Gianfranco Bossi, il missionario rapito, così dice ai giovani a Loreto:
«FATEVI
RAPIRE DAI VOSTRI IDEALI»
«In
quei 39 giorni ho ripercorso la mia vita. Se c’è una cosa che posso testimoniare
ai ventenni di oggi è che la vita di un missionario è davvero bella, piena di
gioie e soddisfazioni».
‘‘Dopo la liberazione ho voluto tornare subito a Payao nella missione dov’ero arrivato da soli due mesi, per dire alla mia gente che non aveva alcuna colpa per l accaduto, così come non ne avevano i musulmani.’’
‘‘Io sono stato sequestrato fisicamente, ma sono troppi coloro che sono sotto sequestro della povertà. La loro prigionia può durare una vita.’’
Il "gigante buono", come lo chiamano tutti nelle Filippine dov’è missionario da 27 anni, ricomparirà in pubblico all’Agorà dei giovani di Loreto, quando incontrerà il Papa, all’inizio di settembre. Vuole riflettere su quei giorni vissuti mangiando riso e pesce secco, accanto a chi lo teneva segregato imbracciando un fucile e pregando Dio, come lui, seppure chiamandolo con un altro nome; e capire il senso di quel rapimento «iniziato il 10 giugno, festa del Corpus Domini, e conclusosi il 19 luglio, il giorno del compleanno di sua madre.
«Gliel’ho chiesto ai miei rapitori: "Voi pregate come me il Dio della pace. Com’è che lo fate col mitra alla sinistra e un sequestrato alla destra?". Mi hanno risposto che Allah è nel cuore, il resto è lavoro.
Pagati per eseguire un rapimento, l’hanno fatto. Non sanno nemmeno chi ha dato l’ordine. Mi sono reso conto che anche loro sono dei poveri diavoli, abbruttiti più dalla povertà che dalla volontà di fare del male».
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