Dibattito Arcobaleno

 

 

 

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Cosa abbiamo chiesto

Care sorelle,

non so che cosa si pensi dell’iniziativa che parte da donne, le quali si raggruppano attorno al sito “Donne contro il silenzio” (www.donne-cosi.org ): donne che hanno avuto un passato di vita religiosa, ma che non hanno buttato via i carismi legati alla Chiamata.

Senza nostalgie né spirito alcuno di critica, vorrebbero interrogarsi assieme a voi su alcuni punti che sono rimasti problematici nell’esperienza precedente, della quale hanno stima.

E’ possibile portare avanti un’iniziativa dal basso, senza necessariamente servirsi dell’alta guida dell’Autorità che avrebbe un’abbondanza-sovrabbondante di risposte da dare? O si stima pericoloso il misurarsi con noi, che avremmo tanto da imparare, ma forse anche qualcosa da dare?

Fatto sta che sono belle, ma poche, le risposte di adesione al dibattito che chiediamo. La maggioranza o tace o appone la scusa della mancanza di tempo.

Circa la mancanza di tempo, vorremmo che non fosse un pretesto…

Non spegnete la nostra speranza che, nella Chiesa di Dio, si possa prestare attenzione alle iniziative della base.

Vi manderemo ogni mese, a partire da ottobre, una lettera con delle domande specifiche. L’argomento generale è il seguente:


Il discepolato impegnato in stati di vita diversi

Cioè ci interroghiamo su ciò che è identico sia per suore sia per laiche. Attraverso questo confronto, senza dare medaglie a nessuno, potremo scoprire meglio la portata evangelica del discepolato, aperto a tutti: un bene sempre da riscoprire.

Con fiducia ed affetto di sorelle, per Donne-Co-si, Ausilia Riggi
 

                            Cosa chiediamo ancora


DA DISCEPOLE SENZA AGGETTIVI.
Continuiamo a proporre il dialogo attraverso letture brevi, ma tali da puntualizzare il fatto che c’è tanto cammino da poter fare insieme, da discepole senza attributi (lo specifico - stati specifici di vita -) va benissimo, ma entro un comune contesto.

b) LE RISPOSTE DI SUORE SEMPLICI. Le abbiamo avute e speriamo soltanto nella perseveranza. Vogliamo esprimerci con lo stile del Vangelo: chi riesce a dire qualcosa di concreto sul materiale offerto, ne faccia dono alle altre.

c) Nota: L’uso del femminile non è esclusivo: una volta tanto l’uso del femminile include il maschile
 

Riflessioni sul primo documento, il più completo

(I caratteri in rosso riguardano il nostro pensiero)

 Si parla di uguaglianza in maniera non equivoca, a partire dall’affermazione della Familiaris Consortio, 16: Il matrimonio e la vita consacrata… “sono due modi di esprimere e vivere l’unico Mistero dell’Alleanza di Dio con il suo popolo”. Ogni vocazione è una via, un servizio per l’utilità comune; si parla della stessa Santità; dello stesso cammino di fedeltà all’Amore, di dominio di sé e di rinuncia; della stessa fecondità; della stessa vita divina.

Sennonché    

Ci sono delle parolette  - “più”, da una parte, “ma anche”, dall’altra –. Un modo per distinguere, cercando di salvare l’uguaglianza? Nonostante la buona volontà, NO.

OSSERVIAMO: Il dippiù della vita consacrata fa delle due vie, per dirla con la Zarri (documento 5), due categorie, distinte non già (come è giusto che sia) qualitativamente, per differenti identità, ma quantitativamente (qualcuno é più consacrato degli altri)” .

Nel documento indicato si nota che nella vita consacrata si offre al Signore un cuore puro ed indiviso; si fa esperienza di una maternità/paternità secondo lo Spirito; si sceglie una vita di preghiera; si tratta di un atteggiamento esistenziale. Si distinguono le attribuzioni dell’amore personale e dell’amore universale: a) Il matrimonio nel Signore richiama l’assoluta unicità e personalizzazione di questo Amore: Dio ama ciascuno di noi come unico, chiamandoci per nome; b) La verginità consacrata proclama anzitutto l’universalità dell’Amore di Dio e il suo volgersi a tutti.. Soltanto insieme, matrimonio e verginità, rivelano la concretezza della totalità dell’Amore di Dio.

COSA NE PENSIAMO. a) Un cuore puro non può amare in forma possessiva, non teme divisioni di sorta, moltiplica la sua espansione senza perdere l’individualizzazione e la concretezza dell’amore: un’esperienza che si può vedere realizzata in ogni stato di vita. b) Sarebbe ora di finire di parlare di genitorialità spirituale. Per un cristiano (e sarebbe ora che lo fosse per tutti) sarebbe grave ammettere che una genitorialità vera possa fare a meno di quella spirituale; intanto chi volesse una genitorialità puramente spirituale dimenticherebbe l’incarnazione. c) Non deve essere il matrimonio a dare ciò che non dà la vita consacrata e viceversa. Bisogna impostare il discorso diversamente. Proponiamo che si ripensi la specificità su un piano terra terra, umilissimo: chi è eunuco (non importa perché) può essere fertile e può amare non-meno di chi è sposato; in Dio la distinzione materiale dello stato conta ben poco, conta l’intensità della scelta di generare figli-di-Dio.
 

Documenti originali

 

Doc. 1 Carmelitane

In questo breve articolo tratteremo della reciprocità tra la vocazione al matrimonio in Cristo e la chiamata alla verginità per il Regno. Abbiamo suddiviso questo nostro discorso in alcuni punti.
Il matrimonio e la vita consacrata non sono due realtà che si contrappongono, ma usando le parole di Giovanni Paolo II: "Sono due modi di esprimere e vivere l'unico Mistero dell'Alleanza di Dio con il suo popolo" (Familiaris Consortio, 16). Ogni vocazione è una via particolare per seguire Cristo e, nella Chiesa - suo Corpo mistico - ogni chiamata è a servizio dell'altra per l'utilità comune. Dio chiama. E, a tutti, vuol comunicare la Sua Santità: non si rivolge a persone privilegiate, ma ad ognuno chiede un cammino di fedeltà all'Amore. Il valore di ciascuna vocazione consiste, dunque, nella capacità di amare, nel dilatare sempre più il proprio cuore all'Amore.

DIALOGARE:

Un cammino…

Formarsi alla verginità consacrata o al matrimonio, implica un cammino di virtù, di dominio di sé, di rinuncia; ma anche, e soprattutto, un'educazione del cuore, cioè dei sentimenti più profondi, di una maturazione affettiva, di un atteggiamento sereno di fronte all'altro, di apertura ai suoi bisogni.
Tutto questo cammino, però, non può essere percorso senza un impegno costante al dialogo e all'ascolto.

Il dialogo

Dialogare è un "arte" difficile, ma è uno dei modi con cui si cerca la verità. Suppone una profonda interiorità. Spesso non riusciamo a dialogare con gli altri, perché non abbiamo imparato a comunicare con la nostra "interiorità": solo conoscendo la nostra interiorità, infatti, possiamo rivelare noi stessi all'altro.
Il dialogo è arte difficile anche perché richiede una grande capacità di ascolto. E ascoltare significa "fare vuoto" dentro di noi, perché l'altro possa aprirsi in tutta la sua unicità e originalità, senza "adattarsi" alle nostre attese.
La capacità di aprirsi al dialogo si fonda sulla volontà di dischiudersi sempre e nuovamente anche a quel Tu di ogni altro tu che è, per noi, Dio.
"Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l'Amore di Dio incomincia con l'ascoltare la Sua Parola, così l'inizio dell'amore per il fratello sta nell'imparare ad ascoltarlo […]. Chi non sa ascoltare il fratello ben presto non saprà neppure più ascoltare Dio […]. Chi non sa ascoltare a lungo e con pazienza parlerà senza toccare veramente l'altro ed infine non se ne accorgerà nemmeno più" (D. Bonhoeffer).

IL DIALOGO: SORGENTE DI FECONDITÀ E FEDELTÀ
Fecondità nel matrimonio e nella vita consacrata

Sia nel matrimonio che nella vita consacrata è richiesto un amore totale, fedele e fecondo. Un vero dono d'amore è, infatti, irrevocabile e l'amore è per se stesso creativo e, quindi, fecondo. Come il matrimonio partecipa della Potenza creatrice di Dio mantenendosi sempre aperto alla vita, così anche la verginità è chiamata ad essere feconda nell'esperienza di una maternità/paternità secondo lo Spirito.
La fecondità dei coniugi non deve, però, essere ristretta al numero dei loro figli, ma include la loro dimensione affettiva (fecondità come diffusione dell'amore), il comune impegno lavorativo, economico, intellettuale, spirituale e in qualunque altro campo i coniugi diffondano i buoni frutti del loro amore.

FEDELTA’

Nel matrimonio

Dio è presente nella vita di coppia, ma si può correre il rischio di non riconoscerlo, come i discepoli ad Emmaus. Solo andando fino alla sorgente dell'amore si può riconoscere la Sua Presenza e diffonderla.
Nell'amore la vita ordinaria si illumina di stupore; anche i gesti apparentemente insignificanti, diventano importanti; si valorizza ciò che è buono in noi e attorno a noi. Se gli sposi non si lasciano "bloccare" dagli inevitabili conflitti della vita di coppia ma, anzi, li affrontano serenamente cercando sempre "le vie" della pace, è perché sanno che Dio è vicino e ancora più vicino nei momenti bui.
Da questa fiducia, la coppia trae la forza per affrontare serenamente le prove, restando fedeli l'uno all'altro. Essere fedeli significa riconoscere e stimare i valori e le possibilità dell'altro e, vincendo ogni forma di competizione, spingerlo a vivere e a sprigionare questi valori.
Sposare l'altro è sposare anche il suo futuro e sposare la sua sorpresa e imprevedibilità, la sua creatività, ricordando che egli rimane un mistero che non si può mai comprendere pienamente. La fedeltà è dunque un dono che ci chiama quotidianamente alla conversione.
Io, prendo te, come mio/a sposo/a
e prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.
(Dalla formula del matrimonio)

Nella vita consacrata

La fedeltà, per la vergine consacrata, consiste nell'offrire al suo Signore un cuore puro ed indiviso, pronto a condividere con Cristo "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di ogni uomo, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, non essendovi nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel suo cuore" (Costituzioni delle Monache Carmelitane; cap. II, § 6; GS 1).
Come la fedeltà dei coniugi è provata nella vita quotidiana, così lo è anche quella dei vergini per il Regno. Poiché il Signore, che provò Abramo, Isacco e Giacobbe, continua a provare ciascuno di noi per vedere se realmente Lo amiamo e perché, attraverso la prova, possiamo crescere nella nostra fedeltà e diventare così gli amici di Dio.
Molti santi e mistici hanno vissuto l'asprezza dell'aridità e del deserto spirituale, hanno attraversato la notte dello Spirito, dove tutto il loro essere - volontà, intelligenza, affettività - è stato purificato come "oro nel crogiuolo", per passare dal vissuto di un amore impastato dall' "io" ad un amore sempre più libero e liberante ad immagine di Dio.
Animata da viva fede e da ferma volontà,
mi consacro totalmente a Dio
e mi impegno a vivere senza sosta
nell'ossequio di Gesù Cristo,
imitando i sublimi esempi
della Vergine Madre di Dio
e del profeta Elia, nostro Padre.
Alla presenza delle mie consorelle,
faccio voto a Dio di perpetua castità, povertà e obbedienza
secondo la Regola e le Costituzioni
dell'Ordine della Beata Vergine Maria
del Monte Carmelo.
(Dalla formula della Professione religiosa carmelitana)

PREGHIERA: DIALOGO CON DIO

Se la consacrazione è una via che tende a radicare più profondamente la vita nel mistero di Cristo, anche il matrimonio cristiano è un evento che introduce veramente l'uomo e la donna nella vita divina.

Preghiera nel matrimonio

La vita misteriosa una e trina del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, si diffonde nella vita della coppia, stabilendo, sin dal Sacramento del matrimonio, la sua unità. Non c'è unità né fedeltà autentica possibile, senza questa Presenza.
Un modo di far memoria di questa Presenza e di accoglierLa è quello di pregare. Un serio cammino spirituale di coppia, quindi, non può fare a meno della preghiera. Gli sposi che pregano insieme:
- si pongono nel cuore del carisma proprio del Sacramento del matrimonio;
- ricevono quella luce necessaria per trasfigurare e santificare tutti gli atti del matrimonio;
- sono in grado di comprendere più profondamente la Volontà del Signore nella loro vita;
- si rendono conto che gli ostacoli esteriori possono essere rivelatori di impedimenti interiori che vanno affrontati insieme;
- imparano a chiedersi perdono reciprocamente poiché "non si impara a perdonare l'altro, cioè ad amarlo veramente, nelle discussioni, ma nella preghiera" (Laroche).
Il provare resistenza all'idea di pregare con l'altro, è una tentazione alla quale non si deve cedere. La preghiera, infatti, è fatta anche per ristabilire l'unità carismatica del matrimonio che è Cristo stesso.

Preghiera nella vita consacrata

"La vita di preghiera, per la consacrata, costituisce in ogni momento una nuova immersione nel mistero di Cristo, in cui ci è dato lo Spirito che grida in noi: Abbà, Padre" (Cost. cap. III, § 59; cfr Gal 4, 6).
Certamente Dio chiama tutti ad incontrarLo attraverso la preghiera ma, i consacrati, ne fanno una specifica scelta di vita: il loro è un atteggiamento esistenziale. "Attraverso la preghiera, vissuta come dialogo con Dio, camminano continuamente alla presenza del Signore ed imparano, penetrati da questa Presenza divina, a vedere tutte le vicende della vita attraverso la luce di Dio, in piena adesione alla Sua Volontà" (Cost. cap. V, § 81).
"Inoltre, per i consacrati che vivono in una Comunità di fede, oltre a stabilire un rapporto con Dio nell'amore, essa diventa sorgente ed espressione essenziale della loro vita individuale e comunitaria" (Cost. cap III, § 60).
La preghiera è una relazione, è l'incontro della sete di Dio con la nostra sete. Il fondamento della preghiera è l'umiltà. È il cuore che prega. Il cuore è la dimora dove Dio discende: è il nostro centro nascosto, raggiungibile solo dal Suo Spirito.
"Per me la preghiera è uno slancio del cuore,
è un semplice sguardo gettato verso il Cielo.
E' un grido di gratitudine e d'amore
nella prova come nella gioia,
insomma è qualcosa
di grande, di soprannaturale,
che mi dilata l'anima
e mi unisce a Gesù".
(S.Teresa di G.B.)

COMUNITÀ FAMILIARE E RELIGIOSA:

LUOGO IN CUI SI CONCRETIZZA L'AMORE.

Gesù ha promesso di abitare in mezzo a noi, dicendo: "Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, là io sono in mezzo a loro". La Comunità familiare, come quella religiosa, dovrebbe essere testimone di questa promessa di Gesù e contare su di essa giornalmente, in tutti i frangenti più o meno felici.
Sapere che Lui è presente tra chi si ama, che è donatore di gioia, diventa la forza per il superamento di ogni conflitto. Il fatto che Dio stesso si fa presente con il Suo Spirito, fa della Comunità familiare, come di quella verginale, una piccola Chiesa.
Se ciascuno, quotidianamente, s'impegna a fare in modo che Cristo rimanga il centro della propria vita, non sarà difficile l'intesa, si sarà capaci di superare i momenti difficili, di sostenersi e risorgere dalle mille morti dell'amore. Solo Cristo, infatti, può rafforzare i legami, armonizzare le differenze, svelando i tesori di ciascuno agli occhi dell'altro.
E' solo attraverso la forza dell'amore che riusciamo a distogliere lo sguardo da noi stessi e concentrarci sull'altro senza attese, accettandolo nella sua diversità che diventa così opportunità di crescita e di comunione. Quindi, sia ai vergini che agli sposati, è richiesta la visibilità di uno stile di vita basato sull'amore reciproco, secondo quanto ha detto Gesù: "Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati".

AMORE PERSONALE E AMORE UNIVERSALE

L'Amore infinito di Dio è, al tempo stesso, particolare ed universale: rivolto a ciascun essere come unico e assoluto, e a tutti, senza discriminazione. Questo Amore infinito di Dio non è adeguatamente espresso né dal solo matrimonio né dalla sola verginità.

L'amore matrimoniale

Il matrimonio nel Signore richiama l'assoluta unicità e personalizzazione di questo Amore: Dio ama ciascuno di noi come unico, chiamandoci per nome.
Il matrimonio-sacramento, all'interno dello sposalizio Cristo-Chiesa, riproduce anzitutto questa caratteristica dell'Amore di Dio e testimonia, dunque, la dimensione particolare, unica e personale dell'Amore di Dio verso ogni sua creatura.
Dio sceglie i coniugi prima della creazione del mondo e li chiama e li arricchisce della Sua Grazia, perché tutta la loro vita sia un cammino verso di Lui. Dio sceglie due sposi e li unisce con la Sua Grazia, perché non siano più due ma uno, e camminino verso la Comunione senza fine.

L'amore verginale

La verginità consacrata, all'interno dello stesso sposalizio escatologico Cristo-Chiesa, proclama anzitutto l'universalità dell'Amore di Dio e il suo volgersi a tutti.
L'amore verginale, infatti, non è vincolato da un legame particolare, ma è un amore universale rivolto a tutti nella disponibilità a sentire spiritualmente ciascuno come fratello/sorella, sposo/a, amico/a.
La verginità non è un sacramento ma è una realtà che si fa segno proclamando con la sua semplice esistenza quale sarà la condizione finale dell'umanità, quella destinata a durare in eterno. Contribuisce così a mantenere viva, nella Chiesa e nel mondo, la certezza che la nostra patria è nei cieli, superando la pretesa di voler racchiudere tutti gli orizzonti della vita nei soli confini visibili di questo mondo.

CONCLUSIONE

MATRIMONIO E VERGINITA':
DUE MODI DI VIVERE L'UNICA VOCAZIONE ALL'AMORE

Possiamo concludere dicendo che soltanto insieme, matrimonio e verginità, rivelano la concretezza della totalità dell'Amore di Dio. I coniugi nel loro amore particolare, hanno bisogno della testimonianza dei consacrati per rimanere consapevoli che il loro amore non può chiudersi solo fra loro o dentro le loro mura domestiche, ma deve avere un respiro più grande, universale e, da questi, può essere stimolato a cercare Dio e il Suo Regno come primo e unico valore definitivo.
I consacrati, nel loro amore universale, hanno bisogno della testimonianza dei coniugi per evitare il pericolo, sempre possibile, di un amore generico, astratto, che dimentica la concretezza delle persone. Il matrimonio ricorda che anche l'amore verginale non può mancare di calore umano: deve essere un amore spirituale che coinvolge anche tutta la sensibilità e l'affettività per farsi tenerezza per ogni uomo.

(http://www.novena.it/catechesi/riflessione10.htm)
 


Doc. 2 Famiglia domenicana
 

Le belle frasi evidenziate in rosso sono sincere nella misura in cui vengono applicate sul serio; il contrario di quanto si fa, allorché si propone di dar parola a chi non ce l’ha. Sarebbe ora di dar davvero voce a tutte/i. Lo sappiamo, è cosa faticosa. Ma mendicare la verità, condividere le piccole verità scoperte insieme, val di più di un alto trattato di teologia. Chi ne è convinto?
 

DONNE, TEOLOGIA, POVERI: "LETTERE D'AMORE" DI RELIGIOSI DOMENICANI

Come "scrivere una lettera d'amore a Dio, alla Chiesa e al popolo cui appartengo": così Gustavo Gutiérrez, uno dei padri della Teologia della Liberazione e frate domenicano peruviano, sintetizza il senso che ha per lui il fare teologia. E, con lui, altri trentasei teologi e teologhe dell'Ordine domenicano, in altrettante lettere ai propri fratelli e sorelle domenicani, parlano della propria vocazione ed esperienza in campo teologico. È nato così il libro Superare le distanze: le figlie e i figli di Domenico fanno teologia”, curato e pubblicato a Roma dalle Suore Domenicane Internazionali (Dsi), dalla Pontificia Università San Tommaso, dalla Commissione Internazionale di Giustizia e Pace dell'Ordine dei Predicatori: un libro che, nelle parole di Margaret Ormond, coordinatrice del Dsi, svolge la funzione di gettare "un ponte sopra le acque del genere, del potere e dell'esclusione", rivelando l'importanza di fare teologia "in modo collaborativo", per se stessi, per l'Ordine, per la Chiesa, per il mondo, per i poveri. La teologia, scrive ancora Gutiérrez, non è un impegno individuale, ma una funzione ecclesiale. Essa si realizza a partire dalla parola di Dio, accolta e vissuta nella Chiesa, in vista del suo annuncio ad ogni persona umana e, in modo speciale, ai diseredati di questo mondo". E si realizza nella misura in cui CC

È così che ad ognuno dei trentasette teologi è stato chiesto di riflettere su alcune domande, le stesse per tutti, rispondendo con una lettera agli altri domenicani: sulla scoperta della vocazione teologica, sul modo di viverla, sulla sua importanza, sulla partecipazione della comunità ai propri studi, sul ruolo delle donne teologhe nell'Ordine e nella Chiesa, sull'integrazione tra lo studio della teologia, la vita di preghiera e la relazione con i poveri. Tra gli autori delle lettere, spicca il nome di p. Dalmazio Mongillo, preside dell'Istituto di Teologia Ecumenica "S. Nicola", la cui repentina scomparsa, il 13 luglio scorso (v. anche la notizia successiva), getta una luce particolare sul racconto della sua personale vocazione teologica.

Molto presente, nelle lettere dei trentasette teologi e teologhe, il tema della relazione con i poveri, in diversi casi esplicitamente riconducibile alla teologia della liberazione. Ma il termine "poveri" crea più di una perplessità: "quando ‘i poveri' sono conosciuti per nome - afferma per esempio Diane Jagdeo di Trinidad - l'idea di ‘poveri' scompare. Quanto rimane sono i miei/nostri amici e vicini con nomi e volti concreti e veri bisogni che sono anche i miei (…). Quando conosco le persone, sono imbarazzata se devo riferirmi a ‘i poveri'".

La teologia scritta dalle donne

Particolarmente significativa la testimonianza delle teologhe: "la teologia – scrive la brasiliana Rosa Maria Barboza – è stata di fondamentale importanza" nella ricerca di un nuovo ruolo della donna nella Chiesa e nella società. Una ricerca che si scontra con un maschilismo duro a morire: "sorrido ancora – racconta l'inglese Barbara Estelle Beaumont – al ricordo del giorno in cui mi trovai a tavola in una comunità di frati, in una città in cui dovevo fare due conferenze all'università sulla spiritualità domeni-cana. Un giovane frate, sentendo la ragione per la quale ero venuta, con tutta l'innocenza dei bambini chiese: ‘Perché chiamare qui una suora quando vi sono già tanti frati?'. È la stessa difficoltà incontrata da María Immaculada Egüés Oroz, nel suo lavoro a fianco di parroci e di altri responsabili delle celebrazioni liturgiche, in un settore, quello appunto della liturgia, "quasi ‘intoccabile", esclusivo di chi presiede le celebrazioni". In quelle occasioni, racconta, "il dialogo era solitamente impostato così: ‘E tu, chi rappresenti?'. ‘La diocesi delle Canarie'. ‘Sì, ma quale sacerdote che non è potuto venire tu rappresenti?'. ‘Ah, io rappresento me stessa, non ho un sacerdote responsabile, sono io l'incaricata del vescovo'".

Eppure, sulla necessità e l'urgenza come sul valore del contributo delle teologhe tutti i domenicani coinvolti nel libro pongono l'accento: "giudicando dalle mie proprie letture – scrive per esempio il sudafricano Albert Nolan – non esiterei a dire che oggi, almeno in lingua inglese, sono le donne a scrivere la migliore e più stimolante teologia". E Timothy Radcliffe, già presidente della Conferenza di Superiori Religiosi e Maestro dell'Ordine, afferma che rinunciare all'esperienza delle donne in teologia "sarebbe come cercare di andare in bicicletta con una ruota sola, e quindi avere una grande difficoltà a conservare l'equilibrio"

Ma dell'importanza del contributo teologico delle donne sono soprattutto loro stesse a parlare: la gamma delle immagini simboliche disponibili da secoli, afferma la statunitense Helen R. Graham, "sono state limitate fortemente dalla dominante concezione del mondo accentuatamente maschile dei teologi clericali. Siamo tutte cresciute pensando Dio come il grande patriarca". La teologia femminista, prosegue, "ha aperto un'altra dimensione per l'umanità: pensare al divino ed essere in relazione, portando alla ribalta le represse, e finora sconosciute, immagini femminili di Dio, radicate nella tradizione biblica". Ed è la statunitense Collen Mary Mallon a ricordare, citando Marie-Dominque Chenu, "che ‘tutta la storia della civiltà dovrebbe essere riscritta perché in ogni caso, sono stati gli uomini a scriverla e non le donne'". (32934. ROMA-ADISTA)

 


Doc. 3 Intervista a M. Perroni

Un articolo che è interessante riproporre a distanza di un anno. E’ indicativo per evidenziare quali sono gli scopi che il dibattito aperto si prefigge: ripensare la vita religiosa tutte insieme, da dentro e da fuori le mura del convento. E a partire dalla voce che viene dal basso. E’ possibile? (in rosso le nostre sottolineature)

NELL'ATTUALE CAMMINO DELLA CHIESA

nelle parole di Marinella Perroni     ( a cura di Rita Salerno)

Docente di Nuovo Testamento nella Facoltà di Filosofia e nella Facoltà di Teologia presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma, Presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, membro del comitato scientifico di Biblia (Associazione laica di cultura biblica) e membro del CdA della Società Biblica in Italia. Marinella Perroni è autrice di numerosi saggi scientifici sulla questione delle donne negli scritti neotestamentari, di saggi di esegesi e di teologia in diverse opere collettive. Recentemente ha curato Donne e tradizione della fede in Italia: l’apporto di una teologia di genere, Atti del I Convegno nazionale del Coordinamento Teologhe Italiane, svoltosi a Roma il 27 marzo 2004. A lei abbiamo rivolto alcune domande su temi che saranno al centro della riflessione ecclesiale nei prossimi mesi.

E’ stato di recente presentato l’Instrumentum Laboris del Sinodo dei Vescovi in programma in Vaticano dal 2 al 23 ottobre prossimo sul tema “L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”. Il documento chiave dell’assise sinodale punta a migliorare “la conoscenza del mistero eucaristico”. Da questo punto di vista, a suo giudizio, la situazione italiana come si presenta?

Il cattolicesimo italiano è molto cambiato in questi ultimi vent’anni. Negli anni 70-80 il nostro paese poteva contare su diverse generazioni di credenti che avevano preso la fede sul serio anche dal punto di vista dell’approfondimento biblico-teologico e per i quali l’appartenenza ecclesiale comportava una partecipazione attenta e qualificata. In quel clima, era impensabile una pratica dei sacramenti e, soprattutto, dell’eucaristia che non comportasse consapevolezza prima che sentimentalismo. Era stata la risposta all’uscita dall’epoca della precettistica. Oggi, invece, si preferisce usare i registri dell’affettività, si confonde mistagogia con fumosità, ci si accontenta di una partecipazione liturgica a basso costo: basta che gli indici che rilevano la pratica religiosa salgano. Se poi i fedeli prendono parte a qualcosa di cui non capiscono il senso e, soprattutto, se questa partecipazione non comporta per loro in nessun modo l’assunzione in solido della corresponsabilità ecclesiale, poco male.

Paradossalmente, però, in questo modo abbiamo certamente contribuito ad ingrandire le file del pellegrinaggio e del turismo religiosi, c’è una rincorsa agli eventi di massa che si moltiplicano, ma le domeniche sono disertate e le chiese sono vuote. I decenni che ci stanno alle spalle ci hanno insegnato che, se si riduce l’eucaristia a pratica devota, per esempio sganciandola dall’attento e continuo studio della Parola di Dio, la chiesa prima o poi paga un prezzo altissimo. Perché, come dice Paolo ai cristiani di Corinto, eucaristia e chiesa sono l’una speculare all’altra. Purtroppo, la tentazione di fare dell’eucaristia il culmine della devozione invece che il culmine della vita ecclesiale, è ricorrente anche nella chiesa italiana. Perché crea illusioni, e in un tempo che richiederebbe invece una grande capacità argomentativa, relazionale e creativa, le illusioni sono utili.

Il testo rileva “un certo allentamento della vita pastorale dall’Eucaristia”, ma anche la “grande sproporzione tra i tanti che fanno la Comunione e i pochi che si confessano”. Una situazione che chiama in causa anche l’Italia. In questo senso, cosa è possibile fare per invertire la tendenza in atto e quale contributo possono giocare le religiose impegnate nella vita parrocchiale?

Francamente, mi sento di dire che non si sa se è peggio il malanno o la medicina che si invoca.  Tendenze di questo tipo non si possono invertire! Certo: la consuetudine non fa la legge e non è detto che un comportamento, anche religioso, dato che si diffonde, deve diventare automaticamente normativo per la pratica della fede.  Il problema però è un altro. Difficile da sintetizzare in poche battute e, per questo, speriamo che i padri sinodali siano capaci di affrontarlo frontalmente, per ciò che significa e per ciò che comporta, senza nostalgie e con grande senso del reale.  Il  vincolo che legava la piena partecipazione all’eucaristia al sacramento della riconciliazione si è rotto e non è detto che questo non possa essere  anche un fatto salutare.

Per i singoli credenti, che devono uscire da pratiche sacramentali condannate a un certo meccanicismo, che hanno il diritto di riscoprire il vero valore del sacramento della penitenza in tutto il suo spessore evangelico, che hanno il bisogno di un’iniziazione alla fede che non può avvenire nelle piazze o negli stadi, ma neppure nelle conventicole elitarie.  Soprattutto, però, per la Chiesa, che deve imparare ad ascoltare e soprattutto a decifrare i messaggi che vengono dai credenti, dai loro bisogni come dai loro disagi, e che non deve aver paura di se stessa quando intraprende strade di ripensamento e di novità. Quanto viviamo oggi è una conseguenza di un fenomeno che non siamo stati capaci di prendere veramente sul serio ieri. Paolo VI aveva tentato, proponendo una seria, anche se iniziale, riforma della prassi penitenziale della Chiesa cattolica. Chi ne ha avuto paura non è stata la massa di fedeli, che alla fine hanno deciso di fare come si sentono di fare, ma è stata la Chiesa stessa. D’altro canto, non si può da una parte cedere a tutte le lusinghe della religiosità di massa, chiamata ancora nostalgicamente religiosità popolare, e dall’altra rimpiangere il privatismo della vita religiosa ereditato dai secoli precedenti.

La vita religiosa oggi si trova a vivere tempi di grandi cambiamenti attraversati da sfide complesse. In particolare, le religiose sono in intimo rapporto con la comunità ecclesiale, alle prese con una società dai segnali contrastanti. Come presentarsi, dunque, a suo avviso, per essere testimoni credibili di Cristo e speranza di un mondo ancora non pacificato?

Può sembrare sciocco, ma vorrei provare a rispondere a questa domanda,  che in realtà richiederebbe ben altre analisi e diagnosi, attraverso un’immagine: l’abito. Se io dovessi fare un sinodo sulla vita religiosa porterei a tema solo questo: l’abito. Cosa è successo in questi anni? Da questo punto di vista, vivere a Roma offre una prospettiva assolutamente unica. So benissimo che in giro per il mondo non è così. Ma mi sembra che quello che si vede qui, per le strade più ancora che dentro i conventi, abbia un valore altamente indicativo in quanto rappresentazione dei problemi seri, direi serissimi, con cui è chiamata oggi a confrontarsi la vita religiosa. Che vanno dalla selezione (che sembra non esserci più!) dei candidati fino alla gestione della intergenerazionalità all’interno dei conventi, dall’invecchiamento esponenziale delle comunità fino all’emorragia silenziosa quanto inarrestabile di vocazioni, dalla conflittività interna, tipica dei luoghi senza futuro, fino all’illusione che induce a considerare risolutive le toppe sul vestito vecchio. 

E, paradossalmente, i giovani preoccupano quasi più degli anziani. Se qualche regista avesse il tocco magistrale per fare, con intelligenza critica e garbato buon senso, un film sulle vicende dell’abito religioso che, evidentemente, è il più “ideologico” di tutti gli abiti, ci obbligherebbe a capire che in esse è racchiusa la storia della chiesa dell’ultimo mezzo secolo. Con tutto il suo travaglio. Non vorrei forzare troppo, ma l’abito dei religiosi è un’icona della Gaudium et spes, cioè di come i religiosi capiscono e vivono il rapporto della chiesa con il mondo.  

La presenza sempre più multietnica e multiculturale nelle congregazioni femminili è certamente da leggere come una risorsa. Tanto più oggi che il fanatismo religioso tenta di prevalere con la logica degli attentati in Europa. Ma in che modo valorizzare questa risorsa concretamente?

Insegno in una università pontificia. In una classe di 23 studenti sono rappresentate 19 nazionalità. Quando mi guardo intorno, soprattutto quando vedo gli studenti parlare tra loro, mi dico che la chiesa cattolica è oggi uno di quei laboratori in cui si sta preparando il futuro. Dell’umanità, non solo della chiesa.  Questa parabola di multietnicità e di multiculturalità ha infatti un valore aggiunto che può dire qualcosa a un mondo che vive le doglie della  globalizzazione.  A volte non so però se ce ne rendiamo abbastanza conto. Il nostro “valore aggiunto” sta nel fatto che possiamo testimoniare che la difesa della continuità di una tradizione bimillenaria è possibile soltanto accettando pluralità e integrazione, delle culture, dei generi, delle prospettive, dei bisogni.

La pace e la riconciliazione sono stati l’obiettivo lungamente desiderato e mai raggiunto da Papa Giovanni Paolo II. Non sono mancate, in questo senso, iniziative di sensibilizzazione. Ma, da questo punto di vista, non va dimenticato il contributo tutt’altro che modesto offerto dalle comunità religiose alla pacificazione. Su questo aspetto, ha una sua opinione e magari anche un’esperienza che l’ha colpita particolarmente?

Credo che le comunità religiose, non diversamente dalle comunità familiari, debbano testimoniare innanzi tutto la dura disciplina della pace. Perché la pace, quella vera, chiede disciplina: obbedienza alla realtà, rispetto delle diversità, scelte di libertà. Solo in questo modo le fraternità religiose possono essere davvero  comunità di uomini e di donne che credono nel Risorto. E’ vero, poi, che c’è una dimensione storica e politica della pace che è divenuta anche per i cristiani un valore irrinunciabile. Da una parte, le guerre da più di un secolo hanno cambiato volto e sono diventate stragi di civili inermi. D’altra parte, grazie allo sviluppo della logica dei diritti umani, la vita individuale è divenuta valore in sé. Da questo punto di vista, Giovanni Paolo II, fronteggiando con fermezza la richiesta di legittimazione della guerra, ha imposto al mondo cattolico di uscire allo scoperto.

C’è stata e c’è su questo punto, inevitabilmente, una certa divisione tra credenti e i primi a non accogliere l’appello e il monito del papa sono stati, a volte, proprio dei cattolici. Inevitabile, forse, data la complessità e l’ambiguità che connotano ogni scelta e ogni azione umana individuale e collettiva. Meglio divisi, però, che inerti, meglio perplessi che sicuri di sé. Il giorno delle grandi manifestazioni per la pace, il 15 febbraio 2003, vedere, tra la moltitudine, anche religiosi e religiose è stato un fatto importante. Non perché avessero ragione quelli scesi in piazza e torto quelli rimasti a casa, ma perché la sera, dopo la manifestazione e nei giorni successivi e ancora oggi di fronte ai lugubri telegiornali quotidiani, nelle case religiose e nei conventi, le comunità sono costrette a scegliere: o far finta di niente chiudendosi ciascuno in un silenzio ipocrita o addestrarsi con coraggio alla disciplina della pace.

(Da “Mosaico di pace”, settembre2004)


Doc. 4 Parliamone con Don Sergio

Ma non si può trovare un altro modo per definire la scelta verginale? E che significa dare a Dio corpo anima spirito? Chi sceglie un’altra via sottrae al dono di sé una di queste componenti? Non potrebbe trattarsi di scegliere un modo per rendere più facile, più possibile, più protetto e sorretto… eccetera, il cammino verso l’obiettivo di amare incondizionatamente di Dio? Sia chiaro: non si vuol togliere nulla alla scelta verginale, ma la si vuole considerare una via; la meta non è esclusiva di chi fa tale scelta…. Lo sappiamo bene le specializzazioni ci vogliono, ma la scelta di fondo - RISCOPRIRE L’IMPRONTA DIVINA IN NOI E FARLA DIVENIRE RISPOSTA D’AMORE - rimane unica per ogni essere umano.
 

VERGINITA'

Se hai appena appena sorriso, vedendo questo titolo, il breve discorso che segue, è proprio per te, per il motivo che solo tu conosci e sai valutare in maniera oculata e serena.
La verginità viene oggi messa alla berlina, non dico da tutti, ma da quelli che contano per il mondo e che ostentano le loro idee ammuffite di miseria e di debolezza.
Al contrario, essa è una di quelle perle preziose, di cui forse hai sentito parlare, che va ricercata, custodita, come dono di Dio, offerto a quelle persone che egli ha deciso di ammettere alla sua mensa speciale e alla sua più profonda amicizia.

Parlo di donne?

No, no, anche di uomini.

Donarsi al Signore - corpo, anima e spirito, per sempre - non è una strada riservata solo al sesso femminile. Anche a quello maschile è aperta questa avventura.

Deridere?
Perché si è troppo diversi da loro, ma in fondo, se si scava, si trova la vena nascosta dell'ammirazione per chi, non di propria iniziativa, ma per esprimere gratitudine al Signore, che chiama ed invita, decide di consacrarsi senza limiti a lui.

Commiserare?
Ma perché, se l'autentica felicità viene soltanto dalla libera scelta?

Aiutare?
Questo sì, affinché non perdano, nei momenti in cui la prova è più dura, la carica di fedeltà assoluta al Signore e alla Chiesa.

(http://www.novena.it/don_Sergio/parliamo26.htm)


Doc. 5

Un articolo della Zarri che fa pensare

I SEMPLICI CRISTIANI COSA SONO?

Divagazioni " lessicali"

I "semplici cristiani" cosa sono?

Forse non era facile trovare un termine onnicomprensivo per preti, monaci, religiosi, vergini consacrate ( un'antica categoria che oggi, non so con quale opportunità, si intende ripristinare), appartenenti ad istituti secolari e via dicendo. Non era facile e forse non era neanche possibile, se non ampliando ( e perciò diluendo) i parametri di valutazione e di identificazione. Non facile e forse ( al di là di questo allargamento) neanche possibile, proprio perché si tratta di categorie molto diverse e difficilmente assimilabili ( vedi, ad esempio, la radicale differenza tra monachesimo e vita religiosa). Ci par certo, comunque, che il termine adottato dal sinodo - di " vita consacrata" benché abbia dei precedenti significativi, anche se recenti - non sia la soluzione migliore, anzi sia, a nostro avviso, una soluzione infelice ed equivoca. Usare, infatti, il termine " consacrato" per quelle multiformi realizzazioni di vita cristiana significa mettere anche se inconsciamente in sottordine la prima, fondamentale consacrazione rappresentata dal battesimo, in favore di un " di più" aumentano a dismisura, annidandosi il rischio antico, e non per questo meno grave, di fare, dei battezzati, due categorie, distinte non già qualitativamente, per differenti identità, ma " quantitativamente": per un diverso peso specifico, per così dire, di santità cristiana. Non vogliamo ricorrere alle metafore sportive, oggi tanto di moda ( le serie A e B ) ma é certo che insinuarsi l'idea di cristiani più o meno bravi, più o meno radicalmente cristiani, dove l'eminenza non consisterebbe più nella misura della carità, bensì nell'adozione di un particolare stile di vita. Purtroppo questo concetto ha una lunga tradizione. Che significa infatti la dichiarata eccellenza della verginità rispetto al matrimonio ( eccellenza sancita, con dichiarazione formalmente solenne al concilio di Trento) se non appunto questo? E che cosa sono i cosiddetti " stati di perfezione" se non la riconferma canonica di questa superiorità ricondotta non all'essenza dell'amore ma all'accidentalità di un " modo " nel quale l'agape si vive? E che cosa significano certe dichiarazioni circa la "radicalità" della vita monastica, se non appunto che la vita cristiana, vissuta con altre modalità, sia meno radicale, in parole più povere meno profondamente cristiana? E che perciò il battesimo non sia sufficiente ad assicurare questa totalità di esperienza religiosa?

Oggi, dopo il Vaticano II, tutti son prodighi di dichiarazioni rassicuranti. " La vera consacrazione é quella battesimale" tutti sono concordi ad affermare; però poi tutti parlano di monaci, frati e via dicendo come di persone particolarmente consacrate". Ben di rado (o forse mai) ho colto la rinuncia a questo " particolarmente" nel quale si annida l'equivoco. Come a dire : si, d'accordo, tutti sono consacrati ma qualcuno é più consacrato degli altri. La prima consacrazione é quella battesimale, ma la seconda aggiunge qualche cosa. E mai - se proprio di " aggiunta " si volesse parlare - si é detto che allora anche il matrimonio ( che é tanto di sacramento mentre la vita religiosa non lo é ) aggiunge qualche cosa. No soltanto la vita " consacrata" aggiunge; il matrimonio ( secondo vecchie concezioni per fortuna oramai tramontate), se mai, toglie, dato che solo la continenza realizza la " castità perfetta", un tempo si diceva. Perché, quella matrimoniale forse é imperfetta? Perfino il vecchio cardinale Carlo Colombo - occupandosi di pastorale di coppia e avendo quindi visto da vicino la dinamica coniugale - negava che la castità dei coniugi potesse dirsi imperfetta. Ma qui ci troviamo di fronte a un altro equivoco che é passato perfino nel linguaggio canonico, quando si dice che i religiosi fanno voto di povertà, castità ed obbedienza, dove quel " castità" é usato in modo totalmente scorretto e sta per " continenza", dato che la castità é la virtù che regola la condotta sessuale e perciò riguarda tutti e certo non solamente i religiosi. (Che è lo stupro, anche quello coniugale, se non una mancanza di castità?)

E scoviamo l'ultimo equivoco ( ma sarà davvero l'ultimo?) in questa sorta di " caccia agli errori": un equivoco nobile che si annida nel linguaggio di chi rivendica la dignità dei " semplici cristiani". Cosa significa quel "semplici"? Al solito, che manca loro qualche cosa? Quel famoso "di più" che sarebbe vissuto dai " particolarmente" consacrati?

Insomma i semplicemente consacrati ( i "solamente" battezzati ) sono una cosa, i “particolarmente” consacrati - monaci, religiosi e via dicendo - sono un'altra, migliore.

Adriana Zarri