una pista impraticabile

 

 

 

GEMMA

Come la più gelosa delle mogli (dal libro “Da donna a donne”)

 

 

 

Nel riportare il caso storico di Gemma, scoraggiano alcune frasi che Frank D’Agata (pseudonimo dell’autore di un pepato pamphlet dal titolo “Il prete e la donna”, Ed. Cegi - Siracusa 1986) esprime nei riguardi delle donne. Il suo linguaggio, tanto maschilista che più maschilista non si può, e il fervido accanimento con cui egli difende il matrimonio dei preti, sono fuorvianti. Ecco due esempi. Alla pag. 63 dice:

 

“E’ indiscusso, e non c’è bisogno che mi riferisca a nessuno delle migliaia di trattati sulla psicologia della donna, è indiscusso che l’utero condiziona almeno l’80 per 100 dei pensieri di una donna”.

 

E che? L’organo maschile non condiziona gli uomini? Ancora alle pagg. 64-65:

 

“ ... in qualunque posto entra una donna nubile, e quindi anche in chiesa, non può fare a meno di sentire il suo fremito segreto”

 

E che? Le sposate sono premunite? E’ “all’entrata” in un qualsiasi posto che si sente questo famigerato fremito?

 

Eppure non si può trascurare l’esame della figura di questa donna, che rappresenta uno dei paradigmi più raccapriccianti delle donne di cui parliamo. Il contesto è sorpassato, ma le edizioni aggiornate di casi simili ripetono purtroppo, anche se in modo diverso, lo stesso schema.

Mi affido dunque per la narrazione della triste storia a questo autore-testimone diretto, risparmiando ai lettori quadretti succosi e coloriti di cui è prodiga la sua penna (e il suo cuore).

Non è un’anticipazione, perché è la quintessenza di tutto il libro, la precisazione che per lui il prete è preda senza scampo di donne vampire, vogliose di sesso. L’immagine e il destino di Gemma, invece, forse contro la volontà dell’autore, rattristano e destano un senso di pietà proprio per lei, accomunata a lui, nell’essere imprigionata nelle maglie di una grande immaturità sessuale ed affettiva.

Di lui l’autore dice che era giovane, bello, ricciuto e biondissimo; simpatico e brillante di carattere: il più simpatico prete che abbia mai conosciuto. E non si può non aggiungere un’altra nota: il suo sguardo castigato impediva alle donne di conoscere il colore delle sue pupille (sic!),  e quando, una volta, per guardare in fondo alla chiesa, alzò lo sguardo, una più sfacciatella gli disse: “Oh, don Mario, finalmente abbiamo visto quanto ha belli gli occhi!”

Nella mischia di tante donne al suo confessionale, tra il rancore del parroco che aveva per penitenti le solite quattro vecchiette, un giorno capitò una trentenne eccezionale: giovane, intelligente, colta, parlava con un tono affascinante. Dirigeva, da “Presidente” per antonomasia, tanti gruppi cattolici. Aveva tentato la via monastica per la quale si era rivelata inadatta, e perciò aveva deciso di esercitare la sua vita di pietà non bigotta e di apostolato da laica.

Per sei anni vive, confusa tra le altre, diversissima da tutte, vivendo un amore infocato e contenuto nello stesso tempo per don Mario che glielo ricambia alla stessa stregua. Lui la baciava come se baciasse la Madonna e lei come se egli fosse un angelo del cielo. Non consumano l’atto sessuale, par di capire, e si concedono caste affettuosità. Bandito il sesso, sono tranquilli in coscienza, pur realizzando - praticamente - la vita di coppia, tanto da essere reciprocamente gelosi. Le altre donne che si aggirano, concupiscenti, attorno a lui, danno loro il modo di rendersi la vita infelice, un vero inferno. Gemma veglia come la più gelosa delle mogli. Diventa ossessiva, insopportabile. Adotta talora il metodo delle punizioni, scomparendo periodicamente; i rabbuffi sono tremendi... Don Mario, estenuato, arriva a gridarle: “Sei figlia del diavolo”. Consensualmente (verrebbe da dire) decidono di lasciarsi.

Per don Mario è la rovina; casca dalla padella nella brace. Finisce con l’andare a letto con alcune, gelose l’una dell’altra. E proprio a causa delle gelosie salta fuori, da parte di una “vendicatrice”, la denunzia della sua condotta immorale all’Autorità ecclesiastica. E qui l’A. nemmeno commenta; appone nello scritto dolenti punti esclamativi.

Gli va bene. Va sempre bene a chi “resta”; il male è nello sposarsi. Il prete intelligente a cui Don Mario è affidato, gli fa questo discorso che assolve lui scaricando tutte le colpe sulle donne: “ Senta figliolo, lei è giovane e non conosce le donne. Sono tutte fatte così, prima tentano e poi accusano. Si guardi da loro. Si ricordi dello scherzo (costruito con i casi della declinazione latina) che la donna ... < habet oculos vocativos et manus  ablativas, et si tu es dativus, ipsa fiet genitiva; tu ne ipse accusativa et tu nominativus> e fece una larga risata  (pag.91).

La deduzione di questo insegnamento è tale da far raggelare le donne e forse anche gli uomini davvero intelligenti. L’ A. è convinto sostenitore del matrimonio dei preti, perché una moglie farebbe da tampone e scudo contro i pericoli che insidiano un prete il quale ha da fare con tante donne: Se lui avesse avuto moglie, nessuno avrebbe osato o, se anche avesse pensato di osarlo, avrebbe dovuto fare i conti con un’occhiuta e intransigente guardia del corpo.

Quale altra donna avrebbe potuto, meglio di Gemma, adempiere a questo nobile ufficio se lui avesse potuto sposarla?

 

Gemma, hai fatto bene a sottrarti al pasticcio di un amore casto in nome di una falsa virtù. E’ il cuore che conta. E non aver potuto donarlo ad un uomo come don Mario, vittima come te di una devastante inibizione sessuale, spero ti abbia ridato la libertà.

A. R.

 

 


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