestigio, talvolta sul suo arricchimento materiale, ma non per ciò si assicura la crescita morale e spirituale dei singoli. Tanti santi fondatori hanno presagito il pericolo dell’affermazione di un’istituzione a danno dei motivi ispiratori che l’hanno fatto nascere: a partire da san Francesco d’Assisi, che volle morire fuori dal suo Ordine perché non lo vedeva rispondente al suo ideale di povertà nuda; al beato Cottolengo, il quale rifiutava le offerte che superassero la quantità necessaria al fabbisogno di un solo giorno. E gli esempi si potrebbero moltiplicare.
7. L’affiliazione felice
L’adesione allo spirito dell’Opera senza compromessi, da Teresa d’Avila a Madre Teresa di Calcutta. In chi resta in convento con convinzione, prevale una sorta di equilibrio. Soprattutto in campo femminile, la gioia, la serenità e l’entusiasmo sono segno di una vocazione più grande di ogni altra
Non è per ingenuità o per esagerazione che certi santi sanno mantenere l’adesione allo spirito dell’Opera senza compromessi di sorta. Ma contare sui casi ben riusciti può comportare la disistima e lo scarto nei riguardi di chi soffre a motivo di incongruenze che trova tra il proprio ideale e ciò che lo piega in una direzione che può spegnere il proprio carisma personale. Non sono mancate le persone audaci – da Teresa d’Avila a Madre Teresa di Calcutta – le quali, a partire da una crisi personale in cui si rifletteva quella strutturale, hanno dato il via a nuove forme di vita religiosa, per l’esigenza di coerenza e di rinnovamento. Solo che per i più, nel momento del disincanto (dal primo entusiasmo vocazionale), scatta un senso di fallimento, come se vedessero vanificare di fatto il lasciar-tutto che aveva dato loro le ali al cuore per donarsi.
In via generale, in chi resta in convento con convinzione, prevale una sorta di equilibrio tra alte aspirazioni e limiti istituzionali, fino ad accettare questi ultimi come un fattore umano inevitabile, nonché strumento di santificazione personale. Allora troviamo religiose serene, che sanno cosa vogliono, che hanno raggiunto il loro scopo nel migliore dei modi e fanno il bene di cui tanto il mondo ha bisogno. Ce ne sono. E qui basterebbe mettere un punto per dire: quando si è chiamati da Dio, quando c’è vera vocazione, si è felici come lo è chiunque imbocchi la strada giusta; con un qualche tratto di compiacimento in più per avere scelto la via privilegiata, che anticipa la beatitudine eterna nella vita terrena. Anche chi fa delle transazioni tra ideale e reale, tra fini e mezzi, può risultare una buona religiosa.
La normalità è motivo di tranquillità, di riuscita nella vita, sia in convento sia in ogni altra condizione. Basta guardarsi attorno per vedere gente adeguata al modo di procedere generale; la decantata fedeltà, in una famiglia come in qualsiasi genere di associazione umana, dà al singolo un documento di riconoscimento sociale appagante. La divisa morale indossata, nella mentalità, negli affetti, in tutto, coincide con la persona "felice".
Se guardiamo i fatti, non si può ignorare quanto sia grande il bisogno di stabilità contro gli sconvolgimenti del divenire e del mutamento. E, per evitare il ristagno morale, senza correre il pericolo di sommuovere la convivenza pacifica, il di più inappagato si compensa attraverso i propri idoli, equivalenti, nella loro divergenza, sia che si tratti di quelli costruiti in convento, sia che si tratti di quelli propri della mondanità. Nella vita religiosa le apparenze, la vistosità delle opere, gli apparati delle feste, eccetera, appagano, coltivano un santo orgoglio collettivo (e perciò non manca la solerzia nel coprire ai propri e agli altrui occhi quanto è motivo di scandalo).
Soprattutto in campo femminile, la gioia, la serenità e l’entusiasmo debbono apparire, essere segno di una vocazione più grande di ogni altra. Solo così si può testimoniare al mondo che la vita di contatto col divino abita i conventi ed è sorgente di bene per tutti. Non far trasparire la gioia è già brutto segno, e perciò il sorriso da stampare in viso fa parte della divisa da indossare.
Anzitutto bisogna affermare decisamente che non mancano tra le consacrate, e l’abbiamo detto, persone nelle quali la felicità sgorga dal cuore. Altra cosa è quando tutta la formazione e i provvedimenti di vario genere sono finalizzati a convincere che fuori dal contesto religioso tutto sarebbe perduto; che il poter evitare le preoccupazioni terrene e orientare le tensioni umane verso la Fonte di ogni bene aiuta a ricomporre l’unità della persona meglio e più che nel mondo, dove mille tentacoli l’ostacolano. Quanto meglio sarebbe riconoscere che l’affiliazione ha i suoi costi, come tutto ciò che richiede un superamento dell’individualismo; che unite si può fare meglio e di più. A patto di non restare in uno stato di perenne infantile dipendenza.
8. Strutture rassicuranti, non-profetiche
L’appiattimento dell’affiliazione. Gli estremismi religiosi si diffondono ovunque col loro fanatismo, oltranzismo e razzismo. La felicità esultante della maggior parte degli affiliati non consiste nel puro quieto vivere. Lo spirito di profezia non illude e non dà sicurezze, ma alimenta la speranza nella ri-creazione del mondo; è piccolo lievito che può trasformare la massa.
Da quanto detto risulta che l’affiliazione in una realtà strutturata può avere esiti buoni e meno buoni. Anche chi sa di rispondere ad una chiamata divina può appiattirsi su tutele ispirate a criteri puramente umani.
In tempi recenti, nell’esaurirsi della spinta innovatrice conciliare, le più giovani generazioni vogliono trovare sicurezze. Respiriamo il clima del post-moderno, che disdegna le definizioni precise, le centralità, lo spirito di sistema. E’ facile allora avvertire un senso di vuoto, col bisogno spesso inconfessato di trovare nuovi punti di appoggio. Una delle conseguenze la troviamo negli estremismi religiosi, che si diffondono ovunque a macchia d’olio, col loro fanatismo, oltranzismo, razzismo e via di seguito. Si potrebbe dire, semplificando molto, che prima, ai tempi delle ideologie, la profezia ne era assorbita e deformata; ora essa ritorna sotto la forma (poco convincente) di ardente totale adesione alla struttura portante, purché questa, attraverso rapporti personali carismatici, si faccia capace di assorbire gli slanci esuberanti: sono tante le religiose che si dichiarano fortunate di essere sottratte alla mondanità angosciante vissuta dai più, di ricevere anche nell’Istituto risposte esistenziali soddisfacenti.
Giorni fa ho assistito ad una scena molto eloquente: una decina di giovani in talare e collarino (non so se già preti o ancora seminaristi) eseguiva in una rete televisiva una serie di canti religiosi. Impeccabile la compostezza, spianato il viso, senza velo d’ombra lo sguardo, ravvivata da ardore interiore ogni parola, palpabile la coesione fraterna, parlante e sincera la manifestazione di interezza del loro essere: davvero l’unità della persona e fra le persone, firmava l’autenticità della pienezza di senso che essi, singolarmente e insieme, sprigionavano senza esibizione. In un primo momento ho pensato di trovarmi davanti agli aderenti ad una setta, forse, chissà, ad un gruppo di lefebvriani; ho perfino opinato che si trattasse di una registrazione di altri tempi; poi ho corretto la mira e ho creduto che si trattasse della pellicola di un film... Insomma non avevo modo di orientarmi: era mai possibile che oggi esistessero giovani così inquadrati, beatamente irreggimentati? E’ vero che il coro richiede disciplina, ma qui mi trovavo davanti ad un autocontrollo sovrumano, dal quale traspariva appagamento, serenità olimpica, gratificazione per la propria diversità e distanza (dall’alto) dagli altri.
Ed ecco scattano nella mia mente i paragoni: come le innumerevoli formazioni integraliste che oggi proliferano ai confini sia della chiesa cattolica sia di altre religioni. Ma non solo: come ero io da giovane tra le altre suore; come eravamo i giovani d’azione cattolica d’un tempo; come sono ora i carismatici, e simili. Poi nella fantasia i paragoni si addensano nel più assoluto contrasto: come i vari coretti profani di oggi, i più sfrenati (i soggetti che si esibiscono inorridirebbero di fronte all’uso povero delle mie parole: coretti, profani, sfrenati). Il timore di smarrirsi nell’anonimato e nella massificazione porta a sottrarsi ai modelli collaudati e a crearne di alternativi: assimilati l’uno all’altro per darsi forza e lanciarsi alla conquista della notorietà, del divismo. E’ certo che le accoppiate sceniche del mondo dello spettacolo rappresentano un nuovo modo di sacralizzare, di separare dal tutto la parte, facendo di questa il Tutto. Le mode imperanti in ogni campo sono mutevoli, ma nel momento in cui dominano la scena, sono assolute e perciò suggestive; il suggello del loro successo è nella patina di felicità di cui riesce a fruire l’iniziato (fino a che dura l’effetto della droga morale, se non materiale).
Nei grandi organismi, come gli Istituti religiosi, la durata dell’affiliazione è garantita a vita, e basata, da una parte su contenuti solidi – la cura della vita interiore e l’amore al prossimo – , dall’altra su tradizioni cumulate in epoche precedenti, a partire dai cenobi dell’era precristiana, a quelli medievali, a quelli odierni. Ciò mescola insieme motivi di sicurezza spirituale, validi per il singolo, ad altri terreni, funzionali al mantenimento dello statu quo. Ecco il perché di tante precauzioni per evitare scollamenti; di cambiamenti esteriori che rafforzino la conservazione; meglio, di continui aggiustamenti a posto di un ricambio onesto e coraggioso.
La felicità esultante della maggior parte degli affiliati non consiste nemmeno nel puro e semplice quieto vivere. Le norme, se intensificate, ma abbellite ed edulcorate, arginano le inquietudini dei deboli; se anche presentate nell’aspetto duro e arduo, servono a convogliare il surplus di energie dei passionali e perfino dei più dotati.
Su tutt’altro binario scorre di lo spirito di profezia, il quale non illude e non dà sicurezze; alimenta la speranza nella possibilità di portare il proprio contributo nella ri-creazione cui necessita il mondo; è piccolo lievito che può trasformare la massa.
9. Strutture e vita
Alcuni esempi, di cui uno personale a conferma della necessità delle strutture.
Nessuno potrebbe negare la necessità delle strutture, e sarebbe superfluo volerlo dimostrare. Preferisco, in questo caso, riportare qualche accaduto.
Mi trovo in ambiente laico, in sala professori, a parlare a tu per tu con un giovanotto, il più ribelle dell’Istituto. Vedendolo disponibile al dialogo, cerco di dimostrargli in maniera convincente che è bene, che mi pare giusto non perdere la grinta e non divenire uno del gregge; ma sarebbe ora che lui valorizzasse al meglio le sue capacità, facendosi leader del cambiamento, invece di restare un sovversivo frustrato. E siccome lui replica che non trova alcunché da cambiare perché tutto va male, gli propongo di farmi sua alleata per vedere che cosa si può fare. Nel vivo del discorso, proprio quando con fatica stiamo raggiungendo un’intesa, entra di colpo la preside, la più terribile con cui io abbia avuto a che fare, la quale dice pochissime parole che lasciano di stucco entrambi: è inutile cercare di rendere morbido il sistema osseo, altrimenti si diventa molluschi; il progresso della specie è dovuto proprio alla colonna vertebrale, capace di reggere un corpo articolato, e per giunta, nell’uomo, in posizione eretta. Ci credereste? Il viso dell’alunno si fa più disteso e si illumina, quasi fosse abbacinato da un’improvvisa luce. La forza delle mie argomentazioni resta schiacciata dalla sicurezza di una verità lampante, da non dimostrare. Già. E’ più facile la sommarietà di una verità tanto evidente che richieda solo di essere guardata senza vagare di qua e di là a cercare. Conosco questo modo di con-vincere e so quali sono le conseguenze, certamente non tali da far crescere la persona.
Quanto ci sarebbe stato da replicare a quell’assioma della preside! Perché la struttura non soffochi, ma con-cresca assieme alle persone, il percorso da fare è più lungo ed impegnativo; guai se il sistema osseo non fosse attraversato e vivificato dal meno solido umore e sostanza vitale del midollo spinale, dei muscoli, di tutte le articolazioni. Anche i più rigidi sistemi ne sono sostenuti, pena la loro degenerazione.
Il segreto che permette un forte dominio che si impone alle parti e ne permette il prolungamento nel tempo è l’assoggettamento apparentemente volontario, che permette l’esecuzione degli ordini, e immobilizza, arginandola, la decomposizione dell’insieme (il discorso vale ugualmente per le realtà mondane come per quelle religiose). D’altra parte è più facile sottostare che ergersi sulla propria forza morale. Si spiega così la sussistenza di tante satrapie moderne. Ho visto non di rado la metamorfosi che avviene nei ribelli, quando si lasciano inglobare nel sistema. Io stessa ho adottato la tecnica di dare incarichi di responsabilità ai più indisciplinati, assorbendoli nell’ordine; così come ho visto suore tentennanti nella vocazione, rassodarsi con l’assunzione di un incarico "onorifico". Un modo come un altro per reggersi entro bastioni ben solidi, ma esterni alla persona.
Le giustificazioni (della prevalenza della struttura sulla persona) che la vita religiosa appresta sono le più insidiose, perché giocano sull’entusiasmo e sulla forza degli ideali. Ricordo quanto, a suo tempo, mi abbia sostenuto nella voglia di sacrificarmi la metafora raccontata da un bravo predicatore: che cosa fa tanta neve solidificata in alto nei ghiacciai, isolata, improduttiva? Ebbene, quando la terra è arida per l’arsura estiva, la vita perirebbe, afflosciata su se stessa, se quei ghiacciai, sciogliendosi, non alimentassero i corsi d’acqua. E io mi acquietavo nell’accettare un martirio tanto efficace…
Ahimè, a quali devianti interpretazioni induce una simile, pur bella, metafora. Ci si può solidificare nella struttura fino al punto di non avvertire la luce, il calore, la vita; ci si può pietrificare. Non per nulla ci sono ghiacciai perenni dove la vita non c’è (o è sotterrata): belli da contemplare, alla lunga utilissimi, ma guai se l’inerzia temporaneamente utile divenisse glaciazione assoluta, perché la grazia ha bisogno di circolare e far pulsare la vita.
E’ vero che i tesori della grazia vanno salvaguardati per potersi effondere. Ma mai debbono diventare proprietà della struttura, sicché essa possa ingigantirsi a spese degli elementi di vita. Le energie personali sono a servizio dello Spirito, il quale dà impulso a ciò che è vitale, restando, anche Lui, rispettoso del modo con cui ciascuno deve re-inventare continuamente il suo modo di essere e di donarsi. E in tal modo avviene il fenomeno opposto: è la struttura ad adeguarsi, come avviene in ogni organismo sano che si sviluppa.
10. Strutture ed abusi
Il male potrebbe annidarsi alla radice: nella pretesa, soprattutto in campo femminile, che la generosità e la dedizione a Dio, comporti il dono di sé fino al punto di ignorare il rispetto dei limiti della persona.
Mi trovo (in Istituto) in sala di ricreazione: finestre chiuse in pieno soffocante agosto, perché queste sono alle spalle della fila delle superiore, sedute di fronte alle semplici suore: bisogna evitare che entri un possibile filino d’aria a colpire i loro corpi di ultrasessantenni reumatizzate. Non potendone più del continuo sudare, mi tolgo di dosso la pellegrina, unico elemento facile a scorporare dalla pesante divisa. Sono nella situazione di tirarmi addosso una lavata di capo. Una superiora nota la mia insofferenza e si limita a raccontare una parabola significativa: "Ero ospite presso un’altra congregazione [la nomina]. Sono rimasta conquistata dalla perfezione nell’uguaglianza del modo di vestire: un vero colpo d’occhio [e nel marcare questa espressione il suo viso s’infiamma]; tutti i particolari, perfino i lacci delle scarpe, erano curati allo stesso modo.
Dentro di me scatta la ribellione, anche se mandata giù, in un posticino segreto che nemmeno io so dove si nasconde; mentre la mia fantasia ne cava motivi per ruminare: ma perché per seguire Cristo bisogna vestire in maniera uguale, tanto uguale da sfidare la diversità delle stagioni? Il richiamo all’uniformità ridipinge nella mia fantasia l’immagine descritta da M. Daly: "…[al Concilio Vaticano II] quel che trovai più sconcertante fu il contrasto tra la pompa dei "principi della Chiesa" e l’umile, autolesionistico atteggiamento delle donne. Quando le donne velate cominciarono a sfilare verso l’altare per ricevere la comunione dalle mani di un prete, mi sentii come di fronte a una fila di formichine a un bizzarro picnic. Neanche un film di Fellini avrebbe potuto rendere questa inconsapevole autosatira del cattolicesimo". Come è triste quando cadono le squame dagli occhi e ti trovi sommersa in una realtà squallida! E’ bello conservare la freschezza dell’amore che conferisce a tutto i colori della gioia. Ma forse questo è un rimpiangere l’età dell’adolescenza e non voler crescere.
Figurarsi la comunità su misura dello stile inaugurato da Gesù, che stabilisce un contatto semplice e vivo con le persone, e confrontarla con i criteri dell’uniformità, materiale ma anche soltanto morale, della vita religiosa, non è una buona ragione per dedurre che questa sia tutto un fallimento della sequela. Anche se dentro la struttura, carità, diritti, bisogno di trascendenza vengono, per necessità di cose, costretti e mortificati in una sequenza di osservanze che li rende funzionali all’ordine prima che alle persone, bisogna cercare ancora i motivi per credere nella vita religiosa.
Il male potrebbe annidarsi alla radice: nella pretesa, soprattutto in campo femminile, che la generosità e la dedizione a Dio, comporti il dono di sé fino al punto di ignorare il rispetto dei limiti della persona. Come se la struttura potesse usare il suo corpo e la sua anima. Dall’uso all’abuso il passo è breve. E’ facile – ci auguriamo che non capiti di frequente – considerare i corpi delle suore, piegati dalla loro anima in maniera sacrificale. Il mezzo per sanare la dicotomia tra corpo e spirito non può trovarsi nell’irrigidimento (o, per converso nelle cedevolezza) degli aspetti strutturali della comunità religiosa. Questa si basa su un aspetto utopico, che non va messo da parte un solo minuto.
Quando struttura ed utopia sono agli antipodi l’una dell’altra, c’è il fallimento dell’ispirazione al Vangelo, motivo di essere di ogni forma storica che si ispira ad esso.
11. Utopismo e utopia
Il concetto di ritorno alle origini va ridiscusso. Ogni forma istituzionalizzata, all’inizio ispirata all’ideale, in seguito tende a cristallizzarsi. L’utopia non dà la salvezza definitiva, perché il Regno di Dio è in costruzione fino alla fine dei tempi. E’ dentro le coscienze che si annidano, pericolosi, gli idoli anti-vita.
L’ispirazione alle fonti del vangelo è apparsa in varie epoche (basterebbe ricordare i movimenti pauperistici del basso medioevo), quale motivo per contestare deformazioni del Vangelo e quindi per riproporlo nella sua integrità. Oggi si tende a prospettare un tale ideale come il frutto di una maturazione delle coscienze quale mai si sarebbe realizzata prima.
Invece è lo stesso concetto di ritorno alle origini che va ridiscusso. La consapevolezza storica può renderci cauti. E non per dire che sono inevitabili i corsi ed i ricorsi, né per auspicare, finalmente, la rinascita dell’antico discepolato contro le storture istituzionali cumulate lungo lo scorrere dei secoli.
Un minimo di sguardo attento ai limiti di tutte le realizzazioni umane che vogliono resistere al tempo non può che ridimensionare tanti giudizi. E’ necessario rendersi conto che ogni forma istituzionalizzata, all’inizio ispirata all’ideale, in seguito tende a cristallizzarsi. E’ una sorta di peccato originale, dal quale è difficile liberarsi, perché è lo stesso associarsi umano che rende necessaria l’organizzazione, con tutti i suoi meccanismi. Tale constatazione, però, non dovrebbe acquietarci. Quando si lascia agire la forza liberante dello Spirito, si aprono solchi sempre nuovi nel cammino umano verso una maggiore compiutezza.
L’utopia è buona compagna di viaggio per chi crede nel Dio che Gesù fa chiamare Padre. Il sogno di una famiglia umana, nella quale non esistano figli bastardi o soprannumerari, è la vera nuova notizia: non c’è salvezza per il singolo se c’è anche solo un altro che resta fuori, ritenuto non-figlio.
L’utopia non dà la salvezza definitiva, perché il Regno di Dio è in costruzione fino alla fine dei tempi; innesca un dinamismo di trasformazione, fa della storia, come dice Chenu, il luogo teologico in cui Egli si manifesta. L’aver dimenticato che ogni realizzazione è sempre parziale, riduce e immobilizza la funzione dello Spirito nella chiesa, come in ogni essere umano.
Perché questa paura della storia? Perché essa stravolge con le sue incertezze. Così come capita nelle storie personali, nel cui corso affiorano, senza ritmi prefissati, dubbi interrogativi ribellioni. Allora vien la voglia di distruggere ciò che ingombra il presente di contenuti non più accettabili, anziché chiedersi il perché persistano tanti idoli.
Quando ci si scaglia contro di essi si sbaglia il bersaglio. Non è eliminando il simulacro che si uccide il dio che esso rappresentava. E’ dentro le coscienze che si annidano, pericolosi, gli idoli anti-vita. I talebani hanno abbattuto le statue di Buddha, e non pochi si sono giustamente ribellati. La storia non si uccide. Quei segni del passato sono tappe percorse. La smisuratezza delle forme dei Buddha annientati dal furore iconoclasta assomiglia, sia all’espulsione e alle scomuniche che la chiesa non manca ancora di lanciare, sia – è doveroso riconoscerlo – alle recriminazioni contro le storture delle nostre chiese perché antievangeliche.
Riflettere sull’esuberanza delle forme – vuoi delle statue, vuoi dei templi, vuoi delle dottrine, vuoi delle norme sorpassate – significa domandarsi il perché della loro resistenza, addirittura dell’enfasi con la quale si ripetono gesti e tradizioni magniloquenti. E ci tocca soltanto rispondere con migliore cognizione di causa, non ritenendo mai conclusa la ricerca. Dovremmo guardare in faccia gli idoli e sorridere, per aiutare il mondo a prendere atto che non si uscirà mai dallo stato di minorità, fino a che non si avrà il coraggio di smascherare la menzogna.
L’ipotesi che avanziamo per uscire dall’impasse di restare tra Scilla e Cariddi (tra l’adeguamento passivo, colorato fantasticamente da forme appariscenti, e la contestazione utopistica che vorrebbe coltivare l’essenzialità razionale della fede) la facciamo sulla falsariga di qualche esperienza storica. Tanti miti si sono trasformati, nel trascorrere dei secoli, talvolta dei millenni, in rappresentazioni teatrali, in letteratura, in arte, in manifestazioni folcloristiche, eccetera. E’, questo, un modo di conservarli, evitando che siano nocivi nel presente; anziché eliminarli con tagli rapidi, si fa in modo che essi trovino uno spazio di accoglienza in zone del subcosciente, dove diventino potenziale per espressioni più profonde dello spirito.
Non è raro che certi fastigi di ieri resistano alla secolarizzazione: basti pensare a tutta la pompa sfoggiata dai sovrani nei grandi Imperi tramontati, ma anche nelle attuali forme di potere, che starebbero bene nei musei della cera o in altri luoghi idonei. E il fatto che nella nostra Chiesa si ripeta lo stesso fenomeno, è segno che per molti l’adesione alla fede è sonnolenta e magica; non è l’otre nuovo che accoglie il vino nuovo di una liberazione che investa dal di dentro e non attraverso l’esteriorità..
Abbiamo detto sopra che per non cadere nell’opposto utopismo, il quale sogna di azzerare tutto per ritornare all’età d’oro delle origini, bisogna finalmente rendersi conto che essa non è mai esistita; che, nel caso della Chiesa, sarebbe un’ingenuità ritenere che tutto, agli inizi, segnasse l’apparizione, nella storia, di una realtà completamente agli antipodi di quella vigente fino ad allora. Gesù lanciò dei segnali, indicò una via; nient’altro. Non si può caricare di un senso univoco il suo operare con efficacia taumaturgica sulle realtà terrene, la forza sovrumana con cui ammutoliva gli astanti quando cacciò dal Tempio dei profanatori, il suo costante additare la via maestra per adorare Dio in spirito e verità; e lo stesso discorso vale per tutto ciò che riguarda le comunità della chiesa primitiva. Il Vangelo sta dietro, o meglio al di dentro dei singoli gesti e parole; ciò che è imperituro non riguarda mai l’accadere dei fatti, bensì il senso impresso in essi da Cristo.
Certamente lo spirito utopico serve a farci guardare nella sua prospettiva; ma non ci garantisce dal fare a meno degli stimoli al cambiamento che ci provengono da ogni occasione concreta, nella quale – sempre accompagnati dal senso del limite e dalla debolezza del discernimento naturale – ci guida lo Spirito, che Egli ci ha lasciato accanto. Gli ambiti istituzionali sono anch’essi funzionali nel fornire indicazioni di massima, mai tali, però, da rendere superflua l’azione diretta dello Spirito nella coscienza personale.
"La pazienza dell’istante": così titola Emmanuelle Marie il libro della sua storia di liberazione (uscita dal convento di clausura dopo quarant’anni di vita religiosa, non per negare, bensì per affermare). L’utopia dà all’istante lo slancio per superare i ritardi della storia, per procedere OLTRE l’accettazione passiva del dato di fatto.
E’ bene chiudere questo argomento facendo un brevissimo cenno alla comune convinzione, rafforzata da documenti del Magistero e da altri sacri scrittori, che negli Istituti religiosi dovrebbe essere di casa, addirittura realizzata, l’utopia; quasi che essi avessero in sé gli strumenti idonei per essere salvaguardati dalla corrosione del tempo. Cosa davvero discutibile.
12. Il contagio della modernità negli Istituti religiosi
Severità o manica larga nell’affiliazione. Spesso il nuovo entra sotto forma di cedimento, ma c’è anche il caso di equilibrio tra esigenze personali e collettive. Il vero imputato è l’esercizio del potere, dietro le superiore, c’è sempre la forza del potere maschile. Lo spirito nuovo sa mettersi in discussione. Immobilismo e utopismo. Forse lo stesso termine "affiliazione" va sostituito. Un’analogia: tra le chiese cristiane, che finora l’hanno aborrito, timidamente avanza l’idea di accettare la presenza unificante di un papa.
C’è da fare una premessa: si conta molto sull’affiliazione dei membri in un Istituto, in nome di una coesione che faccia da antidoto contro i pericoli che vengono dall’esterno. L’adesione comunitaria può degenerare in sottrazione dell’indipendenza e della relazionalità tra le persone, per un troppo severo dosaggio di affiliazione, o per cedimento affettivo. Entrambi i casi sono da ritenere patologici (se chiamiamo le cose col loro nome).
Per rispondere alla denunzia, da parte dei soggetti critici, di mancanza di spazi personali, le superiore di antichi istituti fanno concessioni da manica larga, tanto da transigere più del giusto. Invece di correttivi forti, al declinare dell’affiliazione, si aggiunge una buona dose di maternage: rimedio peggiore del male. Il nuovo entra sotto forma di cedimento; e la conseguenza più visibile è la decadenza, la mancanza di nuove vocazioni. Il fatto di non facile interpretazione è che lo stesso risultato si ha in luoghi dove regna l’intransigenza. Nell’uno e nell’altro caso la dimensione umana è presa in considerazione, ma da un punto di vista esterno rispetto alle aspirazioni più profonde delle persone.
Non manca però, il caso in cui l’ago della bilancia del’affiliazione segni l’equilibrio tra esigenze personali e collettive: si concedono giusti spazi perché i membri possano esprimere se stesse, sostenute da un’intensa vita spirituale non disincarnata né sterile. Forse questo è un cogliere nel segno, secondo le indicazioni del Concilio. Istituti, dove attraverso tanti secoli sono confluite moltitudini di vocati, nei momenti più duri della crisi importata dalla modernizzazione, sanno individuare il vero imputato nell’esercizio del potere, esercitato sullo schema patriarcale. In questo caso si dovrebbe usare il termine matriarcale, ma in verità, dietro le superiore, c’è sempre la forza del potere maschile). Per rafforzarlo c’è sempre l’eccessiva pretesa di contare sulla fedeltà alle minuzie della Regola, scambiata per spiritualità. C’è spirito nuovo se ci si sa mettere in discussione, se si allentano false difese e atteggiamenti apologetici.
Bisogna però stare all’erta perché il motivo del rinnovamento non sia quello di salvare l’istituzione. Un sano discernimento mantiene alto ed equilibrato il livello della spiritualità all’interno della comunità; evita i due opposti – immobilismo e utopismo – , fa entrare in convento gli stimoli che provengono dalle urgenze del tempo per elaborarne i contenuti e farne occasione di verifica, anziché creare barriere contro tutto ciò che viene da "fuori". E’ una buona segnaletica il fatto che alcuni bussino di tanto in tanto alle loro porte per ritemprarsi, dimenticare la routine quotidiana, in sintesi per avere un assaggio di quest’altro mondo. Ma guai a voler mostrare, dimostrare, e anche testimoniare (parola tanto in uso). Abbiamo il verbo ESSERE, che quando non è usato come ausiliare, basta per chi cura la verità di sé.
Forse lo stesso termine "affiliazione" va sostituito, se si vuole ravvivare il senso dell’appartenenza comunitaria, nutrendola di contenuti più adeguati ai tempi. Opportune sono le occasioni di rinnovamento che provengono dalle contestazioni per contrastare un mondo caotico e dispersivo. Bisogna toccare il punto nevralgico in cui si innesta l’impianto istituzionale della consacrazione e risalire, o meglio ridiscendere alla matrice vocazionale del lasciare tutto: attraverso una nuova impostazione teologica e spirituale, prima che disciplinare.
Un’analogia può aiutare a dare più precise indicazioni. L’ecumenismo tra le chiese cristiane cerca ormai convergenze più sul piano della spiritualità che su quello della formulazione dei propri credo. Tra le chiese cristiane, che finora l’hanno aborrito, timidamente avanza l’idea di accettare la presenza unificante di un papa. Qual è il motivo di tale disponibilità, anche se ancora tanto debole? Si sta mettendo in chiaro che l’elemento più discutibile è dato dall’eccessiva centralizzazione della Chiesa di Roma; al contrario non si rifiuta un capo che rappresenti l’unità nello spirito della carità.
Gli Istituti religiosi quale posizione assumono di fronte alla questione della dipendenza dal Potere? Nel passato essi sono stati l’asse portante del rinnovamento ecclesiale. Che cosa significa il condensarsi, oggi, di giovani fuori dai conventi, attorno a gruppi fervorosi? E come mai coloro che entrano tornano a volersi distinguere, separare?
Abbiamo parlato di esplosione di spiritualità (che degenera spesso in spiritualismo) nelle tante aree religiose, sparse qua e là, anzitutto fuori dal cristianesimo. Non è del tutto convincente la piega che si è determinata; ma da questa bisogna prendere le mosse per osservare quali domande implicite essa ponga. Gli Istituti sono chiamati a cogliere, dietro le provocazioni che giungono dall’esterno, dietro le domande superficiali che all’interno accusano il disagio, motivazioni di fondo che i soggetti non sanno nemmeno indicare, come quando si ha un malessere e non si sa indicare il posto giusto dove si annida il male.
13. Il malessere indefinibile
Il concetto di autorità, non può essere compensato dallo "spirito materno". Ma che cosa volete? non lo sapete nemmeno voi. Un aggiornamento sul sesso.
C’è da avviare un processo di destrutturazione del concetto di autorità, che non può essere compensato dallo "spirito materno", neanche se si cambia d’un tratto stile con accorgimenti di vario genere, che vanno dall’amabilità e comprensione a riforme perfino grandiose – tipico l’espansionismo degli Istituti nelle aree del terzo e quarto mondo – non accompagnate da un riesame strutturale dell’essere nella chiesa e nel mondo.
C’è un vezzo, in campo ecclesiale si sta sempre ad elogiare i passi fatti in avanti, e ci si esalta a dirsi bravi. Come bambini. Invece, anche se si sono fatti degli aggiornamenti, non è facile né scontato il loro risultato in termini di vero rinnovamento. Perché ci sono abissi da colmare, tale e tanta è la differenza delle esigenze nell’incessante divenire dei tempi.
Un esempio può mettere in chiaro che non si tratta di cattiva volontà da parte di nessuno. Il disagio avvertito alla base, nei tempi del Concilio, era indeterminato, tanto da apparire segno di rottura con gli ideali poco prima abbracciati, ma senza proposte degne di essere prese in considerazione. Mi ricordo bene le domande che venivano rivolte ad un gruppo di giovani suore, tra le quali c’ero io: ma che cosa volete? non lo sapete nemmeno voi; è facile criticare quando non si hanno responsabilità; beate voi che per ora avete solo da obbedire.
Ebbene sotto certi aspetti avevano ragione: non sapevamo che cosa volevamo, criticavamo, non eravamo gravate da grosse responsabilità (eravamo "piccole" con i nostri anni che avevano superato la ventina!); e poi eravamo, dovevamo essere, figlie, come a dire spensierate.
Una volta di quei tempi, quando frequentavamo corsi di aggiornamento (obbligatori, se non si voleva perdere la faccia di fronte alle altre congregazioni e alle autorità ecclesiastiche) ci trovammo ad ascoltare una conferenza: le giovani sedute in una fila, dietro la quale c’era quella delle vetuste madri superiore. L’argomento meritava davvero una simile collocazione tutelare: come gestire la sessualità. All’uscita noi giovani eravamo entusiaste. Appena il tempo di fare qualche esclamazione, che io, forse più sfrontata, ebbi il coraggio di tradurre in parole: si tratta di nozioni elementari di cui bisogna essere informati. Al che la risposta: noi invece non ne sapevamo niente; e di rincalzo un’altra superiora completava la frase, alzando di un quartino la tonalità: non ne sapevamo e non ne volevamo sapere! e il resto lo aggiungevano i visi stravolti delle venerande.
Allora si annaspava davvero da parte di giovani e di meno giovani: verso che cosa piegare il cambiamento, dato che lo si vedeva necessario? Il malessere ci colpiva in maniera indefinibile. Però eravamo alla ricerca di uno sbocco, al contrario dei tranquilli giovani di oggi, tanto simili ai figli dei sessantottini.
14. L’individuazione della malattia
Una maggior preparazione teologica e culturale ai giovani ha prodotto nelle comunità pace, gioia e attenzione al prossimo. Gruppetti, non numerosi, escono dai conventi e si autogestiscono. Ma la "regola" non è in grado di affrontare questioni di carattere pastorale, teologico e biblico. E che dire del diaconato e presbiterato alle suore? E del discepolato temporaneo o a vita?
Solo molto più tardi abbiamo cominciato a capire; la chiarezza intelletuale segue i turbamenti, non li precede. Le risposte sono venute da certi aggiornamenti, sufficienti in alcuni casi, dubbi e insufficienti in altri. Infatti non si trattava di "materia" facile, tanto meno da realizzare in fretta.
Tanti Istituti si sono preoccupati di dare ai giovani una preparazione teologica e culturale più ariosa, hanno snellito molte osservanze, come si può notare dall’elemento più immediatamente appariscente, il modo di vestire, e altro ancora.
A lungo andare, la novità è sembrata palese. Mai si erano viste piccole e meno piccole comunità religiose sprigionare pace e gioia e attenzione al prossimo e quant’altro di meglio si possa desiderare. Lo dicono parecchi: andando da esterna in mezzo a loro per un po’, te ne esci con la sensazione che laddentro si sta bene, che da laddentro vien fuori tanto bene, che anche a te farebbe bene startene laddentro a goderti per un lasso di tempo il clima spirituale, più respirabile di quello torrido di fuori.
C’è da segnalare inoltre il fatto che gruppetti, non numerosi, escono dai conventi senza farsi sclaustrare; si autogestiscono, vivendo del proprio lavoro in società, con maggiore senso di provvisorietà, con la libertà di adattare la Regola al nuovo genere di vita, e soprattutto nel pieno diritto di assumere una forma mentis critica, con l’intenzione di riqualificare l’appartenenza all’Istituto.
C’è solo da chiedersi come realizzare a livello globale ciò che hanno attuato queste comunità, con la benedizione preoccupata dei superiori (il maschile non è a caso). Ad una suora che conduce felicemente un’esperienza simile – vive con una compagna in un appartamento, e lavora da operaia – ho chiesto:
"Se dovessi, per ubbidienza, abbandonare questo modo di "fare la suora", pensi che ti troveresti altrettanto bene, tornando in istituto?"
Pronta la risposta:
"I superiori sanno che la mia scelta è questa, e che non tornerei mai indietro. "
Sarebbero molte le deduzioni da trarre da una simile risposta. Ne diciamo solo una: non si può riformare la vita religiosa a partire da casi isolati. Forse l’arcipelago sarebbe una soluzione più corposa...
A ben pensarci perfino le risposte di carattere canonico e normativo (la regola!) non sono in grado di affrontare questioni di fondo: di carattere pastorale, teologico e biblico. Non basta riqualificare l’essenza della consacrazione, sottraendola ad un astratto simbolismo e consegnandola alla chiesa e alla società con un ruolo di primo piano in ordine alla realizzazione del Regno. E’ già avvenuto che si diano alla suora ampie possibilità nella chiesa, fino ad assegnarle compiti alti, come ad esempio l’esercizio (parziale) della funzione di parroco o di vari tipi di segretariato in Vaticano, o altre alte mansioni. Par quasi di presagire più alte conquiste…
Non posso nascondere la paura che mi fa – ma sono con me molte altre donne – un incremento di prestigio della suora, che si concludesse niente po’ po’ di meno con il suo ingresso, al diaconato prima, al presbiterio dopo. A che pro, lamentano giustamente le Autorità ecclesiali, pretendere ruoli identici a quelli maschili, se la donna ha dei carismi che in un certo senso sono superiori? Chiudo presto questo tasto, per dire che alle suore non manca, cioè non soffrono la mancanza dell’esercizio del ministero sacerdotale, così come è comunemente inteso, tale che implichi uno status oggettivamente altro dal laicato. Manca piuttosto una chiara definizione dei limiti e dei requisiti dell’identità della vita religiosa, che sia tutt’uno col comune discepolato, senza chiusure categoriali. Il di più dovrebbe dipendere da quanto impegno si può riversare nell’atto di seguire Cristo non necessariamente in convento o in uno stato di vita consacrato-nel-mondo. Inoltre il sacerdozio dato alle suore, allargherebbe lo stuolo dei presbiteri, lasciando intatto l’aspetto sacrale (parlo di quello ritualistico e formale), che fa da elemento divisorio col Popolo di Dio.
Il tema dell’affiliazione è, uno dei problemi di fondo per le religiose, in quanto fa della famiglia religiosa un insieme ordinato di figlie. Il rigido controllo o, al contrario, l’attenzione materna, dovrebbero cedere il posto alla responsabilità delle persone, libere della libertà dello Spirito, legate ad un vincolo con l’istituto, funzionale alla fruttificazione dei doni profetici, individuali e collettivi, a vantaggio di un mondo da salvare.
Questo è già tanto, ma non tocca il quid.
Il nodo è nel vedere fino a che punto l’istituzione costituisca una realtà alla quale affiliarsi, o se non debba essere un luogo approssimativo e funzionale ad esprimere la quintessenza della chiamata di tutti, che è il discepolato. Temporaneo per chi lo desidera tale, a vita per chi sente il bisogno di donazione senza limiti. L’importante è che tale donazione non venga ingabbiata in usi e regole "sante", che non travisino – di fatto – il discepolato di amore elettivo, in uno schieramento stabilmente curato a parte, perché sia di riserva per i bisogni dell’Istituzione-Chiesa.
Per ora chiudo questo paragrafo, citando Simone Weil: "…ho un bisogno fondamentale – credo di poter parlare di "vocazione" – di passare fra gli uomini e i diversi ambienti umani confondendomi con essi, assumendone lo stesso colore, fin là, almeno, dove la mia coscienza non vi si oppone, scomparendo fra loro, per far sì che si mostrino quali sono, senza mutare volto per me. Desidero conoscerli come sono, per amarli così come sono" .
Altro che sottolineare la diversità e la separazione! Altro che restare a casa, nell’ambito ristretto della famiglia religiosa, dove l’affiliazione è perpetua. Dove, anche uscendo, andando lontano, in missioni difficili nelle quali si può agire in piena libertà, ci si può formare un altro nido sicuro… Manca l’uscire senza bisaccia, lo stare come pecore in mezzo ai lupi.
E’ vero, sembra che ci contraddiciamo, ricadendo nell’utopismo.
Se l’essenziale del discepolato non consisterà nell’appartenenza ad una categoria "fuori dal mondo", molte risposte verranno da sé. Non mancherà la struttura minima che i singoli associati si daranno; ma il gigantismo delle istituzioni che affiliano a vita, forse è l’equivalente opposto delle sporadiche esperienze di gruppi effervescenti e temporanei. La struttura materiale dovrebbe essere tendenzialmente stabile, ma non in vista di sostituire altre comuni strutture sociali, tra le quali impegnarsi. Per esempio, perché il servizio reso nella e per la chiesa, non dovrebbe assicurare alla suora uno stipendio come avviene per i preti? Perché riposare sull’abbraccio materno che l’istituto è sempre pronto a darti, invece che essere come gli altri, responsabile delle scelte fatte volta per volta, magari con le tutele proprie dei lavoratori nel sociale, senza essere costrette un domani a "restare" in Istituto per bisogni materiali?
Le soluzioni si trovano se si salva il principio che il discepolato impegnato, come vogliamo chiamarlo, non è caratterizzato dalla struttura, ma di essa si serve come spazio per lanciarsi all’evangelizzazione, e in cui tornare a riprendere nuova forza.
15. Il dicepolato impegnato
E’ nocivo che pesi sulla persona il compito di adeguarsi ad un modello predeterminato di santità. I fondatori e le fondatrici di Istituti sono stati ispirati, hanno avuto un carisma particolare inconfondibile. Gli adepti debbono entrare nello stesso carisma e studiare il modo di riprodurlo in sé e vivere la legge immedesimandosi in essa come se scaturisse dal didentro. La vocazione è una seconda nascita, ma non deve impedire ulteriori ricerche di vie nuove.
La parabola di vita di molte religiose, sia quelle fedeli all’Istituto fino alla morte, sia quelle rimaste, ma senza convinzione, sia quelle uscite, è un ottimo test per vedere rispecchiate nell’esistenza di tutti le questioni che sono state poste. Vi si può leggere tutto il bene che proviene da uno stato vita, che fa un taglio netto col mondo. Ma non vanno negate le difficoltà che provengono da una debole convinzione di doversi spogliare di tutto e soprattutto delle radici del proprio bagaglio di formazione precedente, nonché di potenzialità che nel loro sviluppo si rivelano divergenti dalla scelta fatta. In ogni caso è nocivo che pesi sulla persona il compito di adeguarsi ad un modello predeterminato di santità, e che la libertà consista, non nel creare l’inedito di cui i tempi reclamano l’urgenza, ma in accessori che non intacchino lo standard fissato una volta per tutte.
C’è un pensiero che ogni tanto si affaccia alla mia mente, una specie di tentazione, per usare il gergo "religioso": i fondatori e le fondatrici di Istituti sono stati ispirati – non ci si stanca di ripetere –, hanno avuto un carisma particolare inconfondibile. Gli adepti debbono entrare nello stesso carisma e studiare il modo di riprodurlo in sé. A questi ultimi è concessa la libertà di spirito, propria di chi vive la legge immedesimandosi in essa come se scaturisse dal didentro. Chi non sa che la legge morale consiste in questo passaggio dall’eteronomia all’autonomia? Ebbene ciò, in ultima analisi, rispecchia un principio che mi pare resista ai cambiamenti epocali. Ci sarebbe in ciascuno una seconda nascita, quando subentra nell’esistenza della persona un grande ideale.
Ma questa seconda nascita che porta all’emissione dei voti non deve impedire ulteriori passaggi, ulteriore ricerca di vie nuove: perché gli ideali resistano meglio al logoramento del tempo, irrorati dallo Spirito. Se tutto consistesse nella riedizione del vecchio, anche il più bello, la vita religiosa non sarebbe contrassegnata dalla perenne Novità dello Spirito.
Mai dimenticando che nella chiamata Dio si rivolge, sempre, alle persone. Un insieme di persone, messe insieme a vita, non vale più di una sola di esse.