Domenica benedetta domenica
Capita
anche ai miscredenti di trovarsi d'accordo con il Papa; o, detto dal punto di
vista loro, capita anche al Papa, quando non è troppo impegnato a inseguire il
fantasma del relativismo, di dire cose che appaiono decisive anche a chi in
genere non lo ascolta con particolare devozione. Così, dobbiamo essergli
sinceramente grati oggi per quanto ha detto sulla domenica e la necessità di
ridarle un'anima. Intanto, rispettando il tempo del riposo settimanale, usandolo
non solo per moltiplicare la distrazione consumistica, ma per pensare, appunto,
all'anima. In cambio della quale, come si sa, l'uomo non ha nulla da dare, nulla
di importante; tanto che si può dire che l'anima non è nient'altro che il senso
stesso della vita.
Naturalmente, la domenica del Papa deve essere impiegata soprattutto per andare in chiesa o per leggere la Bibbia. Ma, sempre per parlare da «fuori», possiamo azzardarci a ritenere che anche l'andare a messa e pensare allo spirito faccia parte di quella sfera in senso largo estetica di cui una vita davvero umana non può fare a meno, e che consiste nel dedicare il tempo ad attività non produttive, di pura fruizione: del canto sacro o anche della musica rock, purché non ci sia di mezzo un qualche aumento del Pil.
Un amico mi ha confessato tempo fa che quando ha dei tempi morti, per esempio quando deve aspettare un treno in una città sconosciuta, va al cinema (a luci non propriamente bianche) o in una chiesa. Meglio quest' ultima soluzione, che non comporta alcun profitto per l'industria cinematografica o, Dio non voglia, per il racket del sesso. Il riposo domenicale, con tutto ciò che comporta anche in termini di rapporto con il sacro, è quel tempo in cui non siamo funzionali a niente, non produciamo effetti, nemmeno in vista della nostra problematica salvezza eterna. La quale del resto, se ci sarà, sarà appunto estetica, pura contemplazione, non certo finalizzata a qualche altra utilità.
Possiamo aspettarci che, anche a partire dalla rivendicazione del «far niente» dedicato all'anima, la Chiesa ritrovi almeno in parte la propria vocazione, se non proprio anarchica, almeno radicalmente alternativa rispetto alla frenesia funzionale e produttiva (e perché no, riproduttiva) con cui talvolta ci sembra incline ad allearsi nella sua preoccupazione di salvare anime, corpi, istituzioni, valori? La Grazia, del resto, ha anche terminologicamente da fare con tutto ciò che è gratuito - proprio con quello che Hegel chiamava «domenica della vita», e cioè il bello, il dominio dell'estetico, di ciò che viene amato non in vista di altro, ma per se stesso. Se la Chiesa saprà predicarci la Grazia in questo senso più vasto, potremmo persino riconoscerle senza proteste le sue esenzioni dall'Ici.
Gianni Vattimo, La Stampa, 10/9/2007
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