Martin Buber,
Due tipi di fede - fede ebraica e fede
cristiana – San
Paolo, Alba (CU) 1996
L'esilio delle religioni e una fede rinnovata
Martin Buber -
Vienna 1878, Gerusalemme 1965 - è cospicuo esponente dell'Ebraismo europeo del
Novecento. Generalmente lo si conosce per via di
citazioni che riguardano il modo più vivo e concreto con cui bisogna credere.
In questo libro, che è un classico di grande valore
esegetico e teologico, egli si propone di confrontare la fede ebraica con
quella cristiana, le quali resteranno essenzialmente
differenti fino a che il genere umano
non verrà radunato dall'esilio delle
religioni nel Regno di Dio. Egli ci offre la possibilità di un
confronto, non tanto teorico, quanto in vista di rinnovare la propria fede. Questa è alla base del rapporto con Dio,
e perciò tale da essere essenziale sia per il contemplativo come per chiunque voglia dare un senso alla propria vita.
Due tipi di fede, inscindibili l'uno dall'altro
L'Autore
fa un raffronto tra la fede in Dio e quella che è accompagnata da un sistema di
verità e di precetti da praticare: "credere" (in Dio), e basta, in maniera
incondizionata, riposando nella pura fiducia; oppure "credere che".
La
figura del credente presso il popolo ebraico, come appare nell'Antico
Testamento, e quella delineata nei sinottici, rappresentano il primo caso. Non
si tratta di un credere generico, di uno stato psicologico confidente, ma del
contatto misterioso, semplice e immediato, con
L'Autore
non nasconde la sua predilezione per la fede senza aggettivi, e perciò semplice
e appassionata, senza aggiungere altro al fatto di credere: il credente si
rende disponibile con tutto se stesso al Dio trascendente che si fa presente
nella sua vita e ripone unicamente in Lui ogni attesa del cuore. Un cuore da
mantenere puro, cioè in perenne conversione.
L'osservanza della legge, semmai, è implicita nell'atto di fede.
In
vero la differenza dei due tipi di fede si assottiglia sempre più
nell'autentico credente, che asseconda totalmente la dinamica
dello Spirito, operante nella sua esistenza: "Il rapporto di fiducia riposa su uno
stato di contatto, un contatto della mia totalità con colui in cui ho fiducia:
il rapporto di riconoscimento riposa su un atto di accettazione, l'accettazione
della mia totalità con tutto ciò che riconosco come vero" (p. 58).
La
spiritualità dell'A.T. si travasa nel cristianesimo in tutta la sua pienezza.
Chi crede in Dio non ha bisogno di implorare grazie, perché il "potere" a cui si affida,
precede l'atto dell'impetrare. Cioè è tale il suo
abbandono al Dio, oggetto di amore per se stesso, da chiedere unicamente di
credere di più: nel Vangelo di Marco il padre dell'indemoniato, messo da Gesù alla prova della fede, esclama: "Io credo; aiuta la mia incredulità". E
infatti Gesù non vuole che si creda in Lui in
quanto operatore di miracoli; la sua efficacia
operativa proviene dal suo essere-Gesù. Tra le tante è illuminante questa frase per capire la latitudine della fede
senza limiti: chi è nella comunione con Dio
non possiede il potere di Dio; al contrario, il potere [di Dio] possiede lui:
se e quando egli si è consegnato ad esso ed è dedito
ad esso (p. 70)
La fede e i tempi di Dio
Nell'Antico
Testamento e nei sinottici i due momenti, quello dell'abbandono fiducioso, che possiamo definire proprio dell'atteggiamento recettivo,
quindi passivo, e quello del
seguire l'impulso ad esprimere la fede a fatti, in modo attivo, non vanno
disgiunti; vanno modulati secondo ritmi imprevedibili da un punto di vista
umano. I tempi di Dio non sono quelli che l'uomo si affanna a misurare;
precedono il credente. Il quale, soltanto se è del tutto fiducioso, sa scorgere quando giunge l'ora della grazia. La fede fa
dell'orante una persona vigile ed attenta, in costante affidamento, tanto che
il termine credente non è più un
aggettivo ma un sostantivo.
Il
dialogo tra il credente e Dio è così ininterrotto che
non c'è scarto tra eterno e tempo: il tempo in cui si
riflette la luce dell'eterno ha una compiutezza che trasforma il succedersi
degli istanti in ininterrotta rivelazione del volere divino. Perciò
il credente non rincorre il tempo con l'ansia provocata dal succedersi degli
eventi; gli basta guardare in profondità il presente, nella sua realtà (che
perde la caratteristica della fugacità) per leggervi il significato. Ecco perché l'antico Israele e la primitiva comunità cristiana -
posti nella stessa linea di confine tra la fede recettiva e l'attiva - sono in semplice e concreto dialogo con Dio.
Il quale si fa interlocutore con il noi,
il popolo.
Così
la fede assume un carattere storico secondo la traccia segnata da Dio, e il
futuro che per l'essere umano è indeterminato, nella fede ha già un sicuro
alveo: il regno di Dio non si sovrappone alla storia, le dà senso e compimento.
Per un mondo integralmente umano
La
differenza rispetto alla fede dei pagani non consiste, come si è portati a
ritenere, in una maggiore spiritualità, bensì in un contatto con la divinità, che trasforma l'essere umano rendendolo
più umano. Siamo ben lontani da una visione spiritualistica
di un rapporto con Dio che trasporti al settimo cielo. Dio si manifesta nella normalità,
cioè lascia che la vita terrena sia apprezzata in
quanto vita, non scalfita da dubbi nemmeno quando imperversa il dolore e il
male. Tipico esemplare di tale fede è Giobbe, il quale anche
se inveisce contro i malanni che gli cadono addosso, resiste appoggiato
all'unico solido asse della fede: nonostante tutto. E' nell'unicità,
nell'esclusività del Referente, che la persona, pur non esente da debolezze, si
ritrova salda e sicura.
Il
cristianesimo ha avuto una sua evoluzione, tanto che per san Paolo la legge può
essere in opposizione alla fede, perché ciò che è prescritto non ha bisogno di
essere creduto, ma tradotto nella vita. Però, anche
per lui la pratica è motivo di salvezza, se coniugata alla fede. La parola di
Dio, grazie all'amore, erompe nel proprio
cuore e non può non essere ascoltata. In questo vivere
Buber apre una pista
praticabile all'interno di ogni religione, dove
bisogna sgomberare tanta idolatria; pista che oggi, in un mondo dalle molte
fedi e spesso senza fede, più che mai abbiamo bisogno di imboccare. Siamo in
tempi in cui i mali che affliggono l'umanità ci disorientano, ma il Dio
della storia attende la nostra fiducia incondizionata. Liberata da
incrostazioni che la rendono tutt'altro che vera.
A.
R.