Dialogo Giancarla-Ausilia sul libro
“L’amore ordinato” – V conversazione
Ausilia
Questa
volta concentro il discorso su una tua frase, che spezzo in due: a)
“Papa
Giovanni non pensava certamente a ordinazioni femminili, ma vedeva nel
protagonismo delle donne un segno dei tempi. La storia ci dice ogni giorno di
più che era un'indicazione giusta. Così per il celibato. Credi che giovi sperare
nel lungo periodo? Sono del parere che il problema abbia una certa urgenza, da
risolvere positivamente per tutti i riflessi sociali che anche tu indichi”. b)
“Prima o poi, certamente, si provvederà; ma non mi piace per nulla che succeda
come rimedio per la perdita di candidati”.
Cerco di rispondere.
Nel breve periodo
E’ certo che non giova contare unicamente sul lungo periodo. O meglio, come per tutte le questioni, si guarda al lungo periodo, ma si agisce e si lotta nel e per il breve; altrimenti campa cavallo! Ma proprio qui casca l’asino (chiaramente mi muovo nel campo della zoologia equina). Noi due ci muoviamo nell’area «franca» della cosiddetta chiesa-dal-basso, come NoiSiamoChiesa, gruppi di preti sposati, Cdb, Micromega, Adista e così via. Ma sai cosa temo, guardando un po’ al di là dei nostri assestamenti ideologici, concreti e spirituali? Che si conducano analisi attente e più che opportune, ma che ci si fermi alle denunce, allungando la distanza tra noi e la chiesa-luogo dei fedeli praticanti.
Un esempio per illustrare la possibilità di lasciarsi scivolare dalle mani occasioni che potrebbero essere tesaurizzate. Il card. Bagnasco ha deciso di incontrare rappresentanti di Noi-Siamo-Chiesa. Di fronte ad un fatto tanto singolare (che però mi fa temere una mossa all’insegna della benevolenza pastorale, e stop), i preti sposati si sono applicati ad elaborare una sorta di cahier de deuillance in cui c’è di tutto, come se ci si aspettasse, in risposta, la palingenesi della chiesa (e Dio sa quanto la vorrei!!!!). Ti pare che ciò riguardi il breve periodo? Non sarebbe meglio, in un primo momento, stabilire elementi procedurali per aprire un dialogo da protrarre nel tempo, e discutere già da subito un metodo di confronto con impegni paritari da ambo le parti? Noi, “Donne contro il silenzio”, nei desiderata da sottoporre a Bagnasco tramite NSC, non abbiamo chiesto altro che di tracciare «assieme», noi e le autorità ecclesiali, le modalità perché tutto non si riduca ad un atto unilaterale di misericordia.
Non vogliamo “farci rimedio”…
Sono del tutto d’accordo che è stoltezza “farci rimedio”, palliativo, rattoppo, alle deficienze del sistema. Quanti preti e laici, quante grandi donne operano il bene nella chiesa! e la struttura riposa sulla loro profeticità, tenendola sotto controllo. Noi non vogliamo pagelle né promozioni; ci proponiamo piuttosto come soggetti cooperativi nella libertà, da non identificare né nella sottomissione né nella disubbidienza. Non spetta a noi rimediare alle deficienze strutturali dell’istituzione-chiesa, ma dobbiamo smetterla di auto-emarginarci, aspirando a supplenze e a ministeri di serie B….
Sono sicura che l’esperienza di emarginazione ci arricchisce di un potenziale carico di novità. A patto di non ripiegarci su una fragilità profetica, che è ben più dura da sconfiggere della sordità ecclesiastica. Fragilità dovuta alla dispersione delle energie morali e spirituali nelle secche della rabbia più o meno consapevole.
Esagero? Ti leggo un passo che in questa occasione, dalla tribuna offertale da un gruppo di preti sposati, scrive una donna da loro molto stimata e venerata (sai come sono gli uomini, quando possono vantarsi di avere arruolato una donna al loro carro?!…): “La NOSTRA posizione è nettamente in contrasto con quella magisteriale, questo non dobbiamo scordarcelo. E non possiamo tentare di cambiare le cose se non contrapponendoci fortemente alle ingiustizie che esistono”. “Portiamo un vangelo e, accanto alle nostre proposte, citiamo la fonte, citiamo il diritto canonico, dobbiamo essere in grado di ribattere punto per punto, ma con cognizione di causa e con assoluta fermezza”. Chioso: Vangelo alla mano, noi ne sapremmo di più; dovremmo contrapporci nettamente, ribattere, mostrare assoluta fermezza. La cosa potrebbe andar bene se ci conquistassimo l’autorevolezza di antesignani di un rinnovamento spirituale, alla pari di coloro che spendono la vita nella trincea del dolore umano in nome di un mandato o di un’approvazione ecclesiastica. Solo allora potremmo mostrare a fatti che è dannoso frapporre una barriera tra noi e i credenti DOC.
Le insidie ci sono
Ho addosso esperienze che mi rendono tre volte gobba. A Torino sono stata in un gruppo di preti con famiglia che, al cambio del Vescovo, fu convocato per aprire un dialogo. A tal fine fu nominato un monsignore perché se ne prendesse cura. Ricordo bene il momento in cui ci riunimmo: tutti seduti attorno a lui. Preghiera, sermoncino, quindi invito a parlare. Ad ogni intervento lui rispondeva. Finché sbottai: “No! Così non va bene. Il dialogo è tra noi, e Lei è uno tra noi”. Ne furono contenti tutti, perché, tanto…, non si erano esposti loro! Sai come è finita, non quel giorno, ma in seguito? Nel gruppo si fraternizza, si sta bene, si parla di tutto, ma il manovratore è sempre uno, e chi disturba, come me, è stata esclusa. Cosa voglio dimostrare? Che prima di sperare nelle mosse di benevolenza dall’alto, dobbiamo farci forza noi, tra noi. Questo potrà permetterci di creare un modello di rapporto intraecclesiale fondato sulla interdipendenza. Lo vorrei gridare dai tetti. E ci provo…
Le donne, chi le ha viste?
Sì, qualcuna si vede, eccome. Ma dov’è la donna che «PARLA» il nostro linguaggio, dai ruoli riconosciuti dall’istituzione ecclesiale? Non voglio cloni della pur rispettabile Binetti o dell’accesa suor Patrick che ci ha consegnato un dialogo di condanne sulla chiesa... Parlo di una suora-suora, magari anche - chessò io – una focolarina, una laica rinomata come Maria Bonanate, una teologa-suora come Antonietta Potente, le suore di Femmis, eccetera. Parlo di donne di cui Woitila ha riconosciuto il genio; di donne che avrebbero qualcosa da perdere se si associassero a noi.
Dunque queste donne non le ha viste nessuno accanto a noi. Quando io ho provato a coinvolgerle, se la sono squagliata con belle, bellissime maniere, incoraggiamenti e tanti auguri. Una teologa amica mi disse un giorno: “Mia mamma mi ha messo in guardia, supplicandomi di non tirarmi addosso una duplice emarginazione, in quanto donna e in quanto teologa”.
Ma anche le femministe come te, o sono loro a non saper fare cerchio attorno a noi, o siamo noi così deboli da non meritare tanto.
Lascia allora che parli almeno a te col cuore aperto: non farmi discorsi circa il «non volerti fare propaganda», come quando ti proposi di diffondere il più possibile le nostre conversazioni. Non ti addito il binario del mettersi in mostra, ma il coraggio di esporsi ANCHE tra persone come “Donne contro il silenzio”, le quali non parlano da una platea culturale e ideologica, ma VIVONO i motivi per invocare il cambiamento. Lo fai già; ma, se puoi, fa’ di più ancora.
*°*°*°
Giancarla
Cara
Ausilia,
scusami se la mia risposta può
darsi che sia più breve e sommaria del solito, ma sono in partenza e debbo
prepararmi per quindici giorni fuori casa. Il nucleo centrale della tua lettera
è la richiesta di maggior unione fra le donne e, in particolare, fra femministe
e donne che hanno esperienza religiosa. Su questa esigenza ti seguo con grande e
personale
convinzione.
Tuttavia due sono le principali condizioni di difficoltà: la tendenza alla
frammentazione che è propria del nostro tempo (negli anni Ottanta del secolo
scorso ci si lamentava che in Parlamento fossero troppi i partiti presenti e
oggi i gruppi parlamentari sono - credo - ventitre) e la contemporanea perdita
di senso del sacro per l'irreformabilità del sistema clericale.
Per quello che riguarda la fede, credo che i problemi non dovrebbero essere
molti: il Vangelo indica percorsi per scelte di vita coerenti e non è detto che
i cristiani siano tanti in questi due millenni che pur si vogliono definire
tali; ma il numero di coloro che si impegnano pubblicamente è certamente
diminuito dai tempi del Vaticano II, come dimostra il fatto che quel Concilio
non viene adeguatamente difeso e i giovani non ne conoscono i contenuti. I
gruppi che tu citi - e che sono anche i miei - fanno quello che possono,
compreso il tentativo di Noi siamo Chiesa di dialogare con Bagnasco; il quale
non può/non vuole concedere "aperture".
L'apparenza è quella di giudicare il "dissenso"(parola che io non ho mai
accettato perché come credente non apparterrei neppure al "consenso") come un
fenomeno marginale da sopportare per educazione con qualche nervosismo. Infatti
l'incontro non è servito a niente e a nessuno. Politicamente ha definito un'area
di marginalità più o meno trascurabile. Così giudicano gli ambiti di riferimento
sociale: io posso non essere d'accordo con la stampa
che non parla mai di noi, ma ai tempi di Paolo VI le ipotesi innovatrici, pur
respinte, arrivavano all'informazione. Oggi la comunicazione non favorisce la
libera discussione dei problemi, non solo di quelli religiosi; per giunta
nell'ambito delle religioni c'è conflitto e la chiesa cattolica non permette la
libertà di ricerca teologica. La messa in latino autorizzata dai parroci
travalica i vescovi cosicché la collegialità fa acqua da tutte le definizioni: i
cittadini finiscono per non andare neppure a messa o vi "assistono" passivamente
come se anche l'italiano fosse irriconoscibile se detto dall'altare (provo a
chiedere, nel pomeriggio della domenica, ad amici che pur sono sensibili ai
nostri temi, quale sia il vangelo del giorno e nessuno se lo ricorda).
La modalità di proporsi della Chiesa di Benedetto XVI ricompatta chi pensa a pie
pratiche "facili" e allontana chi crede nella Koinonia e nell'Incarnazione. Non
è facile animare i disanimati. Tuttavia, se debbo dire di me, io faccio di tutto
e cerco di seguire Noi siamo Chiesa, Adista, Viator, Confronti, il Sae, Pax
Christi eccetera. Cercando di contribuire per quello che posso.
Tra le donne è ancora più difficile, anche se potrebbe essere più facile (nota
che sono stata al Convegno delle Teologhe europee a Vico Equense a fine agosto,
all'incontro delle donne delle CdB a Pinerolo) perché le donne sono più
trasgressive e hanno meno da perdere. Ma le difficoltà nascono dalla
consapevolezza di sentirsi "fuori" anche da parte di quelle di noi che hanno
cattedra nelle università cattoliche e che debbono "tenere la posizione" anche
per noi, ma soprattutto dal diminuito impegno tra quante dichiarano il loro
disinteresse a partecipare, nel bene e nel male, di "questa" chiesa. Quest'anno
non sono andata alla sessione del Segretariato delle Attività Ecumeniche: con
Sibiu in vista non c'era materia per incidere concretamente, perché
l'ecumenismo, che già è fatica per chi vi si impegna, sta diventando, perfino
nel nome, una parola in disuso. Per entrambi i punti, tuttavia, la maggior
resistenza a custodire il Vaticano II e a portare avanti le situazioni sgradite
al clero (come quella delle donne e del celibato - su cui i laici non farebbero
alcuna opposizione - che, però, vengono ritenute interna corporis) è
l'incapacità ad argomentare: la tradizione cattolica ha sempre contato
sull'induzione alla passività e sull'ignoranza dei "semplici" e il buon
cattolico ha incominciato solo da pochi anni a studiare la Bibbia. Accade così
che con il proprio parroco o con il vescovo non siano tanti quelli che tengono
testa argomentando: ci si contenta di esporre al massimo qualche dubbio (perfino
madre Teresa di Calcutta "dubitava") e, per falsa timidezza, si lascia perdere.
L'avanzare dei tempi non ha giovato: la gente è sempre meno disposta a studiare
per adeguarsi ai livelli superiori di conoscenza a cui sia la politica, sia le
scienze la interpellano. C'è da sperare nei bambini (se gli adulti non li
rovinano): un prete che conosco è stato invitato in una prima elementare e ha
chiesto se i bimbi avevano qualche domanda da rivolgergli. Uno ha alzato la
mano: "Vorrei sapere perché, se Adamo ha peccato, dobbiamo pagare tutti: non lo
ritengo giusto". Mentre vent'anni di studi teologici andavano giù a rotoli,
l'insegnante di religione ha sussurrato al monsignore "Sa, la maestra è
comunista...".
Cara Ausilia, alla prossima. Sii anche tu indulgente nel leggermi per le
omissioni e l'apparente pessimismo: è solo per senso di realtà e perché la
speranza è la più difficile delle teologali. Ma, appunto, vale sempre la pena.
Giancarla
*°*°*°
Interviene Mauro Borghesi
Il dialogo nella Chiesa
Sono stato invitato a leggere il confronto scritto tra Ausilia e Giancarla sul libro “L'amore ordinato”. Entro in punta di piedi quindi in questa chiacchierata di cui ho letto solo la IV conversazione non entrando in merito al libro, che non conosco, ma riprendendo le domande e le risposte di tale confronto che da quel che vedo si sviluppa molto attorno all'esigenza del dialogo nella e con la Chiesa. Ringrazio queste donne per il loro impegno editoriale, per i loro studi messi a disposizione di tutti e anche per queste pagine web che ci riportano ad un tema difficile, frustrante, ma importante.
Mi pare di capire che donne-così sia un sito che cerca con tutte le proprie forze una via per dialogare con i vertici della Chiesa, e scontrandosi “contro il silenzio” si ritrovi giustamente a riflettere al suo interno e con i suoi lettori sul senso di un tale dialogo senza risposta.
Cosa è il dialogo?
In generale la prima cosa che vorrei dire è che il dialogo sta diventando una parola vuota di significato. Tutti lo invocano, tutti lo predicano e lo raccomandano, anche i documenti della Chiesa, ma poi nessuno lo pratica. Il dialogo troppo osannato ed invocato rischia di diventare una parola inflazionata come “amore” o “pace”.
E questo è un pericolo che la Chiesa corre. Perché se non stiamo attenti finisce che quando un capo di Stato è ricevuto in Vaticano, quello è dialogo con la laicità. Un vescovo incontra i giovani della diocesi, quindi “dialoga” con i giovani. Rischiamo di confondere il mettere insieme, l'incontrare, con il dialogare. Due soggetti si incontrano quindi dialogano. No, in questo modo il mondo è pieno di dialogo, ce n'è anche troppo. Ed io per dialogo intendo un'altra cosa.
Il concetto di dialogo nasce con Socrate, il quale con il suo metodo portava le persone ad interrogarsi su di sé. Si avvaleva di due armi: il non sapere e l'ironia. Il “non sapere” socratico è una reazione al gran sapere dei dotti che hanno tutto da insegnare e nulla da imparare. E' proprio ponendosi come persone che non sanno che si mettono le basi perché possa nascere un dialogo; direi che questo è un primo paletto da tenere fermo. L'ironia spezza il clima serioso e solenne di certe conferenze, getta dei ponti, stabilisce un contatto non verbale sul quale le parole possono scorrere più libere e meno calcolate.
Credo che, senza dilungarmi oltre, questo sia il metodo giusto, e aggiungo, necessario.
Perché questo dialogo è così fondamentale?
Ho recentemente ricevuto una mail di un lettore del mio sito che commentando una pagina dove invitavo tutti i cristiani arrabbiati con papa e vescovi a sentirsi Chiesa, a non cadere nell'oscurità cieca della critica e della lamentela e di amare la nostra Chiesa per quello che è, senza per questo rinunciare alle nostre idee, mi diceva: se credi in una Chiesa così sei un povero illuso. La Chiesa ti lascia parlare finché non conti niente e non ti ascolta nessuno, ma appena le tue parole cominceranno ad avere un minimo di risonanza, i porporati ti faranno pressione e capirai che non sei affatto libero di dire quello che vuoi.
Forse le cose stanno davvero così come dice questo amico pessimista. Ma io non dialogo in primo luogo per ottenere. Infatti o il dialogo è una logica interna al cristianesimo, oppure, è destinato a trasformarsi in amarezza e rassegnazione.
Dialogare è necessario non perché la Chiesa va a rotoli, ma perché Dio dialoga con l'uomo e Cristo dialoga con la Chiesa. Il nostro è un Dio trinitario, e noi non possiamo fare altro che imparare dal suo modo di essere, comunicando tra noi, come il Padre comunica con il Figlio e con lo Spirito. Questo a mio parere è un presupposto fondamentale, per cui il dialogo deve diventare un metodo permanente, non un intervento sporadico per tirare le orecchie a papi e vescovi un po' troppo autoritari. Come il cristiano non ama per ricevere in cambio amore, ma perché già in partenza si sente amato da Dio, così avviene per il dialogo, che in fondo è una forma di amore. Non dialogo per ottenere dei risultati, non dialogo se il dialogo porta frutto; ma dialogo perché Qualcuno ha già bussato alla mia porta ed ha dialogato con me.
Scusate se oggi sono particolarmente spirituale, ma credo davvero che se non si parta da qui non si possa arrivare a niente di costruttivo.
Come dialogare con questa Chiesa?
Cercandola. Obbligandoli a guardarci in faccia. Loro non ci cercheranno mai, facciamolo noi. E non facciamolo su internet o sui giornali. Facciamolo davvero, andando nelle loro case, nelle loro parrocchie e curie. E andiamo non come fanno i testimoni di Geova, con la verità in tasca. Andiamo disposti ad imparare da questi pastori, andiamo con un pregiudizio positivo, senza però rinunciare al nostro punto di vista, e al nostro contributo.
Qualcuno mi dirà: io ci ho provato e mi hanno chiuso la porta in faccia. E allora mi permetto di citare san Francesco, laddove insegna a frate Leone come trovare la Perfetta Letizia.
Non nel successo, non nei riconoscimenti, ma nell'esclusione e nell'incomprensione: qui, insegna Francesco, vi è perfetta letizia. Non è farina del mio sacco, e lascio continuare il discorso a chi ha convinto me. “Bussare per tre volte ai propri frati, non essere riconosciuto da loro ed essere respinto tra le ingiurie: sopportare tutto ciò pazientemente e senza turbamento, questo è per Francesco la perfetta letizia. Quante volte bussiamo a casa nostra, la chiesa, portando avanti sempre le stesse richieste! E quante volte veniamo cacciati via a mani vuote, forse persino scossi bruscamente e feriti. Non diventare, tuttavia, amari e duri, ma conservare la pazienza, questo è di fatto il segreto della gioia integra anche nella chiesa, nonostante tutto quello che ad una persona capita stando al suo interno. ... La pazienza, scrive Hans Schaller, non è una virtù per persone caratterialmente passive e bonarie, che prive di una forza e di una fantasia proprie, si rassegnano e si adeguano semplicemente al dato di fatto di una situazione triste e senza vie d'uscita. No, la pazienza mira in ultima istanza a non lasciar distruggere la fiducia di base interiore, la serenità del cuore.” (Medard Kehl, Dove và la Chiesa?, Queriniana, pag. 149-150)
Ausilia dice che il richiamo all'interiorità lanciato dai santi ha ben poco influito sul rinnovamento dell'impianto ecclesiale. Magari è vero, anche se non son del tutto d'accordo, però la cosa mi interessa relativamente poco.
Se il senso del mio agire è cambiare la chiesa, la società, la storia... campa cavallo! Invece io dopo alcune sterili battaglie contro i mulini a vento, sono arrivato alla conclusione che, prima ancora della chiesa, della società e della storia, mi interessa la mia vita, che abbia un senso vero, che mi riempia davvero. L'unico cuore che posso veramente cambiare su questa terra, è il mio. Quando trovi un tesoro, poi, vivi per diffonderlo, e se non ci riesci resta comunque il fatto che tu quel tesoro l'hai portato con te. Ma se il tuo tesoro sta nel fare la Chiesa o la società a tua immagine, allora presto sperimenterai il vuoto, il non senso, la frustrazione.
Avverto anch'io tutta l'urgenza che entrambe dite di un rinnovamento della chiesa. Giancarla dice addirittura che il papa parla poco di Gesù e del vangelo. A me la situazione sembra anche più grave. Il papa in realtà parla molto del Cristo della fede e cita spesso il Concilio Vaticano II, ma dando una lettura molto dogmatica del primo ed innocua del secondo. Ma detto questo che posso fare io?
Personalmente sono convinto che non sia questo il momento per comprendere la direzione che la chiesa vuole intraprendere per il prossimo futuro. Credo che molto importante sia stato Giovanni Paolo II, il quale ha dato una impostazione, una direzione piuttosto precisa con i suoi limiti ed i suoi pregi. Ora avverto Benedetto XVI come un papa di passaggio, un personaggio “sicuro” che tenga tutti a bada intanto che si prepara il prossimo pastore. Nel 2005, alla sua elezione, non vi erano nomi in grado di reggere il confronto con Woytila, e lui è stato scelto per non cambiare niente e aspettare il candidato giusto.
Ma a parte queste futili considerazioni che mi servono per non illudermi troppo in cambiamenti in tempi brevi, resta il fatto che come dice Ausilia, “al dialogo non c'è alternativa” e ogni giorno è buono per un nuovo confronto, perché questo, se anche cambierà la chiesa fra mille anni, intanto cambia la nostra vita.
Mauro Borghesi,
Rimini, 14 settembre
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