Il cristianesimo, speranza per
il rinnovamento e l’unità dell’Europa
SIBIU, sabato, 8 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo del discorso pronunciato il 7 settembre scorso dal professor Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, intervenendo alla Plenaria della
Terza Assemblea Ecumenica svoltasi
a Sibiu, in Romania
* * *
I cristiani d’Europa
hanno in questi giorni una grande occasione per guardare insieme il nostro
continente nel mondo, se sentono questa assemblea di Sibiu non come fatto
rituale. Dieci anni fa, a Graz era caduto il muro da non molto: fu l’assemblea
cristiana dell’Europa riunificata. Era un’ora di entusiasmo! Oggi il mondo è
cambiato. Il futuro meno entusiasmante. Qua e là c’è una dose di scetticismo
anche su questa assemblea: a che serve?
Abbiamo di fronte domande grosse. Ce le pone il mondo e ci obbligano a guardare
al di là di noi: come rinnovare la vita dell’Europa, avanzare nell’unità, essere
nel mondo una presenza umana e evangelica…e poi quale sarà il mondo di domani (e
certo sarà un mondo meno europeo e meno dominato dall’Europa). Invece spesso ci
si limita a guardare al nostro paese o alla nostra comunità. Ogni comunità ha i
suoi problemi ovviamente. Ma non basta. Le sfide di oggi si colgono su vasti
orizzonti. Il mondo globalizzato richiede uno sguardo largo. Non significa uno
sguardo appiattito sui modelli di una cultura globalizzata. C’è bisogno di uno
sguardo cristiano, audace come quello delle prime generazioni cristiane, capace
di uscire dal particolarismo che è paura del mondo e sfiducia nella forza del
Vangelo. Gesù, presso il pozzo di Giacobbe, in terra di samaritani, dice ai
discepoli presi da piccole discussioni: “Levate i vostri occhi e guardate i
campi che già biondeggiano per la mietitura” (Gv 4,36).
Vorrei provare a levare gli occhi e guardare i campi del mondo. Lo vorrei fare,
consapevole della limitatezza della mia esperienza, da cristiano europeo, da
storico, da viaggiatore della vicenda del mondo, portato, specie dall’esperienza
della Comunità di Sant’Egidio, a contatto con tante terre di povertà. A paragone
con tante parti del mondo, balza agli occhi un’Europa ricca di risorse. Tra
queste soprattutto la pace: l’eredità preziosa di sessant’anni di pace. Nel
Novecento, tra le due guerre mondiali sono passati solo vent’anni. Poi tornò la
guerra nel 1939. Io, italiano, nato nel 1950 –così dico pure la mia età-, nella
mia vita mai ho conosciuto la guerra nella mia terra. Non è la storia dei miei
genitori o de miei nonni. E’ il gran dono della pace.
Dall’abisso della seconda guerra mondiale, gli europei hanno appreso finalmente
quanto è stolto combattersi. Quanti anni rubati a donne, bambini, uomini da
guerre stolte, violenze inaudite, stragi! Dall’abisso della seconda guerra
mondiale, gli europei hanno capito: mai più gli uni contro gli altri e sempre
più gli uni con gli altri! Da qui il processo di unificazione europea, pur tra
incertezze, reticenze. L’89 ha cancellato l’eredità di divisione del 1945. La
liberazione dal comunismo è avvenuta con una forza non armata a confronto con
regimi fondati su violenza e coercizione. Purtroppo ci sono state anche le
guerre nella ex Iugoslavia. Però oggi, nel nostro continente, c’è la pace
assieme a un benessere diffuso (con punte molto alte in alcuni paesi, con più o
meno forti aree di povertà). La pace e il benessere… La
pace europea può apparire ai giovani normale, ma è straordinaria nella nostra
storia secolare. E’ una benedizione di Dio e un dono santo!
Ma che fare di questa eredità di pace? Si profila la
tentazione di dissiparla, come per le eredità: sì, dissiparla nella
risorgente passione nazionalistica. E’ una posizione antistorica: la gran parte
dei paesi europei, piccoli o medi, non possono affrontare da soli le grandi
sfide del mondo, il confronto con le economie e le civiltà dei grandi paesi
asiatici come la Cina e l’India. Le passioni nazionalistiche rendono ciechi
sulla realtà. Oggi nascono non tanto dalla volontà di dominio sugli altri, ma
dal desiderio di vivere per sé.
In altro modo si dissipa la pace, eredità di tanti dolori e fatiche del
Novecento: un’Europa fortezza, che innalza mura alle frontiere. Ma, se si
elevano le mura per difendersi, torneranno i demoni del Novecento, quelli delle
lotte fratricide. Le mura nascono dalla paura di un mondo divenuto troppo
grande, con troppi protagonisti, dinamici e forti. La nostra storia europea non
è stata quella di una fortezza ma di estroversione dal continente: continente
congiunto al mondo asiatico, unito all’Africa e al Medio Oriente dal
Mediterraneo, affacciato sugli orizzonti atlantici. Storia conquistatrice
dell’imperialismo con conseguenze negative; storia missionaria.
L’Europa non può diventare un’isola protetta come una fortezza. Noi europei
siamo tentati di ritirarci dalla storia: magari dicendo di voler fare del male
come in passato. Siamo preoccupati. Non siamo più quello che fummo. C’è declino:
lo illustrano le proiezioni demografiche. Gli stessi cristiani europei nel 2025
saranno complessivamente meno di quelli africani o latinoamericani. Ma c’è anche
un vuoto di visioni del futuro. Spesso la politica è ridotta al realismo del
governo finanziario. Negli ultimi decenni, l’Europa ha visto consumarsi idee
politiche e sociali: l’utopia, l’ideologia marxista, idee di cambiare la
società… Tutti sono divenuti più cauti e prudenti nel pensare il futuro.
Trent’anni fa, Giovanni Paolo II, eletto papa, disse con forza profetica: “Non
abbiate paura”. Ripeté con convinzione nuova l’antico invito pasquale. Ritorna
in tutta la Bibbia, perché la paura impasta tanta parte della storia dell’uomo e
dei popoli. Rinunciare a agire nel grande mondo e alzare muri non fa passare la
paura. Non la fa svanire la droga nazionalista dell’orgoglio della nostra
civiltà. Non è individuando nemici all’orizzonte che si trova il coraggio di
essere se stessi: scelta spesso facile, in cui si può alzare il cristianesimo
come una bandiera contro eventuali nemici. Noi europei non siamo oggi quello che
fummo, ma non per questo dobbiamo farci imprigionare da passioni ingannatrici o
nasconderci dalla storia. Non siamo quello che fummo, ma che cosa saremo?
Saremo quello che noi donne e uomini saremo capaci di vivere e di comunicare.
L’Europa è incerta e spaventata: ricca di pace e benessere. E noi cristiani
europei? Lampada ai nostri passi è la Parola del Signore: ascoltare la Parola ci
indica una strada. Gesù dice alle donne al sepolcro: “Non abbiate paura, voi! So
che cercate Gesù il crocifisso” (Mt 28,6). Chi cerca Gesù, il crocifisso si
affranca dalla paura. Nel Novecento lo fecero i nuovi martiri: i tanti in Russia
(una memoria che incute rispetto verso i cristiani russi), nell’Est (penso alla
dolorosa Albania), in Spagna, sotto il nazismo, nella missione fuori
dall’Europa. La ricerca di Gesù il crocifisso ha donato a loro una forza umile a
fronte di poteri soverchianti: una forza debole. L’Europa, nel Novecento, mentre
era presa a costruire ordini nuovi, ha conosciuto una stagione di martiri.
La ricerca di Gesù il crocifisso, vissuta dai cristiani, può inquietare la
cultura della paura, la dissipazione della pace, del benessere, della libertà.
Affermava con sapienza Martin Buber: “Cominciare da se
stessi: ecco l’unica cosa che conta… il punto di Archimede a partire dal quale
posso da parte mia sollevare il mondo è la trasformazione di me stesso”.
L’uomo spirituale comincia da sé ma non rinuncia a sollevare il mondo. La via
della conversione. Comincia dal cuore il sollevare il mondo. Sollevare il mondo
dal male, dalla miseria che vive ancora nella ricca Europa dove si è dimenticata
la parola “giustizia”, da quella nel Sud del mondo, dalla violenza diffusa,
dalla guerra…
Uomini e donne spirituali non rinunciano a sollevare il mondo. Non basta il
provvidenzialismo economico ad indicarci il futuro. Siamo stanchi di ideologie;
né basta un cristianesimo ridotto a ideologia. C’è
bisogno di una vita traboccante di fede e di amore in questa Europa povera di
visioni per il futuro. L’apostolo Paolo testimonia ai corinti la pietra
angolare del vivere cristiano: “l’amore del Cristo ci spinge ad un pensiero che
uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti,
perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto
e resuscitato per loro” (2 Cor 5,14-15).
Quello che ci proponiamo e che proponiamo all’Europa è
non vivere più per se stessi. La Parola di Dio propone il pensiero che
inquieta noi e la cultura europea: quelli che vivono, non vivano più per se
stessi, ma per lui che è morto e resuscitato per noi! I cristiani debbono
liberarsi dalla paura e dall’avarizia insaziabile (qualunque siano le
motivazioni) che ci fanno vivere per noi, impotenti, chiusi, presi da piccole
liti di famiglia, dentro un presente ricco di benessere e pace, senza
preoccuparsi di chi è fuori dall’Europa senza pace né vita degna. Sapremo
mettere in crisi la cultura e la prassi di paesi e comunità che vivono per sé?
Sapremo attrarre con la gioia di essere finalmente uomini e donne veri? Diceva
il grande maestro ebraico Hillel: “se ti trovi nella
circostanza in cui non ci sono uomini, sforzati di essere uomo”. Sforzati
di essere uomo, umano! Così si incrina il politically correct del vivere per sé,
l’Europa fortezza, la miopia egoista di nazioni europee chiuse in se stesse.
Che vuol dire aiutare l’Europa a non vivere per se stessa? E’ la capacità di
vincere la tentazione nazionalista. Nel 1968, nei dialoghi con il patriarca
Athenagoras, Olivier Clément, uno dei grandi cristiani europei del nostro tempo,
notava già un incipiente processo di globalizzazione: "da una parte… l'avvento
dell'uomo planetario, in una storia che diviene mondiale: dall'altra… ogni
popolo si abbarbica alla sua originalità…". E il patriarca, padre
dell’ecumenismo del Novecento, gli rispondeva: "Noi cristiani dobbiamo situarci
nella giuntura di questi due moti, per tentare di armonizzarli… Chiese sorelle,
popoli fratelli: tali dovrebbero essere il nostro esempio e il nostro
messaggio". Non vivere per se stessi è situarsi alla giuntura e trovare il punto
di equilibrio pacifico tra l’unificazione globalizzante e il particolarismo
crescente. Si ricorda agli Stati europei che non possono vivere solo di un
futuro nazionale: c’è un processo di unificazione da far procedere. Si teme di
perdere qualcosa oggi; ma domani gli Stati europei si perderanno se resteranno
soli. Eppure l’unificazione europea non è una burocrazia o una costruzione
senz’anima, senza passione.
Cristiani più fratelli (è l’ecumenismo) debbono essere anima di popoli europei
più uniti. Ci sono tanti scettici dell’ecumenismo. Ci sono varie ragioni. Ma
l’unità dei cristiani è un comandamento del Signore. Chi rinuncerebbe al
comandamento dell’amore, perché ancora oggi gli uomini si odiano? Abbiamo
bisogno gli uni degli altri. Ecumenismo è scambio di doni. Come cristiano
occidentale posso dire quanto abbiamo ricevuto dalla diffusione dell’icona in
Occidente, quanto possiamo ricevere dalla liturgia e dalla spiritualità
dell’Oriente. C’è un legame profondo, misterioso, della pace e dell’unità dei
cristiani con la pace del mondo e la sua unità.
Girando per il mondo, percepisco una domanda verso l’Europa. Non è una chiamata?
La guerra europea, per due volte nel Novecento, è divenuta mondiale. La pace
europea può essere contagiosa nel mondo. Oggi, nella mentalità corrente, la
guerra viene riabilitata come strumento per risolvere i problemi. La si accetta
come compagna naturale della storia. Pochi – guardate al terrorismo - possono
fare la guerra e far soffrire tanti. La violenza, con la diffusione di molte
armi, è spesso compagna della vita, in un mondo che, per la prima volta nella
storia proprio in questo 2007, vede la popolazione urbana superare quella delle
campagne. Ma la guerra e la violenza sono espressione del male!
I cristiani europei hanno una responsabilità di pace
nel mondo. E’ una missione possibile anche per le risorse del nostro
continente. Si possono vincere i demoni della guerra. I cristiani hanno una
forza di pace. Lo dico a partire dall’esperienza della Comunità di Sant’Egidio
in Africa (per esempio alla realizzazione della pace in Mozambico dopo una
guerra che ha fatto un milione di morti). Oggi tutti possono lavorare per la
pace, non solo i grandi Stati. L’Europa, all’origine, con i suoi conflitti, di
due guerre mondiali, non deve essere all’origine della pace nel mondo? A noi
cristiani chiedere questo ai nostri governi. Ma a noi scoprire il nostro potere
di liberare i popoli dal male della guerra. E’ una terribile malattia che può
essere guarita.
Un’Europa che non vive per se stessa non può dimenticare l’Africa. Anche se in
Romania, può sembrare lontana. Ma il suo futuro è congiunto all’Europa. Oggi
l’Africa è terra di dolori, di malattie e di violenza, ma è anche terra di nuovi
espansionismi come quello cinese con la sua proposta di capitalismo e di
autoritarismo. Grandi europei hanno indicato che Europa e Africa hanno un
destino comune: penso ad Albert Schweitzer, teologo, esegeta, ma anche medico,
che passò gran parte della vita per i malati africani.
Oggi ci inquietano i trenta milioni di sieropositivi di HIV/AIDS, i quali in
larga parte non possono essere curati per l’alto prezzo dei farmaci, mentre
ormai l’AIDS si cura in tutta Europa. Questo è un vergognoso distacco dell’Europa,
che banchetta lautamente mentre Lazzaro muore alle sue porte. Muore di malattia.
Muore di fame e di mancanza di acqua. Un miliardo di persone nel nostro mondo
non hanno accesso ad acque pulite e ciò comporta la morte di 1.800.000 bambini
di malattie intestinali ogni anno.
La giustizia non può essere assente dalla nostra profezia. E’ una parola di cui
si è perso, dopo tanti usi politici, l’eco profondamente biblico. Ma Gesù la
ripropone nelle beatitudini, con uno sguardo d’amore verso chi ne è assetato. La
giustizia deve inquietare le politiche economiche dei nostri paesi, dove ci sono
troppi poveri; deve inquietare le relazioni economiche tra noi e con il mondo,
con l’Africa. Sì, l’Africa va pensata insieme all’Europa, perché essa è un banco
di prova della moralità della politica internazionale.
Un grande papa, Paolo VI quarant’anni fa scriveva: “E’
un umanesimo planetario che occorre promuovere”. E notava: “Il mondo è
malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro
accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli
uomini e tra i popoli”. L’Europa –è il nostro impulso da credenti- può ritrovare
il suo posto nel mondo lavorando per un umanesimo planetario. Per questo
dobbiamo essere audaci, ma anche credenti e fratelli.
Il cristianesimo occidentale ha una storia di amore per il Sud del mondo da
rianimare. Quello orientale –penso a quello russo fino nel cuore dell’Asia- ha
una storia verso l’Est e il Medio Oriente. Le comunità cristiane, secondo la
loro storia, possono audacemente impegnarsi per far rinascere la fraternità tra
i popoli in Europa e molto oltre. L’Europa non ha oggi la possibilità di essere
un agente di fraternità tra i popoli? I cristiani europei non hanno la
responsabilità di percorrere questa via?
Dalla vita di donne e uomini spirituali in Europa possono sgorgare: un umanesimo
planetario, iniziative di pace e di solidarietà, una meditazione sapiente sul
mondo capace di guardare ad esso come casa comune dei popoli e degli uomini. Del
resto i cambiamenti climatici (ormai percepiti da tutti nei loro effetti)
mostrano come la terra sia una casa comune. Ciò conferma anche il dramma del
prelievo annuale di risorse naturali che supera del 25%, a tutt’oggi, la
capacità di rigenerazione della terra. Sempre più il destino dei popoli è legato
tra loro come in una casa comune: fu la percezione profonda della visione dei
padri.
Fin dal 1989 il patriarcato ecumenico ha voluto che il 1 settembre, inizio
dell’anno liturgico, divenisse anche la festa della creazione, in cui i
cristiani si fanno voce della creazione che soffre i dolori del parto. Quel
primo settembre è anche il giorno di inizio della seconda guerra nel 1939,
quando la Polonia fu invasa dalle armate naziste e l’Europa scese nel baratro.
Portiamo i dolori della creazione, la guerra, madre di tanti dolori e di tanta
povertà, nella preghiera e nella liturgia. Da una Chiesa che ascolta la Parola
di Dio, che prega, che ricostruisce l’unità spezzata, nasce un nuovo sguardo sul
mondo, un senso di amore responsabile che diventa missione, che diventa non
vivere più per se stessi. Nasce un umanesimo che si può fare planetario. L’Europa
di oggi non è quella che fu; ma può essere migliore di quella che fu in sé e per
gli altri.
Si può sollevare il mondo, cioè i popoli e gli uomini dalla schiavitù della
guerra e della povertà, dalla prigionia del vivere per sé, se apriamo il cuore
al Vangelo, se ci uniamo alla preghiera della Chiesa, se guardiamo con amore i
nostri fratelli. Insegnava molto sapientemente San
Serafino di Sarov: “acquista la pace in te stesso e migliaia attorno a te
troveranno la salvezza”. La via del cuore e la via di quell’amore che
pacifica, sana, fa risorgere, sono la stessa strada, umile e forte: quella di un
cristiano, di un popolo cristiano, che dal Signore crocifisso apprende a non
vivere per se stesso.
[Copyright © 2005 - 2007 - CCEE - KEK]