CHIESA DEL DIALOGO, LO SCISMA SOMMERSO
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In questi decenni dopo il Concilio i cattolici hanno fatto indubbiamente grandi passi nell’acquisizione di una maturità della fede, di una assiduità con la Parola di Dio contenuta nella Bibbia, si muovono sempre più verso una “fede pensata” ed è vistoso il loro impegno nel servizio agli ultimi e ai poveri.
Tuttavia, a giudizio di molti, manca ancora qualcosa affinché la comunione ecclesiale sia davvero il respiro della Chiesa. Il giudizio di molti, all’esterno e all’interno della Chiesa, individua una situazione a volte tranquilla, altre volte stagnante, altre volte silente, con un laicato che non ha voce e appare soffrire di sotto esposizione. Ci sono tante parole, forse anche troppe parole, perché si sono moltiplicati gli incontri ecclesiali con dimensioni oceaniche, ma si sono rarefatti gli spazi di dialogo e di confronto, privilegiando l’aspetto del “vedere” rispetto all’ascoltare.
C’è ormai una inflazione delle cosiddette “testimonianze”: si enfatizza la presenza di uomini e donne carismatici, li si esibisce invitandoli a parlare di sé, della loro storia, degli aspetti eclatanti delle loro vicende e questo a scapito della riflessione, dell’attenzione al feriale della vita cristiana, trascurando la laboriosa fatica della ragionevolezza della fede. In parallelo, sovente appaiono dichiarazioni perentorie e sicure da parte di organizzazioni ecclesiali, che tuttavia assai raramente sono esito di un confronto e di un dialogo interno.
Chi ha conosciuto il post–Concilio ricorda certo le forti tentazioni, cui a volte si è anche ceduto, di contestazione e di contraddizione della comunione ecclesiale, ma ricorda anche il coraggio, la passione, la voglia di esercitare la propria responsabilità nella vita ecclesiale. A quella stagione, segnata anche dalla conflittualità, è subentrato non un vissuto di comunione più profondo e praticato nel quotidiano, ma un appiattimento, una stanchezza che a volte lascia spazio alla tentazione di non partecipare più al cammino ecclesiale. Va confessato: esiste purtroppo quello che qualcuno ha definito uno “scisma sommerso”, la presenza di cristiani che se ne vanno per la loro strada.
A volte mi chiedo se, logoratisi per abuso di passione per il confronto, i canali di comunicazione non si siano intasati rendendo impraticabile lo scambio dialogico tra i cristiani e tra i fedeli e l’autorità ecclesiale. Questo dato non dovrebbe rallegrare nessuno, neanche chi come guida è chiamato a svolgere un magistero, perché questa acquiescenza non significa maggiore obbedienza cristiana, né maggior senso della comunione: appare piuttosto come pigrizia spirituale, come mancanza di ricerca, come delusione patita nel tentativo di discernere volti della Chiesa più conformi al Vangelo.
Eppure paradossalmente tutti vogliono dialogare con tutti all’esterno della Chiesa. Ma una Chiesa che pretende di comunicare, di dialogare con i non cattolici, e non si mostra capace di avere dialogo al proprio interno non è credibile: è una questione di semplice coerenza. Paolo VI, quando affrontò il tema del dialogo, lo considerò non una strategia alla ricerca di maggiore efficacia, ma un problema di fondo, di identità della Chiesa stessa. Se una parola deve essere dialogo e confronto con chi non è cattolico, questa parola deve esserlo già all’interno del corpo, dell’organismo che vuole dialogare e comunicare: per poter allargare i cerchi del dialogo, è necessario promuoverlo anzitutto nello spazio ecclesiale, all’interno della Chiesa cattolica, tra i suoi figli. Saper ascoltare tutti, dare la parola a tutti e quindi parlare, è ciò che caratterizza uno spazio in cui è possibile il formarsi di un’opinione pubblica, il recupero di quella parresìa, di quella franchezza e libertà di parola che fa parte dello statuto cristiano.
Pio XII nel 1950 denunciava la mancanza di opinione pubblica nella Chiesa: “Là dove non appare nessuna manifestazione di opinione pubblica, là dove si constata una sua reale inesistenza (…) occorre vedervi un vizio, un’infermità, una malattia della vita sociale. Così anche in seno alla Chiesa: essa, corpo vivente, mancherebbe di qualcosa di vitale se l’opinione ecclesiale mancasse, e questo sarebbe un difetto che ricadrebbe sui pastori e sui fedeli”.
Sì, sui fedeli, perché non si assumono questa responsabilità insita nel loro battesimo, ma anche sui pastori che non la incoraggiano o addirittura la ostacolano o la rendono muta. Le parole di Pio XII sono da riproporsi ancora oggi e ci interpellano, perché non giova a nessuno far credere che la vita ecclesiale funzioni in una unanimità formale.
Enzo Bianchi, La differenza cristiana, Einaudi 2006, pag. 82-86
NOTA
Parlando con un’amica sono rimasta stupita a sentirle dire la stessa cosa che penso io: “Sì, è vero che il dialogo con le alte sfere della chiesa è pressoché impossibile, ma è ancora più impossibile quello tra noi che stiamo nella stessa bagna”.
Io sono personalmente sicura che il dialogo con la chiesa si realizzerebbe se fossimo unite/i a) nell’elaborare l’impegno a valorizzare la nostra (felice) posizione di marginalità nella chiesa; b) nel ridurre lo spettro delle nostre denunce al nostro specifico caso, senza essere arroganti, riduttivi superficiali…
A. R.
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