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U n p r e t e s p o s a t o e s e m p l a r e. G r a z i e , D o m e n i c o ! “IO NON MI VERGOGNO DEL VANGELO’’.
Domenico Del
Rio
Qui faccio memoria di Domenico del Rio, che se ne è andato a 76 anni, il 26 gennaio. • Era un cristiano serio. Ha attraversato una varietà. di stagioni, ma è restato davanti al mistero per tutta la vita ed è riuscito a darne conto, con novità di linguaggio, in partìbus infideluim Non sono risultati da poco. Forse nessuno l’ha conosciuto quanto me, se mettiamo insieme la faccia pubblica e quella privata, che lui teneva separate. Tocca dunque a me tentarne un profilo. Chi lo conosceva solo per gli scritti non smetta di leggermi, perché non sa che uomo raro egli era davanti a Dio. Chi non lo conosceva affatto, approfitti di queste due pagine per scoprire una vita che ne ha interpretate molte. Conobbi Domenico nel dicembre .del 1975, nei locali in allestimento del quotidiano “La Repubblica”, che veniva sperirnentando i suoi “numero zero”, in vista dell’approdo nelle edicole fissato per il gennaio del 1976. !Aveva 17 anni più di me, ma come vaticanista era il mio vice, perché era un «precario» del giornalismo. Da appena un anno aveva ottenuto la riduzione allo stato laicale e si era sposàto con Janja.
QUANDO SI CHIAMAVA «PADRE EVANGELISTA» Domenico aveva quasi cinquant’anni e ne aveva passati una ventina nell’ordine dei frati minori, dove si era occupato — sulle testate della famiglia francescana — del Concilio e delle missioni. C’è ancora chi conserva nella sua biblioteca un bel volume intitolato San Bonaventura da Bagnoregio, pubblicato nel 1973 dalle Edizioni Antonianum, in vista del céntenario bonaventuriano e del :quàle il «padre Evangelista Del Rio» aveva curato «il piano dell’opera e il progetto grafico. L’amico rogazionista Vito Magno racconta d’averlo avuto come docente di giornalismo all’Antoniano, dove tenne l’ultimo corso nel 1972-73. Divenimmo subito amici: lui sapeva di più, io mi muovevo con maggiore libertà e mettevamo in comune quello che trovavamo. L’amicizia si estese alle famiglie. Era padrino di uno dei miei figli. L’arrivo del papa polacco ci spiazzò e innescò -. tra noi due — un conflitto interpretativo che durò dieci anni e sboccò in un volume scritto a quattro mani: Wojtyla il nuovo Mosè (Mondadori, Milano 1988). Un conflitto fecondo, dunque, e che credo sia stato utile, nel suo esito in volume, anche per lo sviluppo della letteratura sul pontificato. Nel 1981 io passai al Corriere della sera e lui continuò a La Repubblica fino al 1993, quando andò in pensione. Lungo l’ultimo decennio ha collaborato a La Stampa, ad Avvenire e a Famiglia cristiana. Tra i volumi che ha dedicato al papa, due sono pubblicati dalle EDB: Wojtyla. Un pontficato itinerante (1994), I fioretti di papa Wojtyla (1999). Da uomo libero qual era, curioso di tutto e francescano dentro, il suo giornalismo è stato sempre sanamènte provocatorio. Una volta gli provocò l’esclusione da un volo papale, in occasione del viaggio in Venezuela, Ecuador e Perù, del gennaio-febbraio del 1985, per aver riportato giudizio di «trionfalismo» sui viaggi papali, dato dal teologo spagnolo .“ Diez Alegria. Ma non fu una cosa sèria, fu piuttosto un incidente dovuto all’ impuntatura dell’ambiente vaticano. Posso attestare che il suo lavoro sulla figura del papa era vastamente apprezzato, in Vaticano e da uomini tra loro diversissimi: dai cardinali Angelini, Etchegaray e Tucci, ai vescovi ‘ Marchiano e Pastore, al portavoce Navarro-Valls, che a lungo si dolse, d’aver dovuto prendere quella decisione nel 1985.
L’ULTIMA FATICA: «KAROL IL GRANDE» Chi è interessato ad approfondire’ questo aspetto, si procuri l’ultimo libro scritto da Domenico, che sta per apparire presso le Paoline, con il titolo Karol il Grande: ne ho scritto la prefazione, ricostruendo l’itinerario della sua interpretazione, del pontificato. Qui voglio concentrarmi sulla lotta di Domenico per mantenere la fede. Mi ha raccontato il card. Tonini: d’essere stato lui ad accogliere Domenico nel seminario di Piacenza., dove restò fino al ginnasio, passando poi dopo un’interruzione di qualche anno, ai frati minori, tramite la conoscenza di padre Gemelli. Sarà di nuovo Tonini negli anni settanta’ ad aiutarlo a ottenere la riduzione allo stato laicale, chiesta per sposare. Janja Raguz, croata dell’Erzegovina, che ha amato più di se stesso. - La sua prima prova fu l’isolamento dopo l’uscita dalla famiglia francescana. Ebbe anche difficoltà ad andàre avanti. Lo ricordo che diceva a Scalfari, quand’era ancora un collaboratore «precario»: Questo sarà un Natale triste per me e per Jana».. Quell’isolamento lo vinse solo — e mai del tutto — con il successo professionale e con l’intelligente valorizazione ottenuta negli ultimi anni presso Avvenire e Famiglia cristiana. Infine la prova delle prove: la morte di Janja. Lei se ne andò quando Domenico stava scrivendo Roveto ardente (Studium, Roma 2000), che porta questa dedica: «Nella tenera attesa di rivedere Janja approdata in Dio’.
La messa di commiato per Jania si tenne il 1° settembre 2000 nella chiesa
dei Santi Gioacchino e Anna al Tuscolano. «SIGNORE, ORA TOCCA A TE AMARLA» Muore una persona cara (la persona più cara che si ha) e un vento di dolore ti invade dentro. Anche il cuore ha la sua morte. Oh, certo, nel mondo ci sono dolori anche più grandi, sofferenze più atroci, solitudini più strazianti. Ecco, allora, diciamo che il lungo dolore della sua sofferenza fisica è stato uno della immensa moltitudine dei dolori del mondo. In quella moltitudine adesso c’è anche il dolore di chi, teneramente accanto, l’ha contemplata a lungo mentre lentamente, dolcemente, serenamente, andava scivolando in Dio. «Si muore sempre come un fanciullo“ dice il profeta Isaia. E il sorriso del fanciullo è fiorito per tutti sul suo volto di dolore fino al momento estremo, e la tenerezza e la mansuetudine dell agnello. Anche per questo, ora, io posso parlàrti, Signore? Tu hai visto la sua paziente agonia (lei ha sofferto più a lungo di te sulla croce). Ti abbiamo pregato, Signore, e tu non hai voluto ascoltarci.
Anche noi ti chiedevamo di tener lontano questo calice. Forse perché anche per lei, in una partecipazione di redenzione, avvenisse quello che è accaduto per te qui sulla terra, senza che il Padre ascoltasse: agonia
nèl Getsemani e morte sulla croce. Ma io, lo sò, ora non oso, non sono
degno di gridare: «Dio mio, Dio mio, perché ci hai abbandonato ?»
- SUL PAPA NON VOGLIO DARE GIUDIZI
Sulla porta mi sono fermato a sàlutarlo con la mano e gli ho detto: «Addio Mimmo». Ha ricambiato, visibilmente contento e ha ripetuto: «Saluta tutti>. Luigi Accattoli
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