La lettera e la risposta

 

02 settembre 2007
 

Care sorelle ed amici tutti del sito

Scrivo a tutti perché io non leggo soltanto ciò che riguarda suore ed ex, ma tutto. Nessuno nel mio Istituto lo suppone, ma evito di parlarne per timore di un blocco dall’alto.

Sono un’insegnante di lettere nella scuola media del nostro Istituto che è frequentata da ragazze e ragazzi a pagamento e gratis. Ho trentasette anni. Come attività apostolica insegno il catechismo alle catechiste in parrocchia.

La mia vita scorre serena e anche in buona compagnia delle mie consorelle e della gente che incontro. Non ho nulla di cui lamentarmi, anche perché le superiore mi ritengono una suora con vera vocazione. In verità della mia vocazione non ho mai dubitato, anche se non sono una santa, tanto meno una santarella.

Ma qualcosa dentro di me mi fa aspirare a progetti che non saprei mai come realizzare. In altre parole non mi basta quello che faccio o non mi basta la griglia dentro cui lo faccio. Vorrei una comunicazione, uno scambio di opinioni, un modo di aprirmi alla visione della realtà del mondo in cui viviamo, che non sia standardizzata come si usa in Istituto. Nel vostro sito vedo aperte tante finestre, tante possibilità di confronto e di espressione da cui mi sembra di essere del tutto fuori. A volte mi dico: Perché non posso disporre di scelte all’interno della mia vocazione, se prima non passo da una trafila di autorità che non so come accoglierebbero le mie richieste? Mi imbarazza il dover chiedere come si trattasse di una mia velleità o volontà da passare sotto controllo e da incanalare nell’alveo dei bisogni dell’Istituto. So che anche in una famiglia le scelte sono condizionate dai doveri familiari, ma io voglio dire un’altra cosa. Forse chi ha fatto l’esperienza della vita religiosa capirà: non disporre di sé, “osservare”, ubbidire, vivere una vita diversa dalla comune, sono tutte cose scelte? Io direi che ho scelto Cristo, la povertà, la castità, l’ubbidienza. Ma come va intesa l’ubbidienza? Come una strettoia? Per le cose grandi ne sono ben felice, perché io offro volentieri a Dio la mia vita. Ma per certe aspirazioni più personali non capisco a che serva omologarsi. Da suora o sottostai o puoi chiedere e puoi anche ottenere; puoi accettare e puoi anche rifiutare, ma sempre in un sistema di concessioni o negazioni. Sposia pure ragionate, in dialogo con le superiore. Ma perché non potrò dire mai: “Ho deciso”? Perché non posso fare diversamente senza incorrere in un qualche freno esterno? Siamo sempre bambine, figlie di famiglia. Ciò causa ad un certo tempo uno stile di vita abitudinario, per altre non sarà così, io invece patisco la routine.

Badate, queste cose le penso, anzi le rimugino, pur senza tormenti come potreste pensare. Mi pare che Dio sia sempre rispettoso della nostra personalità ed è difficile contrastarla sempre per piegarla alla direzione di altre e di altri. L’ubbidienza non dovrebbe comportare l’annullamento delle proprie capacità, idee, voglia anche di ferie… libere, di un viaggetto spensierato… Sembrano cose futili, ma per ritemprarsi a volte ci vuole un po’ di cambiamento fuori dagli stessi luoghi (andare in un’altra casa non cambia quasi nulla).

Come non capire le difficoltà delle giovani che esitano a decidersi, pur avendo la vocazione (almeno come la intendo io)? E perché dobbiamo ignorare le difficoltà del mondo di oggi, e inquadrarlo subito in un clichè obbligato di giudizi e relative risposte?

Capisco che mi conviene restare come sono e non dire nulla. Ma mi farebbe bene scambiare idee di questo tipo con voi, alla luce del sole……………..

Il dover scrivere chiedendo di strappare subito la lettera e non poter avere una risposta al mittente che manca, mi dispiace. Per questa volta provo a dirvi di pubblicare, almeno posso avere una risposta che forse farà bene a tante che sono come me, ma non lo dicono. Per quelle che nemmeno sognano ciò che io dico, meglio che non sappiano nulla…………..

Suor Giacinta (nome di fantasia)

 


 

Sarebbe davvero controproducente un discorsetto che ti (posso darti del tu?) farebbe un direttore o una direttrice spirituale. Personalmente non reputo che lo stato attuale che tu ben descrivi abbia a che fare con una crisi vocazionale o una mancanza di spirito de dono di te. A volte periodi in cui si stacca la spina aiutano più di corsi di esercizi spirituali, di viaggi oranti ai santuari, di altri diversivi che l’Istituto offre.

C’è da considerare che l’ubbidienza viene considerata come rinunzia omnicomprensiva di tutto ciò che è la persona, in nome del detto evangelico “perdere la propria anima per salvarla”. Ma il distacco che Cristo chiede è la rinunzia alle futilità che rendono meno limpido e meno generoso l’amore donato. Solo se si è liberi si può amare. E si sa che a volte ciò che impedisce di correre può essere un sassolino puntuto, e un tenue filo può trattenere l’ala dell’uccello dal volare verso l’alto.

Tutt’altra cosa è il dispiegamento delle possibilità della persona. Comprimerle può essere dannoso alla salute psichica e spirituale. Dobbiamo tendere ad inoltrarci sempre più nell’amore. Ma amore e libertà non possono discordare, se intendiamo per libertà, non l’arbitrio di assecondare tendenze egoistiche, ma lo sviluppo delle facoltà e la loro integrazione verso la pienezza del nostro essere. Inutile dire che questa non si raggiunge mai del tutto, ma è tensione, perché è vita nel suo continuo divenire.

Immobilizzare il modo di vivere in una routine frena e può bloccare lo sviluppo della crescita morale e spirituale. Perciò la vita religiosa è un grande mezzo per incanalare la scelta vocazionale in modo che corra dritto verso la meta prefissa, ma è da trattare sempre come mezzo, perché non diventi piuttosto ostacolo. A volte si tratta di minuzie che frenano in maniera rigida la corsa verso il fine, e allora bisogna farsi accorti.

In pratica la singola persona non può cambiare l’istituzione in modo da piegarla verso le esigenze delle singolarità. In campo politico non c’è realtà più difficile e quasi impraticabile della democrazia, che deve rispondere a due caratteristiche contrapposte: il bene della persona e quello della comunità; più facile è governare attraverso regole autoritarie. Ma l’umanità è giunta ad un punto del suo cammino in cui bisogna provarci a coniugare i due assi, individuo e collettività. E nella vita religiosa il trapasso è ancora più difficile, perché non si tratta di un rinnovamento di superficie, ma di un ridimensionamento strutturale.

Tu puoi contribuire a questo passaggio non negando le tue aspirazioni, ma cercando vie possibili per renderle feconde per te e per le e gli altri religiosi sparsi nel mondo. Cerca come fare per ottenere pause di riflessione nella libertà, per coltivare qualche hobby arricchente e distraente (dalla tensione), vedi tu… io ad esempio mi sento libera quando, a tavolino, navigo nel mondo della poesia, della lettura e della scrittura; quando passeggio sola all’aria aperta dimenticando tutto per immergermi nella natura… Devi trovare una soluzione per dilatare il tuo spirito e VIVERE.

Dimmi cosa ne pensi, e ne parliamo al di fuori di questo sito.

Ti abbraccio, Ausilia


Stampa questa pagina
 

Chiudi questa pagina