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Cosa fare quando, sognando un mondo senza pregiudizio, ci si rende conto che non è in grado di abitarlo nemmeno il sacerdote che, nel contesto di un rapporto di fraterna amicizia, è, puntualmente, destabilizzato, da una parola che non chiede la risposta di una funzione istituzionalizzata ma quella di un padre verso una figlia o di un fratello maggiore verso una sorella minore? E' lecito accettare la condanna all'omologazione trincerata dietro la difesa "non mi era mai capitato nulla di simile"? Perché il consacrato è formato a fuggire, forse con paura, le attenzioni di un'amicizia sincera e disinteressata? Teresa (Saturday 13 Nov 2004)

 

RISPOSTA DELLA REDAZIONE

Purtroppo siamo abituati ad un’immagine di prete, costruita in maniera mistificata, dato che il carisma della persona in contatto col divino non è frutto né di investitura, né di appartenenza ad un “Ordine sacro” e neanche di impegno personale.

E’ vero che tutti vorremmo incontrare in certi momenti una figura rassicurante in grado di aiutarci moralmente e spiritualmente, ma non possiamo pretendere di trovarla in un prete qualsiasi, e nemmeno in tante persone che ci sembrano sagge. E’ una fortuna, o meglio una grazia, riuscire ad incontrarla, a nostra insaputa, dove meno ce l’aspetteremmo.

Circa l’impreparazione umana, affettiva e sessuale, di molti preti - non sempre, ma spesso addebitabile al celibato obbligatorio vissuto conflittualmente - c’è da dire che alle donne spetterebbe essere guardinghe nel non cadere nella trappola dell’ amicizia. A meno che esse non abbiano tempra e formazione solide.

Parli di “fratello” e di “padre”. Ti pregherei di uscire dai luoghi comuni che hanno enfatizzato il celibato, come se esso forgiasse persone libere da tentazioni sessuali. Gesù diceva ai suoi: “Vi ho chiamato amici”. L’amicizia è la perla preziosa che è difficile, ma non impossibile scoprire; soprattutto in una persona semplice, schietta, senza secondi fini.